In Itinere – Massimo ORGIAZZI

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In Itinere – Massimo ORGIAZZI

Massimo Orgiazzi
(Torino, 1973)

“un volto lo si sceglie
ed è le doglie di via: la frontiera”

*

Tutto quello che resta dei giorni.

Ciò che resta dei giorni, è un reale intravisto, scoperto per caso tra margini in ombra; poi esplorato, afferrato, stretto forte tra le dita, riportato alle labbra per dare nuove svolte al respiro. Ciò che resta, è l’attimo in cui anche la tenebra diventa chiarore, risplende nella conta delle sue ferite e si dispone al silenzio, si acquieta, in ascolto della vita che scorre, del mondo di sempre che pianta le sue radici d’aria in terre di memoria. E’ quello il tempo in cui la lingua si rivela a se stessa, e il suo alfabeto segreto aspira a farsi segno e senso, la traccia che rimane nella dimora di un verso. E’ allora che i passi si arrestano, e le mani iniziano a frugare il cielo delle immagini superstiti, per estrarre “giorni splendidi di rame / da questo vento”, tutte le cose, i volti, i gesti, le ore che mancano all’appello, quelle “cui accenniamo da sempre / col morso / nella notte, tra i denti”. Sono specchi franti di esistenza che si ricompongono a ritmo di voce e di echi lontani; sono vertigini arborizzate di assenze, evase, in forma di spasmi trattenuti, nell’opera di semina che guarisce l’oblio, il bianco della pagina muta che le accoglie. E tu sei là, è là che ritrovi il filo dei giorni, la trama di ogni dire, “dove parole / dimenticate morte / hanno un nuovo nome”, cantano l’opera che urge di tutti gli astri possibili, la riva che si nega e si propone a ogni naufragio, il destino della rosa che argina il tracimare di tecnica e metallo, gli occhi che vi si adagiano, come manti, per riscaldare d’ali l’ombra che il lessico geometrico inchioda alle croci della terra. E tutto ciò che emerge, e scampa al rogo delle sabbie, è la cadenza antica delle zolle, l’orma sul sentiero, la neve che invita le stagioni a farsi spazio, la corrente dell’erba che traghetta oltre l’infanzia: è “la terra di qui”, un altrove che è il presente mobile di ogni ricordo, pronto a farsi filo aguzzo di spina e carezza di linfa, una mano notturna o solare che serra nel palmo il presagio di un altro amore, una purezza che “taglia in due tutta una morte” e si desta, si offre a nuvole di fertilità, “concima cieli a se stanti”, inviolabili, inviolati.

Allontanarsi dalla consuetudine, dall’abito sdrucito che deforma volto e profilo; deporre la maschera quotidiana, per concedersi a un lampo d’incanto, al chiarore di un mondo restituito alla sua infanzia, ai segni della terra, ai suoi glifi che parlano lingue oggi inudibili, perse per sempre, arrese ai deserti senza oasi di prolungati silenzi: non per evadere, e vivere l’attimo di sogni che hanno consistenza e durata di scintille, ma per armarsi della forza di rifiuti più grandi, fare ostacolo e resistere a ogni minaccia: solo per procurarsi argilla, acqua e voce, per riscrivere il cammino dei giorni, riplasmarne i passi, affinché si tendano, come fa la fonte verso la sete che la fa esistere, al richiamo fraterno e dolente delle nostre labbra. E’ un sogno che si insinua tra le pieghe, e le piaghe, del reale e si fa materia vivente, anima, soffio che protegge il pozzo della vita, tra “alberi – impianti / che custodiscono pioggia” pronta a spegnere ogni arsura, così come il cielo custodisce lacrime per farne lumi, e la più piccola foglia la sapienza antica delle stagioni per ricamare albe.
E’ a quelle distese da navigare che la pupilla guarda, specchiandosi come una vela sopra l’onda che la travolge e la sostiene: per “cercare nello spiovere del mare / il fronte aperto / la speranza delle cose”, senza dimenticare che noi siamo, e saremo, sostanza di voci ferite, che “noi eravamo – ricordi? – la scelta / lasciata smagrire per sbaglio / in una lesione di cielo”.

