IL ’68, MALATTIA INFANTILE DELLO SPIRITO

68

Se mi guardo indietro, tra le cose belle e brutte di quegli anni, e mi chiedo cosa mi abbia veramente fatto male (nel senso di allontanarmi dalla pienezza della vita e della realtà, dal vero incontro con la persona umana), credo che sia proprio il carattere inconsapevolmente gnostico che l’ideologia della contestazione giovanile aveva in sè.

L’errore originario, di marca rousseauviana, secondo cui l’uomo nasce buono ed è la società che lo corrompe, ci ha fatto cercare in lungo e in largo la purezza dell’autentico, in una presunta santità dei sentimenti (il caro cuore), delle pulsioni (il caro corpo) o dell’organizzazione (il caro Stato), così abbiamo infilato una serie di robinsonate, nella presunzione di ricominciare il mondo da capo e di farlo meglio, rimandando sine die l’unica forma di consapevolezza che distingue l’adulto dall’adolescente, cioè la pietà per i padri e il rispetto della storia.
Quanto siamo colpevoli e quanto vittime delle circostanze?
Ognuno risponda per sè.
Per parte mia, mi accuso di aver preferito la compagnia delle idee a quella degli uomini più di una volta, e di avere esercitato in nome di esse un terrorismo più o meno esplicito.
Chiedo perdono al padrone del campo, che ai servitori proibisce di strappare la zizzania perchè distruggerebbero con essa anche il grano, per non aver compreso il messaggio di pietà che si cela nella parabola, troppo occupato com’ero a vestire i panni del giudice, mentre ora questa stessa pietà imploro, come un sguardo misericordioso sul mio percorso zoppicante.

119 pensieri su “IL ’68, MALATTIA INFANTILE DELLO SPIRITO

  1. Marco Saya

    Ad ogni modo, la contestazione giovanile per me è stata la cultura di unità del gruppo, un’utopia condivisa dell’idea, la lotta politica della “costruzione” del progetto. Un’esperienza che mi “manca”, oggi.

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  2. Fabio Brotto

    Qualche anno fa è uscito un bel libretto sul Sessantotto, di Alberto Biuso, dal titolo “Contro il sessantotto”. Da leggere assolutamente, anche perché mostra come molti leader sessantottini antisistema si siano poi perfettamente inseriti nel Sistema, in posizioni di comando soprattutto entro il mondo massmediatico.

    Avevo a quel tempo forse intuito come dietro la protesta si celasse qualcosa di terribilmente radical-borghese, nel 68/69 facevo l’ultimo anno di liceo, e tutti i leader della contestazione nel mio liceo erano figli di ricchi borghesi, mentre i figli degli impiegati e del basso ceto erano dall’altra parte… Io stavo dalla parte dei conservatori. Ero già un conservatore allora, oggi credo di essere rimasto l’unico in questo Paese di rivoluzionari e riformatori.

    L’innamoramento per la rivoluzione culturale cinese, che allora colpì molti soprattutto in Francia e Italia ( “Faremo – in Italia -come hanno fatto in Cina – operai – a scuola – studenti in officina!”) è stato un abominio di cui molti tacciono, avendo steso un velo pietoso sui propri ingiustificabili errori (la Rossanda mica aveva 15 anni)…

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  3. Francesco Marotta

    Nemmeno io, en passant.

    Così come non condivido, con tutto il rispetto per il suo “percorso” personale e con tutto il bene che gli voglio da sempre, nemmeno un rigo della riflessione di Valter.

    fm

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  4. mariapia

    Credo che il coté psicologico ed esistenziale (o sociologico ) del proprio retro sguardo non dica tutto, nulla del rischio che la visionarietà di allora implicava, niente della confraternite e segreti amori verso il gruppo orizzontale (in pratica i fratelli furono il modello di autorevolezza, al posto di padri difficili, che avevano abbandonato anche molto, i figli (dopo la resitenza, ma qui si fa lunga.., anche se rivolta nata come adolescenziale, e di soggetti sia nuovi sia di classi sociali schiacciate, piccola borghesia operaia etc), ma semplificare tutti i contenuti del ’68 è francamente impossibile, oltre che poco giusto.

    Che dire del mondo in fiamme, su scenari mondiali, e in mutazione ininterrotta, per quindici lunghi anni.
    Già perché pochi lo ricordano, che il vero ’68 durò per almeno un decennio dopo, in un travaso di mutamenti tra interno ed esterno, che ne fa la principale rivolazione segreta, e perdurante.

    Qualcuno ricorda la portata del primo slogan (allora scandaloso, pareva..) che “il personale è politico”?
    Bè guardimao in che modi persino un sitema stravolto come il TIvuismo attuale ne ha captato il vero: dai reality alle vite in diretta.
    ma ci sono ben altre profezie (e mutazioni di costumi, di legislazioni, di vita, a testimoniare la portata un pò più elevata del mea culpa, che peraltro fatto oggi, è quasi implicito nella nostra età cambiata.Anch’io ne ho fatti molti, ma non getto il ragazzino intero per l’acqua sporca.

    Comunque grazie, del tema “provocatorio”, in forma aperta.
    Maria Pia Q.

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  5. vbinaghi

    Nel ’68 io avevo 11 anni ma, come qualcuno ha ricordato, il ’68 è in realtà un decennio, quello che ha influito di più sulla mia formazione.
    Quello che scrivo è essenzialmente un ripudio della semplificazione e del manicheismo dell’ideologia.
    Il che non toglie che ognuno in quel decebnnio abbia vissuto anche altra ricchezza da quella ideologica che però era innegabile, così come innegabile che il vietato vietare ci sia oggi restituito nell’orrendo ghigno consumistico in cui non vorremmo riconoscere il nostro desiderio di allora.
    L’immaginazione al potere?
    Accendete la televisione, ragazzi, e chiedetevi quale generazione ha aperto il vaso di pandora.

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  6. vbinaghi

    Addenda. Il personale è politico?
    L’estensione del concetto politico di libertà (libertà da ogni vincolo) al quotidiano, e la conseguente rimozione del concetto etico (sono libero per qualcosa, non solo da qualcosa) e di quello spirituale (sono libero perchè Dio mi fa tale) è risultata un’autentica catastrofe.

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  7. Francesco Marotta

    Valter, molto onestamente (e pubblicamente): semplificazioni riduzionistiche di tale portata, dove la vicenda personale si eleva a canone etico-ermeneutico e a paradigma storiografico, rimuovendo (o negando: scegli tu) quelle “differenze” che da sole varrebbero a illuminare non solo il contesto specifico, ma il divenire stesso di quelle istanze – ebbene, io me le aspetterei da qualcun altro, non certo da te. Mancano passaggi essenziali, senza i quali anche i tuoi commenti, come quello relativo alla televisione, stanno all’oggetto della tua “critica” (e le basi storico-filosofiche e culturali da cui muovi, perché darle per acquisite?) esattamente negli stessi termini in cui Lorenzo Calogero sta a Paul Celan (!)…

    Ma forse è meglio piantarla qui e andare a dormire, almeno per quel che mi riguarda. Resta il fatto che, personalmente (e lo scrivo qui proprio perché sia chiara e pubblica la mia posizione), sono contro la logica del post per il post.

    Con immutabile affetto.

    fm

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  8. vbinaghi

    Vicenda personale?
    Io su quello che ho scritto potrei argomentare per giorni, con a fianco gli autori che si leggevano allora (Marcuse per esempio) e le cose che si scrivevano allora.
    Niente di personale, tranne la firma.

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  9. Lontana

    Hai ragione. Non é vicenda personale solo tua. Il ’68 é stato un enorme bluff e un danno incalcolabile nello sviluppo economico italiano. Effettivamente tutti i “rivoluzionari” di mia conoscenza si sono fatti delle belle carriere, nella politica e nella funzione pubblica.Se il resto é andato a rotoli, loro stanno con in piedi caldi..
    Per me sono stati gli anni piu’ neri, paragonabili ad una guerra.
    Un saluto.

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  10. luminamenti

    In genere le università assolvevano al loro dovere fino al 68, dopo di che non rimane quasi più traccia di ciò che dovrebbero essere.
    Di fatto l’Università non ha un compito così sottile e indefinibile , come sarebbe rendere intima una cultura. L’università dovrebbe insegnare nozioni e fornire esempi di applicazioni. Esigenze più alate sono stolide ed eversive.
    Ma, appunto, dopo il 68, non riescono neppure a fare quello che facevano prima. Quella svolta tolse di mezzo l’asse sul quale era fondato il funzionamento delle società civili: soltanto un’istituzione capace di trasmettere le conoscenze necessarie all’amministrazione statale permette, da Bisanzio in poi, una vita pubblica ordinata. Il retto funzionamento dell’Università esigeva un’indipendenza del docente pari a quella del magistrato e una gerarchia esclusivamente fondata sulla cooptazione fra i docenti. Introdurre l’idea di democrazia nell’Università significò smantellarla e scavare un abisso incolmabile nella vita statale. Non vedo come si possa rimediare: la trasmissione accertata del sapere è stata spezzata; ristabilirla esigerebbe un’opera paziente di generazioni capaci d’intendere i significati che nel 68 furono spenti. L’arma che consentì di scaraventare torme nel Sessantotto fu una scoperta dei medici di guerra americani, che durante il secondo conflitto mondiale si trovarono alle prese con il trauma di battaglia, da risanare mercé la terapia di gruppo, alla quale si può allenare un animatore. Egli deve togliersi di dosso ogni apparenza autorevole.
    Quando in un manicomio svizzero si decise di applicare il metodo si cominciò a dire: “venite a discutere insieme” invece di rivelare il vero invito: “fatevi manipolare”.
    Nel manicomio svizzero, l’animatore ebbe la via spianata da un episodio fortunato. Doveva far discutere gli infermieri e li riuniva in una sala che un giorno fu negata. Sfruttò l’occasione: dimostrava che lui era uno come gli altri, senza potere. L’animatore deve eccitare l’emergenza della psiche di gruppo e dovrà farla riaffiorare a ogni incontro. All”inizio semplicemente solleciterà qualche intervento e provvederà ad allontanare, se può, i pochissimi pericolosi.
    Mi sono stancato di scrivere, salto quindi il resto che sarebbe tutto in sequenza, su come si arriva a creare il “cattivo maestro” e un manipolo di discepoli che si sentono tutti alla pari tra loro e con lui.
    Uno dei primi trattati sull’arte uscì dalla Fre Press di Glenco nel 1962: Group Psychotherpy.
    Il manipolo di animatori addestrati che si formò in tutte le città del mondo, specie nelle università, potè scatenare l’immensa deflagrazione.

