Su “Nome, nome” di Massimo SANNELLI – I

Su “Nome, nome” di Massimo SANNELLI – I

Nel grembo d’ombre della madre.

Tutto ciò che accade, si accende, si disperde – si rivela fiamma sconosciuta all’ordine
dei giorni. Tutto ciò che accade è un corpo che tende alla visione, epifania di transito –
l’istante, ridiventato carne, che risponde in natura di specchio alla notte, all’immutato
esilio della luce.

La mano che dialoga con l’ombra è l’unica traccia della metamorfosi, l’eco del passaggio.
Mano che si riconosce rovesciando l’assenza nel desiderio impuro di parlarsi, lacerarsi in
sillabe – sprofondarsi dove non ci sono strade, alberi, stagioni, ma occhi, membra, lingua.

Nomi, nomi. Pagine di carne strappate a un corpo nel quale l’essere è purezza di ascolto,
e l’ascolto sempre più dell’essere. Infinita oltranza. Nomi – sorgenti vocaliche che si respirano
prima che la ferita ne fermi il senso nel dolore. Nomi che sono cibo per vedersi, quando
l’occhio è già lingua e lo sguardo ha l’ampiezza smisurata della nascita. L’incustodita,
l’indifesa vertigine di suoni che prende dimora e voce dentro il vuoto che alle pupille si apre –
nel ricordo, che declina in tormento, dell’alfabeto d’acqua che si lascia alle spalle.

Scrivere, allora, è cibarsi di dio, patire la luce e il cielo, il suo tempo senza tempo.
Rispondere al richiamo di qualsiasi spazio. Deserto o abisso. Promettersi al corpo che
quello spazio occupa ed esplora fino alle radici – creandole/creandosi per legge intesa
nella polvere che precede e segue ogni parola, la traccia di ogni nome.

***

“dov’è la madre diversa, parte,
tra i figli sopportare questa
solitudine, lunga, allora è fatto
sfregio; dietro è fatta
esperienza e luce; certo è giglio.”

Tu dici solitudine – e ancora è detto nulla. Che non sia schianto, frana di voce, pausa di
respiro. Vita, forse. Che si declina nei gesti e nella carne di una madre bambina.
Nelle sue movenze antiche di danza e di luce – di quiete vigile o morente. Di petalo caduto
che ancora grida il palpito dell’ala. Che finge occhi per fermare il volo, rovesciare l’ultimo
orizzonte. Che non indaga, non chiede, non implora – perché non sa parole chi le crea.

Tu attendi. Come un nomade all’oasi. La brocca vuota stretta nella mano e le labbra di
indagato – lo sguardo visitato dalla sete. E ancora attendi. Forse un richiamo. L’invito
alla mensa delle sabbie – nel tempo che si rinserra invisibile nel ventre, lievito e pane
in uno scrigno d’aria. O nel legno – come un seme che ritorna alla sua fonte. Nella lingua
vulnerabile, crocifissa, di una specie generata muta. Capace, nel tormento, di dare sillabe
e accenti a ogni silenzio. Di generare voci.

Poi scrivi – ed è un dire che si riversa da inchiostri di abbandono. E il segno è un dardo.
Una lamina di buio che porta luce ad abitare il seno, la matrice.

Figlio di tanto volto, io ti oscuro – allevo in te la cecità che in te mi nutre. Parlo di te – a te.
Che da sempre, dalla prima alba, guidi i miei anni verso il fuoco. La tua mano che parte
i capelli in ciocche di chiarore, è stupore di argilla rinata all’abbraccio dell’acqua.
Un fiorire di sillabe per costringere la morte dentro un verso.

Sei tu che parli e scrivi – tu che attendi. Mentre la fame cresce ed è stelo di presagio – e certo
è giglio
. Albedine che acquista cielo dove la pelle smette di crescere. Memoria che incide nomi
in trame di carne e sangue – su lembi di ferita. A ogni sentiero, a ogni passo, a ogni pagina,
come uno stilo che incide lingua e canto – un grido. E fa vento innocente, questo. Perché ancora
corre vento. Anche senza impronte.

*

“è la fine persuasione che l’infanzia
è meno propria; con lealtà che non
dirige; né documento, che allunga
in alto le due mani.”

E’ un bambino chi regge l’incanto e aggiunge luce al lume. Chi ha voci segrete capaci
di rovesciare notte e giorno – trasformare il crepuscolo in alba all’insaputa del cielo.
Non una parola scuote la vertigine di un masso rifiorito in acque al tocco della sua mano.
Di una nuvola scomposta in note di carne, riplasmata in sezioni di inchiostro e pupille.

Regge tra le dita il filo inspiegabile di ogni trama. E ha mani che già non gli appartengono.
Mani cifre, mani versi – la lunga fedeltà, senza memoria, al prodigio di una voce che si fa
gioco. Specchio, riverbero, sostanza d’echi.

