In Itinere – Davide RACCA

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In Itinere – Davide RACCA

Davide Racca
(Caserta, 1979)

*

Il discorso poetico di Davide Racca, complessivamente inteso (dalla scrittura alle arti figurative, dalla parola al segno e all’installazione), è animato da una forza tellurica, primigenia, da un universo di anticipazioni che confluiscono, inconsciamente, nella definizione di un itinerario particolarissimo, inquadrabile in un’ottica che Emilio Villa avrebbe definito da “opera totale”: “totale” non in quanto sistema di segni definiti una volta per sempre, ma in quanto sguardo che si fa specchio dell’origine, ricerca del momento fondante, non per seguirne la metamorfosi in una forma che si cristallizza, quanto piuttosto l’orizzonte genetico che, pur tendendo, “naturalmente”, alla forma finita, non rinuncia alla traccia di alterità, a quel “substrato di ordine” che ogni magma caotico reca in sé come tensione, come possibilità e, infine, come permanenza.

Davide Racca è lettore e studioso di Villa, ma la ricezione della sua lezione non è un dato, un punto di approdo contemplato; è, invece, ogni volta, uno scoglio da superare, un grumo di intuizioni possibili tutte da verificare, uno specchio splendente da rovesciare per cavarne la sostanza d’ombra, e in ombra, che lo fa essere. C’è una consapevolezza teorica, inusuale, dietro la sua scrittura poetica e la sua produzione di artista figurativo, quasi che il suo compito si risolvesse tutto nel senso e nell’espansione di un poiein originario: far sì che l’immagine dica prima e più della parola, parlando, in quanto immagine, la lingua dei suoni; far sì che la parola dica prima e più dell’immagine, aprendosi agli alfabeti di un universo erratico tutto “immaginale”.

Una poetica complessa che fonda e riplasma materiali eterogenei della tradizione “alta”, insieme a frammenti di un reale disadorno, squassato, lacerato dalle contraddizioni della storia: nella più assoluta coscienza e padronanza dei propri mezzi, mai scissa, comunque, dall’urgenza del dire che la pervade. Ed è questa “urgenza”, non sembri un paradosso, a regalare alla scrittura, in controluce, una costante e articolata riflessione di “poetica”: non metapoesia, in sostanza, ma eterogenesi intuitiva e formale che si dispiega in unità di scrittura e di segno, fino a che, attraverso immagini che spesso danno colore e sangue e movimento alla materia grezza, la parabola dell’atto, del “fare che crea”, diventa un canto totale alla poesia, all’umano nella sua espressione più tragicamente finita: un’oltranza continua di senso, con testi di grande fascino e apertura a una pluralità, anche discordante, come è giusto che sia, di “letture” possibili.

*

30 SETTEMBRE: PER UN GIORNO DI SOLE

a F M

La voce… È la tua voce. Non ti sento…
Tu mi senti? Ti sento aprire la bocca
Come un pesce fuor d’acqua. Mi saluti,
Non commiati. Questo significa che senti.
Capisco! Non voler parlare, ora, è preghiera:
Soltanto un atto di forza, fratellanza
Col dolore che fa a pezzi un requiem…

Siamo usciti dai telefoni, caliamo nei
Respiri… Benché la vita non si perde,
Restiamo nel groviglio senza raddrizzarlo
Mai. Ma tu non molli!

L’hai trascinata dalle concerie del pianto
Ai distretti del Nord… Ti hanno avvelenato
E anche l’aria si è fatta precaria… Nella
Chiarezza dei tuoi intenti c’è una parola
Dal battito carnale che ritorna sempre:
Amare, memoria di un giorno sole che
In ospedale chiede di esser convocato.