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  11. mariapia

    Anch’io molto contraria al post del post, ma una precisazione dovuta: è ben lontana dal festeggiamento la dura analisi, allora solo slogan, sul privato-poltico etc: vale a dire che ogni sentimento, costume, del registro privato, andasse (dopo millenni di silenzio) riletto dalla lente della polis stessa che l’aveva generati; dunque i rapporti genitori e figli, uomo donna e molte altre,veri pilastri della cultura occidentale, ma non esplicitatai abbastanza.
    L’uso che ne hanno fatto i media è stata la beffa e capovolgimento: non bastava appropriarsi di tale evidenza per dedicare dirette su LadY Diana di 24 ore, o il peggio che ne venne dopo, per propinarne i livelli più bassi, spettacolari.
    Credo che il dibattito etico, fosse la parte costruenda; siamo invece in una transizione, che trovo pericolosa, fatta di guerre ideologiche e, questo è uno dei lasciti che non amo affatto.

    Il dopo di quello sologan- scoperta..è passato di mano al marketing,ma anche all’antropologia, alla gente, persino ai poeti..per fortuna.

    Maria Pia Q.

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  12. Roberto Rossi Testa

    Caro Valter,
    io nel 68 avevo 12 anni ma non posso chiamarmene fuori. Ho cominciato a sfilare con i metalmeccanici, per mano a mio padre, a quattro o cinque anni, e la mia adolescenza è trascorsa tra esaltazioni e risentimento. Se non fossero avvenute cose delle quali peraltro non ho da gloriarmi, essendo a suo tempo una testa calda, avrei sicuramente fatto molto più male di quanto, non volendo, ho purtroppo fatto comunque.
    Scrivendo “Chiedo perdono al padrone del campo” eccetera scrivi parole balsamiche; mi rendo conto che si tratta di un balsamo che per alcuni brucia ancora troppo, ma io te ne ringrazio e mi associo.
    Un caro abbraccio,
    Roberto

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  13. Francesco Marotta

    Non vi rendete conto di quanto può essere offensivo, per la memoria degli altri, e per quello che c’è dentro, “balsamo” compreso, questo procedere per “allusioni”, da possessori della verità…

    Valter, io ti contestavo soltanto il metodo, esercitando quel sacrosanto diritto di critica che, qui o in qualsiasi luogo, è il sale del pensiero, della dialettica e della democrazia. Anche se quest’ultima parola, a quanto vedo, sembra dare fastidio a qualcuno. Quando ciò non si potrà più, fatemi un fischio, sono tutto orecchi. Ma, per cortesia: lasciatemi la libertà di non “svendere” niente. Si può anche decidere di non partecipare alle liquidazioni, con procedure da dumping, effettuate sui blog. No?

    fm

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  14. valter binaghi

    @Francesco e Mariapia
    Mi spiegate cosa intendete con “il post per il post” e “il post del post”? Se è per dire che scrivo cazzate si fa prima così.
    Se è per ribadire la mia estraneità a un blog di poeti, me ne sto rendendendo conto ogni giorno di più da solo.
    Se invece è questione di metodo, spiegatemi.

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  15. Marco Saya

    Un libro da leggere è: “Formidabili quegli anni” di Mario Capanna.

    Nel libro, Mario Capanna argomenta due ipotesi di sicuro interesse:

    – i meriti del ’68 nel campo delle conquiste sociali e dei diritti civili

    – tangentopoli (1992) come “conseguenza” delle resistenze del Palazzo alle istanze di rinnovamento.

    Ad ogni modo non si può ridurre il 68 a una fotografia sbiadita tipo effetto “flu hamiltoniano” per rappresentare tutta un’epoca pre e post.

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  16. claudio damiani

    La Spagna ha avuto la sua guerra civile, in un periodo abbastanza breve, con tanti morti e tanto sangue.L’Italia ha una guerra civile ancora in corso, cominciata cent’anni fa. E’ una guerra più che altro fredda ma con fiammate come il recente ’68, gli anni di piombo ecc. Molto probabilmente ci saranno altre fiammate, con altre morti e distruzioni. Dipende da noi se vogliamo, o non vogliamo, parlarne, creare un forum per la riconciliazione, un forum dove la parola, e non la violenza siano al centro, una parola che potrebbe essere ricostruzione di memoria, e di identità, in un paese come il nostro devastato, ricostruzione di senso per le istituzioni e per il nostro vivere in comune, e dove si esprimerebbe e si riconoscerebbe il nostro amore per la vita, la nostra pietà, il nostro coraggio, e sarebbe questo motivo di giusto, sacrosanto orgoglio.

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  17. mauro baldrati

    WWW il Sessantotto! Viva la sua carica di contestazione, sberleffo, gioia, fantasia, situazionismo, surrealismo. Non è stato un movimento antireligioso o antifilosofico, ma contro l’ideologia e il potere costituito, tutta l’ideologia e tutto il potere. Contro il potere ha usato la sua estetica, contro l’ideologia la sua estremizzazione; ha destrutturato il sogno sognando, deterritorializzato riterritorializzando, e viceversa. Senza il Sessantotto non saremmo qui a discutere come stiamo discutendo, ma saremmo più grigi, tristi e forse anche più rabbiosi. Ne godono a sbafo a anche i cosiddetti “conservatori”, sputandoci sopra. Ma va bene così, è nella loro natura e noi siamo generosi.

    WWW il Sessantotto! 🙂

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  18. fabry2007

    copioeincollo questo commento di Mauro (Baldrati), che ha problemi tecnici.

    “WWW il Sessantotto! Viva la sua carica di contestazione, sberleffo, gioia,
    fantasia, situazionismo, surrealismo. Non è stato un movimento
    antireligioso o antifilosofico, ma contro l’ideologia e il potere
    costituito, tutta l’ideologia e tutto il potere. Contro il potere ha usato
    la sua estetica, contro l’ideologia la sua estremizzazione; ha
    destrutturato il sogno sognando, deterritorializzato riterritorializzando,
    e viceversa. Senza il Sessantotto – che non ha nulla a che vedere con “gli
    anni di piombo” e altre simili riduzioni – non saremmo qui a discutere come
    stiamo discutendo, ma saremmo più grigi, tristi e forse anche più rabbiosi.
    Ne godono a sbafo a anche i cosiddetti “conservatori”, sputandoci sopra. Ma
    va bene così, è nella loro natura e noi non siamo egoisti ma generosi.
    WWW il Sessantotto! :-)”

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  19. mariapia

    Molto bello l’invito di Caludio: condivido sia tutt’ora terreno di una guerra civile non sopita,l’Italia; e non capita non perdonata,dopo il falso euforismo anni ottanta che oggi ha mutato di segno (siamo più granfratellizzati, ma non solo nei modi di Orwell, anche in questa rete, ad esempio).
    Padri che non perdonarono e non ascoltarono, figli che non chiesero scusa, ma intanto, quanti e quali movimenti telluruci di idee, planetari. .La colpa è dell’evoluzione, della libertà, o c’è un disegno che va in avanti e indietro, inevitabile al domadarsi inquietato degli umani?
    Possiamo chiederci :avrebbe potuto andare diversamente?
    O non piuttosto: quanto oggi siamo mutati (in altri sogni) o revisioni, luti, etc?
    Da bambinetta alcuni flash mi soggiogarono: il primo uomo che passeggia sulla luna(ma non er a la stessa cui si chiedeva “che fai tu luna in ciel, silenziosa luna”?), oppure:Fate un carezza ai vostri ragazzi quando tornata a casa la sera! detto dal Papa Giovanni XXIII, poi un precipizio tra Panagulis, Allende, il Vietnam,la Cecoslovoavcchia dopo la ungheria etc etc ma pure il pacifismo la musica jazz, le donne, il cielo delle fratellanze… ma è impossibile districarne se non immagini e parole, ora. le filosofie ancor meno, le confessioni dipendono dall’ottica.
    Il curatore può immaginare che ha toccato carne viva o corde vive di una sola moltitudine…ed esserne consapevole, non è poco.
    Maria Pia Q.

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  20. mariapia

    Post del post: era l’effetto botta e risposta intrinseco alla natura del blog, ma che a volte fa perdere il bello , mi ci metto per prima, dell’ascoltare lento, contando fino a dieci,
    è comunque anche passione, parlare in coro a volte, senonché dopo, le voci diventano una di quelle assembee(che non amavo affatto)dove sfilavano duri monolghi, e come eravamo otttusi, temerari e fatti della materia di cui è fatta la giovinezza.. (“Io mi ritenni una selvaggia ..” “La semplicità non piace più/ e si tratta convivere, senza più uccidere/ “dove le idee fiammeggivano senza posa, o si posavano dopo decenni, non ripetibile e poco raccontabile)
    MPia

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  21. Marco Saya

    Finchè permane una “democrazia” a uso e vantaggio di pochi temo, a mio modesto avviso, irrealizzabile l’utopia di Claudio. Ma tutto può succedere…

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  22. Francesco Marotta

    Mi dispiace deludere qualcuno, signori, ma io in tutta la mia vita non sono mai stato in guerra con nessuno. Sono “costituzionalmente” un uomo di pace e non ho da firmare armistizi di nessun genere.

    Passo e chiudo.

    fm

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  23. Marco Saya

    Cara Maria Pia, non eravamo noi gli ottusi, era il sistema ottuso e repressivo e tuttora persiste nel suo “delirio”.

    Come scriveva Toni Negri:

    “Gli autori che ancora oggi continuano a parlare degli anni settanta come di un decennio di terrorismo sono dei falsificatori della storia, e, teoricamente, ciechi.

    Spostano il livello del conflitto dal terreno del confronto politico sui desideri ( e cioè da un insieme di lotte che cercano di produrre vita) a quello dello scontro tra culture e tra civiltà nel quale l’apologia dell’identità paralizza qualsiasi discorso critico.