L’infanzia è un verso inafferrabile, vita che si propaga all’infinito. Mossa e sospinta dalla luce
del nome che ne traccia i confini – inaccessibili. Dall’ultima lettera che, svelata, mostrerebbe
l’abisso su cui si tende ad arco. Perenne metamorfosi di una pagina scritta con gli occhi, che
nasce oltre i margini in forma di carne e desiderio. E crescendo si cancella – come un albero
che si distende fino all’azzurro più remoto, e nella sua ansia di spazio e di cieli dimentica il sogno
delle sue radici. Dimentica il senso. Il segno.

La radice è quella mano obliata – perché non ci appartiene. L’unica. Rotta e vela capace
di ricondurre a riva. Solo l’alba riposa in quel palmo – e da quel palmo si leva. La chioma è
il corpo che si consuma insieme al giorno. E ogni verso è assenza – ogni parola un lembo
che cerca di ricomporre il volto perduto per sempre nella traversata. Il lampo dai mille nomi
in cui radice e chioma sono uno.

*

“diversi crosci d’acqua, incredibile;
dopo, il vero filo, spinato all’occhio.

attuando l’idea dell’acqua,
meravigliosa, già cadere.”

Manifestarsi alle parole. Dare al linguaggio un corpo che accoglie e ascolta. La linea curva
di un segno che dalla radice del nome si distende fino all’orizzonte. Che vigila in attesa –
congiunzione di nulla e astri. Costellazione di stupori.

Tutto è corpo alla luce dell’occhio che nomina – lingua di necessità, respiro che cementa
acqua su acqua.

Dove fu prima assenza e oblio, lì era la madre. Acqua che accade e tutti i cammini raccoglie
in un nodo – liberati dai passi. Il sole è l’infanzia che da sempre ritorna a quella fonte,
incantata dal ventre di nessuna parola. Che è minaccia e bruma che cumula distanze. Un lampo.
La prova che al tempo resiste senza tregua.

Acqua abitata, senza meta.

Come una voce morta da sempre, nella quale ancora dimora l’eco di un’età mai trascorsa.
L’eco che ferisce l’occhio – a dismisura dei suoi rovi di assenza. Voce di acquamadre.
Profonda. La caduta già intuita, al primo sbocco tra le sabbie del giorno – in natura di
sorgente.

*

“non pesa troppo l’aria, il cuore
è sano; lo stile è alla carne, solido
il pensiero “questo velo”; e il velo è

nato maturo, nato torre, diffusa
in uno cielo.”

Anche lo stile è carne. Carne in attesa dello stilo che ne fa parola. O stelo. Di giglio che canta
nel bianco spento – sulla riva muta.

Ci si accosta alla terra del primo giorno con mani dolenti di voci, per colmare la perdita – perché
il vuoto si faccia volto, pienezza di sguardo. Come lasciare alle spalle la dimora familiare e, errando,
seminare a ogni passo l’acqua raccolta nell’addio. Ecco – disincrostare la memoria dal muschio
rugginoso dell’inganno. Farne zolla da arare e seme.

Pane che sazia la fame – perché ha nome fame.

Nomade è chi depone il suo nome dentro un calice – e nel vuoto che frantuma il respiro, chiude
la falla col sangue mendicato alle stelle. E’ a quella bocca che tende il segno – la sete taciuta –
quando si libera dalla spina che il suo ventre muto ha germogliato. Una distesa aperta al vento
per respirare anche senza parole.

L’infanzia della voce, sorvegliata epigrafe di suoni, ha un solo nome per tutti i nomi che la luce
accende al suo apparire. Minuscola luna che si ritaglia onde tra le sabbie – e cielo, tra le grate
di lettere costrette nel mare murato del ritorno.

7 pensieri su “Su “Nome, nome” di Massimo SANNELLI – I

  1. alessandro ghignoli

    Francesco Marotta che dice di Massimo Sannelli, che aggiungere… solo cercarsi il libro e goderne

    un abbraccio

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  2. massimo

    ha ragione Elio Talon quando scrive “ma non se merita l’amor”. lo si riceve e lo si dà. e ho ricevuto l’amore nella sua forma gratuita e imprevista: l’attenzione che legge e annota i punti… e quello che mi commuove è che tanta attenzione riguarda un libro carico di ossessioni, ossessionato da maternità e alimentazione, più di tutto: chi dà vita e ciò che mantiene in piedi la vita… Francesco si è piegato sulla confusione e l’ha decifrata. “non se merita l’amor”. grazie, sempre
    massimo

    Rispondi
  3. fabry2007

    “Nomi, nomi. Pagine di carne strappate a un corpo nel quale l’essere è purezza di ascolto,
    e l’ascolto sempre più dell’essere”.

    secondo me, Francesco è uno dei pochi oggi che può cogliere, di Massimo, quello che la citazione qui sopra contiene. una osmosi tra poesia e vita che passa attraverso la verità dei labirinti, ignorati dai più, che scelgono le vie battute. Sannelli ha il coraggio dell’autentico: questa è la premessa filosofica dei suoi versi, che Marotta ha saputo leggere al fuoco di questa posizione.
    grazie.
    fabrizio

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  4. francescomarotta

    Grazie ad Alessandro e a Fabrizio.