E’ la speranza la linfa dei giorni, una speranza che si alimenta di memoria: perché anche quando “non c’è verso che satura a spiare / la perdita di fiato della sera”, anche quando si può soltanto guardare il solco, sempre più profondo, che le cose lasciano, come una ferita, scivolando via dalla mano, rimane il dire sotterraneo che regge lampade su corpi d’insonnia, nella veglia che non si appaga, e freme, come acqua sospesa tra porto e deriva: è in quello spazio, labirinto che custodisce ogni somiglianza, che si affronta la notte; è allora che “un volto lo si sceglie / ed è le doglie di via: la frontiera”; è un passo che si allontana, insieme ai giorni, senza dimenticare le carte naufragate che bruciano alle spalle, quando “scriversi versi era vivere bene / dovunque, sedersi nel mare / di prati e farne cancrena”. Ora, invece, rimane solo il tempo di dare vita alla vita, lavare ogni delusione, ogni oltraggio, nella sorgente inesauribile dei fiumi di ieri: è tempo di rimettersi in cammino, negare l’aiuto agli inverni che costruiscono lacci di gelo, raccogliere in volo tutto ciò che a quelle catene si rifiuta, fosse solo una parola taciuta, refrattaria al dire che ne fa sonno impaurito. E’ tempo di andare, stabilire la rotta, le stazioni di sosta: per quando “occorre /… / fermarsi dall’alto a guardare / nevicare l’estate”.

Francesco Marotta

*

Da RELIQUA REALIA

HoursSwap

Ho estratto giorni splendidi di rame
da questo vento, agli spigoli di ombre
da sciami di montagne,
dal Sesia arroventato di distanze
rovesciate: abitati da bambini
sulla ghiaia, a fatica chini,
manager di ore:
rimangono ridetti tutti
i passaggi finiti di un’opzione
che si scioglie: che io faccio – albore per albore.

*

Miopia
Abbiate cura degli argini,
se ancora lo potete. Custodite
i muri, i confini fragili.
Oltre è paura, è furia.

Fabio Pusterla, Bois de la folie

Ci affezioniamo a colori di copertine,
accarezzandole: a cellulari,
promettendo loro di non ucciderli mai.

Poi aspettiamo che le cose perdano
il loro intorno, si smontino piano,
diventino il bordo di un’allusione,
il labbro spaccato, il dorso d’incontro
cui accenniamo da sempre col morso
nella notte, tra i denti: la paura
con infiniti proventi sbagliati di sonno.

*

Eileen

L’antichità è lunga:
simula il tuo sorriso, spunta
nel giorno steso vivo sugli infissi
d’un ospedale.
Questa notte sei stata dove parole
dimenticate morte
hanno un nuovo nome;
un battito d’ali che asciuga il sole.
Tiri su con il naso
da farti venire il batticuore:
però il consorzio agricolo, il caffè
riarredato, i tuoi occhiali da vista
e il ricordo del tatto sulla tua mano
lacrimano la sera su una scritta:
email me asap, con un fuoco lontano.

*

Orli

Abbiamo linee addosso
io e te, linee di fondo –
ed estraiamo da grida di corvi
gli orli di un volto,
biforcazioni di un unico sonno.

La terra di qui, che s’allunga,
schiena frontiere di anni
taglia in due tutta una morte,
concima cieli a se stanti,
prendendo a se i due estremi della notte
faina.

Tu sola che spingevi appena
sfiorandola – la carrozzina.

*

Ritratto di noi stessi

Un sole largo si rigira in acqua:
ha un peso in pagine
che smonta fino alla grazia
ben oltre la fiacca
a conferma dei crolli nelle estati
di tutti i silenzi d’ufficio, pomeridiani, spaiati;

fa passare ai capi elettrificati del cielo, alianti
di carovane, convogli di ricorrenze
in cerca del muscolo, delle cose, tra le pietre,
le ostriche e i nostri inquieti
martìri gemelli – infranti di spalle;
riesuma ombre di pròtesi,
batteri maturati come ipotesi di amianto.

L’aria – lei – migra sul filo più stabile del mondo
in sciami di frangenti minuscoli, proiettili
di formule e cervello
tra pozze cadute dal cielo e zone più povere di realtà.

E come ci stavamo sopra, noi
sorridendo,
è un semplice ricordo: come su una diga di coltello
contro crampi di ferie, attualità;
le ottiche centrate in pieno dallo scopo
in un feedback di orizzonte smerlato da poco
su cui se ne vanno rimorsi
come fabbriche distanti
nella calura; alberi – impianti
che costudiscono pioggia.

Tre, le miriadi di croci intraviste
sul cemento:
noi siamo otturazioni di ritardo,
bancarotte del tempo.