    Oggi il vero terrorismo ha il volto del nichilismo identitario, è apologia distruttiva dell’identità e della chiusura. Il terrorismo che ci sta di fronte è forma del conflitto tra le differenti èlite imperiali che lottano per il dominio.”

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  24. Marco Saya

    beh… Valter, ha anticipato quello che sta succedendo oggi: il problema dello scontro tra culture e civiltà (tema dominante della CDL) per non parlare, poi, del politichese della nostra attuale classe politica.

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  25. davidenota

    Il ’68 non l’ho vissuto se non attraverso i racconti dei miei parenti: mia madre, militante extraparlamentare e sessantottina convinta delle lotte sui diritti individuali, mio padre, militante vecchio stampo del Pci molto critico nei confronti del movimento che riteneva frutto della prima generazione borghese della storia d’Italia, e mio zio, prima attivista poi autocritico nei confronti della contro-cultura e ora giornalista indipendente di stampo umanista.
    E’ pur vero che senza il ’68 mio zio non avrebbe potuto nemmeno maturare un percorso di attivismo politico e di autocritica che lo ha portato dal situazionismo al neo-platonismo.

    Rivedevo proprio qualche giorno fa, con alcuni amici di Ascoli, “Il grande freddo” di Alberto Grifi, che è credo la più commovente, sincera e fresca testimonianza di una generazione che veramente osò sognare: sciogliere attraverso la fantasia, la conquista esuberante della personalità individuale, il grande freddo dell’ideologia dominante e della violenza dell’omologazione.

    Una riflessione più completa e contrastata, pregna di chiari e di scuri, è proposta dal lungometraggio “Les amants regulier” di Philippe Garrel, da poco uscito in dvd nella versione italiana e che vi consiglio vivamente.

    Quel che voglio dire è che vi sono così tante sfumature da prendere in considerazione, che è credo impossibile liquidare l’esperienza di un movimento di così vasta portata e influenza, realmente storico, con un sì o un no.

    Io forse non avrei potuto fare lettere, ma tutt’al più giurisprudenza, senza il ’68. Non avrei studiato Rimbaud a scuola, grazie a un grandissimo professore, ex-sessantottino, che mi ha fatto INNAMORARE della poesia, e che mi ha cambiato la vita, e che non finirò mai di ringraziare.

    Poi ci sono tanti altri fattori, che coglie bene il post di Binaghi, che aveva già colto in presa diretta Pasolini (i figli travestiti da rivoluzionari proletari compiono la rivoluzione borghese che i padri contadini e cattolici non hanno ancora il coraggio di fare). La famiglia del tutto sfaldata e irresponsabile di oggi è un tragico esempio in negativo.
    Trascrivo da una lettera a Franco Buffoni (si discuteva più o meno del medesimo argomento): “Sono un figlio del pensiero debole. Sono figlio dell’individualismo post-moderno anti-cattolico ed anti-clericale eretto a feticcio di una vita di cui godere. Istituzione anti-istituzionale di cui ho provato l’amarezza sulle mie stesse ginocchia, come un Rimbaud alla rovescia. Sono traumatizzato da 26 anni di naufragio post-sessantottino vissuto nelle sue derive più oscene secondorepubblicane. I miei traumi sono dunque inversi ai tuoi.
    Le mie lacrime, le mie frustrazioni, le mie tentazioni suicide hanno avuto dunque origine in ciò che tu vedi come la soluzione alle tue lacrime, alle tue frustrazioni e alle tue tentazioni suicide.”

    Vorrei in ultimo, ad ennesima contraddizione, segnalare l’opinione al riguardo di Gianni D’Elia da “L’eresia di Pasollini” (Effigie, 2005) che è un libro, oltre che su Pasolini, anche sul movimento: “Pasolini, con la sua pratica militante della prima persona corporale e sentimentale, continua a richiamare alla dimensione politica vera della antica democrazia greca, quella della diatriba e del dialogo di massa, fatta però da “individui personali” (per dirla col Marx giovane) e non più da “individui socializzati”: prefigurazione dell’utopia comunista delle diversità molteplici e liberate, attraverso una tattica di maieutica radicale. […] Non è forse la storia dei movimenti giovanili del secondo Novecento, in rotta di collisione con l’ideologia del lavoro della vecchia Sinistra operaia? La prima persona sentimentale e desiderante, che proprio a metà degli annio Settanta (quando Pasolini fu soppresso) si affacciò a un certo punto nei gruppi politici della nuova Sinistra e li spaccò – trovò prima il genere femminile e femminista, poi quello esistenziale maschile, per rivelarsi: il movimento delle donne, le radio libere, la canzone d’autore, la psicoanalisi e la poesia sono stati, infatti, gli incunaboli della crisi d’azione e di parola, a sinistra. […] Adesso sappiamo […] che nessuna società contiene il mondo, e che ci sono i diversi anche tra i diversi.”

    Rispondi
  26. vbinaghi

    Mi correggo: Toni Negri scriveva anche più poetico: com’era quel passaggio di “Il dominio e il sabotaggio”?
    Quando calo il passamontagna sento cantare l’Aida….?
    Lui, che il passamontagna se l’è messo probabilmente solo a Cortina.
    Gli studenti invece, lo calavano.
    E mentre lui si paraculava in francia (per tornare nuovo osannato critico- apologeta del globalismo), quelli si beccavano le conseguenze sul groppone.
    Se fossi il figlio di una delle vittime del terrorismo, a Toni Negri farei un buco di culo come il tubo della stufa.

    Rispondi
  27. Marco Saya

    Se fossi il figlio di una delle vittime delle stragi di stato,Italicus, Brescia, Bologna, Ustica, etc,etc , allo stato farei un buco di culo come il tubo della stufa.

    Rispondi
  28. Giorgio

    “mi accuso di aver preferito la compagnia delle idee a quella degli uomini più di una volta”:

    è un pericolo costante, anche in questa discussione, vedere le idee e non gli uomini:

    anche Francesco è un uomo, quando dice:

    “Non vi rendete conto di quanto può essere offensivo, per la memoria degli altri… lasciatemi la libertà di non ‘svendere’ niente”

    Rispondi
  29. enrico de lea

    nel ’68 avevo 10anni – sicché per una prorogatio temporis l’ho vissuto tra il ’74 ed il ’79/80 – non lessi nè Mao nè Marx nè Althusser, Sartre, o Negri – sicché incontrai per caso l'”altra tradizione” (in primis, un brano antologico di Gobetti intitolato “Illuminismo”): appunto Gobetti, Rosselli, Silone, Camillo Berneri, l’eroismo di Matteotti, don Mazzolari, Jemolo, Ernesto Rossi, Bauer e Parri etc. – primo libro politico letto: le Memorie di un fuoruscito di Salvemini ed il “No al fascismo” curato da Calosso ed Ernesto Rossi – contraddittoriamente frequentavo i Valdesi e la Fuci, il Gruppo anarchico “Bruno Misefari” e il circolo Socialista Leon Blum, i radicali pre-pannelliani e i laci repubblicani… me ne fottevo delle utopie totalizzanti (secolari o religiose), mi piacevano le libertà minute e concrete…

    Rispondi
  30. luminamenti

    ammazza che grandi conquiste con il 68…! Oggi, tutti sanno e dicono cos’è il sapere, il potere, l’ideologia, e una massa di scecchi esce dall’università

    Rispondi
  31. enrico de lea

    ovviamente quanto sopra a Messina – soprattutto, fondamentale, leggendo Cattafi, Lucio Piccolo e scoprendo i francesi (Rimbaud, Baudelaire e Mallarmè)…

    Rispondi
  32. Paolo Rabissi

    Sessantotto

    C’era già la metro con tante frecce
    che ti rigurgitano sul fuori…
    ma quanto a teleologia era a rovescio
    si veniva più che si andava.
    Una tradizione c’era già
    antiautoritaria.

    I più, a parte i sordi, non udendo
    trombettieri di più alte gerarchie
    ( garanti si sa di quelle minime ):
    – Non è nulla. Qui si sta. Non è nulla.

    E ad ogni buon conto
    tappavano le uscite.

    Rispondi
  33. vbinaghi

    @Giorgio
    Qui non è in questione l’autenticità dei vissuti personali ma un giudizio sulle idee (le uniche cose che per me è lecito – ma anche obbligatorio giudicare).
    Se vogliamo dirla tutta, l’impossibilità di argomentare di fronte alle rivendicazioni di autenticità personale è proprio uno dei frutti degenerati di quella cultura.
    Prima ci hanno spiegato che non ci può essere verità nè bellezza se vengono dal “nemico di classe”. Poi, scoperto che la lotta di classe non esaurisce la storia, ci si accontenta di fare il funerale alla verità e naufragare nel soggettivismo più impotente, dove l’esperienza personale diventa l’unico sacrario.
    In quel decennio io ho incontrato anche persone straordinarie, ho imparato e condiviso cose importanti, ma questa è vita. Nel pensiero, invece, bisogna giudicare gli alberi dai frutti, non quelli che avremmo voluto, ma quelli effettivamente disseminati nella cultura e nella vita corrente.
    Non sto robinsonando su come sarebbe stato il mondo senza il ’68, ma provando a distinguere tra virtù e vizi appresi, perchè è ora di sbarazzarsi della zavorra.

    Rispondi
  34. Fabio Brotto

    Chi ricorda i “katanghesi” di Capanna &C, i “servizi d’ordine” con spranghe e chiavi inglesi? I manuali di guerriglia urbana? E io ricordo anche le cariche selvagge della polizia, e i comizi missini ultraprotetti dalle forze dell’ordine. Bisogna sforzarsi di dirigere verso il Sessantotto uno sguardo scevro da risentimenti, e interrogarsi sul proprio rapporto alla violenza. Per natura, gli umani considerano giusta quella propria o del proprio gruppo, e illegittima o mostruosa quella altrui. Credo sia un dato storico pacificamente accertato che i gruppi e gruppuscoli sessantotteschi predicavano (e inparte attuavano)una violenza rivoluzionaria. O no?

