Il contadino ha faticato tutto l’anno, il cielo è stato clemente e i frutti ora si vedono: eccola lì la vigna, splendente e carica di grappoli saporiti e sani, pronta fra poco per la vendemmia.
E un bel giorno d’inizio settembre il contadino si decide, mette il vestito buono e va dal mercante, perché acquisti la sua uva e ci faccia il vino.
Ma il mercante, degnando appena di un’occhiata il cesto che il contadino ha portato con sé per campione, scuote il capo e gli dice:
“Buon uomo, io della sua uva non saprei proprio che fare… Avrà pur visto anche lei, sui mercati, che varietà si vendono oggi… La sua uva non interessa più… Il vino che se ne può ricavare lo bevono solo certi vecchi, ma se lo fanno in casa e non ne parlano in giro, ne hanno quasi vergogna… Senta, facciamo così, e glielo dico per pura simpatia: pensi a come smaltire in qualche modo quel suo cumulo d’uva inutile; e poi vedremo insieme di studiare qualcosa, di fare un buon lavoro… Per l’anno prossimo…”.
“Eppure mi avevano detto…”.
“Avrà capito male, le sarà parso; càpita… A parte il fatto che le cose cambiano, e guai a non accorgersene in tempo….”.
Allora il contadino, senza più nulla replicare, prende il suo cesto e se ne va. Se ne va nella vigna, a guardarla in silenzio appoggiato a un paletto. Settembre passa e lui è sempre là; passano anche ottobre e novembre e lui non si è mosso di un millimetro, è là in piedi che guarda fisso la vigna, la sua vigna, prendere la muffa, spogliarsi al vento e all’acqua, marcire.

Una bella metafora, in tempi in cui la legge della domanda e dell’offerta si fa verbo preminente, schiacciando destini e vocazioni. La realtà editoriale (mi riferisco alla grande editoria) ne è l’esempio più calzante. Ma la tragedia è un’altra: “l’uva non accetta” della nostra umanità, del nostro lavoro e talento. Penso ai molti giovani seri competenti e ai più forti di loro, che stringono i denti per anni, o emigrano; e a quelli più fragili che vedono marcire i loro sogni. Cosa di dire loro se non di credere, credere, fino in fondo: troveranno un altro “mercante”, capace di apprezzare, o nessuno.
Giovanni
forse bisogna continuare a coltivare lo stesso e magari regalare la propria uva a chi ha davvero fame, o imparare a fare il vino come quei vecchi e berlo in compagnia di chi ne apprezza il sapore dolceamaro della fatica
saluto tutti
elena f
Cari Elena e Giovanni,
le vostre sono “parole sante”, è proprio il caso di dirlo. Il fatto è che ricordarsi di non essere altro che “operai nella vigna del Signore” non sempre è facile, e a volte non basta.
Un caro saluto,
Roberto
ciò che è costato fatica è solo un rifiuto da “smaltire”. è il verbo più impressionante. io, così, per istinto ho pensato sùbito che quel cumulo è la poesia. vi abbraccio forte, di cuore
massimo
Ma suvvia!
E dove sta scritto che c’hanno da comperare?
(e se la nostra merce fosse di molto avariata?)
mario
Sempre stimolanti questi passi!Abbondano le metafore di vita..Mi piaciono molto!
Un caro saluto
un discorso chiaro, Roberto. un pugno nello stomaco a chi, però, ha il pelo troppo lungo per sentirlo.
bravo, come sempre.
fabrizio