GARY, GARy, GAry, Gary, gary,…
Io sono uno dei tre, ma sono anche tutti e tre.
Tre che sento familiari ed estranei, prossimi e lontani quanto lo sono io a me stesso. Questa foto vale una dichiarazione di poetica, l’indicazione di un’estetica possibile. Una mappa esistenziale monca, piena di vuoti e buchi, un terrain vague con poche tracce e pure ambigue: le macchie sulla maglia, la fissità del mimo, la curiosità-bimba.
Dovremo mettere da parte orpelli e protezioni, tirar via la scialbatura sempre: anche se il muro sotto è pieno di crepe, difformità, zone umide e screpolature. Rinunciare al ritocco e al rimbocco, all’abbellimento stolto da photoshop, quello che usiamo quotidianamente ad uso del prossimo: per farci gradire, per essere ben accetti, omaggiati, stimati, riveriti. Persino amati, talvolta.
Dovremo cominciare da quella perfomance di Gary Hill di qualche anno fa. Appena dentro, subito e senza riparo, costretti nel fuoco di due video: davanti l’artista in primo piano che pronunciava, con modalità differenti di tono e d’impostazione, il suo nome: “GARY, GARy, GAry, Gary, gary,…”. Dietro la sua nuca. Recto e verso. Senza scampo, senza possibilità di fuga, senza soluzione. Per 35 minuti un mantra bisillabico scandito in tutte le fogge e possibilità: GARY, GARy, GAry, Gary, gary,…. La grana di quel nome – GARY, GARy, GAry, Gary, gary,…-che fluttuava e acquistava e perdeva di consistenza e densità, mutava senso e direzione. Ecco, ascolta: adesso è una richiesta d’aiuto, adesso è un grido di dolore, adesso è una presa di distanza, adesso è una ingerenza. Si inerpicava quel GARY, GARy, GAry, Gary, gary,…su toni quasi roboanti, scendendo poi fino all’inudibilità di un impercettibile flatus vocis. Ma si restava lì irretiti da quella stupefacente riproposizione affabulatoria ed ostinata di quel nome: la reiterazione ostinata apriva un varco, rimandava ad una prospettiva inusitata: “ Un nonsense, ma anche un incantamento” come scriveva Lea Vergine, che rintracciava in questa performance qualcosa di “poeticamente arcaico”: definire sé in rapporto agli altri attraverso la ‘semplice’ attestazione di un nome, di un’identità:. GARY, GARy, GAry, Gary, gary,… Quel mantra bisillabico si trasformava in codice d’identità: “ io sono Gary; questo sono io. Esisto in quanto esistete voi che mi vedete e ascoltate. Io sono GARY, GARy, GAry, Gary, gary,…” . Come in quella poesia di Wallace Stevens che Meneghello aveva messo come Appunto all’Appendice III del suo Libera nos a malo:“ I am one of you and being one of you / is being and knowing what i am and know : “ Sono uno di voi, ed essere uno di voi è essere e sapere ciò che sono e che so”.
Sono stato, per un certo periodo della mia vita, un buon frequentatore di musei: non per grandezza di connaisseur, ma solo perché tentavo di placare i sensi di colpa che mi provenivano dalla consapevolezza di una preparazione culturale sghemba e piena di mende con la visitazione assidua di questi ospedali dell’anima, di questi granai dello spirito. Con il passare degli anni e con la allegra spensieratezza di chi ha felicemente silenziato per sempre la mutria colpevolizzante dei tediosi, cupissimi Super-Io che a lungo mi hanno avvelenato l’esistenza, mi sono reso conto che c’è una tentazione irresistibile alla quale cedo ora molto volentieri: osservare la gente che s’aggira per le sale, che discute, che si muove, in gruppo o solitaria, meditabonda o concitata. Tutta la gente, dico, tutti i visitatori: sia quelli ‘precari’ e casuali del più sperduto museo di tradizioni locali che guarda perplessa zappe o mietitrebbie, sia quella glamour e sempre up to date delle biennali veneziane. Mi piace immaginare storie, situazioni, congetturare: che cosa avranno mangiato, quando hanno fatto l’amore l’ultima volta e come lo fanno, se leggono libri e quali, che musica c’hanno adesso nel lettore mp3,… Uno dei miei scultori preferiti, Giacometti, scriveva: “Perché troviamo bella una cosa? Un albero? o il cielo? o i volti? e non banale? Un tempo andavo al Louvre e i quadri o le sculture mi davano un’impressione sublime… Oggi se vado al Louvre, non posso resistere a guardare la gente che guarda le opere. Il sublime oggi per me è nei volti più che nelle opere… Al punto tale che le ultime volte che sono andato al Louvre sono scappato, sono letteralmente scappato. Tutte quelle opere avevano l’aria così misera – un approccio abbastanza miserevole, così precario, un percorso balbuziente attraverso i secoli, in tutte le direzioni possibili, ma estremamente sommarie, primarie, ingenue, per circoscrivere un’immensità formidabile – guardavo con disperazione le persone vive. Capivo che mai nessuno potrebbe cogliere completamente questa vita… Era un tentativo tragico e risibile.”
Questa contraddizione che dilania me come tutti: questo amare l’Umanità come entità astratta e la (s)manìa dell’ isolamento, questo sentirsi annoiato da ogni frequentazione umana obbligante, coercitiva. Che bella cosa l’Umanesimo, peccato gli uomini, scriveva giustamente in un suo pensiero spettinato Lec. Eppure c’è quell’episodio bellissimo nel Vangelo che fa da sfondo alla Cena di Emmaus. Due discepoli sono in cammino e Gesù si accosta a loro che non lo riconoscono. Anzi, parlano di lui, ne commentano imprese e gesta, senza sapere che lui è proprio quel viandante che divide con loro la strada. Arrivati al villaggio, Gesù vorrebbe congedarsi da loro perché deve andare più lontano. Ma è sera, è tardi: loro insistono per farlo fermare a cena, per fargli riprendere il cammino l’indomani. Gesù accetta: quando si siedono a tavola, Gesù spezza il pane: è solo in quel momento, in quel gesto che lo riconoscono. Gli uomini si incontrano nel momento in cui scoprono la loro fragilità, la consapevolezza della comune finitudine: la fractio panis è la condivisione di un destino che ci rende tutti uguali perché, per tutti, uguale è l’approdo.


Un bellissimo testo, e una bella dichiarazione di poetica – o di etica. Bella anche la foto.
benvenuto, Linnio.
e intanto grazie davvero di questo.
fabrizio
In questo pezzo c’è un’altissima densità di contenuti. E ricordo: “Che bella cosa l’Umanesimo, peccato gli uomini”.Giusto, eppure…
P.