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  35. Marco Saya

    Caro Fabio, quello che ti posso dire che il sottoscritto è finito un paio di volte all’ospedale perchè sprangato da squadristi “sanbabilini”. Le spranghe in dotazione da codesti individui erano dotate di un “uncino” per agganciarti meglio! Io ero un operatore culturale che lavorava in alcuni centri sociali (organizzazione di eventi musicali per l’allora deputato Molinari di DP, ve lo ricordate?), lavoravo poi per una radio nei pressi della statale (canale 96). Ero circondato da “compagni” che non conoscevano la violenza. Che ,poi, ci siano state le “mele avariate” è un discorso che merita una riflessione a parte anche perchè molte mele non agivano autonomamente ma “diciamo” guidate da “forze esterne”.

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  36. Fabio Brotto

    Caro Marco, io invece negli anni 1969 -1972 avevo molte conoscenze in Potere Operaio e Lotta Continua, e ricordo bene il momento in cui volevano morto Calabresi… Vedi appunto come, in base alla propria esperienza, si tende a legittimare la propria parte e a negare ciò che storicamente è evidente. Le BR non sono nate dal niente. Il marxismo-leninismo prevedeva la conquista del potere con le armi. E i fedeli alla dottrina chiamavano quelli del PCI traditori della classe operaia… I tuoi amici compagni che non conoscevano violenza erano anime belle che non sognavano la rivoluzione di ottobre, quella di Mao o quella di Castro, forse.Non ricordo gente simile nei gruppuscoli extraparlamentari del 68.

    Il discorso delle mele avariate non c’entra qui. C’è stata allora un’esplosione giovanil-rivoluzionaria spontanea. L’ala “militarizzata” del Movimento non era agita dall’esterno. C’era voglia di lotta armata, di riprendere la Resistenza tradita, ecc. Un cumulo di sogni, pulsioni, idealità. Ben le ricordo le masse studentesche scandire “Lo stato- borghese – si abbatte, non si cambia!”.

    Pasolini aveva visto giusto, in un certo senso.

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  37. Fabio Brotto

    Ma forse molotov e spranghe “di sinistra” (più numerose assai di quelle di destra) sono il mio sogno, il delirio di un vecchio conservatore che ricorda il venerato maestro Theodor Adorno nel 1968, contestato all’Università…

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  38. claudio damiani

    Fabio Brotto:”Per natura, gli umani considerano giusta la violenza propria o del proprio gruppo, e illegittima o mostruosa quella altrui”.
    Quelli come Marotta che non vogliono liquidare niente, riflettendo su queste parole verissime, che potrebbero dire?
    (Però io dico, diciamo le cose sinceramente, facciamo questo sforzo, se no non serve a niente. Arriviamo a dire: ebbene sì, se è violenza anche quella del proprio gruppo, sono per la violenza).

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  39. Marco Saya

    la violenza non necessariamente deve essere violenza “fisica”. Subiamo quotidianamente ben altre forme di “costrizioni”. Per dirla alla Bakunin “Lo stato, dovunque sia presente e in qualunque forma istituzionale operi (borghese, socialista o comunista), non è altro che sinonimo di costrizione, di dominazione attraverso la forza, camuffata se possibile, ma, al bisogno, brutale e nuda. 🙂

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  40. vbinaghi

    Lo Stato è il monopolio della forza legittima: ciò che dovrebbe mettere al riparo dalla violenza esercitata in nome di interessi particolari. Sono individui e gruppi ad essere violenti, anche usurpando la giustizia, anche in nome delle classi oppresse (che solitamente sono oppresse e opprimono nella stessa misura).
    Ma se anzichè cercare l’oggettività e la concordia e proteggere le istituzioni dall’ingiustizia, si parte dal presupposto che il nemico è lo Stato, si affonda la barca su cui si naviga.
    L’incapacità di vedere altro che lotta di classe (il particolare contro il particolare) è la malattia, non il rimedio.
    Dal messianismo del proletariato, erede di ogni oppressione, al sindacalismo che difende aristocrazie operaie e pensioni d’anzianità contro le giovani generazioni: incidente o nemesi?

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  41. Fabio Brotto

    A Damiani: quelli come Marotta sono semplicemente cristiani. Il cristianesimo (come alcune forme di metafisica e di pratica sapienziale, e più di queste) è appunto il superamento della naturale tendenza dell’uomo alla violenza e al sacrificio. L’uomo totalmente non-violento non è opera umana, ma opera dello Spirito.Va detto che anche il cristianesimo storicamente ha assunto a sua volta carattere sacrificale, con caccia agli eretici, crociate, ecc. I cristiani radicalmente liberi dal risentimento e dalla violenza, come il Maestro, sono pochissimi.

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  42. marco guzzi

    Mi sembra che il discrimine si collochi proprio intorno al giudizio sulla violenza.

    Il movimento di contestazione del ’68, nato negli USA con forti connotati pacifisti e “mistici” (beat generation, romanticismo rock etc.), ha assunto in Europa l’ideologia comunista, nelle sue forme più diverse.
    Una ideologia che assumeva l’uso della violenza come legittima forma rivoluzionaria.

    Anche i movimenti di estrema destra, che a loro volta contestavano il “sistema”, e che frequentai nei terribili anni del liceo (1970/73), consideravano la violenza quasi una necessità all’interno di uno scontro per la vita o la morte.

    La fase nuova che stiamo maturando consiste proprio nella deleggittimazione della violenza in quanto tale.
    Questa fase porta con sé la profondità di una vera e propria svolta antropologica, in quanto da sempre le civiltà e le religioni hanno considerato la guerra e la violenza contro il nemico un fondamento della propria forza e una garanzia della propria identità.
    Derrida parla per questo di un movimento di Confessione/Conversione universale. Dobbiamo cioè pentirci e purificarci di tutta la violenza che in nome di Dio e della Rivoluzione abbiamo praticato per secoli.

    Questo in realtà sta già accadendo in ogni settore della vita culturale del pianeta, provocando al contempo fortissimi contraccolpi e reazioni opposte, che vorrebbero rileggittimare la violenza e rifondare identità di tipo bellico.

    Tornando al ’68, esso portava dentro le sue aspirazioni qualcosa di assolutamente vero e giusto: il “sistema” era (ed è) marcio, l’umanità era (ed è) ridotta ad una unica dimensione, e così via; ma gli strumenti rivoluzionari utilizzati, in quanto derivati dalla ideologia (analisi e prassi conseguenti) marxista-leninista, erano del tutto inadeguati e alla fine deleteri.

    Credo che sia tempo di comprendere che la vera contestazione del sistema non possa che andare di pari passo con la rinuncia ad ogni forma di violenza contro le persone.

    La pace, bene intesa, come metodo rivoluzionario e prassi spirituale al contempo, credo che metterà presto in crisi un sistema dominante che sta collassando da decenni e che sopravvive come gli zombies solo perché il Vivente in ciascuno di noi non ha ancora la forza di occupare la scena.

    Grazie a tutte/i della bella discussione.
    Marco Guzzi

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  43. Marco Saya

    Tema : la violenza dello stato

    Svolgimento: L’america esporta la propria democrazia in Irak.

    Proseguio: L’america continuerà a esportare la propria violenza sino a esaurimento greggio.

    Conclusione: il “Vivente” che è in noi non ha il coraggio di occupare la scena.

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  44. mauro baldrati

    Sono straordinariamente stupito dall’ammasso di strafalcioni storici, sentenze frettolose, battute da bar sport, cumulo di rancori e di veri e propri deliri che ho letto in molti commenti. Comunismo stalinismo, toni negri (che è del 77), un mucchio di corbellerie e semplificazioni su una fase storica che è la quintessenza della complessità. Ma che gusto c’è, mi chiedo, quale soddisfazione? Sentirsi grandi, importanti, sapienti? Mah!

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  45. Fabio Brotto

    Evocate in me ricordi del ’77-78. La scuola in cui insegnavo occupata manu militari da un gruppo di autonomi. La casa della preside bruciata da una molotov collocata sotto l’auto dentro il garage della sua casa. Mio fratello, discepolo del Toni, che andava alle manifestazioni sfasciando vetrine e lunotti di auto (solitamente utilitarie): “vivendo l’autonomia”, come lui e i suoi amici dicevano, e scaricando il Desiderio sulla scorta di Deleuze e Guattari, con “espropri proletari” nei grandi magazzini. Formidabili anche quegli anni lì.
    Per fortuna gente continuava ad insegnare, a fare il lavoro nei campi, a curare, a fabbricare strumenti, ecc…
    Ma certo, tutto e più complesso, e anche la mia collega che nel 1979 pensava di “entrare in clandestinità” aveva le sue ragioni. Tutti ce l’hanno, le ragioni.

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  46. mauro baldrati

    Brotto, come al solito usi il tuo spazio per riversare violenza interiore, odii tuoi personali e spettri vari. Sia il 68 sia il 77 sono stati ANCHE gioia, speranza e ideali. Tutti argomenti a te ignoti.

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  47. paola castagna

    Sia il 68 che il 77 gioia, violenza, speranza e odii…
    Tutto ciò per far nascere poi generazioni sempre più scontente e violente che vegetano nel Non vissuto.O Vissuto di riflesso altrui.
    Ciò che il dopo ha partorito, viene portato sulle spalle come un sacco di mattoni che nessuno vuole adoperare per costruire.
    Basta chiedere a chi è nato allora.
    Nata nel 1969
    Il dopo, il mio, , vi garantisco che è colmo di vuoto, causa il troppo che a quegl’anni esplodeva.
    E’solo il seguito di certe azioni che ne determinano il buono o il cattivo.
    E il seguito è stato Assente.
    paola castagna

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  48. mauro baldrati

    Cara Paola, ciò che sottolinei “Il dopo, il mio, , vi garantisco che è colmo di vuoto” credo sia un disagio condivisibile per la generazione cui fai riferimento (e anche quella precedente comunque, e quella successiva), però è sbagliato, quanto meno riduttivo attribuirlo al “troppo che a quegl’anni esplodeva”. Il disagio deriva dalla piega che ha preso la società, dal dilagare del capitalismo sempre più senza freni, dal potere assoluto del denaro e del profitto. I giovani si sono arrabbiati per “la promessa non mantenua” di cui parlò Fernanda Pivano riferendosi al periodo immediatamente precedente al 68.