Solo settembre è finito


NELL’ORA DI VISITA

Buio, buio pesto,
Questo è il cominciamento.
Nessuna oleografia,
O panegirico,
Mi spinge in un emblema
Senza figuranti né passione…
E non cerco pensieri poveri
Da breviario filosofico.
Gli ospedali sono tutti uguali…
Un’angoscia di risposte severe
E medicine per arrivare a domani.
*

Un’unghia, un lembo di benda… la tua carne
È coronata da immense giornate di febbre.
I sogni analfabeti, dalle facciate nascoste
E dalle voci in aria che ti chiamano,
Scivolano giù da displuvi fatti apposta
Per non sembrare campati in aria.
Sottilmente si chiarificano i segni sulla tua pelle.
Ogni ora, mi dici, è l’ora che ti attende.
*
La stanza d’ospedale nel piatto della mensa.
I tubi alle narici e giù nella sacca dell’urina,
In bilico, la tua sostanza fatta di silenzi
E di occhi fissi a ieri,
Al punto dove eravamo rimasti.
Una serenità insensata
Tra i letti della stanza celestina,
I mobiletti a schiera… e un santino scarno
Poggiato al bicchiere (le altre
Hanno già mangiato
E messe al riparo sotto le coperte
Fanno orecchie da mercante).
Tu non mangi neanche oggi
Svezzata da una nuova flebo.
Sgoccioli dall’alto in basso
Bucata e martire.
*
Studio una fuga… meschina
Come un passatempo. Buttandomi fuori
Dall’ospedale cercherò un fioraio.
In questo albergo di rassegnazione
L’odore di mercurio si adagia dolciastro sulle cose
Con un ordine cieco.
Ingranaggi… cateteri e lamentele
Nell’ora di visita… l’infermiera è lontana
E i tuoi occhi in debito d’ossigeno.
*
Le dure risposte senza vacanze,
E fuori il sole di queste giornate
Gelide e cave…
Quello che nasce e che muore è un pendolo
Tra un nastrino azzurro o rosa,
E una stanza grigia in una guaina nera.
Non credo che l’aria cambierà così presto
Da farci annusare un paradiso per scherzo.

AL CAPEZZALE DELLA MORTE

Al capezzale della morte non si nicchia.
Siamo nudi, vecchi, e abbiamo dolori
Reumatici. Si sentono gli annegati
In una bara e gli antistaminici. Tutto
È nulla per questa gola profonda che
Ci risucchia, per questi drappi di marmo
Nel bel mezzo di una gita nello strazio.
Al capezzale della morte non c’è nessuno
E ciascuno porta la sua ombra dietro
Al feretro che si lascia passare perché
Uno si è fermato, uno che è nessuno
Con tutta la sua storia, chiusa nella sua
Bocca livida… al capezzale di ogni anima.

da GIONA NN

Dimenticarsi di noi passandoci davanti senza aver lasciato traccia. Un presagio di temporale o una macchia di sangue sfacciata… Qui finisce la terra comune e l’orecchio ascolta il sangue che batte nella tempia. Si tiene nell’ombra e quasi se la prende… La cripta di sangue che unisce le vite scortica il pavimento, cade sempre più dentro, costruisce una bara nel ventre. Si può cercare un Malgrado-Tutto! La scorciatoia è sempre migliore dello scorsoio o di questo acre odore di santità. Ma si deve riprendere possesso, rivendicare le proprie forze? Potere è anche poter fare a meno…? Sprecare il tempo a modellare un’argilla liquida per farne un calco a futura memoria è sonante sconfitta… Hai mai provato a stare in piedi in un vuoto? Quasi sperare che qualcosa muoia per tirarsi fuori

Da NOTTURNI

Nelle stazioni notturne le stelle fanno
Pendant con i ceri di candele nelle cripte
Degli uomini-cane. Per terra, per accalorarsi
Con la polvere… crateri bolsi di quotidiani
Senza preghiere cercano un canto il più
Possibile vicino all’annientamento.