*

Electio dierum

Sono belle le tre del pomeriggio
ed è un disastro l’essere chiamati
a credere nel pianto che viene a piovere
tra i tempi, come un incrinarsi di bicchieri.
Ci sembreranno sacche, stupidi orbitali
di labili facciate rase al sole;
ci sembrerà dolore
di ottima qualità
sentendolo migrare come masse
d’alghe in profondità
color dei funghi morti, delle micce spente;
oppure splendere di inerzia propria
dagli urli più importanti crepati per capriccio.

Sarà per una volta una questione
di travisamento della descrizione,
di cercare nello spiovere del mare
il fronte aperto
la speranza delle cose
le ferite membranose, le attese, i crampi
del rumore, il punto dove
si toccano le curve delle pagine
in mezzo ai libri,
la cuspide parola. Una voragine.

Vedi, ecco: una follia da poco sventola
sul fondo, sbandierando l’universo
magro, si vede dentro, bene aperto:
spicca ogni mia domenica ridicola.

*
Resa ad una sera virale

E’ già uguale a tutto – e ne vuoi dire
della notte che attracca
ai campanili e stacca
brevi parole suicide; uccide
le tracce, le spore del pianto anteriore
succhiandone copie precise
quanto malfatte
e fallaci, sfiancandosi dentro
spingendo nei timpani, intasandone il tempo,
il comunque limato, onesto, in fondo imparziale ed offerto
disossato, attraverso.
E pure dura delicato, pizzica
appena e si conserva nel fiato,
nell’orlo al fondo radioso di cosmo insufflato,
nello stare domenica
sempre.
E cresce – sembra – in un riso
rifatto, semplice, cavo
d’ingombro, a cucchiaio:
poco più in là spunta esatto e preciso
il buio: dalla sua schiena possiamo
vedere tutto il secolo scorso,
un sorriso scassato, un rimbombo
solare di dopo pranzi in un torpore già morto.
Noi eravamo – ricordi ? – la scelta
lasciata smagrire per sbaglio
in una lesione del cielo, un cifrario
d’intraducibili, minimi strilli.
Ed ora stiamo ad ascoltare fasci
di settembri incastrati nel sonno leggero,
le desinenze del fresco, le classi
di senso tra le migliaia di nuche del testo.
Ma è l’altra la vita: è aspersa
di fianco, ravviva a poco a poco lucore
al limite d’angolo di visuale. Sarà diseguale,
crollerà nei giri dei camposanti. Negli aerei al sole.

*

Non c’è verso che satura a spiare
la perdita di fiato dalla sera
dalla fionda di pose strane
in questo tuo locale che condensa

bore violente e dance da madrigale
::
Non c’è forza che sia più forte e spanta
di questa aorta dentro il sole
che si pianta con un secondo solo
di ritardo nel profumo

del tuo, del mio vasto tatto
::
Hai mai saputo il nome di qualcuno
facendoci l’amore ?
Te lo dico io mentre ti bacio
tra le luci allungatesi nel cuore

di questo male che è ripetizione
::
left realities dal conto errato di colore

*

Quindici candele

Ironia della sorte averne storia
libera da mali aperti mentre la si compila
tu insistevi – nel lampione vecchio, la si sbroglia
dal nocivo, dall’odore di riviste e scale
in legno, dal profumo stellare di mia nonna
dal buio enorme, dal latrare
di ringhiere e della torma
di tempeste e grandine di due giorni fa.

Ironica, la lampadina a quindici candele
vela debole un bolide di scuro
schiantato qua da millenni, ere
gonfiato a dismisura nella terra, a rinculo
dei ricordi che si scontrano

tra noi, che eravamo
soliti salire insieme la mulattiera
rimane l’alone sotto il cerchio di ceramica
tu che parli al bisbiglio, un fiato
che può bastare, ora
alle corse notturne per paura,
per l’occhio solo che hai mentre ti bacio,
per un mazzo di carte, quindici cicale,
alla briscola di questo squarcio di mondo
che ‘stanotte non ferisce, non prevale.

*

Hell in repeating

Eccolo l’inferno, libro chiaro:
l’ho allineato amaro
goccia a goccia, di pioggia
di selciato estivo
di schiene morte in pietre
di enormi vomeri animali in selce
e vivo, di fuoco umido, d’odore
spento, di recedere e ridarsi sempre
in circolari cecità irredente
di gole aperte e schianto.

Eccolo: a me presente,
figlia: il tuo fiato d’occhi d’osso
segue un padre storto
malandato. Certo: lo era.
Lo è nel muoverti, le medicine
in mano: un volto lo si sceglie
ed è le doglie di via: la frontiera.