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  49. Fabio Brotto

    Mi ero riproposto di non rispondere mai a critiche personali di Baldrati. Ma qui non ci riesco. Ogni lettore del blog potrà vedere che il 59 evidenzia un astio nei miei confronti. Ovviamente non capirà perché. Non lo capisco nemmeno io.
    L’affermazione che il 68 e il 77 contenevano anche gioia, speranza e ideali la condivido in pieno. Penso però che anche la Marcia su Roma contenesse gioia, speranze e ideali. Solo che c’è gioia e gioia, speranza e speranza, ideale e ideale. Perché anche nazisti e fascisti avevano gioia, speranze e ideali, che io non condivido….

    Ma Baldrati non vuole discutere sull’oggetto di discussione, argomentando. Egli mi conosce benissimo, e sa che io sono in preda all’odio e alla violenza interiore, e ignoro totalmente ideali, speranze e gioia. Lui lo sa, e di fronte al suo sapere arretro. Io invece di lui non so nulla, e quindi nemmeno perché ce l’abbia con me.

    Invece, mi ritrovo totalmente nelle parole di Marco Guzzi. Il vero problema è la violenza. E la nostra tendenza ad attribuirla agli altri, come Baldrati fa con me.

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  50. mauro baldrati

    Ma guarda un po’, adesso Brotto condivide che il 68 e il 77 sono stati anche gioia fantasia e ideali. Leggendo il tuo commento n. 58 vedevo uno scenario apocalittico di violenza, spranghe, sopraffazioni. Se questa non è violenza interiore cosa sarebbe? Io nel 68 avevo 15 anni, ero alle manifestazioni, ho vissuto qualche scontro con la polizia, ma anche tanta amicizia, tanta solidarietà. E lo stesso nel 77. D’altra parte che tu, Brotto, uno che nella sua vita ha sterminato “molte migliaia di animali” così, tanto per divertirti, sia pieno di violenza spettrale, e non ti lasci sfuggire occasione per esprimerla sotto forma di scrittura qua e là, è un fatto. Ed è un fatto disdicevole.

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  51. Fabio Brotto

    Amen, caro Baldrati, che Dio ti benedica. Tutto è chiarissimo: a me, e penso a tutti.

    A proposito, ieri sono stato a pesca, e stasera mi farò un risotto di pesce. Idealmente te ne offro una virtuale porzione, è una mia specialità (sono veneziano).

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  52. fabry2007

    credo che sarebbe importante approfondire il discorso dal punto di vista della ricerca storica: dalla cosiddetta “presa della parola”, alle tematiche del dissenso cattolico, dell’antipsichiatria, del movimento universitario, della ribellione delle nuove generazioni, della mappa del terrorismo, fino all’esame del materiale più precario ma ugualmente decisivo, per certi aspetti, come i volantini, i documenti, i giornali.
    un’analisi di questo tipo metterebbe in evidenza luci e ombre di anni che hanno contribuito a cambiare l’immagine del mondo e delle sue strutture comunicative.
    fabrizio

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  53. gian ruggero manzoni

    Ho letto solo ora il tutto. In effetti non posso che condividere ciò che Mauro Baldrati ha scritto al #55. Io e Baldrati siamo entrambi romagnoli e siamo nati a 15 chilometri di distanza l’uno dall’altro, in quella che è chiamata Bassa Romagna, terra dura, terra di confine, terra, da sempre, violentissima e aperta allo scontro politico, quello a sangue (per intenderci), come poi tutte le Basse emiliano-romagnole (e, storicamente, per secoli, non è esistita altra zona d’Italia in cui l’estremo – in tutti i sensi – abbia, politicamente, toccato vette come da noi – visto che da noi è nato tutto e il suo contrario, dai repubblicani storici, agli anarchici accoltellatori, ai socialisti, ai fascisti, fino ad arrivare ai preti schierati dall’ una o dall’altra parte… preti che poi ci hanno rimesso la pelle, ovviamente, così come altre centinaia e centinaia di persone, dalle mondine dei primi del ‘900 a Conselice, cadute sotto le cariche della cavalleria sabauda, fino ai circa 3500 morti tra galere fasciste e piombo nazista, per arrivare ai tanti ammazzati per mano comunista dopo il ’45 – tra cui anche 4 miei cugini – fino all’esasperazione degli anni ’60 e ’70, con Mauro in Lotta Continua e io gruppettaro – violento – poi sbattuto in galera nel ’77 e quindi nell’esercito per scontare la pena, senza benificio di condizionale, che ‘merito’ la Legge Reale mi avevano inflitto per direttissima. Questo per fare il punto, per dire il come ce la siamo vissuti anche noi sulla pella e per ribadire che le dinamiche socio-politiche degli ultimi 100 anni di storia patria (e in particolare degli ultimi 50 anni) sono molto ma molto ma molto complesse e ancora, a mio avviso, per il 90% da scrivere, perché poco o nulla, finora, si sa, riguardo stragi di Stato, terrorismo nero e rosso, servizi segreti deviati (e anche non deviati), classe politica più o meno collusa col capitale, ingerenze straniere nella politica interna italiana (Cia, Kgb e via così), massoneria, Opus Dei e chi più ne ha ne metta, fino al ruolo di questa nazione prima nella Guerra Fredda poi, da 35 anni, nella guerra (per il petrolio) contro il mondo arabo, e aggiungiamoci Andreotti, Cossiga, Craxi, Gelli, Berlusconi, gli Agnelli, i De Benedetti (con la lobby ebraica alle spalle) fino agli ex comunisti, ora trasformatisi in democratici (seppure ben vicini, fino al 1989 e anche oltre, alla vecchia cara madre Russia), e avanti e avanti e avanti ancora… perciò giusto raccontarsi in prima persona (del resto io scrivo anche romanzi e il narrare-narrarsi attorno ai bivacchi mi affascina sempre), ma non facciamo del personale quello di tutti (un’altra delle vecchie pecche dell’individualismo, analitico, all’italiana, cioè il ragionare pensando di essere al/il centro dell’universo). Reputo che solo tra un cent’anni, forse, si riuscirà ad avere un quadro obiettivo e più preciso di ciò che è successo qui da noi in 100 anni, cioè quando tutti i protagonisti saranno al cimitero già da un pezzo e i famosi armadi verranno aperti… sempre se un qualcuno non si sarà preso la briga di bruciarli prima, con tutto il loro contenuto. E credo che già molti, di quegli armadi, siano andati alle fiamme. Restano le ipotesi, molte delle quali si avvicinano di certo al vero, ma di fatti concreti NISBA… di prove NISBA… di mandanti ed esecutori NISBA… e tutti sono ancora lì in Parlamento e se la ridono e se la godono, i terroristi (o finti tali) sono tutti fuori a fare gli editori, i giornalisti, gli impegnati nel sociale e via così… resta dentro Sofri, il più coglione di tutti (come si dice dalle nostri parti) che, se solo avesse detto ni (cioè: beh, sì, forse Calabresi, in effetti, se n’era parlato di farlo fuori etc.), ora sarebbe scarcerato e dirigerebbe la Mondadori (del resto il buon Calabresi, cattolico osservante e praticante, non è che fosse in vacanza quando Pinelli volò dal quarto piano della Questura di Milano)… etc.etc.etc.etc.etc.etc.etc. Comunque interessante quello che finora avete detto. Frammenti, tessere di un mosaico che piano piano si va a formare… sempre se, e lo ripeto, non si decida per un pavimento in cemento trattato poi a resina, come fanno gli americani nei loro loft a New York o a Los Angeles, oppure i mafiosi in tutte le parti del mondo. Un abbraccio a tutti.

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  54. Marco Saya

    Beh, anche se andiamo a guardare cronologicamente quel periodo da un punto di vista politico (le istituzioni e i suoi rappresentanti) potremmo meglio analizzare il “tutto”. Ma ci vuole un post a parte.

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  55. mauro baldrati

    Bello il commento di Gian Ruggero.

    Per il resto sono d’accordo con fabry, un’analisi il più possibile articolata e serena, con particolare riferimento alla creazione artistica, che è stata particolarmente vivace… il fatto è che si è partiti subito con un’ottica punitiva e negativa, e davvero non capisco quale sia il motivo, o il desiderio.

    Poi noto, senza stupirmi, ovvio, che il Brotto non appena si parla di ammazzamenti di animali diventa subito allegro, e mi benedice pure. E vai solo a pesca? Come mai così soft? L’ultima volta ti eccitavi al pensiero di “sgozzare” un capretto con le tue mani. Che succede?

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  56. Aniram

    nel 1968 avevo pochi anni, ma ne riconosco la novità della gioia con le finitezze tipiche di ogni cosetta umana. e per le donne fu importante in modo esponenziale.

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  57. claudio damiani

    Penso che sia importante riflettere su questo pensiero di Fabio Brotto, che trovo giustissimo, perchè coglie in pieno l’aspetto essenzialmente novecentesco, ideologico, figlio di comunismo e fascismo, del ’68:
    “L’affermazione che il 68 e il 77 contenevano anche gioia, speranza e ideali la condivido in pieno. Penso però che anche la Marcia su Roma contenesse gioia, speranze e ideali”.

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  58. lucaariano

    “Perché anche nazisti e fascisti avevano gioia, speranze e ideali”

    Sulle speranze ed ideali (che nemmeno io condivido naturalmente) posso essere d’accordo, ma sulla “gioia” che i nazisti ci hanno messo neil programmare dei Campi di concentramento, l’Olocausto o sul confino e atti di violenza dei Fascisti, dei Repubblichini e tante altre brutture ho qualche dubbio che penso sia legittimo. Si tratta di azioni crudeli e sadiche che francamente non penso debbano lasciare dubbio.

    Un caro saluto

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  59. Fabio Brotto

    Non mi riferivo, per quanto riguarda la “gioia nazifascista” ai campi di concentramento, come non mi riferirei per la “gioia comunista” alla vita nei campi della Kolyma. Ma basta guardare il film della Riefenstahl sul raduno di Norimberga del ’34 per vedere che i ragazzi della Hitlerjugend erano pieni di gioia (e non per finzione cinematografica). Il piacere di essere insieme, di battersi contro un nemico comune, dà gioia. Qui vedo nelle analogie col Movimento del ’68. E sulle analogie bisognerebbe ragionare. Le parole sono segni non casuali. Anche i Nazisti parlavano del loro Movimento, che chiamavano appunto Movimento, come una forza superiore allo Stato… E’ il Novecento, ragazzi! E questo mi riempie di sgomento.

