PROVOCAZIONE IN FORMA D’APOLOGO 103

Erre convive da sempre con l’ipocondria, e soltanto i periodici contatti col suo medico e con vari specialisti, insieme a periodiche parentesi di vita da malato ufficiale gli consentono, a lui che sebbene ufficioso è malato cronico e vero, di sopravvivere alla meno peggio. A un certo punto però è piovuto giù (o spuntato su) quel tale politico taumaturgo, che fa saltare e ballare anche gli amputati, sicché Erre è finito di colpo ed ope legis nel novero dei potenziali simulatori e truffatori. A quel punto in lui è scattato qualcosa, un qualcosa che non si faceva sentire dai tempi della prima gioventù: l’accettazione di una sfida ìmpari. “Ebbene – si è detto – se per la confusione e le difficoltà del momento chi dovrebbe contrastare costui tace imbarazzato, sarò io a vendere cara la mia pelle, a stringere i denti: si vedrà, la vedremo.”
Così per qualche tempo si è sforzato di ignorare i pressanti reclami che mente e corpo periodicamente continuavano a inviargli, fino quasi a non avvertirli più. Che mente e corpo o chi per essi si fossero arresi, dandogli partita vinta? Che in fondo in fondo quel tale politico un po’ taumaturgo lo fosse davvero?

Ma un bel mattino Erre come al solito apre gli occhi al suono della sveglia, e non riesce a mettere fuori dalle coperte un braccio per fermarla. Tutto il suo corpo è di piombo. La mente lo è poco di meno, salvo in alcuni momenti, nei quali è argento vivo. Occorrono ore perché Erre riesca ad allungare la mano fino al telefono sul comodino, chiamare l’ufficio e dire alla segretaria: “Ho un problemino di salute. Mettimi per favore in ferie, qualche giorno, poi vediamo”. La collega assicura, senza commentare la formula diventata oramai d’uso comune.
Erre raccoglie le forze e si reca dal medico, il quale lo accoglie senza i soliti lazzi. Lo guarda e lo visita appena, poi scrive una lettera accompagnatoria per un suo amico, stimato primario, infine la consegna sigillata a Erre, e lo congeda con un “buona fortuna”.
Erre si sforza di andare prima che può dallo stimato primario, il quale lo fa sedere e si mette a leggere lo scritto del collega, alternando la lettura con rapide occhiate al paziente che gli sta seduto di fronte. Quindi scribacchia una prescrizione e la tende a Erre. Erre la guarda e vede con sorpresa quattro esami in croce, tutti di routine. “Tutto qui?” esclama. “Tutto qui – riponde lo stimato clinico – per puro scrupolo del resto, il caso è chiarissimo.” Quindi aggiunge, con uno sguardo finalmente umano: “Ma poi perché, benedetto Erre, ci ha impiegato tanto a farsi vivo?”
Impiegarci tanto a farsi vivo! Per poco Erre non recupera tutte le energie, nel qual caso inveirebbbe e si slancerebbe di furia contro il primario. Ma non è che l’impulso illusorio di un istante. Due cose lo trattengono: il pensiero che non vale sfogarsi con gli esecutori, quando nessuno ha saputo o voluto a tempo debito prendersela con i mandanti; ed il fatto che le energie per inveire e slanciarsi contro chicchessia proprio non le ha, e non le avrà mai più.

7 pensieri su “PROVOCAZIONE IN FORMA D’APOLOGO 103

  1. lucy

    il politico taumaturgo, preposto ai malati immaginari, è “spuntato su”, come un fungo, anzi: un funghetto, dall’umido dei miei canali, dalle brume della laguna, poveretta, anche lei malata. e come strilla, il piccoletto! ma io, che gli son concittadina e ne conosco i trascorsi, non mi faccio intimorire. uno starnuto è più che sufficiente a farmi ricoverare. e una risata è pure troppa a seppellire cotanto uomo. (per evitare complicanze di stagione mi metto una maglietta, essendo io bionda con su scritto “meglio bionda che…”). taumaturgica, la maglietta.