*
I quadrati di sole lasciati a veleggiare dalle cime

Valsesia è ombrosa di nuvole esplose
gloriosa di luce radiata dal retro del sole
punta da ore
nuove, mediane
e gradate di cuore, d’inflazione
di scheletro, ossa di cose.
:
Ma sono molti a capire
con precisione il meriggio,
il confine del giallo
dove è durata un sorso
di vetri, una boccata di lago.
:
In un’intervista
colloquiale il pastore
lamenta l’umore
dell’erba, un agosto di rogge,
lumache fattesi esplodere piano
nel nocciolo curvo di un temporale
agendo contro l’inverso
procedere corto, un tonfo di tempo
capovolto.
:
Serve urgente un passaggio
giudica un matto
che ha lasciato deserto
il passeggio restando,
colophon d’un miraggio
nel pizzico elettrico
azzurro, pomice d’aria, di pianto.
:
Era la fine d’agosto,
un ciclo sfrangiato di limiti,
tuoni, larghe scoperte:
scriversi versi era vivere bene
dovunque, sedersi nel mare
di prati, farne cancrene.
:
Il commerciante ricorda:
i nobili del posto erano al fondo,
in equilibrio nel centro del vomito
forti avanguardie del rombo
di vuoto nelle valli
tra ragazzini
sicari di capriole, di salti.
:
Le montagne contrarie
non sono che screzi di malattie
dell’acqua nei laghi
screensaver della sera, del ponente
nell’autorità di tutti i crinali,
estesa per androni, sistemi stellari,
battente.
:
Aveva imparato infine a patire
i nomi, le loro frontiere,
schiudere il sonno tra le porte,
gli ombrelli, le saliere.
Ora vendeva i suoi mali
ai battiscopa rigonfi, alle prese,
abbandonati villaggi
di soli caduti inesplosi, fondali.
:
Occorre introdurre più cauti
quadrati nel sole,
fermarsi dall’alto a guardare
nevicare l’estate di stanche, l’odore
di banchi salati
tra le piaghe più ampie dei monti.
La libertà da lassù non compare:
sta nel volere l’agire,
la vita a riverberi
trilli di spazi, di anni, frontiere oltremare.

*

28 pensieri su “In Itinere – Massimo ORGIAZZI

  1. lucaariano

    Non conoscevo molto bene le poesie e la poetica di Massimo. Davvero notevoli questi versi. Piacevole sorpresa di conoscere un “nuovo poeta”, secondo me, molto interessante. Penso sarà una raccolta importante! Complimenti a Francesco per la scelta.
    Un caro saluto

    Rispondi
  2. Francesco Marotta

    Grazie Luca, anche e soprattutto per la dedizione e il rispetto che metti nella lettura del “lavoro” degli altri. Sappi che, da parte mia, c’è lo stesso, identico atteggiamento nei confronti di ciò che scrivi come poeta e di quello che dici nei tuoi commenti. Oltre alla stima profonda per la gran bella persona che sei.

    Massimo Orgiazzi è poeta di assoluto valore, per quanto mi riguarda, e spero che si decida a pubblicare presto il suo primo libro. Ci sarà veramente molto da leggere, te lo assicuro. Ti dico solo che ho sotto mano, da un po’ di tempo, una sua piccola silloge che ritengo una delle cose più belle e interessanti che ho avuto modo di leggere negli ultimi due anni. Ci sarà modo, più in là, per farvela conoscere.

    fm

    Rispondi
  3. lucaariano

    Grazie davvero Francesco per le belle parole! Mi lusingano molto e le sento sono dettate dal cuore, cosa che me le fa apprezzare di più. Di questa raccolta di Massimo me ne ha parlato un mio amico critico e poeta molto bene: raramente si sbaglia sui poeti “cavalli di razza”. Avevo letto qualcosina sul blog di Gianfranco Fabbri l’anno scorso e questi versi qui sono stati una piacevole sorpresa, davvero! Allora attendo la pubblicazione del corpus.
    Un caro saluto e buon lavoro ad entrambi

    Rispondi
  4. Massimo73

    Che dirvi: grazie per quanto avete scritto. Francesco, non posso che tornare a ringraziarti, soprattutto per la fiducia che porti nei miei confronti, cosa che per un rapporto tra persone come c’è tra noi, con la stima che ne sento, è cosa molto importante per tutto il mio possibile percorso e dedizione nella scrittura. Non sembra, ma conta anche e soprattutto questo: raccogliere un motivo, un’ispirazione: di più, la ragione per un entusiasmo che non va lasciato spegnere, per il valore, il calore che promana. Mi auguro di arrivare a pubblicare davvero questa raccolta. Ancora un grazie sincero.

