
Da: Madre di creature ferite
(A Gabriele/Gibril)
[…]
“insegnami con quante lettere si scrive la parola memoria
conto i millenni a manciate
le epoche riaffiorate dalla polvere dei libri e mai
la terra stanca
di restituire alla pietà dei solchi semine di vite
sacrificate per il pasto dell’abisso”
[…]
6.
Che tu sia maledetto per sempre
signore degli eserciti
dominatore di sabbie millenarie
di regni appesi al cielo o chiusi
a scrigno in cattedrali d’alba
impastate di lacrime e di sangue
pietra su pietra, luce su luce
abisso azzurro di puttane e mercanti di stagioni
di teste mozze, di acque di sorgenti deflorate
di bambini immolati alla tua gloria
di donne stuprate, di voci calpestate
di occhi ridotti a squame dal fuoco che purifica
e porta pace in terre di tormento –
dio dei poeti che parlano in tuo nome
di crociati armati di membri benedetti
per inseminare il bene in moltitudini malate
per scacciare il male alla radice
dal midollo venduto pochi denari al chilo
dalle vagine sventrate a colpi di preghiera
di vergini infanti che partoriranno sale
non più corpi di cani, di infedeli.
Che tu sia maledetto, relitto osceno del diluvio
idolo che si quieta nel furore,
notte di notti, immagine di notti –
maledetta la tua stirpe di ombre salmodianti
di morti assiepati sotto le tue grasse insegne.
Guardami –
io che non so pregare, che non ho mai pregato
io oggi prego
non te, i tuoi feroci altari
ma il respiro che parla nei sogni di mio figlio
– il respiro della mano
che al risveglio gli accarezza il viso
mentre in silenzio depone un fiore
nell’urna d’aria della luce
– un fiore per non dimenticare
i mille giorni e mille, tutti i mancati soli
le voci assenti, recise sullo stelo
dei suoi fratelli che non avranno nome.
7.
Luminescenti segnali di festa in ogni strada –
ai margini, come seguendo orme
senza suono,
il passo ampio di chi s’impenna e vola
dove il silenzio è madre,
il dono di un’ora che si trascina
fino a che il mondo emerge dalla sua pelle infetta
e si abbandona al richiamo
del lume che tace nel profondo (il papavero
intanto
assorbe nel colore
i nomi in cui trapianta la sua sera, la nuda piaga
delle spighe sradicate) –
Declinare la cenere, coniugare gli occhi
a immaginari residui di scintille,
per dismisura di umano bruciare divise e bandiere
dare fuoco ai giorni di dicembre
procurarsi una lingua
che parla il seme e il verbo del disgelo
camminare di fianco all’angelo
che recita i nomi degli assenti
essere le sue gambe, l’acqua che porta alle sue labbra –
e ancora urlare quanto negli occhi resta
trapassando dal sonno
alla veglia misericordiosa delle ali
portare la sua ombra stretta al dito
reggere grani e vento, farsi sete.
Farsi sete – cercare il ristoro di ogni fonte
abbeverarsi all’eco
dell’altro che reca in mano
la voce ferita che ci salva,
l’alfabeto dell’unico cielo che ripara.
***
Nota
I testi sono tratti da: Hairesis, Poesia Italiana E-book, Biagio Cepollaro Edizioni, 2007 // www.cepollaro.it/poesiaitaliana/E-book.htm

..naturalmente ho conservato anche questa.
Mi piacerebbe davvero tanto sentirti leggere le tue poesie. Pubblicizza un tua lettura (come si fa sennò a saperlo?) in modo tale che io come altri che ti apprezzano possano bearsi per una sera..
Ciao
possano non va bene…:))
carissimo, (e tanto caro) Francesco!
ben tornato. Con queste preghiere amorose piene della tua vena
dolente perché appassionata dell’umano, vocative di verità
mi fai pensare a certi incipit poundiani, come ispirazione, afflato ed epica, sì perché non c’è dubbio tu aspiri come tua vocazione a narrarci/ti un affresco infinito, storie della storia, tutte in “minuscolo” amore e tributo(per l’essere vivente e creaturale che tu sei )
Ti abbraccio, vedo qui la Rina.. sono da un point di Sirolo.
MPia
Molto toccanti queste poesie. Complimenti, arrivano dritte come un pugno al cuore. Ma quando sono state scritte? Istant-poetry o rielaborate in seguito?
Un caro saluto
Luca, sono tratte da “Hairesis”, puoi leggerle per intero sul sito di Cepollaro, all’indirizzo nella nota al testo. Ci sono tante ferite, ma anche tanta dolcezza.
