L’impronta del tempo – di Petr HALMAY

L’impronta del tempo – di Petr HALMAY

L'impronta

Notizia biobibliografica.

Petr Halmay, poeta e prosatore, nasce a Praga nel 1958. Dopo la maturità (1977) svolge varie professioni, soprattutto manuali – è stato, tra l’altro, camionista, magazziniere, uomo delle pulizie, insegnante, macchinista e fontaniere. Dopo la “rivoluzione di velluto” del 1989 per breve tempo intraprende la carriera di giornalista per le riviste “Fórum”, “Prostor”, “Telegraf”, “Týden”; dal 1998 lavora al teatro nazionale di Praga come attrezzista-falegname. Ha pubblicato le raccolte Strašná zá?e (Orribile fulgore, 1991), Bytost (Creatura, 1994) e una raccolta di prosa breve e poesia Hluk (Fracasso, 1997). E’ stato anche tradotto in inglese, francese, tedesco, neerlandese e svedese. Le sue poesie sono state pubblicate, tra l’altro, nelle riviste “Literární noviny”, “Revolver Revue”, “Souvislosti” e “Host”. La sua ultima raccolta, Koncová sv?tla (Luci di coda, 2005), comprende poesie scritte tra il 1998 e il 2004. Petr Halmay vive a Praga.

*

Da: L’impronta del tempo, traduzione di Antonio Parente, con una nota di Pavel Hruška, Edizioni del Foglio Clandestino, 2007.

La creazione del mondo I

Una volta e ieri
(quando nei lampioni si convelle la carne cruda del fulgore)
bacio i tuoi tendini, i tuoi occhi, le vene
con la bocca piena, spaccata a sangue.

In fondo al giardino in clinica la luce è ancora accesa.
Dai Novák – sui tavolini con scacchiera –
è tutto spento.

Una persona,
che ripone nelle scatole le pedine scadute

e che conosco di vista,
apre la porta al mio passaggio e s’inchina.

*

Il mio presepe

Sei, sette gerani secchi
alla finestra dei miei genitori
vede colui

che
come se all’ultimo momento arrivasse col tram
dal centro della città.

La diafana mammella della notte,
sventrata dal coltello di una stella,
sanguina luce tersa.

*

Miraggio

Mentre dai giardini in primavera sale la polvere,
il bestiame respira l’aria cruda del mattino.

I loro cervelli –
dimenati come noi dagli stessi sentimenti –
tralucono attraverso il teschi nella rada penombra.

Codardi – separati da nostra madre,
fissiamo dalla riva opposta,
la magnifica illusione della limpida corrente fluisce in creazione.

E’ un’irreale sostanza di vuoto
che cola attraverso i nostri occhi.

Separati in eterno dall’essenza delle cose
fissiamo lo stabbio della cooperativa
che si delinea come nostro negativo
nel mattino trascendente, frigido.

*

Presepio

Oltre il notturno muro di mattoni,
dove un vecchio lampione balugina,
morti con mani luminose assettano il cortile,
trucioli volano attraverso la finestra dell’ebanisteria.

Serbi, Croati con occhi cavati
cantano con acute voci stentoree,
cantano, ululano come bestie
sul corpo morto di Dio.

In mezzo al bosco rilucente
mia zia, un cervo, mio cugino più piccolo
leccano una grande zolla di sale.

*

Paradiso

Quando anni fa arrivasti da nessun luogo
e apristi la porta con la chiave di mia madre,

ti feci volar via l’occhio con un pugno
e tagliai i tendini,
ruppi le costole,
finché di te non rimase che una cosa nuda, sanguinante
in un angolo della stanza.

Graffiai nel muro con le unghie
e urlai
nel piccolo ingresso,
nella piccola città di Praga,

mentre la tua saliva,
un capello
risplendevano sul tappeto
come un accenno alla lucentezza.

Quando dopo anni facesti ritorno –
da viva,
non ci fu più nulla da uccidere.

Ma un fulgore s’irradia dalla mia stanza,
adesso,
quando ti vedo camminare in cielo

qualche passo dietro la mia stessa immagine,
come se fosse una proiezione
dall’altro mondo.

*

Scrive Pavel Hruška nell’introduzione:

Nei libri di Halmay il lettore può trovare tutta una serie di suggestive e poetiche reminiscenze e riflessioni sull’esistenza umana, alle quali il soggetto lirico di questi versi si abbandona fino a toccare a tratti una certa ossessione malinconica. Lo stesso soggetto lirico è caratterizzato da un’accresciuta misura di antillusionismo nello sguardo al mondo e a se stesso, che arriva fino a proiettarsi nella sua pungente consapevolezza della perdita definitiva di quelle che erano in precedenza certezze non problematiche. La sua amara esperienza, ad esempio, viene spesso articolata nei ricordi della fanciullezza passata, di questo paradiso senza tempo dal quale fu già in precedenza scacciato una volta per tutte dalla comprensione delle frontiere esistenziali della vita umana, così come pure dall’esperienza del cupo stato del mondo. […]
I fenomeni di carattere strettamente personale, quindi, nei versi di Halmay non raramente si ricollegano ad avvenimenti più generalmente sociali e le considerazioni private a tratti si fondono con immagini di violenza e degli orrori della guerra. Come se i cataclismi del mondo odierno e anche della storia recente arrivassero fino ai luoghi intimi, di confortevole riparo, mutando in questo modo il loro carattere originale, di fervida emotività – il soggetto lirico è come se fosse rappresentante dell’oggetto-soggetto di queste desolanti vicende (“finché non mi spararono in petto in cortile, / c’era pace e tranquillità…”).

