“I tre giorni all’inferno di Enrico Bonetti cronista padano”

di Giorgio Morale

Ho letto I tre giorni all’inferno di Enrico Bonetti cronista padano in cinque giorni, inchiodato al libro ogni volta che me lo permettevano gli impegni di famiglia e lavoro. Incazzandomi e scongiurando che non fosse vero quello che andavo leggendo, ma sapendo che “pezzi di realtà” ci sono, in questa storia “inventata”, lo dicono i media e me lo dice la mia vita, di insegnante come quella dell’autore Valter Binaghi, affacciata su quella vetrina che è la scuola, che permette di registrare le evoluzioni delle giovani generazioni.

Inchiodato al libro perché la storia è avvincente e a forti tinte e la scrittura esperta; mentre l’intreccio, ben congegnato, lascia e prende i personaggi in un meccanismo fatto apposta per farsi leggere, ariostesco e da cantastorie, prima che da poliziesco. Che alterna sapientemente dramma e vita quotidiana, morti e amori, nero e rosa, storia e digressione, gotico e pamphlet. C’è anche, nella parte centrale, una delle storie più vecchie del mondo, quella di Dafni e Cloe e de I promessi sposi: quella della coppia di amanti separati e poi ricongiunti.

Binaghi, come diceva Gianni Biondillo alla presentazione del libro alla Libreria del giallo di Milano, “le spara grosse” e ti tiene sulle spine, accalappiandoti da subito con un paio di eventi portentosi sin dalle prime pagine, e non deludendoti con i colpi di scena fino alla soluzione, che arriva proprio alla fine – e allo scioglimento della tensione, proprio nell’ultimissima frase, per non deluderti.

Pazienza, se c’è qualche episodio non del tutto necessario, come quello del comizio di un politico e la conseguente contestazione. “Ho scritto questo romanzo come se fosse l’ultimo” diceva l’autore. “In esso ho detto tutto quello che volevo dire sulla società”.

Cinque giorni sono tenuto sulle spine dalle incognite sulla sorte dei personaggi, così credibili. A partire da Enrico Bonetti, il protagonista, così “normale” nella sua vita di provincia da umile giornalista di cronaca, con la famiglia “divisa” come la maggior parte delle famiglie di oggi, la moglie che s’è fatta un’altra vita e la figlia Mabel adolescente inquieta, finché non arriva un’avventura più grande di lui e l’amore della prostituta Ljanka.

Ljanka capace di far innamorare chiunque, con la sua bellezza slava, la chioma rossa e l’aspetto appariscente; e di suscitare i più forti sentimenti di tenerezza per le sventure a cui è sottoposta, prima resa schiava dai trafficanti di carne e poi finita in un giro in cui lo sfruttamento della prostituzione è la più lieve delle colpe. Tra tutti la meno colpevole, lei, come succede quando il vero crimine è gestito in giacca e cravatta e con l’avallo della legge.

Frate Remigio, aiutante del Bonetti, esorcista ed esperto informatico, dedito alla caccia ai demoni del nostro tempo dalla cella del suo convento, rincorrendo le piste da essi lasciati nel cyberspazio per sanare la ferita aperta dalla violenza subita nell’infanzia e dal suo rimorso per aver abbandonato al suo destino il fratello per salvare se stesso. A cui quella ferita ha dato una vista e un ascolto particolari delle voci degli innocenti e dei demoni e l’ha mosso alla ricerca di un mitico cronovisore, una macchina del tempo forse custodita in Vaticano, per tornare con essa alla scena della violenza e rintracciarne i colpevoli e, chissà, mettersi sulle tracce del fratello di cui non ha saputo più nulla.

Frate Remigio è uno dei personaggi più interessanti e tormentati del romanzo. Novello fra’ Cristoforo, come quello con un passato burrascoso prima di diventare frate, ha ben altri “cattivi” che don Rodrigo da affrontare. Alla fine, lo aspetta la prova più dura, il confronto con una sorta di doppio, un altro se stesso, il suo passato.

