
Dopo una «notte oscura».
Apollo non rappresenta la poesia, ma un tipo di poeta. Il mito che lo lega a Marsia insegna che la divinizzazione del poeta vero è autoritaria e violentissima; e che l’esaltazione del poeta mediocre è tracotante e punibile con violenza. Tra la prima e la seconda forma c’è una complicità disumana: lo sfidante non può non sapersi debole in partenza, lo sfidato non può non sapersi maggiore e divino.
Il risultato aspro è più che ovvio, ma determinato con una vera programmazione: il grande e il mediocre condividono lo stesso entusiasmo autoaffermativo e lo stesso egoismo allucinato. Marsia va incontro alla tortura con la speranza di vincere: questa speranza, che mima in piccolo la sicurezza del dio, lo condanna.
In pratica, un IO piccolo ha attaccato un IO grande e l’IO grande ha reagito in proporzione a se stesso. Né l’uno né l’altro sono veramente umani. Né l’uno né l’altro sono modelli. Sia l’uno sia l’altro sono qualcosa e qualcuno in una misura troppo determinata. Le rispettive personalità sono idoli troppo gravi per essere rimossi, e falliscono.
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Questa Foggia, di Polvere –
In sicurezza – Oggi –
Nel secondo Futuro –
Non sarà più persona –
Questa Forma, di Mente –
Piccolissima Area
In rapporto al più largo
Spazio – apparirà –
Queste Specie, Terrestre
Teatro ridottissimo
Per gli strumenti minimi
Dell’Attenzione acuta –
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Diventare una massa
Come l’ultimo Tuono
Che altamente cade
Mentre ogni Creato
Si nasconde: sarebbe
Questo Poesia – o Amore –
La doppia Essenza è una –
Proviamo Due o Nessuna –
Questa Esperienza uccide –
Chi vede Dio non vive –
[ la prosa è tratta da massimo sannelli, La pelle, in AA.VV., Le tentazioni di Marsia, a c. di M. Fresa e T. Salari, Nuova frontiera, Salerno 2007 ; le due poesie di Dickinson da Su un Io Colonna, La Camera Verde, Roma 2007, in stampa ]

“Chi vede Dio non vive – ”
ma cieco con la vista in vista
il grande e il mediocre condividono lo stesso entusiasmo autoaffermativo e lo stesso egoismo allucinato.
un egoismo che uccide, quasi che l’io di ciascun uomo sia a sè stesso immenso indipendentemente dalla vera grandezza che è sempre umile, un io che si impone incapace
Diventare una massa
Come l’ultimo Tuono
Che altamente cade
Mentre ogni Creato
Si nasconde: sarebbe
Questo Poesia – o Amore –
il nascondersi solo può diventare poesia o/e amore
ma chi vive l’amore vede Dio e non muore
saluto tutti
elena f
grazie massimo
davvero bello il testo e le poesie
saluto tutti
elena f
Lo scuoiamento di Marsia, terribile presenza del sacrificio umano nel mito (una delle tante). Ci riporta all’origine remota dell’arte e della poesia nel religioso violento. Cioè nel religioso arcaico. La poesia è sempre stata accompagnata da una vocazione sacrificale, che è l’altra faccia della volontà di potenza. Anche oggi entrambe sono leggibili con chiarezza, anche in coloro che scrivono ne “La poesia e lo spirito”, me compreso.
cari, ciao… il frammento su Apollo e Marsia viene da un libretto in cui Fresa e Salari propongono una riflessione a partire da quel sacrificio (tra i più atroci: e non è rimasto solo nel mito; qualcuno ne è stato oggetto, nella storia). non avevo mai pensato a questa scena, e ho iniziato a delirare; qualcosa non suonava bene; e poi mi sono convinto di questo: Apollo non può che vincere, Marsia non può che perdere; non sono sullo stesso piano di abilità, evidentemente. ma sono sullo stesso piano di ESAGERAZIONE. ed entrambi ESAGERANO. non solo: ad entrambi manca la CARITA’. Apollo è un dio luminoso, ma violentissimo. ora, se Spirito deve essere, deve entrare in tutte le nostre cose…
tutto il bene per voi
massimo
la CARITA’ manca da sempre: cos’è lo spirito oltre ad anima? l’umano delle cose umane e disumane, ecc. le bestiole che non hanno da mangiare, l’asfalto che schiamazza e rende muto un tarlo, lo spirito spiritoso, il motto di spirito, ecc. è trasversale la possibilità di ogni sentimento, dittature a parte. in tutte le nostre cose già siamo: moriamo. Massimo, grazie infinite, davvero, fratello! Marina
“Né l’uno né l’altro sono veramente umani”.
so che cerchi in quella direzione che hai detto, Massimo. dove è difficile stabilire un confine tra violenza e sacrificio, tra dono ed esibizionismo. quel confine su cui ha vissuto Pier Paolo e ne ha fatto una personalità che ha lasciato una traccia, nel bene e nel male. scuoiato, ma alla ricerca di una via che oltrepassi la violenza.
siamo in cammino.
fabrizio
il durante dell’umano è violento: anche qui il punto di vista può sentenziare il contrario. operiamo al male anche in tutta la più cara e sincera buonafede: qualcuno o qualcosa rimane sempre ferito. è l’esperienza terribile di star buttati qui in attesa dell’accalappiacani. e non sono macraba, “una risata vi seppellirà” dissero in uno slogan di un po’ di anni fa i giovani di anni appena fa. la vocazione sacrificale della poesia ne fondamenta tutta la demenza, eppure eccoci insieme.