    Rispondi
  5. lucaariano

    Hai ragione Massimo, si scrive anche per passione, perchè si ha l’entusiasmo e la voglia di farlo, senza pretese di far letteratura. Se uno scrivesse solo con quell’intendo, a tavolino, ne verrebbe fuori una raccolta artefatta, magari anche ben scritta, ma solo un mero esercizio scrittorio – secondo me – destinato a lasciare il tempo che trova! Lì sta la vera grandezza del Poeta, quello che fa Letteratura senza magari esserne consapevole, cioè, che si lascia trascinare, anzi attraversare dalla poesia, senza programmare poi troppo…
    Un caro saluto

    Rispondi
  6. alessandro ghignoli

    prossimamente su “L’area di Broca”! spero non ti dispiaccia, caro Massimo, un po’ di pubblicità!

    un forte abbraccio

    Rispondi
  7. elena f.

    Sarà per una volta una questione
    di travisamento della descrizione,
    di cercare nello spiovere del mare
    il fronte aperto
    la speranza delle cose
    le ferite membranose, le attese, i crampi
    del rumore, il punto dove
    si toccano le curve delle pagine
    in mezzo ai libri,
    la cuspide parola. Una voragine.

    qui dove s’incontano ed esplodono fondendosi senza confondersi parole in una parola sola
    poesia

    grazie massimo

    elena f

    Rispondi
  8. elena f.

    e grazie anche a franceso che ci fa vedere i percorsi invisibili dentro le pieghe della parola

    saluto tutti
    elena f.

    Rispondi
  9. vocativo

    Auguri a MAssimo, allora, sperando giunga alla pubblicazione della silloge molto molto presto.
    La tua poesia è come il mazzo di carte e la briscola che si gioca in un tuo componimento: familiare, domestica, ma poi cala l’asso, il lampo, come un agente atmosferico, un fenomeno naturale (noto anche una certa attenzione alla tua terra, nelle descrizioni).

    “Ciò che resta, è l’attimo in cui anche la tenebra diventa chiarore”.

    Francesco ci prende sempre…

    Rispondi
  10. fabry2007

    “Questa notte sei stata dove parole
    dimenticate morte
    hanno un nuovo nome”.

    un cammino fatto anche insieme per cercare quello che non si vede, sepolto dalla banalità di tutto ciò che è contro la vita, così come la si scorge da un’altra prospettiva, al di là della corteccia dei luoghi comuni, dell’ossessivo ritornello dei media, dell’inganno dei politici, della deriva delle ideologie: un nuovo nome, per ridare finalmente fiato a qualcosa che vale la pena di cantare.
    grazie a Massimo e Francesco.
    fabrizio

    Rispondi
  11. Massimo73

    Un grazie a Giorgio, per quanto scrive.

    A Luca, per la conferma di quanto sento: mai una scrittura vorrei che sia per me altro da passione.

    Ad Alessandro: grazie anche per la pubblicità, oltre che per la disponibilità e l’apertura con la quale mi hai accolto.

    Ad Antonella: così come per Fabrizio, ho imparato molto da te, leggendo le tue cose. Ho cominciato lì a comprendere la scrittura che va in profondità.

    A Elena, che ha preso un mio brano e mettendolo lì lo valorizza ai miei occhi, che era quasi dimenticato.

    A Luigi: sì, non a caso la briscola e la scopa d’assi sono i miei due sport preferiti 🙂 Anche se praticati con difficoltà per assenza di “soci”. Ma è bello che si notino gli accenni ad una terra: sono sempre preoccupato che non si notino, che tutto sia troppo aereo, lontano. E’ davvero positivo, poi, che tu mi faccia notare la questione della briscola come lampo, come asso pigliatutto. Quella piccola “poetica” del lampo era una cosa dalla quale sono partito, ma che poi ho inconsciamente dimenticato. Bello che si riveda.

    Grazie a Franz, poi, per quanto di così positivo scrive e grazie a Fabrizio, perché un percorso insieme lo è anche oltre le distanze che si aprono. Un percorso che mi auguro continui finchè ci sarà concesso.

    Rispondi
  12. A. Padua

    Francesco ancora una volta grazie per queste letture proposte. Quello di Massimo è un percorso poetico di notevole valore, indubbiamente da segnalare.