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  2. robertorossitesta

    Cara Lucy,
    beata te che sai risolvere tutto con una risata e una maglietta.
    Ma oltre ai tipi come Erre (e non sono pochi, e fanno un grande fatica a vivere) ci sono anche le persone sole e/o con problemi di cura a familiari, che una sola ora di permesso d’uscita nei giorni di mutua (dalle 13 alle 14, a negozi chiusi) costringono a risolvere le questioni di salute prendendo ferie.
    E tralascio gli aspetti direttamente economici dei provvedimenti in parola, dei quali non si parla: per pudore, a fonte di una crisi che sta facendo perdere a molti non qualche centinaio di euro, ma il posto di lavoro stesso.
    Tuttavia, volendo, anche su questi aspetti le cose da dire non mancherebbero.
    Un caro saluto,
    Roberto

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  3. lucy

    spero tu non mi voglia annoverare tra i buontemponi che se la cavano con poco! purtroppo la mia storia personale e familiare quanto a malattie e peggio mi ha dato di che poterci scrivere su l’enciclopedia britannica. oppongo alla mostruosità dei tempi un po’ di sarcasmo perché c’è di che piangere in abbondanza. per la nostra sanità gli amputati sono i primi a dover fare i salti mortali per dimostrare che una gamba non c’è più e ottenere gli ausili e il riconoscimento della grave menomazione. e anche questo non lo so per sentito dire. sangue sudore e lacrime.
    lu

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  4. Roberto Plevano

    Leggendo l’apologo, si potrebbe dire, concordando con lo stimato (sarà anche eminente?) primario, che “il caso è chiarissimo”. Il paziente infatti vive, è quello il malanno. O magari non ci ho capito niente.
    Riandando poi alla faccenda del vile denaro, è vero, molti pensano che sia questione di viltà, ma veniamo da decenni in cui si pensava che il lavoro fosse un diritto sacrosanto, fondamento dello Stato, cribbio!, e che quindi il salario del lavoro fosse dovuto comunque.
    Oggi siamo alla fase “o magni ‘sta minestra o salti… e ricorda che molti non magnano neppure”, e facciamo i conti con la dura verità che ogni stipendiato è sotto ricatto. Un po’ come il rag. Ugo Fantozzi, che prima di leggere “Das Kapital” pensava che la ditta lo avesse assunto per misericordia.
    Un caro saluto ai lettori (e agli scrittori)

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  5. robertorossitesta

    Cara Lucy,
    è proprio quello che intendevo. Ognuno ha la sua storia e il suo senso dell’ironia o del sarcasmo, ma opportunamente sollecitato li tira fuori.

    Caro Roberto,
    la tua interpretazione è interessante, ma investe solo una parte di quanto volevo significare.
    Il male di vivere è un male che riguarda tutti, ma che non tutti avvertono come tale.
    In questo senso, tacitare i sintomi può sembrare un passo avanti ma non lo è: alla lunga non serve, evidentemente, alla salute del corpo; e neppure alla salvezza dell’anima, se non è il risultato di un cammino interiore ma una reazione meccanica a circostanze soverchianti.

    Grazie a entrambi e un caro saluto,
    Roberto

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  6. Chiara Daino

    “il pensiero che non vale sfogarsi con gli esecutori, quando nessuno ha saputo o voluto a tempo debito prendersela con i mandanti”.

    e sempre impàri QUANTO: la sfida sia ìmpari.

    [ accetti l’assassin(i)o? ]

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  7. robertorossitesta

    Certo che l’assassin(i?)o accettato, i.e. preso a colpi d’accetta(zione), non si presenta bene; ma benvenuto lo stesso purché righi dritto, sappia che viaggia sul filo della lama.
    Insomma, come si dice qui:
    “Pichéve, maséve, ma féve nèn mal”.

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