
di Giorgio Morale
“Brama, desio, spasimo, struggimento,
tutta illusione! A che serve il cimento?”
Il sogno della camera rossa è considerato il più grande romanzo cinese. 700 pagine fitte nella traduzione italiana, in cui si affollano 448 personaggi, dicono alcuni che li hanno contati (qualcun altro dice 700), tutti ben individualizzati e legati da relazioni ricostruite minuziosamente.
Lu Hsun ne parla come di “una gemma della letteratura cinese”. E dice che “La più grande virtù del suo autore è che egli osa descrivere realisticamente la vita, senza usar sotterfugi. Ogni persona del libro è reale ed il romanzo determina una svolta nell’arte della narrativa in Cina”.
E il sinologo francese Paul Demiéville: “Non c’è un grande nome della nostra letteratura romanzesca a cui il Sogno della camera rossa non faccia pensare”.
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Difatti ne Il sogno della camera rossa abbiamo, come ne I Buddenbrok di Thomas Mann, la decadenza di una grande famiglia, esemplificata nella personalità disturbata del rampollo Pao-Yu.
Questi ha tratti straordinariamente moderni, che richiamano quelli dei personaggi dostojevskiani, a partire dal principe Myskin de L’idiota: sensibile e ricco di doni dello spirito, è poco interessato alle attività pratiche e soffre di crisi che somigliano molto ad attacchi epilettici.
Per certi aspetti possiamo accostare Pao-Yu alla figura di Amleto. Come il principe danese è una personalità malinconica, lunatica, altalenante nei propositi e tra i propositi e la realizzazione. La consapevolezza blocca la sua natura degradata e lo porta a una introversione che, mentre acuisce la sua sensibilità, sempre più lo isola e accentua il suo male.
Pao-Yu richiama anche un giovane Don Giovanni, per il suo essere inguaribilmente attratto dalle donne, da tutte le donne giovani e belle che transitano nelle sue vicinanze, favorito anche dai ruoli che uomo e donna hanno all’interno nella società cinese dell’epoca e in particolare dalla sua condizione di giovin signore.
Si fa anche il nome di Tolstoj per la capacità dell’autore di dominare una materia così vasta e creare un romanzo-mondo. Proust è evocato invece per la perizia con cui la scrittura di Ts’ao Hsueh-Ch’in sa ricreare emozioni e sensazioni, far vivere sulla pagina il fascino della bellezza femminile e di incontri che risvegliano presentimenti, nonché per la straordinaria analisi dei sentimenti amorosi di Pao-Yu e delle due cugine, che ricordano da vicino le pagine sugli amori e la gelosia ne Alla ricerca del tempo perduto.
Illuminante è anche l’accostamento di Pietro Citati tra Ts’ao Hsueh-Ch’in e Anton Cecov, per la finissima sensibilità di ambedue gli scrittori nel cogliere le malinconie e le crisi di un mondo in declino.
(continua nella Bottega di Lettura)

Una bella nota di lettura, Giorgio, puntuale e convincente.
Grazie per questa importante segnalazione.
Giovanni
(Non conoscevo il blog La bottega di lettura, che tornerò con più calma a visitare)
Siamo tanto ignoranti, o meglio sono;
ho qui vicino il Chin P’ing Mei di 862 pagine, altro romanzo del XVI sec. grandissimo cinese e non l’ho letto mai.
Per fortuna che ho letto molti scritti di Lu Hsun.
Grazie!
MarioB.
Grazie, Giovanni e Mario, della vostra lettura.
Mario, il Chin P’ing Mei è un’opera eccezionale: comincia come una commedia, prosegue come un dramma, finisce in filosofia. Ti consiglio di tuffartici subito.
Io ne scrissi degli appunti, che puoi leggere qui:
http://www.vibrissebollettino.net/bottegadilettura/archives/2007/04/maestri_dellaal_3.html#more