    Ma io tuttavia credo che il ’68 rappresenti una svolta anzitutto nella cultura giovanile, perché allora per la prima volta i giovani si compresero come gruppo-vittima, sul modello dei Neri d’America. Vittime del Sistema. Un punto che andrebbe analizzato a fondo, e che non posso sviluppare in un (solo) post.

    Un thread di un blog ha dei limiti intrinseci, si adatta allo scambio di battute, non al pieno dispiegamento di un’argomentazione. Inviterei perciò quelli che accusano gli altri di “chiacchiere da bar” di tener conto dei limiti del mezzo, e praticare la tolleranza, se possibile .

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  60. lucaariano

    Sì Fabio quelle immagini le ho viste anche io così come la folla festante a Piazza Venezia quando il Duce sproloquiava e nel suo lucido delirio stava portando il Paese alla catastrofe.

    Il mezzo è quello che è ma non credo che qui, in questo blog si facciano “chiacchiere da bar”. Ci sono stati post più lievi e post più impegnativi ma la serietà e la competenza non sono mai venuti meno.

    Un caro saluto

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  61. enrico de lea

    bisognerebbe rileggere sul ’68 certe pagine di Capitini (morto proprio nel ’68), di Silone o di un’oscuro filosofo come Umberto Segre, per rendersi conto di cio che avrebbe potuto essere (una riforma libertaria dal basso, sia civile che sociale che religiosa) e non fu – o, forse, nonostante tutto, cmq. potrebbe esserlo stato (incompletezza e contraddittorietà di tutte le rivoluzioni: p.es. lo stato di diritto e la divisione dei poteri sono anche frutto delle follie della rivoluzione francese)

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  62. Giorgio

    Spunti interessanti, Fabrizio, al n. 67; in particolare l’accenno alla “presa della parola”. Riecheggia questo che ho appena letto:

    “Qualcosa ci è successo. Dentro di noi qualcosa ha cominciato a muoversi. Voci mai sentite ci hanno trasformato – originate in un luogo ignoto, a riempire improvvisamente le strade e le fabbriche, a circolare tra noi, a diventare nostre senza essere più il rumore soffocato delle nostre solitudini. Perlomeno avevamo questa sensazione. Quanto si è prodotto di inaudito è questo: ci siamo messi a parlare. Sembrava la prima volta. Da ogni dove uscivano tesori addormentati o silenziosi, di esperienze mai nominate”.

    “Si è smosso qualcosa di silenzioso, qualcosa che invalida lo strumentario mentale elaborato in funzione di una condizione di stabilità. […] Una certa idea di uomo abitava l’immenso apparato che organizzava la società. Questa regola segreta implicitamente riconosciuta o accettata, è stata strappata dall’ombra da dove determinava un ordine […] non credo che si possa parlare di rivoluzione compiuta [ma di] rivoluzione simbolica […] sia per il fatto che essa significa più di quanto metta in atto, sia perché contesta delle relazioni (sociali e storiche) per crearne altre di autentiche. Allo stesso modo il ‘simbolo’ è l’indice che marca tutto il movimento nella sua pratica come nella sua teoria. La parola, dall’inizio alla fine, ha giocato il ruolo decisivo” (28-30).

    Così scrive alle pagine 37-38 del suo libro “La presa della parola e altri scritti politici”, Meltemi, Roma 2007, Michel de Certeau (1925-1986), teologo storico antropologo psicanalista, tra i fondatori dell’Ecole freudienne de Paris di Jacques Lacan. Del suo libro si parla qui:

    http://www.carmillaonline.com/archives/2007/05/002246.html

    Sull’accenno a “ciò che avrebbe potuto essere” da parte di Enrico dirò qualcosa dopo, se riesco.

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  63. Giorgio

    Enrico, quello che dici: “ciò che avrebbe potuto essere (una riforma libertaria dal basso, sia civile che sociale che religiosa) e non fu – o, forse, nonostante tutto, cmq. potrebbe esserlo stato (incompletezza e contraddittorietà di tutte le rivoluzioni” mi ha suggerito la proposta di lettura che segue:

    “Solo Dio… non conosce alcuno iato tra pensiero e conseguenza. Quel che Egli pensa è…
    Il pensiero non ce la fa, non può farcela. Persino il movimento di pensiero più prudentemente calibrato e concentrato “prende corpo”… solo imperfettamente, solo in parte. L’opera d’arte, per quanto sovrana, il progetto politico o militare, l’edificazione materiale, il codice giuridico o la summa teologico-metafisica scendono a compromessi con l’ideale, con la finzione necessaria dell’assoluto. Una macchia d’impurità… resta… sulle simmetrie cristalline del disegno privato o collettivo, politico, sociale. Il concetto di perfezione è un sogni inesaudito del pensiero, un’astrazione concettuale, come l’infinità…
    Ineluttabilmente, dunque, la totalità dei nostri futuri, delle nostre proiezioni e anticipazioni, dei nostri progetti – ordinari o utopici che siano – porta con sé un potenziale di delusione, di autoillusione profilattica. Un virus di incompiutezza abita la speranza. Le grammatiche degli ottativi, dei congiuntivi di ogni sfumatura dei tempi futuri – queste grammatiche sono la gloria irresponsabile e la luce aurorale della mente umana – non possono mai essere garanzie. Non implicano e non sottoscrivono un fatto immacolato. Le chance possono essere tutte in nostro favore, l’induzione può sembrare quasi contrattuale e infallibile, ma credere, attendere, sperare sono una scommessa. La cui unica certezza è la morte. Le conseguenze delle nostre aspettative, di quell’impazienza che chiamiamo ‘speranza’, sono sempre lacunose. Talvolta abortiscono del tutto (benché vi siano eccezioni che sorpassano ogni nostra immaginazione). Di solito, l’anticipazione, la proiezione, la fantasia e l’immagine eccedono la realizzazione. Se diciamo che le nostre esperienze sono ‘superiori ai nostri sogni più sfrenati’ vuol dire che questi sogni erano… logori…
    ‘Sperare contro ogni speranza’ è un’espressione forte, ma che riconosce, in definitiva, la rovina che il pensiero getta sulla conseguenza”.

    Questa è per George Steiner una delle “Dieci (possibili) ragioni della tristezza del pensiero”.

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  64. Carla

    io posso solo dire che a quell’epoca avevo 5 anni, e che quell’anno ha segnato profondamente la nostra storia.
    solo questo…
    Bonsoir

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  65. gian ruggero manzoni

    @ Giorgio cita Stirner, un grandissimo: “Il pensiero non ce la fa, non può farcela. Persino il movimento di pensiero più prudentemente calibrato e concentrato prende corpo… solo imperfettamente, solo in parte. L’opera d’arte, per quanto sovrana, il progetto politico o militare, l’edificazione materiale, il codice giuridico o la summa teologico-metafisica scendono a compromessi con l’ideale, con la finzione necessaria dell’assoluto. Una macchia d’impurità… resta… sulle simmetrie cristalline del disegno privato o collettivo, politico, sociale. Il concetto di perfezione è un sogno inesaudito del pensiero, un’astrazione concettuale, come l’infinità…” – non si può aggiungere altro, si può solo ampliare tramite infiniti esempi, tutti quelli che costellano la storia dell’umanità, ma il succo sta in queste 10 righe riportate sopra… in esse è il destino di noi uomini; che poi si sia tentato di andare oltre, e che ancora si tenterà, beh, ciò rientra nella nostra vanità, nella nostra superbia… e ben vengano tali peccati, del resto sono sempre stato uomo che ha amato combattere le battaglia di già perdute in partenza 😉
    …forse romantico tutto ciò… oppure solo figlio della noia… cioè della consapevolezza di non poter andare oltre al suddetto stato? Mah!… a 50anni penso si possa essere stati e si possa essere ‘rivoluzionari’ anche per noia… la borghesia insegna – più difficile, a mio avviso, essere reazionari per noia, ma questo è un altro discorso :-).

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  66. luminamenti

    Non penso proprio che stiamo vivendo tempi di deleggittimazione della violenza come dice Marco Guzzi. Anzi, il contrario. la guerra, come strumento di risoluzione dei conflitti, è ancora lo strumento più praticato sulla Terra. Basta saper contare e usare l’aritmetica per saperlo. E, oltre la guerra, la violenza individuale è statisticamente in aumento.
    In quanto alla pace e alla mutazione atropologico, questo è un altro discorso che andrebbe vedere cos’è.
    Occorre in questo senso un’ontologia.
    In ogni caso, passerrà ancora molto ma molto tempo. Il processo di distruzione del mondo non si è ancora completato!

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  67. Fabio Brotto

    Se l’Impero dei Parti fosse stato colpito da un terremoto, certo i Romani non avrebbero inviato aiuti. Oggi se la Corea del Nord soffre la fame, la Comunità Internazionale si pone il problema di come evitare la morte per fame dei sottoposti innocenti ad un regime odiosissimo… La preoccupazione per le vittime, tutte le vittime, ecco una cosa che contraddistingue il nostro tempo. E qui c’è una vera modificazione antropologica, almeno in Occidente. Si pensi all’odio nostro per la guerra, che noi oggi facciamo con estrema fatica, mentre altri tempi e luoghi la vedevano e vedono praticata con entusiasmo…

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  68. mauro baldrati

    A parte i deliri del solito brotto, che si abbandona a fantasticherie sul nazismo, la guerra, la forza ecc. quanto dice Luca, che “la serietà e la competenza non sono mai venuti meno” purtroppo non è vero. Ed è triste vedere come qualcuno approfitti di uno spazio di discussione per emettere sentenze sbrigative e prendere svarioni vari. Questa, per esempio, di Claudio (n.75): “figlio di comunismo e fascismo, del ‘68”, è una delle castronerie più paradossali che abbia mai letto in vita mia. Il 68 è nato come movimento spontaneto, antiautoritario e puramente libertario. Poi, al suo interno, ha sviluppato diverse anime, come tutti i movimenti multiculturali e policentrici. Scrivere una castroneria del genere non significa avere idee politiche di un certo tipo, che sono sempre rispettabili, ma perdere di vista anche il minimo requisito scientifico necessario per analizzare, o cercare di leggere una fase storica. A me dispiace essere così sincero, forse brusco, e so che mi faccio dei nemici, ma non posso farci nulla.