E poi decine e decine di personaggi, la prostituta Sonia uccisa per averne il bambino, l’orfano di lei Spider che trova un padre in Bonetti, i colleghi giornalisti, le tante vittime-carnefici, l’umanità varia dell’Alto Milanese, carabinieri e sindaci, avvocati e politici, gli insegnanti, i vicini di casa…

E poi le trame del male, in cui ci inoltriamo come in una progressiva discesa agli inferi. Il bar della “Pecora Nera”, che per lucro di sera abbassa la saracinesca e offre i locali per messe sataniche travestite da party di rockettari trasgressivi, che sono a loro volta solo il primo passo per agganciare persone che, abbattuto ogni freno inibitorio e rese deboli e ricattabili, possano essere destinate ad altri scopi ben più loschi. Un giro di prostitute il cui sfruttamento più lucroso è per la produzione di feti umani da utilizzare nelle aziende produttrici di cosmetici e per il traffico internazionale di organi, attività che fanno capo al padiglione B della clinica privata Villa Gina. L’associazione Castalia, che sotto la copertura della spiritualità new age e di un’attività rispettabile e ideologicamente libertaria è il ricettacolo di feti e organi e il centro insospettabile di corruzioni ed eccitamenti di ogni tipo del corpo e della mente.

S’incrocia con questi primi livelli del male l’eugenetica e il superobiettivo di un governo mondiale basato sulla selezione della razza migliore, risalente ad antiche culture esoteriche e alla Massoneria; esso s’innesta in un filone utopico della storia recente e approfitta della crisi di valori per tentare di mettere il pianeta in balia di lobby economiche senza scrupoli.

* * *

Le spara grosse, Binaghi, ma con grande documentazione e acume filosofico. Tant’è che in più casi mi è venuto il dubbio si trattasse di cosa vera. Difatti sono andato a fare qualche ricerca e ho potuto constatare che è proprio vero: padre Pellegrino Ernetti è esistito e davvero sosteneva di aver costruito un cronovisore, una macchina del tempo, che, smontata, avrebbe trovato posto in Vaticano. Avevo cominciato a cercare anche qualcos’altro, ma non ho approfondito la ricerca, perché non avrei voluto trovarmi invischiato in reti di sette e satanismi.

Ugualmente abbondano simbologie più o meno scoperte. La bambina uccisa di nome Arianna come quella che col suo filo permise di uccidere il Minotauro e uscire dal labirinto; il bambino dato in pasto al pesce-Leviatano, in sacrilego ricordo della balena di Giona; la triade del male – il bar della “Pecora Nera”, la clinica di Villa Gina, la società Castalia – che parodia la trinità cristiana.

Soprattutto abbondano le tirate dell’autore sui nostri tempi e un chiaro giudizio morale su di essi. “Il giudizio morale è d’obbligo” si dice a pag: 344. E io sono d’accordo sulla opportunità di un giudizio morale in letteratura e nella critica letteraria, come sostengono autori come Yeoshua e Coetzee e come è tradizione, in Padania, della “linea lombarda” della nostra letteratura. Penso necessarie denuncia e riflesione su certi fenomeni da parte della cultura. Dalle circa 400 pagine fitte del romanzo, si potrebbe trarre un J’accuse di almeno 60/70 pagine. Con gran parte delle quali mi trovo d’accordo. Ad esempio con queste.

“Chi comanda sono le banche, gente che non ha paese né bandiera, né deve rispondere a un elettore per il suo operato. Loro non fanno: fanno succedere. Loro non si schierano per l’uno o l’altro dei partiti: basta che in entrambi ci sia qualcuno gradito. Intanto, per aumentare la redditività del capitale, fanno combattere i popoli tra loro ma non, come una volta, per un paio d’anni appena: adesso grazie al conflitto di civiltà è la guerra perpetua” (pag. 251).

“Non devi pensare a mafiosi latitanti. Qui stiamo parlando di uomini potenti e stimati, che hanno cariche e responsabilità in associazioni benemerite. E che usano i potenti mezzi guadagnati dalla loro posizione per perseguire scopi inconfessabili. Perciò devono reclutare criminali, ed è questo livello più basso che viene liquidato per primo. Mentre dirottano su bersagli irrilevanti l’immaginazione del pubblico, loro continuano indisturbati, con patenti di alta rispettabilità” (pagg. 89-90).

“Ideologie, teorie del sociale, sono in totale disarmo. La gente non crede più a niente, se non ai propri sentimenti. E i sentimenti sono quelli elementari, di sempre: la paura, il desiderio, qualche volta l’indignazione… Il mass media, è l’unica forma di governo reale” (pag. 263).

“Il duopolio massmediologico… fa somigliare l’Italia a una Repubblica delle Banane” (pag. 108).