    Sì, Alessandro: un libro da leggere. Tremendo e struggente, con pagine di una oscurità abbagliante. Pagine di carne, come scrivevo: ogni anelito, ogni desiderio, anche di ordine e natura “spirituale”, è ricondotto sull’orizzonte di una corporeità primigenia, lacerata: che si apre, nella nudità di una “offerta” senza ritorno, al “vento”, che qui soffia nell’infinita gamma di tutte le accezioni, semantiche e simboliche, che il termine contiene: l’apertura, totale, alla vita, all’umano che si lascia attraversare dal dubbio, dall’interrogazione incessante, dalla ricerca: dall’ascolto: cioè da se stessa: vita che ritorna alla vita, senza requie e senza tregua.

    Sono sicuro che ti “piacerà”. Oltretutto contiene, “all’insaputa” dello stesso autore (ma è solo una mia presunzione di lettore, questa affermazione), segnali (in)controllati di possibili svolte verso percorsi altri, pur nell’apparente fedeltà al “suo” stile e alle tensioni, scoperte o sotterranee, che da sempre animano la sua scrittura.

    fm

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  5. fabry2007

    grazie a te, Francesco. la tua presenza garantisce a questo spazio uno spessore critico imprenscindibile per qualsiasi discorso sulla letteratura: il mezzo ha i suoi limiti, ma anche le sue innegabili possibilità, da liberare con pazienza e tenacia.
    fabrizio

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  6. alessandro ghignoli

    grazie Francesco, ti assicuro che lo cerco (e lo leggo), fra l’altro fra un po’ torno in italia… mi sarà più facile

    un abbraccio

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  7. massimo

    cari, stamattina in fretta ho copiato questi appunti… vi abbraccio, di cuore, davvero
    massimo

    ***

    la doppia ossessione della maternità e dell’alimentazione: chi dà la vita e ciò che mantiene in vita. L’allevatrice, in principio e finché la madre è in vita, e il sostentamento, dal principio della mia vita all’ultimo giorno. L’ossessione consapevole del cibo significa: non sei più un solo essere con tua madre – ora sai che il cibo è all’esterno e non è più la madre a darlo, abbondante e sùbito, dal seno gonfio. Allo svezzato che ha fame non è più dovuto nulla, se non per carità. Così è adulta o adulto. La nostra fame è proporzionale alla libertà di cui si ‘gode’ (!). Chi mangia a volontà – senza consapevolezza della precarietà del rifornimento e di altro – non ha volontà. La catena di aforismi ripete e ripete e ripete (anche in poesia)

    nome, nome: con gioco di parole – mutuato da Mesa, come molto altro – sul calembour «nomen omen». Qui il calembour è lo stesso Nome del libro. un altro Nome, impronunciabile, vi è incluso e non circoscritto. il libro contiene, al solito e di nuovo, i veri nomi di persone vere, o vive o morte. Poiché i nomi sono veri, si testimonia la terza ossessione, che è il tempo. Ad esempio, si è discusso su Tondelli: senza vedere che Tondelli ha avuto il grido per 11 anni e che il suo nome sopravvive alla morte da 16; non si vede che 27 anni di durata del nome significano che il suo nome è un Nome: nome è nome, con nominanza e discreto onore.

    non un libro SCRITTO, ma una partitura tentata: che riguarda la voce. La voce di chi è stato in silenzio – e insultato e colpito (non è una metafora) – non è la voce che irrompe sempre; e G. ha detto: sono stato violento, ma anche il tuo silenzio è violento; e ha detto: pubblichi sempre la tua vita privata: e non dico altro, e questo è un danno. Ma io dico a G.: la poesia ha bisogno di corpi, per reggere. Oggi è tempo di smobilitazione: perciò bisogna spiegare le cose più semplici, di nuovo. Questa vita è PRIVATA: non si può avere, liberamente, l’urgenza di PRIVARSENE?

    il performer non è solo aggressivo-isterico, il non performer non è solo mistico-elegante. Le due forme devono convivere nel corpo della stessa persona. Un piccolo Gotha critico riconosce chi è performer, in Italia – ma Grotowski è superiore al Gotha italiano. Il performer «è l’attuante, il prete, il guerriero: è al di fuori dei generi artistici». io non ‘voglio’ questo: ma così SI VUOLE DA ME, ed eseguo la mia parte del rito, come posso. E poco ‘inosabile’ da osare ancora (e poche cose impreviste – se non i miracoli, a cui credo – da vivere o volere, e voler vedere, qui; e presto l’uscita dalla madrelingua e la prima uscita dall’Europa: l’inizio sperato di altro, non una fine) (è forse l’ultimo libro di poesia in italiano che scrivo, l’ultimo in italiano per gli italiani) (e poi? dopo il libro undici c’è veramente il libro dodici: ma in altre parti e forme)

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