*

Nota

Con L’impronta del tempo di Petr Halmay, le Edizioni del Foglio Clandestino inaugurano la collana “La selce e il loto”. A Gilberto Gavioli, ai suoi collaboratori e alla sua rivista un grazie e l’augurio di lunghi anni ancora di letteratura “resistente”.

10 pensieri su “L’impronta del tempo – di Petr HALMAY

  1. fabry2007

    “morti con mani luminose assettano il cortile,
    trucioli volano attraverso la finestra dell’ebanisteria”.

    so di dire un’eresia, eppure mi sembra che i lavori manuali lascino nella poesia non solo tracce verbali, ma anche residui di tatto, di lavorazione ben concreta, di “creazione”. come se il poiein vero fosse questo, insieme a quello della carne incisa dalle guerre o dalle lotte di ogni ordine e grado.

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  2. francescomarotta

    Se cogliere il senso di una poesia, di questa in particolare, è dire un’eresia, ebbene l’hai detta, e grossa anche.

    E’ un po’ il problema che, su un piano nemmeno tanto diverso, poneva Mario Bianco qualche giorno fa nei commenti al “Vincent” di Racca. In Halmay, la sostanza disillusa e malinconica dello sguardo che attraversa il presente dà luogo a una “creazione” che è concretezza tangibile in ogni verso: anche quando la scrittura è illuminata dal fuoco di una metafora, di una qualche rivelazione improvvisa, questa rimane tutta materiata di elementi che sono il vissuto stesso di chi scrive, come se tutta la costruzione del testo fosse edificata sulla pelle, anzi, fosse la pelle stessa che si parla.

    E’ un gran bel libro. La scoperta di una realtà poetica di grande spessore, a noi ignota, se togliamo i quattro/cinque nomi canonici che da quel paese ci arrivano. Ci vorrebbe un nuovo Ripellino, capace di dar conto di ciò che si agita nell’aria, una volta spenti i fuochi della “Praga magica”.

    fm

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  3. Nicola Ponzio

    Davvero belle. “Paradiso”, in particolare, mi ricorda certe stranianti rivelazioni di un altro grande poeta dell’est europeo, ora naturalizzato americano, Charles Simic. Slittamenti semantici che, uniti ad una straordinaria concretezza del dettaglio, danno luogo a metafore taglienti e imprevedibili, di rara bellezza e profondità.

    Un abbraccio. N.P.

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  4. enrico de lea

    ah davvero interessante (da leggere) – conferma la grandezza della poesia boema del ‘900 – per chi ha amato Holan, Seifert, Nezval e tutta la “Praga magica” di Ripellino

    concordo con Fabrizio – i lavori manuali spesso offrono un’aggiunta tangibile alla poesia, il sorprendente
    prender partito della dimensione della “res” –
    “ei scrive cose e voi dite parole” (per associazione ho questa rimembranza, ma non ricordo l’origine e l’autore) –

    ciao Francesco

    Rispondi
  5. francescomarotta

    Sono d’accordo con Nicola e Carla: è un testo che non lascia indifferenti e, tra l’altro, almeno a me è successo questo, costringe a tutta una serie di riletture, come alla ricerca di un varco o di un indizio che dia corpo alle suggestioni e alle ipotesi che affiorano nella mente. Il mio varco per penetrare nel testo è in questi versi (ho anche “odiato” l’autore, diciamolo, perché avrei voluto averli scritti io):

    Quando dopo anni facesti ritorno –
    da viva,
    non ci fu più nulla da uccidere.

    La lirica è tratta dalla sua prima raccolta (credo), “Orribile fulgore”, che, stando anche al livello degli altri testi antologizzati, deve essere un libro sicuramente di grande valore.

    fm

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  6. francescomarotta

    Ciao Enrico, ti leggo solo adesso. Sì, un libro da avere e da leggere.

    p.s.

    Jaroslav Seifert è uno dei poeti di cui devo aver divorato, nel corso degli anni, anche i resti!

    fm

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  7. francescomarotta

    Credo sia importante, e doveroso, aggiungere che questo libro partecipa alla campagna di Greenpeace “Scrittori per le foreste”.

    Chi volesse richiederlo, o avere anche notizie sulle altre edizioni e sulla rivista “Il foglio clandestino”, può rivolgersi qui:

    http://www.ilfoglioclandestino.it/

    E’ cosa buona e giusta.

    fm

    Rispondi

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