“Lo strapotere mediatico, la forza mondana dell’ultimo pontificato hanno certamente portato lustro alla cattedra di Pietro: ma è cresciuta anche in Spirito la chiesa, o l’ambigua eredità di Costantino è tornata ad avvelenare il sangue?” (pag. 247).

“Lo spettacolo del piacere irraggiungibile rende impotenti, quello del dolore universale rende insensibili” (pag. 240).

“Prima di ridurre la vita a merce bisogna averla spogliata di ogni sacralità, ridotta a un puro quanto. La scienza non è innocente…: da Galileo in poi ignora deliberatamente la forma e il fine delle creature, e si limita a scomporle” (pag. 93).

“Prima di tutto bisognava screditare l’esperienza naturale… per togliere all’uomo la prima fonte della saggezza… La teoria… si pretende universale, e si sottrae dignitosamente alla prova… La rappresentazione scientifica del mondo, travasata dalle accademie alle gazzette, diventa principio di realtà… Una volta smantellate, le comunità sono sostituite dal mercato, che è una giungla peggiore di quella dei primordi” (pag. 233).

“Si è smesso di credere nell’iniziativa umana, e ci si consegna alla tirannia della burocrazia e del denaro” (pag. 323).

Tutto questo è un inferno in cui sono immerso anch’io tutti i giorni.

* * *

Sulle cause profonde di questo stato di cose molte domande rimangono aperte. Anzi, questo libro pare fatto apposta per fare nascere domande, e ne sarà contento Binaghi, che la filosofia la pratica ogni giorno e ha una buona disposizione alla dialettica.

Posso recitare con Faust il mio “Ed ho studiato, ahimè, filosofia…” (Goethe, Faust, Parte prima, Notte), ma il mio sapere è limitato e non ho mai affrontato studi esoterici che mi permetterebbero di avere accesso ad alcune questioni, d’essere anch’io “dentro a le segrete cose”.

Non conosco se non vagamente i Rosa Croce e simili, allora mi trovo in difficoltà con certi temi e certe affermazioni. Ad esempio a pag. 242 leggo: “Noi sappiamo che Dio non permette che i morti comunichino coi vivi, e quando questo apparentemente accade, come nello spiritismo, è grazie agli inganni di Satana”. Come si spiega allora quella sorta di rito voodoo officiato da una coppia afroamericana, durante il quale Benetti e Spider hanno in sogno delle rivelazioni? “Un mito è sempre vero, finché ci si crede” (pag.172): può bastare questa spiegazione ad assolvere il rito? Si tratta di magia buona? Non so.

Inoltre non mi è chiara l’idea di un complotto che coinvolga tutti i cattivi del mondo, un complotto che attraversi la storia, i secoli. Consapevole, volontario. Perché “il progetto di Satana è uno solo” (pag. 235). Anche questa idea mi mette a disagio. Mi pare che introduca un insanabile dualismo Bene/Male.

Non nego che esistano complotti, la recente storia italiana ne è piena. E contano sicuramente, e sono alla base di ogni azione, la condizione umana e la cultura di un’epoca. Ma tendo a pensare che il male sia la scelta di un momento. Sempre particolare, frammentario, molteplice. Che ogni attimo sia un bivio, una soglia. Così è la degradazione di Gertrude, ne I promessi sposi, fatta di continui cedimenti. Si succedono scelte, a volte senza che ne riusciamo a prevedere e a governare le conseguenze. Lo stesso Galileo, mentre inaugurava la scienza moderna, dichiarava che il suo libro preferito non si trovava nelle biblioteche dei dotti, era l’universo, quel mondo della vita di cui adesso lamentiamo di non riuscire più a fare esperienza. Galileo ha perduto ciò che voleva salvare.

Aristotele diceva che i vari sistemi politici, monarchia, aristocrazia, democrazia hanno una loro perfezione, mentre è da evitare la loro degenerazione in tirannide, oligarchia e demagogia. Non si danno anche nel campo delle idee la degenerazione, la hybris, la tracotanza, la volontà di potenza, il delirio?

Ogni idea mi pare abbia, alla sorgente, qualcosa di vero. Qualcosa che la invera e qualcosa che la tradisce. E’ anche un modo di tradurre, nel campo delle idee, la massima di Terenzio “Sono uomo e niente dell’uomo reputo mi sia estraneo”. A meno che l’idea non si spinga al delirio: delirio sono, ad esempio, la religione della dea Ragione dell’Illuminismo o la religione dell’Umanità del Positivismo. Ma l’Illuminismo è tutto in questo delirio? La Massoneria è nata ufficialmente nel 1717, ma tutto l’Illuminismo si identifica con la Massoneria? Cesare Beccaria è da buttare a mare?

