MUNDUS IMAGINALIS – Stazione Quarta

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Imaginismo(*) come opzione filosofica
di Valter Binaghi

Incarnata eppure sospesa sul corpo proprio come uno sguardo scrutatore, la coscienza dell’uomo moderno rimane innalzata, senza saper volare. Dovrebbe emettere nuovi arti per farlo, e infatti concepisce protesi diverse nel suo sogno meccanico e poi cibernetico, ma che restano esterne, maneggiabili, non indossabili ancora.
Tutto ciò che l’anima può indossare, sono le immagini.

Per la coscienza l’immagine è la sonda, il veicolo e la compagnia.
Prima d’interrogarla un’immagine l’ammiri o la detesti, e scopri in te nuovi gusti ed orrori del vivere: dà forma al tuo sentire e si offre al pensare, ma non solo, ti servirai di quella d’ora in avanti, per dirlo a te stesso e ad altri. Modulare la voce, addestrare le mani, imitare nella pietra, sempre un’immagine. La pura presenza del parlante si fa mediata, nell’opera, ma ne puoi sentire ancora la forza, la calma ispiratrice.
Poi l’alfabeto. Un medium solo incidentalmente corporeo, che allude all’ubiquità dello spirito. E con esso il numero, premessa dell’ordine.
L’immagine è all’origine dell’essere parlante, ma lo scritto ne cristallizza il profilo, spegnendone l’affetto originario. La moderna teoria prescrive più che svelare, e la sorgiva delle immagini è sterilizzata all’origine dalla scienza e dirottata dall’economia alla produzione dell’unica merce che assorbe le altre, la vita ridotta a spettacolo.
Resta la poesia, la pietra scartata dai costruttori.
Quando il dettato dell’aula scolastica è coperto dal ticchettio dei registratori di cassa e dal rombo dei cannoni (sue naturali estensioni), ritorniamo all’immagine come selvaggina braccata alla fonte, al “Dire originario” dei poeti e a un dialogo che sia presenza.
Per la filosofia si tratta di abbandonare il mondo di carta dei neologismi universitari, e tornare ad essere ciò che è: il pungolo al senso comune, che ne svela la pigrizia. Socrate ricompare scalzo, sulle strade di Atene, e invita alla Sapienza con le arguzie del Simposio e gli esempi virtuosi del ciabattino.
I primi post di questa specie di rubrica hanno riguardato l’immagine come espressione di sè: i tre seguenti, l’immagine come strumento di conoscenza. La metafora dunque, e il simbolo, ricordando anche forme del pensiero cosiddetto premoderno, di quando spirito e anima non avevano divorziato ancora, e verità e bellezza erano un solo mistero.
Anche se Giulio Giorello si straccia le vesti sul CorriereSette, l’umanità annichilita dall’insulsa virtualità delle ideologie scientiste ha sete, una maledetta sete di ricomprendersi dal principio, ovvero rientrare nella carne da cui la gnosi del moderno l’ha rapita. Si ritorna a metafore antiche, immemorabili, ma con una consapevolezza nuova, di scampati al diluvio. Fare i conti col mito, una volta per tutte.

(*) Il termine che uso qui si ispira esplicitamente al pensiero del filosofo padovano Luigi Stefanini, e in particolare al suo “Imaginismo come problema filosofico” del 1936.
L’espressione “Mundus Imaginalis” invece appartiene all’orizzonte del pensiero sufi, in particolare del mistico e filosofo medioevale Ibn’ Arabi.
“Dire originario” è la traduzione più comune dell’espressione heideggeriana “Ursage”, largamente usata nei suoi saggi sui poeti.

3 pensieri su “MUNDUS IMAGINALIS – Stazione Quarta

  1. fabry2007

    mi sembra un percorso ricco di prospettive, nel contesto in cui ci troviamo a vivere. stai già progettando un’opera che metta insieme questi interventi, Valter? sarebbe un’ottima idea.
    saluti
    fabrizio

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  2. valter binaghi

    Diciamo che sto mettendo insieme materiali e glosse, all’insegna della provvisorietà. E’ questo blog che mi ha fatto decidere, per la prima volta, di cominciare a metterle in comune.

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