*

Sul volto butterato buchi e cumuli di una terra
Disertata. Ma da te, dalla tua parte cresce
Un fiore nero, che è forse l’ombra di un
Fiore sovrapposto alla tua ombra.

da L’UOMO-NERO (voce fuori campo)

Dai confini squadrati del Nord-Africa,
In balia di nuove colonie, abbassi gli occhi…
Chi consce la ferita della storia viene
Da una fila. Ora, fai il bracciante, resta
Fermo nel grezzo del fango agglutinando
Le vertebre. L’oro-rosso approva le tue
Spalle e le mani di argilla… Dal buco
Delle statistiche vengono uomini di luce
Che dileguano nelle voci dei campi…


da DALL’ALTO

Nasce qualcosa dalla lacuna dei sogni.
Lentamente retrocede dallo specchio
Un corpo. Più lontana cade una piuma
Perché un uomo dall’alto si è lanciato…

*

Svoltato l’angolo (mentre sibila il vento
Nell’orecchio) all’incrocio con le strisce
Pedonali un uomo è caduto… Intorno
Una ressa di voci, approssimazioni,
Calcoli balistici… Mentre il rosso-spugna
Assorbe la polvere, il male (sempre lui!)
Si ritira e va a fondo.

*

Una pietra cade dal muro e si spacca.
Una l’identità, molteplici i frammenti
Del profondo… E viene fuori una verità
Clinica: non ci sono sogni
Sotto la volta cranica.

da CUMANA

Una lametta da barba blu sulla linea molle della battigia arrugginisce con una lima da unghie. Un discorso lasciato a mezzo tra le cancellate di un lago in prigione e il mare deserto ha la scaramanzia nel petto e poca convinzione. Scivola indifferente su binari e manifesti elettorali… Parte la cumana. Comincia una carneficina in lembi di terre sconsacrate. Ginestre, ruggini, smottamenti e nessuna cognizione: ogni giorno da un finestrino finisce al solito come una finzione. Un lago muore. Un lago nasce. Un altro lago muore. Qui non splende mai il sole, dicono. Sento una cicatrice buia sulla pelle del tufo. Neanche un rumore, quasi una morte non clinica da questo Averno.

*

Sotto le rotaie il sole scricchiola come lucidi gusci d’insetti. La Terra resta alla terra. Un cane lupo si addenta. Sono chilometri cannibali a infierire la carne cumana verso Pozzuoli.

Per la voracità. Per la debolezza. Per un semplice-difficile bellezza. Banale cafonata. Pelle a pelle. Mascella a mascella. (Ma con i denti non si bacia). Sopraeleva, cade, rialza. Demolisce. Il pane che non sfama si chiama sangue. E ama.

da A FAUCI APERTE

Dalla seconda classe, suites di lusso,
Clandestini, il porto gira intorno le sue
Rotule di boa. Lo scheletro di un cargo
(Le costole di lamiera) racconta a proprio
Modo la storia delle anime.

*

Seminudi sbottonati seduti ai bagni pubblici
… Enormi falli alle pareti smaltate istoriano
L’amore con pelurie stilizzate. Dentro,
– Ti amo, uno fa. E l’altro lo risucchia…
Un corpo-a-corpo che morde fino all’osso
Ogni giorno partorisce una smorfia
Dai pesci a fauci aperte…

*

La traccia del sangue di una siringa vicino
Al faro annida larve di zanzare
Che già domani maturano nell’ago…

da MOVIMENTI PER ANNEGATI

I santi rinchiusi nei loro nomi, con le tuniche nere sotto cieli bianchi, nelle discariche non fanno vendemmia… Ancora un’altra luna in quel fondo scuro d’oltremare… Ancora gabbiani silenziosi tra piatti freddi e pianti muti. L’orecchio è sordo la notte è grigia. Nei preconfezionati ai frutti di mare si affolla di insetti. Poi le zanzare si riversano in sottovuoti notturni per mescolarsi alla calcolazione dei ragni che è gelida… Il brusio si riappacifica solo quando ha bevuto il sangue che le manda alla forca.

*

Di mare in peggio. Respirano e cadono l’indaco e il silenzio. Respirano ancora, poi, urlano… (Puoi riconoscere il profilo della morte da un bagliore improvviso, saturo di pioggia). Veleggiano e si infrangono… Il cielo rigurgita stelle nel budello di nuvole. Affonda l’oltremare nella confusa ressa della notte. Gli annegati non spengono l’ultima sigaretta e non sognano fondali puliti… Una luce in mezzo al mare si riconta a partire da meno-infinito.