Certo, se facciamo un viaggio a ritroso alla ricerca delle radici del nostro presente, si può andare ancora indietro nel tempo. Se rispolvero i miei ricordi di scuola, ripenso a un mio insegnante, il filosofo Carlo Sini, che, sulle orme di parte della filosofia del Novecento, vedeva l’inizio del dominio della tecnica in Occidente in una “strategia dell’anima” di ispirazione platonica (Carlo Sini, Passare il segno).

“Attenzione a non cadere in un’altra trappola”, avvertiva però Sini, “nel credere cioè che ci sia ‘il grande burattinaio’ di questa strategia. Nessuno propriamente programma: colui che programma è programmato… Noi siamo nel gioco, nell’evento del segno. Per questo è così difficile sollevarsi alla comprensione… Solo l’acqua del fiume in cui, secondo Eraclito, non ci potremo bagnare due volte, ha senso. In altri termini: il senso deve accettare la morte come sua condizione… il significato deve accettare l’evento. Anzi: il significato è una domanda circa l’evento…”.

 

5 pensieri su ““I tre giorni all’inferno di Enrico Bonetti cronista padano”

  1. marino

    Grazie della lettura Giorgio. Sono molto d’accordo. Bonetti é un libro di cui difficilmente ti separi più, finalmente un libro che non ti fa guardare il pus, ma ti ci immerge, materia pulsante, e ogni porta ti apre una stanza dalla quale passi ad altro senza mai perderti. E’impressionante come ogni volta che ho ripreso questa storia non ho sentito il minimo bisogno bisogno di ricercarne i fili ma avevo tutto davanti che mi riaspettava e mi chiedeva di proseguire. Il finale ti fa alzare dal punto in cui sei e avvicinarti a uno specchio, cercarlo, guardarti, chiederti chi sei, e scoprire che non sei più quello di prima. E purtroppo lo dico davvero… C’é l’alter ego dell’autore. Il lettore lo conosce in due momenti. Si chiama Alvaro Zivago. Sarebbe bello sapere dall’autore, ma anche da Giorgio, visto che insegna pure lui, quanti sensi di colpa sentono gli insegnanti oggi…
    La voce di Binaghi é una voce nuovissima, per niente remissiva,
    un guerriero che torna dalla battaglia e ci dice cos’ha visto
    e sa che non servirà, anzi sa che la guerra ci attende.

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  2. Giorgio

    Caro Marino, grazie a te delle considerazioni. Giustamente il tuo pensiero va alla scuola, perché passano tutti di lì e perché nel romanzo di Valter è chiamata direttamente in causa.

    Posso dire che quello che emerge dal romanzo è vero, la scuola vede aumentare l’estraneità di studenti e l’indifferenza di insegnanti. I comportamenti cosiddetti “a rischio” sono all’ordine del giorno. D’altra parte, ciò che si vede nella società si vede anche nella scuola, non si può pensare ad essa come a un’isola felice. La domanda “cosa fa la scuola?” va bene. Solo che la stessa domanda: “cosa fa?” va rivolta alla famiglia, alla società sportiva, all’oratorio, al bar, alla televisione, alla politica, al vicino di casa e a tutti quanti. Il richiamo alla responsabilità della scuola non deve diventare pilatesco.

    La scuola ha un ruolo particolare, comunque, è vero. Ma per la mia esperienza il problema è il contesto, che il singolo non riesce a governare: nella classe le cose sono diverse. Ogni classe ha una storia a sé, che dipende dagli insegnanti e dagli studenti, ancora oggi.

    Io ti posso assicurare che tra i banchi di scuola diventano tutti studenti, sia buoni che cattivi: a partire da qui si può fare qualsiasi lavoro, basta partire da regole ragionevoli e condivise.

    Da questo punto di vista, Marino, nessun senso di colpa, se non il dispiacere di non fare di più, poiché si può sempre, forse, fare di più.

    Il problema maggiore comunque, come messo in rilievo da Valter, sono l’assuefazione, la rinuncia e l’indifferenza. Bisogna dire che i vari governi, con l’aumento della frustrazione imposta nei modi più svariati agli insegnanti, fanno la loro parte.