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  69. Pasquale Giannino

    Vi odio, cari studenti

    È triste. La polemica contro
    il PCI andava fatta nella prima metà
    del decennio passato. Siete in ritardo, figli.
    E non ha nessuna importanza se allora non eravate ancora nati…
    Adesso i giornalisti di tutto il mondo (compresi
    quelli delle televisioni)
    vi leccano (come credo ancora si dica nel linguaggio
    delle Università) il culo. Io no, amici.
    Avete facce di figli di papà.
    Buona razza non mente.
    Avete lo stesso occhio cattivo.
    Siete paurosi, incerti, disperati
    (benissimo) ma sapete anche come essere
    prepotenti, ricattatori e sicuri:
    prerogative piccoloborghesi, amici.
    Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
    coi poliziotti,
    io simpatizzavo coi poliziotti!
    Perché i poliziotti sono figli di poveri.
    Vengono da periferie, contadine o urbane che siano.
    Quanto a me, conosco assai bene
    il loro modo di esser stati bambini e ragazzi,
    le preziose mille lire, il padre rimasto ragazzo anche lui,
    a causa della miseria, che non dà autorità.
    La madre incallita come un facchino, o tenera,
    per qualche malattia, come un uccellino;
    i tanti fratelli, la casupola
    tra gli orti con la salvia rossa (in terreni
    altrui, lottizzati); i bassi
    sulle cloache; o gli appartamenti nei grandi
    caseggiati popolari, ecc. ecc.
    E poi, guardateli come li vestono: come pagliacci,
    con quella stoffa ruvida che puzza di rancio
    fureria e popolo. Peggio di tutto, naturalmente,
    è lo stato psicologico cui sono ridotti
    (per una quarantina di mille lire al mese):
    senza più sorriso,
    senza più amicizia col mondo,
    separati,
    esclusi (in una esclusione che non ha uguali);
    umiliati dalla perdita della qualità di uomini
    per quella di poliziotti (l’essere odiati fa odiare).
    Hanno vent’anni, la vostra età, cari e care.
    Siamo ovviamente d’accordo contro l’istituzione della polizia.
    Ma prendetevela contro la Magistratura, e vedrete!
    I ragazzi poliziotti
    che voi per sacro teppismo (di eletta tradizione
    risorgimentale)
    di figli di papà, avete bastonato,
    appartengono all’altra classe sociale.
    A Valle Giulia, ieri, si è cosi avuto un frammento
    di lotta di classe: e voi, amici (benché dalla parte
    della ragione) eravate i ricchi,
    mentre i poliziotti (che erano dalla parte
    del torto) erano i poveri. Bella vittoria, dunque,
    la vostra! In questi casi,
    ai poliziotti si danno i fiori, amici.

    Pier Paolo Pasolini.

    @ Fabio (# 90). Evviva gli americani filantropi e democratici! Ma che brave persone, anziché starsene tranquille e serene a occuparsi dei loro business vanno in giro per il mondo ad esportare democrazia… Mica lo fanno per il petrolio… Cosa c’entra poi il protocollo di Kyoto e la loro scelta di non aderirvi? E i “comunisti” continuano a diffamarli con la storia dell’effetto serra! Non è mica vero che seguitano a scaricare nell’atmosfera cloache stracolme di CO2 (diossido di carbonio, volgarmente: anidride carbonica)… Non è mica vero che si ostinano a puntare sugli idrocarburi anziché sulle fonti alternative e che per questo vogliono accaparrarsi le vieppiù rare e preziose riserve petrolifere. Figuriamoci poi se possiamo credere alle illazioni fatte da Gian Ruggero al # 69… Ma come si fa a essere così ingrati e diffidenti!

    Ciao a tutti.
    Pasquale

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  70. mauro baldrati

    Pasquale, hai fatto benissimo a riportare lo storico pezzo di Pasolini. E’ sempre stato, a mio parere, discutibile, ma è comunque un contributo fondamentale, anche poetico, al di fuori di tutti gli schemi.

    Tanto per chiarire: il P.C.I. dell’epoca ebbe un atteggiamento di grande chiusura verso il movimento, se non di vera e propria ostilità. Ne parla diffusamente, e con dolore, Rossana Rossanda nel suo libro “La ragazza del secolo scorso”: http://www.vibrissebollettino.net/archives/2006/07/un_romanzo_poli.html

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  71. Fabio Brotto

    Ma santo cielo, come si fa a non capire che il 90 non esaltava affatto gli Americani, ma parlava di una sensibilità diffusa in Occidente, esattamente quella che ci fa rifiutare la guerra di Bush come speculare alla guerra santa islamica?… E condivideva appunto la tendenza a schierarsi per le vittime e non per i vittimizzatori, di qualunque colore essi siano.
    Caro Pasquale, non facciamoci oscurare la mente dall’odio verso un unico agente della storia, e vediamoli tutti: quindi cerchiamo di comprendere come oggi l’unica civiltà radicalmente critica verso se stessa sia quella occidentale, ultimo esito di una lunga storia, che inizia forse con Socrate. E questo blog ne è una delle tantissime prove.
    Ma ai miei occhi è chiaro che la politica, anche lato sensu, è sempre inevitabilmente schieramento e conflitto.La cosa non mi dà alcuna gioia Ed è difficile il ragionamento: tutti si buttano a capofitto nella mischia, ed elencano le nefandezze del partito avverso, invece che cercare punti in comune.
    Per l’inquinamento ad es.: nel giro dei prossimi decenni India e Cina supereranno gli Usa. Ma in Occidente si criminalizzano (e giustamente, per la loro parte) solo questi. E’ un dato. Ma adesso non sostenere, ti prego, che io amo l’inquinamento UISA o le bombe USA. Certo, tra vivere in Corea del Nord o in USA sceglierei gli USA. Tu no? Ma il potere è il potere, e anche un potere democratico ha il suo aspetto diabolico e violento. Lo avrà, purtroppo, fino alla fine dei secoli, perché il principe di questo mondo non è buono.

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  72. Pasquale Giannino

    Mauro, è il Pasolini che più amo, quello “al di fuori di tutti gli schemi”.

    Mi scusi prof. Brotto, non sono stato attento… Caro Fabio, sai perché mi piace discutere con te? Perché mi “diverte” il tuo modo di ragionare… Tu parli di una sensibilità occidentale che “ci fa rifiutare la guerra di Bush come speculare alla guerra santa islamica”. Cioè parti dall’assunto – privo di qualsivoglia fondamento oggettivo – che da una parte ci siano un miliardo e trecento milioni di musulmani che combattono una “guerra santa”, e dall’altra un occidente sensibile che è ben lungi dal considerare “speculare” la guerra di Bush… Mah! Poi consideri la società occidentale come l’“ultimo esito di una lunga storia che inizia forse con Socrate”. Ti potrei rispondere che gli egizi erano arrivati molto prima di Socrate verso il quale, fra l’altro, la tanto magnificata civiltà di cui siamo figli non si mostrò poi così sensibile, visto come finì la sua avventura… E analoga sorte toccò a schiere di liberi pensatori “occidentali” che sono arrivati dopo di lui. Citi l’India e la Cina come un pericolo condiviso per l’economia degli USA… Hai mai sentito parlare di multinazionali (americane, per esempio…)? Hai mai sentito parlare di delocalizzazioni? In India e Cina la manodopera costa meno (certo, lavorano in condizioni di schiavitù…), smantelliamo i siti occidentali e andiamo a produrre nel far east! Ma milioni di operai e impiegati occidentali che fine faranno? Ah, noi siamo troppo “sensibili” per badare a questi dettagli di nessun valore. L’importante è far contenti gli azionisti e rimpinguare le loro tasche… “Ma la ditta era in crescita…” dice l’operaio cinquantenne padre di famiglia che si ritrova in mezzo alla strada dopo che si è fatto il culo per trent’anni. “Non abbastanza” risponde il sensibile manager occidentale. “Abbiamo fatto il 7 % di margine? Non basta! Gli azionisti vogliono margini a due cifre!” Dici che tra USA e Corea del Nord sceglieresti di vivere in USA. Benissimo! Io sceglierei di vivere nella mia terra: la Calabria. E invece sono costretto a fare l’emigrante come mio nonno. Lui aveva la terza elementare, io sono un ingegnere elettronico. Grazie al ’68.

    Pasquale

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  73. claudio damiani

    Dice Mauro che il ’68 è nato come movimento spontaneo e antiautoritario, ma anche il fascismo è nato come movimento spontaneo e antiautoritario.
    Ma certo che ci sono differenze, anche solo col primo fascismo movimentista, chi lo nega. Io però andrei anche a vedere le somiglianze, proverei a distanziarmi, a vedere il novecento con una certa distanza. Io capisco che chi ha militato o ancora milita nel fascismo o nel comunismo può risentirsi e incazzarsi molto, però se non cominciamo a distanziarci dall’ideologia novecentesca, non andiamo avanti, restiamo impegolati sempre negli stessi problemi.

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  74. elena f

    le sette regole dell’arte di ascoltare

    1- non avere fretta di arrivare alle conclusioni. le conclusioni sono la parte più effimera delle ricerca

    2- quel che vedi dipende dal tuo punto di vista. per riuscire a vedere il tuo punto di vista, devi cambiare punto di vista

    3- se vuoi comprendere quel che un altro sta dicendo, devi assumere che ha ragione e chiedergli di aiutarti a vedere le cose e gli eventi dalla sua prospettiva.

    4- le emozioni sono strumenti conoscitivi fondamentali se sai comprendere il loro linguaggio. non ti informano su cosa guardi ma su come guardi. il loro codice è relazionale e analogico.

    5- un buon ascoltatore è un esploratore di mondi possibili. i segnali più importanti per lui sono quelli che si presentano alla coscienza come al tempo stesso trascurabili e fastidiosi, marginali e irritanti, perchè incongruenti con le proprie certezze.

    6- un buon ascoltatore accoglie volentieri i paradossi del pensiero e della comunicazione. affronta i dissensi come occasioni per esercitarsi in un campo che lo appassiona: la gestione creativa dei conflitti (relaziolali-ndt)

    7- per divenire esperto nell’arte di ascoltare devi adottare una strategia umoristica. ma quando hai imparato ad ascoltare l’umorismo viene da sè.