Tra sacrificio e sopraffazione, tra esubero e insufficienza, quello che riesce poco al “poeta” è stare al pari. E’ un dialogo tra pari che si cerca tra esseri umani e ci si ritrova tutt’al più in una solitudine allargata, quando si esula dalla competizione o dall’inadeguatezza. Vedere troppo o non vedere niente sono il solito tipo di cecità, in mezzo sta la cosa esposta, la pelle, storpiata ma viva anche senza di noi.
Grazie per questa bella riflessione, e per quelle che ne sono seguite
giovanni
7. @ fabry2007
“Né l’uno né l’altro sono veramente umani”.
sì, gli umani sono veramente peggiori.
Grazie, Marina
9.@ Francesca
il poeta è un paria, un liberto e ben più e ben meno di niente. Il pari lo lascia al bene e al male. gli è sufficiente essere stato concepito e partorito.
Grazie, Marina
Quanto più il sacro SEMBRA ritirarsi dal mondo, tanto più la lingua della poesia si fa impervia, lontana, in-comprensibile dalla massa. Ma le lingue sacre si sono sempre tenute lontane dall’immediatezza comunicativa. Le lingue delle caste sacerdotali sono sempre arcaiche. Lo era la lingua dei sacerdoti romani, l’ebraico della Bibbia non era parlato al tempo di Gesù, e il piano greco dei Vangeli è divenuto il latino della Vulgata, che doveva essere capito dai molti, ma nel corso dei secoli è divenuto linguia dei chierici soli. Sembra che questa dialettica dell’esclusione linguistica sia propria del sacro. Da cui i Vangeli originariamente si pongono fuori.
Su questo e sul legame che questo ha col sacrificio mi propongo di riflettere nei prossimi anni.
In “Polline” di Novalis leggiamo l’aforisma 71: Il poeta e il sacerdote erano inizialmente la stessa persona, e solo epoche posteriori li hanno separati. Il vero poeta è però rimasto sempre sacerdote, così come il vero sacerdote è rimasto sempre poeta. E non potrebbe l’avvenire riprodurre nuovamente l’antico stato di cose?
Leggendo il testo di Massimo mi è venuto in mente san Paolo apostolo che ricevette una “spina nella carne” (forse un’infermità, alcuni ipotizzano epilessia) per non insuperbire e approffitare della grazia ricevuta da Dio. Infatti Dio gli disse: ” Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”. E da questa debolezza Paolo trasse tutta la sua forza per evangelizzare i pagani, da oriente a occidente.
Saluti,
Domenico
14. Domenico:
il poeta non vuole evangelizzare nessuno: quando ce la fa o/e ce la faccia, sta in equilibrio sopra e sotto la sopravvivenza pura.
Grazie, Marina
“Chi vede dio non vive”.
mi fa pensare a un interpretazione della folgorazione di San Paolo (interessante il lavoro di Pietro Fortuna, “Saulo”, ispirato da questa visione mistica del tedesco Meister Eckhart).
La luce divina, una luce che illumina se stessa, fa sparire qualsiasi elemento del reale, nel senso, proprio, che non esiste più – e quell’ Io di chi guarda sa “Diventare una massa / Come l’ultimo Tuono / Che altamente cade”. Eppure, quando Paolo cade da cavallo, non si perde, ma è nelle cose del reale, le stesse che in assenza di quella luce, al di là dell’ illusione delle luci del mondo (che invece creano ombre), non solo verranno ristabilite nella realtà, ma potranno parlare per loro stesse. I volumi potranno tornare disegno, finalmente, avendo perduto il formalismo che sarebbe solamente prigione del reale se dopo l’illuminazione cercassimo di riappropropriarci di quanto è accaduto, se, ecco, non accettassimo la vergogna e quindi la Storia.
cari, ciao… se non puoi essere il massacratore – e non vuoi, e non devi – forse è meglio essere il massacrato: lo è Cristo, infatti. ho sempre presente quando dice: mio Padre mi darebbe dieci legioni di angeli per tirarmi giù da qui, ma… Nemmeno Dio dà spettacolo. sì, Fabrizio, hai ragione: tra dono ed esibizionismo: qualcosa che sia, soprattutto, BUONO. ho mal di testa, forte, scrivo come viene… vi abbraccio forte, tutti
massimo
La poesia viene da Dio, questo ci dice il grande mito greco. Nè il poeta piccolo, nè il grande, devono competere col Dio, sia il piccolo che il grande devono onorarlo. Apollo non rappresenta la poesia, ma tantomeno un “tipo di poeta”.
Claudio Damiani
Grazie per la lezioncina, Damiani, grazie davvero.
Ottimo post ottimi commenti ottimi tutti e tutto.