    Ecco, Marino, mi hai dato uno spunto su un tema che mi sta a cuore…

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  3. Fabio Brotto

    Bravo, Giorgio. E sono d’accordo con te anche sulla scuola. In un altro luogo sul romanzo di Binaghi ho scritto una cosa da cui taglio questo che segue:
    …..

    Sono perfettamente d’accordo. Gli insegnanti come Alberici, cui mi sento vicino per alcuni versi, anche se non ho mai avuto alcun problema nei rapporti con gli allievi, e sono estraneo allo spirito della vendetta, vivono tra risentimento e senso dell’impotenza, si consumano così, amaramente. In alcuni giudizi Alberici mi sembra lucidissimo. Alle pagine 285 e 286:

    «Capisco» disse alla fine. «Lei viene qui per scoprire quanto la scuola abbia potuto influire su un soggetto come quello, o se almeno ha diagnosticato la malapianta dal virgulto. Tempo perso, caro signore. È da molto che la scuola ha perduto influenza e autorità sui giovani».

    «Ma ci passano pur sempre almeno cinque anni della loro vita, no?».

    «Certo. Li parcheggiano qui perché non sanno dove metterli. Ma non è qui che avviene l’addestramento del cittadino consumatore».

    «Be’, già che ci sono potete provare a educarli…».

    «Educare è un termine, come direbbero loro, giurassico. Significa aiutare qualcuno a diventare il meglio di ciò che può. Presuppone un concetto normativo di cultura, un complesso di valori incarnati in un modello a cui tendere, come i principi guerrieri di Omero, il santo e il cavaliere medioevale, il gentiluomo del XVII secolo. L’epica lo esalta, la tragedia ne coglie la grandezza morale, la commedia gli contrappone l’indole più ferrigna del senso comune, ma è l’orientamento del costume che dà alla letteratura la sua efficacia. Tutto finito».

    «E perché?».

    «Si guardi intorno, giovanotto. Vede qualcosa che somigli alla grandezza e possa sopravvivere fuori dai libri di scuola?».

    Il principio di autorità venuto meno, l’educazione che non ha più senso nel momento in cui le classi dirigenti e coloro che appaiono aver conseguito il successo (televisivo, anzitutto) esibiscono comportamenti amorali o immorali… Perché i ragazzi dovrebbero leggere libri che non li confermano nelle loro tendenze, che non li gratificano immediatamente? Una insegnante più giovane, e in linea evidentemente con l’idea della scuola che cambia ribatte:

    «Se si vuol farli leggere bisogna partire dai loro linguaggi, dalle loro esperienze…».

    «Ma quali esperienze?» sbottò il classicista. «Crescono col video davanti agli occhi e le cuffie nell’orecchio. Per loro Giulio Cesare, Gambadílegno e Saddam Hussein sono puntate diverse dello stesso telefilm, e voi mettete il coperchio sulla loro stupidità, affannandovi a orecchiare i loro gerghi e togliendo dai programmi qualsiasi cosa che possa riuscirgli ostica!».

    La professoressa avvampò, si morse le labbra.

    Porre l’allievo al centro, come vuole la Pedagogia dominante, si traduce necessariamente in accoglimento dell’allievo come egli è. Perché dovrebbe diventare migliore? Se manca un’antropologia condivisa, e ogni visione dell’uomo ha la stessa dignità, a cosa dovrebbero essere educati gli allievi? Alla convivenza e all’integrazione culturale, ti risponderanno. E che cosa mi farà distinguere ciò che è bene e ciò che è male in me, nella mia cultura, e nelle culture altre? Forse il Mercato, il dio del nostro tempo?

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  4. Giorgio

    Grazie, Fabio. Scene e dialoghi come quelli che riporti sono abituali a scuola. Vorrei però fare una precisazione: chi vuole, può lavorare comunque, ancora oggi, e gli studenti gli saranno riconoscenti.

    Gli studenti, quando arrivano a scuola (lo si vede soprattutto nella classe prima), sono disposti a tutto, anche a imparare. Anzi è quello che si aspettano. Man mano che passa il tempo, e vanno avanti negli anni, capiscono qual è l’andazzo e si adeguano, tanto che a volte mi pare che sia la scuola a corromperli!

    Comunque, nonostante tutto, ripeto: chi vuole fa, e tanto di più si potrebbe fare.

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  5. vbinaghi

    Grazie infinite per le letture attente e profonde che avete fatto del mio romanzo. E’ un grande dono, questo, per me.

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