    (mariella sclavi,arte di ascoltare e mondi possibili, mondadori, p.63)

    scusate forse potrà sembrare un intervento fuori luogo, ma a me sembrano ottimi consigli per tentare di condurre in questo blog e nella vita discussioni in grado di far e farci crescere e non solo di farci sfogare parole che ci lasciano esattamente come prima.

    saluto tutti

    elena f.

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  75. Fabio Brotto

    Ma tu Giannino non sei un occidentale? Da dove viene questa tua sensibilità al male altrui? Non dalla cultura occidentale nella sua parte migliore? Mi pare che noi due rifiutiamo entrambi la guerra di Bush come speculare alla jihad degli islamisti. O questa ti va bene? In Algeria sono morte 200.000 persone, non le ha ammazzate Bush, la cui politica in Medio Oriente considero disastrosa. Ti preoccupi della sorte loro, la compiangi? Io sì. Come compiango quella dei bambini che muoiono in Iraq, compiango anche quella dei “martiri” suicidi. Intendevo dire (ma forse il mio italiano non è perspicuo) che in Occidente moltissime persone rifiutano la guerra “per principio”. Cosa che altrove non avviene. Non intendevo sostenere che tutti gli islamici praticano la jihad armata e terroristica(caspita, sono un lettore di Mahfuz e compagnia, nonché un estimatore del sufismo e addirittura un appassionato del genere musicale qawwali, alcuni amici mi considerano musulmano). Tu non hai capito la mia argomentazione.
    Socrate (che non a caso molti dei primi cristiani sentivano vicino)è nel cuore della civiltà occidentale come vittima innocente. La coscienza della vittima come innocente si è lentamente fatta strada entro la civiltà occidentale, questo intendevo dire, e non già che questa civiltà sia perfetta (cavolo: ha partorito il nazismo ecc.). Essa continua a fare vittime, ma in mala fede (come la vicenda irachena mostra). Mentre in altre civiltà, e anche nella nostra per parte del secolo scorso, le vittime sono fatte in buona fede. Questo può essere argomento di discussione, ma cerchiamo di non fraintenderci, per favore.

    Secondo me è essenziale non farsi prendere dalla logica del capro espiatorio, che è la nostra tentazione permanente. Individuare la fonte del male, eliminarla, e saremo felici.Questo hanno sempre pensato gli umani. Togliamo di mezzo l’America e le multinazionali e saremo felici, togliamo di mezzo l’Islam, e saremo felici.Inganno satanico.

    Ma Allah è grande, per fortuna

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  76. Pasquale Giannino

    E allora? All’operaio che hanno preso a calci in culo cosa racconti? Che noi occidentali siamo più civili perché detestiamo la guerra?

    A titolo di cronaca: l’occidente non ha avuto solo il nazismo: ha avuto anche Hiroshima e Nagasaki…

    Rispondi
  77. luminamenti

    Vedo scarsa attenzione per le vittime da parte della comunità internazionale. e quando c’è è funzionale a un progetto di globalizzazione ad unico senso.

    In quanto al 68 ci dobbiamo tenere la sua deriva, che ancora non si è completata. Oggi, il 42 per cento degli studenti italiani non sa chi era Dante. Mia madre l’ha studiato a memoria. C’è poco da stare allegra da quando la democrazia è entrata nelle aule.

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  78. domenico

    io credo che l’effetto sociale più vistoso della caduta delle ideologie – è di questo che si sta parlando – sia l’assenza assoluta di coscienza di classe dove per classe intendo proletariato. questa incapacità politico-cognitiva è drammatica, e non ha creato solo un mondo di piccolo-borghesi – espungendo la dignità del popolo e della sua cultura – ma anche l’endemico disinteresse per la politica e il fatuo anelito al consumo, tra l’altro anelito frustrato in un mondo di piccolo-borghesi, ma precari.

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  79. Fabio Brotto

    Va be’, mi arrendo: a chi argomenta in questa forma, “all’operaio che hanno preso a calci in culo cosa racconti?” credo di poter rispondere che di fronte alla sua superiore conoscenza dei problemi, alla sua ben più sostanziosa cultura politica, e alla sua più illuminata coscienza morale cedo il campo. Io evidentemente sono un servo di bush e delle multinazionali. Ero tentato di riportare un passo di una mail di un mio amico cinese sugli orrori compiuti in Cina dai Giapponesi durante l’occupazione, di fronte ai quali anche i nazisti appaiono signorine ben educate, ma non vado più oltre. Invocavo una visione a 360 gradi, perché quella della violenza è una piaga dell’umanità intera. Evidentemente in questo blog non ci può stare…

    Saluti a tutti, come dice Elena F

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  80. bio

    l’uomo è una bestia (senza offendere nessuna bestia) che cerca di autoeducarsi, da quando mondo è mondo. in comune niente di comune se non il comune del comune.
    ciao, andiamo a fare i bagni di fango, sono salùbri, tonificano e rallegrano.

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  81. Rina

    “Per divenire esperto nell’arte di ascoltare devi adottare una strategia umoristica. ma quando hai imparato ad ascoltare l’umorismo viene da sè.”
    (mariella sclavi)

    Elena, questo punto mi sembra poco veritiero. Io, che ho senso dell’umorismo..all’inverosimile, ti assicuro che di fronte alla pesantezza di certe parole, dalla mia bocca non esce verbo ..come si suol dire. -L’amarezza annienta e ti senti indifeso di fronte al volumetrico niente che vien giù pari a una caduta massi.- ( questa è citazione mia c.a., e non è stata pubblicata da mondadori..)

    Il punto citato di mariella sclavi mi fa credere che non si possano dettare delle regole universali. Il modo di gestire il dialogo fuori o dentro le mura, ad ogni livello comunque, è gestibile diversamente da persona a persona, e da chi incroci, se vuole e forse riesce anche a spiazzarti.

    Un saluto a te

    Rispondi
  82. Rina

    La pietà è il sentimento più alto che ci è dato sentire, farne tesoro significa amare.
    Sono dalla tua parte, Vbinaghi.
    Per me pietà è la massima connotazione di umanità, non è un sentimento da considerare sottogamba.
    Ti porta a riguardarti dentro, e foss’anche solo per questo è un sentimento di crescita, non paralizzante.
    Il genere umano è speciale proprio per questo: è il nostro cuore che decide cosa ‘dobbiamo’ sentire.
    Se quello che senti è quello che ti è rimasto, vuol dire che per te ha avuto ‘quel’ significato, un significato personale, non per questo meno importante di altri.

    Un saluto

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  83. gemma

    l’elemosina è del sistema capitalistico e del mondo distrutto dal denaro, cari/e Compagni/e, persi/e dietro gli altari di qualsiasi Religione

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  84. gemma

    in gioventù nessuno ascoltò la “preghiera” della mia ELEMOSINA!
    o’sistema mi rovinò, ma non mi uccise! e non CI uccise!
    e parlo di chi cassò per rendiconto personale, per vanagloria, per dominio, per pseudobellezza, per denaro, per parentele, per parrocchia, per italietta o itaglietta, per famiglia, per orto, per scuderia, ecc.
    la poesia è l’impotenza fatta cielo-terra e nessuno, neppure, nemmeno, gli addetti ai lavori, è in grado di poter accettare una simile fola così terrestre e celestiale insieme.
    il poeta, l’ultimo dell’ultimo banco, così sapiente, così analfabeta o del primo banco, come vi pare e piace

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  85. gian ruggero manzoni

    Reputo che cristiani o non cristiani, religiosi o non religiosi, atei, compagni, amici, fratelli, camerati o quello che vi pare, tutti, se uomini, comprendano il profondo gesto della Carità, non tanto dell’Elemosina, che mai mi è piaciuta e mai mi piacerà.

    Ricordo ancora 5 della Caritas di Brescia, 3 dei quali massacrati a Gornij Vakuf, in Bosnja, nel 1993. Passai da lì giusto un anno dopo. Ricordiamoli. Per primo:

    Sergio Lana di Gussago (Bs) n. il 25/10/72 – m. in Bosnja il 29/5/93

    Figlio unico, studente generoso e coraggioso, si recò cinque volte in Bosnja per portare aiuti umanitari in una zona dilaniata dalla guerra. A fine maggio 1993 un convoglio di aiuti della Caritas bresciana stava percorrendo la strada che dalla costa dalmata porta a Zavidovic; su due automezzi viaggiavano cinque volontari. Il convoglio fu bloccato da miliziani armati dell’esercito bosniaco irregolare (questa è la versione ufficiali, in effetti erano irregolari serbi cetnici). Requisito a loro il materiale, i cinque volontari, con un carro agricolo, vennero portati nei boschi di Gornji Vakuf per essere massacrati. Sergio, con Guido Putelli (39 anni, giornalista italo-argentino, residente a Brescia) e Fabio Moreni (40 anni, imprenditore di Cremona) rimasero uccisi sul colpo, mentre gli altri due riuscirono a fuggire per miracolo e, successivamente, a salvarsi. La mamma di Sergio scrisse una lettera aperta agli uccisori: “Mio figlio aveva vent’anni ed era al quinto viaggio in Croazia e Bosnia, veniva come volontario per portare aiuto al vostro popolo, trasportava un carico di viveri per Novi Travnick e per Zavidovici. Sergio era un ragazzo semplice, buono e volonteroso; voleva bene a tutti. Per lui, come per me, non esiste differenza fra croati, serbi o mussulmani. Lui voleva aiutare chi soffre, chi ha bisogno. Insieme abbiamo pregato perché la pace torni presto nel vostro paese. Desidero rivolgermi a chi ha ucciso mio figlio; era l’unico che avevo e potete immaginare quanto bene gli volevamo io e suo padre. Sergio ha lasciato un grande vuoto nel mio cuore, ma io credo in Dio e sono certa che il mio Sergio e i suoi amici sono con Lui in Paradiso. Vi ho scritto per dirvi che non provo rancore né odio verso chi li ha uccisi, ma che io li perdono. Mi hanno riferito che nel gruppo degli uccisori c’era anche una donna, non so se anche lei sia una mamma, ma io vorrei che il Signore toccasse il suo cuore e quello degli uomini che erano con lei perché comprendano che la vita di ogni uomo è sacra, va rispettata e solo volendoci bene e amando tutti porteremo la pace nel mondo e nei nostri cuori”.

    Altro che ’68 o ’77… questo è tutto il ‘900.

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