Francesco, mi hai fatto venire voglia di rileggere tutto “Hairesis”, che ho su carta, lo porterò con me questa estate.
stamperò di certo le belle poesie di Francesco, per leggerle meglio. di recente penso – e non so se riesco a esprimere bene il concetto – che nell’afflato creativo tipico dell’uomo, coabiti anche la sua furia devastatrice, come se creazione-distruzione sia una monade, una fusione di opposti, yng e yang insomma, come spesso accade. a noi sta solo far prevalere in questo equilibrio ontologico la parte creativa, che è vita.
grazie e un caro saluto
Cara Rina, per leggere, in pubblico, c’è bisogno che qualcuno ti inviti a farlo. E poi, non è affatto detto che io ne sia capace. Grazie della stima, assolutamente ricambiata.
Maria Pia, credo tu abbia colpito il bersaglio grosso, o uno dei punti (più) vitali. Ti abraccio.
Luca, non riuscirei mai a scrivere un testo “d’occasione”, non è nelle mie corde.
Quelli che leggi fanno parte di una lavoro, “Hairesis”, portato a termine tra il 2004 e il 2005 e pubblicato in e-book (scaricabile gratuitamente) agli inizi di quest’anno.
Grazie ancora.
fm
No Francesco non intendevo poesia d’occasione. Forse mi sono spiegato male; volevo dire: le hai scritte subito spinto da un moto oppure qualche tempo dopo riflettendoci? A volte anche poesie scritte subito quando scatta quel qualcosa possono essere molto intense senza essere d’occasione…
Un caro saluto
Vedo solo ora gli interventi di Giorgio e Domenico, che ringrazio.
Domenico: il “punto” dove l’autore è “posizionato” (quella che tu chiami la “parte creativa”), lo si rileva facilmente leggendo il testo n.7 o riflettendo sul titolo dell’intera sezione.
Grazie ancora.
fm
Luca, nel mio “testi d’occasione” non c’era nessun intento polemico, nessuna nota negativa.
“Hairesis” è una sorta di “testamento etico”, scrito pensando ai miei figli, ma senza nessun intento di tipo “didattico”. Una sorta di: questo sono io, questi i miei valori, queste le memorie che mi porto dentro. Sono finiti sulla carta in quei due anni in seguito a circostanze particolari, e sono rimasti quasi tutti nella forma in cui sono nati in quel momento. Ma c’erano da chi sa quanto tempo: molto, troppo. Un esempio: “Lettera da Praga”, dedicato alla memoria di mio padre, è stato scritto in una notte, ma l’avevo in me da venticinque anni.
fm
Grazie Francesco per la tua puntuale spiegazione! Con stima
Un caro saluto
L’aggancio è violento, quasi ricattatorio: passare oltre a quelle foto insinua un sapore di vigliaccheria, e dunque bisogna vedere cosa dice il testo. Subito lo avverto come adeguato all’argomento (serio, solenne) e ne ricavo immagini sulle quali ne proietto di ulteriori, tentando nel contempo qualche difficile razionalizzazione. Penso a come la storia sia un processo violento e sostanzialmente incontrollabile (con i suoi faticosi sensi proiettati sempre a posteriori) e a come il male tragga radici fin dai primi e più fondamentali meccanismi biologici, e non sia quindi allontanabile se non al prezzo di una rimozione, che ci faccia immaginare come degli spiriti indipendenti dalla dannata materia, spiriti che possono volgersi a protestare verso uno Spirito più grande, ugualmente immaginato. Ricordo allora, vagamente, una definizione di Nadežda Mandel’štam: essere poeti significa sentirsi “nel giusto” e mi dico che un poeta deve arrivare quasi per forza ad una simile posizione. Ma rimane per tutti, agghiacciante, l’alternativa fra una commedia inverosimile di spiriti grandi e spiriti piccoli (con i primi che proporrebbero quasi scolasticamente ai secondi bizzarre gimcane piene di indovinelli e trabocchetti – mhm … troppo umano) e l’ipotesi (in fondo più sublime) di una “meccanica” materialistica (per quanto non-deterministica, non formalizzabile eccetera) che spiega (in linea di principio) tutto quanto, ma che non può “salvare” un bel nulla, perché la vera “umanità”, ciò a cui teniamo, ciò a cui possiamo realmente affezionarci, si ha soltanto in corrispondenza di tutt’una (enormemente complessa e fragile) configurazione di materia divenuta sensibile (il corpo (anzi, i corpi) – che implica tutti gli eoni di sanguinaria evoluzione) e che non può evidentemente ridursi fino a potersi traghettare nel tempo attraverso fogli di carta, nemmeno sottoponendo il linguaggio alle più incredibili torsioni.
Caro Elio,
mi capita spesso, leggendoti in rete, di chiedermi se una delle spinte, non so quanto inconsce, a rendere pubblico un proprio testo, non nasca proprio dal desiderio di incrociare un pensiero altro, magari in un commento che costringa a ridefinire il senso di quello che si è scritto, a riconsiderarlo alla luce di una delle tante modalità di ricezione in cui, come è naturale avvenga, finisce per ridisegnarsi e disporsi in nuove forme, aprendosi a imprevedibili tensioni, restringendosi o slargandosi, alla volta, come un orizzonte mobile.
