I
La poesia dev’essere scritta altrettanto bene quanto la prosa. La lingua dev’essere bella e in nessun modo allontanarsi dalla parola detta, se non per un’accresciuta intensità (cioè semplicità). Non devono esservi parole libresche, niente perifrasi, niente inversioni. Dev’essere semplice come la prosa di Maupassant e dura come quella di Stendhal.
Non sono ammesse le interiezioni, non le parole che volano via nel nulla. Ammesso che non si può ad ogni colpo far centro, si almeno questa l’intenzione. Il ritmo deve avere un significato. Non può essere una semplice partenza, senza presa, senza stretta sulle parole e il senso.
Niente clichés, niente frasi fatte, stereotipie giornalistiche. Il solo modo di sfuggire a questo è la precisione, che è il risultato di un’attenzione concentrata a ciò che si sta scrivendo. La prova di uno scrittore è la sua capacità di simile concentrazione e la sua facoltà di rimanere concentrato finché non sia arrivato alla fine del suo lavoro, siano due versi o duecento.
Oggettività e ancora oggettività ed espressione. Niente code al posto delle teste, niente aggettivi a cavalcioni (come “putridi muschi fradici”). Niente, niente che non si possa in qualche momento, nella stretta di qualche emozione, effettivamente dire. Ogni letterarismo, ogni parola libresca sgretola via un pezzetto della pazienza del lettore, un po’ del suo sentimento della vostra sincerità. Quando uno sente e pensa veramente, egli balbetta le parole più semplici.
La lingua è fatta di cose concrete. Espressioni generiche in termini non-concreti sono pigrizia; sono conversazione, non creazione.
Il solo aggettivo che valga la pena di usare è l’aggettivo essenziale al senso del passaggio. Mai l’aggettivo decorativo.
II
Concisione, ovvero stile, ovvero dire ciò che s’intende dire col minor numero di parole e le più chiare.
Effettiva necessità di creare o costruire qualcosa; di presentare una immagine o più immagini di oggetti concreti, disposti in modo da toccare il lettore. Al di là di questi oggetti concreti si possono fare semplici constatazioni del sentimento sui fatti; come “sono stanco” o “alla morte non può seguire peggiore male”, ecc.
Io credo vi debbano essere più, molti più oggetti che constatazioni e conclusioni, essendo queste ultime puramente ipotetiche (optional), non essenziali, spesso superflue e quindi pessime.
Ma bisogna che vi sia l’emozione, o la cadenza e il ritmo saranno rapidi e senza interesse.
Il compito del poeta è definire e ancora definire finché il particolare alla superficie sia in accordo con la radice nella giustizia.
In nessun caso la costipazione del pensiero, sia pure nel particolare, consentirà bella scrittura.
Lucidità…
III
Poesia è l’arte di caricare ogni parola del suo massimo significato.
IV
Buttate fuori tutti i critici che usano vaghi termini generici; non solo quelli che usano vaghi termini generici perché sono troppo ignoranti per dar loro un significato, ma quelli che usano vaghi termini per nascondere il significato; e tutti quei critici che usano i loro termini in modo così vago che il lettore può immaginare siano d’accordo con lui o gli diano ragione mentre non è così: col che intendo dire che i loro articoli possono sempre apparire in solide e rispettate riviste senza scatenare una zuffa o provocare le proteste degli abbonati. La prima credenziale che noi dobbiamo esigere da un critico è la sua ideografia del bello, di ciò che egli considera scrittura valida e di tutti, tutti i suoi termini generici. Allora sapremo a che punto si trova.
Non potrò mai ripetere troppo spesso o con troppa energia la mia diffidenza (caution) per i cosiddetti critici che parlano tutto intorno all’argomento e non definiscono i loro termini e non sanno dire francamente che certi autori sono una scocciatura maledetta. Fatevi dire da un uomo prima, e con tutti i particolari, quali sono per lui i buoni scrittori: solo dopo ne ascolterete le spiegazioni.
Traduzione di Cristina Campo
Da: Cristina CAMPO “La tigre assenza” (Adelphi, Milano 1991)

Privilegiare la creatività utilizzando la massima lucidità. Usare con parsimonia l’aggettivo, l’ asserzione, la conclusione definitiva. Caricare di massimo significato le parole. E anche il consiglio finale di Ezra Pound è intelligente: può sempre tornar utile chiedere al critico di turno quali sono per lui i buoni scrittori, ci sarà meno oscuro il suo discorso.
Antonio
Grazie, Giovanni. Magnifico post. Da conservare.
“In nessun caso la costipazione del pensiero, sia pure nel particolare, consentirà bella scrittura.
Lucidità…”
Aurea massima.
Mi sa che vale non solo per la poesia, ma anche per la narrativa.
Vero, Valter. Sono d’accordo con te. (e permettetemi di aggiungere – lo so, è che quando si parla di traduzione non resisto: sarà deformazione professionale – che Cristina Campo era anche una grande traduttrice: questo brano ne è la prova)
“Concisione, ovvero stile, ovvero dire ciò che s’intende dire col minor numero di parole e le più chiare.” La sintesi: dono divino. (detto da chi non la possiede, ovvero io. 😉 ).
Giovanni, spero di leggere ancora post così! Un abbraccio.
“La lingua è fatta di cose concrete”: espressione priva di senso. Le parole non sono cose. I suoni sono cose. Tra la parola e la cosa c’è l’abisso che separa il mondo mondano cosale e la sfera trascendente del segno. Del resto, secondo questa visione, “amor che move il sole e l’altre stelle” non sarebbe poesia…
Cucchi è uno che dice di non utilizzare il termine poesia nella poesia, sicuramente la Merini non è di suo gradimento. 😉
parole sante, Giovanni. speriamo che il verbo si diffonda il più possibile.