MURO

Si è fermata davanti, una nebbia fitta aperta
Dal volo di nessun uccello. Tiene chiuse
Le stanze dalle voci e a porgervi l’orecchio
Si sfoglia come petali. Una carta di pergamena
Scricchiola dalle sue trame un sentimento d’isola.
(Qui non c’è nessuno). E la mano cerca il varco,
Strofina la granulosa consistenza, ferma la luce
Nel palmo. Toccare non conta, lo specchio ti
Tocca spanna dopo spanna e accende la sagoma
Al riflesso. Bianco dietro bianco una nuova nebbia…
(Non siamo fatti per fermarci ma per attraversare).
In assenza di prospettiva come in mancanza d’aria
Il dorso strofina l’ombra e l’ombra beve la superficie
Sempre più chiara, più vicina e dura.

19 pensieri su “In Itinere – Davide RACCA

  1. adrianopadua

    Azz che selezione imponente! leggerò con calma e attenzione intanto davide ti faccio i complimenti per il primo testo, stupendo. ciao

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  2. Luca Ariano

    Anche io non ho letto tutto per moltivi di tempo!Molto interessati le poesie che sono riuscito a leggere. Ma si trovano in qualche raccolta? Mi piacerebbe leggere un corpus. Complimenti a Francesco Marotta per l’analisi critica e a Davide Racca che conoscevo solo di nome.
    Un caro saluto

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  3. davide racca

    grazie adriano…

    @luca ariano

    caro luca, non ho mai pubblicato, salvo che su internet. colgo l’occasione per farti i complimenti per le tue riproposizioni di poeti importanti e semi-obliati.

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  4. davide racca

    Inoltre ringrazio Francesco Marotta, e la sua volontà che si getta sempre al di là dell’ostacolo…

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  5. carla

    questi versi, il mio dire….

    e sempre una forza permane
    al di là del più estremo dolore
    la forza che è vita che implora
    la forza che sa del tuo nome

    e battiti implora la notte
    -codarda nel buio-

    Ma tu mi diffondi la luce
    presagio del bene
    mio giorno…

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  6. fabry2007

    questo è il tipo di poesia che sento più vicina. poi magari la poesia lontana ci educa, ci porta fuori, e-staticamente, ci libera da noi stessi; ma questa la sento carne e sangue, ogni parola è intrisa di realtà come la vita vera:

    “In questo albergo di rassegnazione
    L’odore di mercurio si adagia dolciastro sulle cose
    Con un ordine cieco”.

    è lo stile che amo e in cui mi riconosco: affamato di vita come sono, leggo nelle parole la stessa fame di una verità che sfugge e fa male, ma, lei sì, libera davvero.
    grazie a Davide e a Francesco.
    fabrizio

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  7. davide racca

    grazie a Carla e a Fabrizio Centofanti.

    quando sento una realtà, l’impressione è quella che tra le mani mi resti sempre e solo il “negativo” di una foto scattata. dal “negativo” si possono vedere tutte le cose eccetto i colori. le immagini decantano nell’ombra. acquistano una profondità inattesa. ma è pur sempre il “negativo”… qualcosa che mi lascia incompleto. però, ringrazio in particolare Centofanti quando dice di una parola che “libera davvero”…
    perchè il “negativo” in controluce sprigiona tutta la sua forza vitale.

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  8. fabry2007

    io la chiamo “ombra”, junghianamente.
    grazie, Davide. sarebbe interessante un confronto sul tema con Mauro Ferrari.
    a proposito, ora posto la locandina di Gabriela Fantato.
    saluti a tutti.
    fabrizio

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  9. carla

    ho riletto queste tue poesie, ieri è stato molto istintivo ciò che ti ho scritto, quell’aria di ospedale delle prime righe mi ha scosso, mi ha fatto vedere, con tutta la forza che solo un’immagine evocata può contenere, la realtà di un dolore.