Anche stavolta è così. Nel momento in cui, ad esempio, tu colleghi la “violenza” dell’impatto (individuando nella foto non solo un redde rationem etico vagamente “ricattatorio”, ma anche un elemento imprescindibile del testo stesso) a un sostanziale rifiuto di qualsivoglia forma di “rimozione”, mi costringi, senza saperlo o prevederlo in questi termini, a un percorso a ritroso sul significato più riposto e più inquieto dello scrivere, per me, facendo emergere ciò che, comunque, vi si agita e che la superficie della parola, per quanti sforzi si facciano in questa direzione, non riesce a celare mai compiutamente, visto che non è assolutamente in grado di impedirgli di riaffiorare, anche e soprattutto laddove non era presente all’intenzione. E’ l’istinto dell’umano, che emerge, ancora più prepotentemente, a fronte di qualsiasi forma di “violenza”, imposta o subita che sia. La vita di alcuni attimi “particolari” dell’esistenza individuale difficilmente si fa storia: ma se un gesto, o una “condizione”, determina come effetto un “atto” che lo ferma e lo abbandona all’abbraccio di una memoria che si amplia fino a inglobare l’altro, allora è la “lettura” stessa di quell’atto a farsi storia, sostanza ineludibile di qualsiasi storia. Perché è il taciuto che riaffiora e dà senso.
?
Io non avevo nessuna intenzione di pubblicare, in quel particolare momento, un mio testo, tantomeno “quel” testo. E’ stata l’inquietudine, l’interrogazione continua su un particolare “accaduto”, un “vissuto” figlio a sua volta di stratificazioni mai rimosse, a decidere per me: una “configurazione di materia divenuta sensibile”, che cerca di sottrarsi, almeno per un attimo, alla “alternativa fra una commedia inverosimile di spiriti grandi e spiriti piccoli… e l’ipotesi (in fondo più sublime) di una “meccanica” materialistica… che spiega (in linea di principio) tutto quanto, ma che non può “salvare” un bel nulla”. E’ questo, per me, perfettamente individuabile nelle tue parole, lo spazio esatto (meglio: “uno” dei luoghi) della poesia, dell’arte in genere: di una “esattezza” che ha, ossimoricamete, il profilo cangiante, indefinibile della metamorfosi, e si traduce, sul piano dei linguaggi, quale “parola”, o “segno”, in perenne “ascolto”. Non la risoluzione per uno dei due estremi dell’alternativa, quindi, operazione che, nella migliore delle ipotesi, comporta, invariabilmente, l’assunzione a ipostasi della propria scelta, il mancato riconoscimento (quando non si tratta di una vera e propria cancellazione, di una violenta rimozione) della “dialetticità” e “contraddittorietà” di ogni “esistente”. Non la “neutralità”, sempre solo presunta, secondo me, di chi osserva e riproduce l’interno o l’esterno, ma finisce per storicizzare nient’altro che il dato superficiale, la patina che s’imprime sulla retina e che, volutamente, la costringe a dimenticare che qualsiasi orma, così come gli specchi, ha un rovescio che ha voce, che ha volto. Non tutto questo, dunque, ma un cammino mai compiuto tra i due poli; un percorso interminato dove la strada si fonde col suono dei passi, e strada e passi, fatti uno, incontrano e inglobano lo sguardo di chi muove, in perenne ascolto di tutto ciò che vive, che trascolorando passa: perché questo solo gli appartiene.
Qui, ipostasi e neutralità non possono aver dimora, perché la parola, che questo tragitto narra, è voce dello stesso viaggio: un frammento di suono che avanza reggendosi a due lumi: hairesis e skepsis: la libertà di chi vive cercando, interrogandosi: anche sapendo che non c’è, che non avrà risposta.
Ti ringrazio. Mi rimane l’obbligo, avendone fatto il perno del discorso, di dare conto di quel “vissuto” di cui sopra. Cercherò di trovare il tempo per farlo, appena possibile.
fm
è detta anche quell’altra verità, che sta in due parole: DIO DEI POETI, perché anche i poeti hanno lodato i MEMBRI BENEDETTI (quel membro, e i suoi membri, è causa di un’ossessione: voglio essere, voglio godere, voglio continuare, voglio perpeturare – e penetrare). hanno lodato i FEROCI ALTARI. e poi le foto – (silenzio)
m
Questa la porto con me…
Farsi sete – cercare il ristoro di ogni fonte
abbeverarsi all’eco
dell’altro che reca in mano
la voce ferita che ci salva,
l’alfabeto dell’unico cielo che ripara.
ciao Francesco
E il mio grazie a te, caro Francesco. Condivido molto di ciò che hai scritto.
Grazie Elio, è sempre un grande piacere incrociarti. E scusami se ho lasciato in sospeso il discorso, ma, al di là dei miei problematici rapporti col tempo, davo ormai per morto e sepolto questo post. Vedrai, comunque, che prima o poi si ripresenterà l’occasione per riannodarne le fila.
Un grande abbraccio di stima.
fm