Grazie Antonio, Gaia, Valter, Fabio e Marco per la vostra lettura.
Ho indugiato un po’ prima di postare “integralmente” questo estratto non condividendo più di un punto: per genericità (ad es. “La poesia dev’essere scritta altrettanto bene quanto la prosa. La lingua dev’essere bella…”) e l’insensatezza che ha giustamente rilevato Fabio. Ma non è da escludere che sfumature di senso si siano perdute nella traduzione per la polisemia della lingua inglese. Sarebbe stato però un peccato postarlo solo parzialmente (senza magari quella prima sezione).
Mi sono sembrate invece attuali molte altre “prescrizioni”.
Ma il punto che mi sembra importante è quello che riguarda la critica, dove dice: “La prima credenziale che noi dobbiamo esigere da un critico è la sua ideografia del bello, di ciò che egli considera scrittura valida…” Un problema, dunque, di oggi e di allora, che si riproporrà inquanto legato a “valori” in parte mutevoli ed opinabili. (L’ineccepibilità della forma, dell’immediata leggibilità dell’opera piuttosto della profondità e complessità dei suoi contenuti? L’originalità e freschezza inventiva piuttosto che lo scavo su tematiche affrontate più volte? Il tempo contenuto della lettura – in una società frettolosa e attirata da altre forme espressive più godibili – o quello lungo, disteso di una storia articolata? Una lettura di “evasione” o una calata in una riflessione e in uno sguardo attuale sul mondo?).
Giovanni
Grazie anche te, Fabrizio
Giovanni
“La poesia dev’essere scritta altrettanto bene quanto la prosa.”
“Il compito di un intellettuale non è quello di sfornare parole,parole,parole ma di fare, fare e fare. La poesia è il formato da combattimento della letteratura.”, sostiene ERRI DE LUCA.
Grazie a te, Giovanni. Non ho avuto modo di controllare la traduzione per verificare quei punti in cui la versione potrebbe essere discutibile, io ho letto i saggi letterari di Pound nell’edizione Mondadori (il Meridiano) e mi sono sembrati preziosi, una miniera di intelligenza e sensibilità.
Marco, abbiamo postato contemporaneamente. Volevo ricordarti una frase del presidente Mao, se non sbaglio, così come me la ricordo: Il contenuto artistico aggiunge efficacia al messaggio corretto!
La lingua è fatta di cose concrete è un’espressione perfettamente coerente alle conoscenze che aveva sulla
Lingua della cultura cinese.
Per un approfondimento su questa questione, c’è un bel saggio di Julien se non ricordo male edito dalla Meltemi
@Giorgio e Marco. Proprio sui saggi che citi, Giorgio (Opere scelte del Meridiano Mondadori), Pound sa essere più preciso proprio parlando di prosa e poesia: “Il linguaggio della prosa è molto meno pregnante, e questa è forse l’unica distinzione utile fra prosa e poesia. La prosa permette una più ampia presentazione di fatti, un’espressione più esplicita, ma esige un ammontare assai maggiore di linguaggio.” (“Come bisogna leggere”, Parte III, Prosa).
Sì, sarebbe stato utile verificare, o far verificare, dall’originale qualche passaggio che ancora non mi convince, considerata l’acutezza e precisione del Pound saggista.
@ Emanuele. Grazie del consiglio di lettura.
“La lingua è fatta di cose concrete.”: è giusto quanto dici sulla conoscenza e frequentazione da parte di Pound della lingua (appresa da autodidatta)e della cultura cinese; a ben vedere, però, sarei però propenso a non escludere il possibile riferimento al correlativo oggettivo utilizzato dall’amico e poeta T. S. Eliot, e, più in generale, alla capacità delle “cose” di farsi sintesi di discorsi complessi e di sentimenti.
Giovanni
Su Wikipedia ho trovato una breve registrazione della voce recitante di Pound:
http://www.case.edu/artsci/engl/VSALM/mod/ballentine/
Non potevo mancare da una rubrica e post così belli, la Campo bravissima che traduce un gigantone come Pound, beh merita attenzione.
come la lingua fatta di cose concrete, ogni ideografia del bello presuppone vera poesia e bravi lettori, qui c e ne sono a volontà direi.
Ciao Giovanni, ancora dalle Marche -gialle di girasoli, mentre arriverà pioggia, dicono. MPia
Grazie, Maria Pia. Buona permanenza nelle Marche, ancora (non vedo l’ora di tornarci:-)
Giovanni
Si risvegliano ricordi. Ho abitato dal 1960 al 1978 in una casa sulla fondamenta Soranzo o delle Fornase, a Venezia. Ad un capo della fondamenta viveva Peggy Guggenheim. Me la ricordo bene, vecchia truccatissima andare in giro e a fare le compere nei negozi della zona coi suoi inseparabili pechinesi. Si diceva che se la facesse (anche) col suo gondoliere. All’altro capo della fondamenta viveva Ezra Pound: capitava di incontrarlo, simile ad un fantasma, nei primi Sessanta, mentre ragazzino andavo a pesca di go alla punta della Salute, dove, altissimo e dinoccolato, col suo barbone usciva dal suo studio Vedova… A quel tempo non mi passava per la testa l’idea di chiedere autografi…
Parole d’oro.
Brava Campo che porti Pound.
Grazie, Fabio e Silvia.
E’ bello, Fabio, averlo potuto incrociare. Ciò che ci sembrava ordinario, comune, si scopre a volte, nel tempo, che era inveve grande, inaspettatamente grande.