    Ora, col distacco, riesco a vedere tutto il resto, il tuo sguardo ampio, questo interrogarsi senza resa, lucidamente e in solitudine – potere è anche fare a meno…? – hai mai provato a stare in piedi in un vuoto? –
    Ma questa solitudine è anche un guardare oltre, questo guardare dalla parte dei deboli, dell’uomo definito l’uomo nero, ma che di nero in fondo resta solo il colore.
    Lo sguardo, il nostro, cerca il lato che ha più luce.
    Il muro , che chiude la sezione, è di una bellezza estrema.
    Come giustamente dice Francesco, questa tua poesia ha la grande forza di lasciar trasparire sentimenti diversi ad ogni persona che ti legge,
    sempre nuove immagini, nuove stanze da attraversare.

    Vi abbraccio
    carla

    Rispondi
  10. francesco marotta

    Gian Ruggero, sono felice che i testi di Racca ti siano piaciuti. Così come sono convinto, ad esempio, che anche la sua opera pittorica e le sue ricerche grafiche incontrerebbero il tuo apprezzamento. Rimane il rammarico, comunque, per il fatto che una piccola antologia, per quanto curata, non rende mai completamente giustizia all’opera di un autore. Non mi è stato possibile, infatti, inserire testi tratti dalla sua opera “Vincent” (una delle cose più belle lette negli ultimi tempi); così come anche “Giona”, di cui ho inserito un testo, meriterebbe una lettura integrale. La realtà più bella in assoluto, a mio modo di vedere, è che Racca (e tanti altri come lui) non disdegna minimamente il confronto coi “maestri”, e cerca una sua precisa autonomia di voce e di segno attraversandone l’opera, dilatandone all’inverosimile le intuizioni.

    La rubrica che ho chiamato, non a caso, “In Itinere” (e che ho inaugurato con Carlucci) vorrebbe essere una vetrina di scritture che recano già i segni forti dell’essenzialità e della necessità, pur in mancanza, in molti casi, di materiale a stampa e di pubblicazioni cartacee. Sono, come potrete vedere anche in seguito (ad iniziare dal prossimo post) autori diversissimi, dai quali, a mio modo di sentire, è lecito attendersi moltissimo in proiezione futura.

    Grazie a tutti per la lettura e l’interesse. Uno dei meriti, grandi, della rete, è proprio nella possibilità di poter dare conto dell’estrema attuale vitalità della poesia italiana, pur nel disinteresse quasi totale della grande editoria. Mi consola il fatto che a perderci, e di brutto, sono solo loro.

    fm

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  11. vocativo

    Ad intuito mi sarei aspettato prima o poi una selezione delle poesie di Davide su questo spazio. E’ vero ciò che scrive Francesco, sulla difficoltà della selezione a restituire il respiro di un progetto. E’ vero per qualsiasi autore, ma ci sono cose che ci perdono più di altre. Giona, ad esempio, come tu hai fatto notare, è una delle più penalizzate. Tuttavia è reperibile intera sul blog di Cepollaro. Merita la lettura integrale, perché è davvero una forma di scrittura incatalogabile e di grande fascino e compiutezza.

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  12. davide racca

    caro Francesco, la selezione è già abbastanza lunga… se metti altro, qui ci cacciano a pedate!

    caro Luigi-Vocativo-Metropoli, qunado ho scritto il Giona ero, io, in uno stato “incatalogabile”… e poi è arrivata la fine; ma la vera fine, per me, di quel testo, è stata quando Cepollaro con la sua lettura me lo ha finalmente alienato, allontanandomi dal “rischio” solipsistico dello stesso.

    ringrazio per la lettura Manzoni, Lorenzo e a Carla vorrei dire, in particolare, che se una poesia ha seminato un’altra poesia, allora siamo su un terreno fertile. e in più, sull’ultima poesia, il muro, è, per me, una condizione dove l’affresco o la pittura murale, ma anche i graffiti metropolitani e i minima moralia – in senso osceno – restituiscono una prospettiva primordiale di attraversamento e comprensione di ciò che ci circonda e ciò che siamo.

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  13. Luca Ariano

    Bene Davide, grazie!Se in futuro mi farai leggere alcune tue poesie mi farò molto piacere, tramite Francesco oppure alla mia mia email. Buon proseguimento! A presto
    Un caro saluto

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  14. samuel

    ciao davide
    bravo per il tuo lavoro ti seguo attraverso il net…
    pecato che non ti fa più sentire
    nonno sam

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