    Rispondi
  13. carla

    “indicami la via,
    quest’altrove
    – la terra di qui –
    il cibo che
    nutre un palato lenguente.”

    ho letto solo ora
    e apprendo solo ora
    la grandezza di questi versi

    permettimi di evidenziare questi..

    Miopia
    Abbiate cura degli argini,
    se ancora lo potete. Custodite
    i muri, i confini fragili.
    Oltre è paura, è furia.

    Grazie a Francesco e Massimo
    per questo fremere,
    Forte,
    per un bene grande
    la poesia che ci unisce.

    Rispondi
  14. Chiara Daino

    Massimo,

    tra tutti mi ha attraversato:
    «i passaggi finiti di un’opzione
    che si scioglie: che io faccio – albore per albore».

    L’aut-aut di una scelta esclusiva ed esclusivizzante lascia spazio allo sciogliersi (e svolgersi) di un “fatto”. E risplende chiaro il post, il dopo (il passaggio da passi a prassi) collegato -albore per albore.

    E ancora tutte (e quante!) vastità in uno:
    «Noi eravamo – ricordi ? – la scelta».

    Chiedere all’altro conferma di una “passata esistenza” scelta(e continuata nell’imperfetto) e – insieme – domandarsi se soltanto ciò che diventa ricordo è scelta e prova di essenza; e – l’oltre aggiunto – se la scelta di essere un “noi” era l’unica esistenza, ormai legata al passato.

    L’uso dell’interpunzione è tratto con sapienza e consapevole – e un trattino è scelta e può cambiare. Interpretazione. Aggiungere: valore.

    Complimenti ad entrambi, ottime scelte. E si esiste

    Chiara

    Rispondi
  15. Massimo73

    Grazie a Carla e grazie anche a te Chiara, per la lettura che hai dato, concentratissima su un paio di versi: quello che mi colpisce è come certi passaggi riescano ad arrivare più lontano di altri, come la multiforme essenza della scrittura poetica (non per dire che la mia sia esattamente questo, semmai un’approssimazione) consenta variazioni geometriche della lettura notevoli. Grazie ancora,

    Rispondi
  16. lucaariano

    Sì Massimo, lo capisco benissimo, credimi, quello che intendevo dire io – ma forse mi sono espresso male – che non bisogna farne un dramma se nella vita poi non si viene riconosciuti in poesia. Il discorso non era riferito a te, ma in generale, ho visto poeti “distrutti”, deprimersi perchè in vita poco considerati e poi riabilitati (giustamente magari!) post mortem. Era diciamo un piccolo vademecum
    Un caro saluto e complimenti ancora!

    Rispondi
  17. Massimo73

    Antonella, te lo assicuro: credimi 🙂

    Luca, non avevo neanche pensato ad un tuo riferimento a me: il mio era un discorso personale e spontaneo e in ogni caso la penso esattamente come te: “essere riconosciuti in poesia” è un argomento complesso 🙂

    Rispondi
  18. Giorgio

    Penso anch’io che il riconoscimento della poesia sia un problema molto complesso: e non solo per tematiche collegate al mercato. Penso che non sia facile “leggere”, “ascoltare”, neppure per i cosiddetti “addetti ai lavori”…

    Rispondi
  19. paola lovisolo

    “Il discorso non era riferito a te, ma in generale, ho visto poeti “distrutti”, deprimersi perchè in vita poco considerati e poi riabilitati (giustamente magari!) post mortem.”
    fin qui Luca con il suo vademecum che a me pare una buona idea
    e a questo aggiungo, senza permesso, seriamente ma non troppo, che chi scrive poesia dovrebbe pensare mentre lo fa, a se stesso come a un morto che si scrivesse in terza persona e completamente privo di ogni vanesia pretesa terrena, e rimasto presso gli uomini solo per scrivere la siccità di cui fu sete, dell’amore di cui morì, dell’aria che gli venne a mancare ma anche per ascoltare curioso i commenti dopo il suo funerale.
    un saluto
    paola

    Rispondi
  20. Chiara Daino

    @ Massimo:
    Alcuni versi entrano dentro e in alcuni si entra… Rimane il “dentro” dell’autore donato. Grazie a te, dunque.

    …e grazie a Carla, ricambio l’abbraccio che nel silenzio in – canta.

    Chiara

    Rispondi
  21. lucaariano

    Mi fa piacere Paola che anche tu la pensi così! Siamo sulla stessa lunghezza d’onda… 🙂
    Un caro saluto

    Rispondi

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