di: Guido Tedoldi
Recensione di «Duma Key», romanzo di Stephen King, 2008, Sperling & Kupfer, pp. 741, € 19,90
In «Duma Key» ci sono alcune persone che muoiono in circostanze tragiche, provocate perlopiù da un potere sovrannaturale che cerca di tornare nel nostro mondo dopo essere stato confinato in una cisterna d’acqua dolce (alla quale è allergico) e tenuto a bada con bracciali d’argento.
Poi c’è un pittore che di mestiere ha fatto per decenni il costruttore edile, fino a che un tragico incidente con una gru lo ha privato del braccio destro. Mentre lavorava nell’edilizia quel pittore non sapeva di essere un pittore – al massimo produceva scarabocchi inoffensivi nel corso delle telefonate pallose. Peraltro i suoi quadri migliori li dipinge quasi in trance utilizzando proprio il braccio amputato (ne è sicuro, anche se razionalmente non sa bene come potrebbe succedere).
E poi c’è un’isola, Duma Key appunto, che si trova davanti alla Florida e da cui si gode una vista spettacolosa del Golfo del Messico. La parte nord dell’isola è l’unica abitata, perché quella sud è infestata da una giungla tossica in cui le donne non possono entrare senza dare di stomaco, e in cui si aggirano entità inquietanti come famiglie di rane giganti e nani da giardino.
Grazie a tutta questa esplosione di creatività, «Duma Key» è il romanzo in cui Stephen King riflette su di sé in quanto artista. Non scrittore o pittore o regista cinematografico: artista. La condizione esistenziale di chi è capace di raccontare.
Il discorso di King arriva a pagina 542, dopo che molte cose sono già successe e mentre la tempesta di eventi che condurrà all’ultima pagina si sta preparando. Edgar Freemantle, il pittore protagonista del romanzo, parla con una esperta d’arte moderna riguardo una mostra dei suoi quadri:
«Mary non era così. Il suo amore per il talento artistico era rimasto intatto. Beveva Whisky da un bicchiere per l’acqua e voleva sapere che effetto faceva quando dal nulla sbucava Campanellino e ti batteva sulla spalla e tu scoprivi che, anche se eri ormai nell’ultimo quadrante dei 50 anni, avevi improvvisamente acquistato la capacità di attraversare in volo la faccia della luna. Perciò anche se non era come entrare in possesso di un’automobile veloce o di una casa sfarzosa, io le rispondevo che era così. Perché non esiste il modo per spiegare al prossimo che effetto fa. Si può solo parlare fino a sfinire tutti quanti mentre intanto è venuta l’ora di andare a dormire».
In queste poche righe, scritte in linguaggio piano e senza impiegare l’armamentario retorico dell’accademia, c’è tutto l’inspiegabile dell’arte. C’è l’artista che produce cose belle avendo come unico criterio il proprio senso estetico e come unico limite la propria abilità – e il pubblico che assiste a bocca aperta domandandosi se il mondo non sarebbe molto migliore se tutti fossimo capaci di produrre simili meraviglie.
Mentre leggevo queste righe mi venivano in mente due articoli pubblicati su riviste sportive negli anni ’80. Uno era scritto da Aldo Giordani, e si domandava come mai succede che nascano giocatori di basket fenomenali come Larry Bird. E un altro dava un resoconto della carriera in Formula 1 di Colin Chapman domandandosi come mai ogni tanto nascano ingegneri così drammaticamente innovativi rispetto ai loro contemporanei. In quegli articoli c’era proprio il pubblico che domanda all’artista: «Perché tu sei così bravo e io così schiappa?».
La risposta di King, cauto e tentando di non sembrare spocchioso, è: be’, sai, viene Campanellino e mi picchia sulla spalla… è l’ispirazione, ha scelto me, ma non so perché. Magari un giorno sceglierà anche te. Su, dai, non abbatterti.
Questo quando l’artista parla agli altri. Il discorso è diverso quando l’artista parla a se stesso, e quando si confronta con le sfide che il mondo gli mette davanti disponendo del proprio talento allo stesso modo in cui gli esseri umani comuni dispongono delle proprie mani, e dei propri muscoli, e della propria intelligenza: assumendole come abilità ovvie e senza starci a pensare troppo.
King lo spiega a pagina 543, raccontando di una bambina che dipingeva quadri magici negli anni ’20 del ’900 e poi, una volta cresciuta, ha sempre rifiutato di dipingere ancora:
«…la veloce parabola dei suoi familiari dallo stupore all’accettazione alla noia. Era accaduto in parte perché la bimba era così prolifica, forse più ancora perché era parte di loro, era la loro piccola Libbit, e c’è sempre quella sensazione che niente di buono possa uscire da Nazareth, non è vero? Ma la loro noia ebbe solo l’effetto di intensificare la sua fame. Cercò modi nuovi per strabiliarli, cercò nuovi modi di vedere.
«E li trovò, che Dio abbia misericordia di lei».
Niente di buono può uscire da Nazareth, pensano le famiglie di normali lavoratori dai normali talenti. E continuano a pensarlo anche dopo che il talento gli è esploso proprio dentro le mura domestiche.
Ma alla fine non è questione di esplosioni, o offese, o litigate feroci per far rientrare gli eventi nei parametri stabiliti dal lessico familiare. Alla fine c’è uno che prende atto di sé e del proprio talento, e un ambiente intorno che può scegliere o meno di fruire di quello che lui crea.
Alla fine sono io che rimango senza fiato di fronte ai libri di Stephen King e continuo a leggerli a raffica.

Non ho ancora affrontato questo nuovo King. Gli altri li ho letti tutti però, eccetto “Cell”.
Questa recensione mi ha fatto venire l’acquolina.
La visione di King dello Scrittore credo che ce l’abbia consegnata in modo definitivo ne “La storia di Lisey”. Lo vedo, in questo nuovo lavoro, risalire ancora un po’ il fiume, verso la sorgente. E ci sono tutte le premesse di un meraviglioso viaggio.
“Niente di buono può uscire da Nazareth” è geniale.
…non può averlo scritto King…è proprio brutto… rispetto agli altri romanzi, non ci ho capito nulla!!!
🙂 Davvero bello, all’inizio ero un po’ scettico, ma poi l’ho divorato in un attimo.
Un pò brutto svelare subito cose che compaiono nelle ultime 50 pagine (di un libro che ne ha 730) ma vale la pena leggerlo. Fa meno paura di molti di Stephen King, ma il Rè è ancora molto in forma.