Roberto Bugliani

Da  Di quand’ero poeta (e non lo sapevo)
(Edizioni puntoacapo, 2009)

Istigare il vento

a Paolo Volponi

Istigare il vento
questo vento che nella sera s’attarda
e s’arresta incerto su altane e coppi
se dar di testa o planare lieve
dai tetti delle ville, dagli apici dei pini
involgendo misericordioso le loro diplomazie di menzogne.

Istigare il vento
questo vento che di petunie e dalie s’incapriccia
e al rendiconto di squilibri e crolli
preferisce la simmetria dell’errore.

Istigare il vento alla vendetta
allo sconquasso di idoli bugiardi
questo vento che sbatacchia dolori senza riscatto
e piega il suo andare sullo spartito del dovere.

Istigare il vento, questo vento farlocco che solo sa
affidare il suo ordito al valzer con le foglie
e cicisbeo civettare con la siepe del ligustro
provocando la gelosia dell’acanto.

Istigare il vento a vortici inattesi
a raffiche d’insania, a scorrerie selvagge
questo vento esangue che nell’incanto
dell’edera s’incista e prudente stilla il suo umore
su scampoli di anni alla deriva, dove di noi
s’è macerata nel rovello la meglio parte.

Il sapere poetico

Dopo il congedo, non leggo più poesia. O quasi. Giuntomi in regalo, il libro postumo di Giovanni Raboni, Ultimi versi, ha interrotto l’astinenza. La dedica di mia moglie diceva così: “Il poeta / non ha paura / e addenta le emozioni / che sono la vita”.

a Giovanni Raboni

Giovanni, proprio non t’immaginavi
che nel gioco delle parti al Cavalier Menzogna
sarebbe succeduto il Professor Bonario
allorché chiamavi “cosiddetta” l’opposizione?
Va la furbizia al passo con l’imbroglio,
il mercimonio a ruota dell’intesa,
l’impunità a garanzia del privilegio,
l’arroganza a rinzaffo dell’ingiuria.
Davvero non sapevi, Giovanni, che il poeta
non ha per scusante il meno peggio,
che non presume, bensì conosce,
che non scruta il cielo, ma guarda in terra?
Oggi, Giovanni, la Volpe fiuta
il lezzo dei tempi, e di concerto agisce.
E’ il suo andare traditore spinto
dall’astuta natura o invece dalla
vorace brama degli artigli?
Questo non so dire, Giovanni,
vedi
com’è incapace la poesia,

dopotutto.

Frusaglie

Ancora frusaglie del poeta in pensione. Frusaglie del suo dover-essere al passo coi tempi. E la cui condicio sine qua non sono i nuovi oggetti della tecnologia trionfante. Un filosofo dei nostri anni ha osservato che una domanda, impensabile fino a poco tempo fa in una conversazione telefonica, ossia: “Dove sei?”, oggi fa da preludio alla maggior parte delle conversazioni al cellulare. Ma dov’è oggi il poeta? Sempre nello stesso luogo. Vale a dire: ovunque. Anywhere, come aveva già detto il poeta di Tempi moderni.

I
Come un gatto
fa le fusa il cellulare
quando lo infila
nel taschino, sul cuore.
A questo è ridotto
il poeta in pensione, ad ascoltare
gli auspici dei campi magnetici o i presagi
dei microchips, deducendo dalle viscere della batteria
il volo virtuale degli sms, gli intimi referti
della sua vita niente-di-speciale, nell’ubiquità
roaming del mondo. Divinazione di ronzii
cacofonie di responsi, alla funzione
d’aruspice postmoderno egli si adatta, accetta
gli abbagli elettrici del display e le pulsanti
binarietà dei bit accoglie in cicalecci di canali
colpevole, non d’altro, che del rifiuto
d’una discesa alle Madri in quello stato.

II
Ho voglia oggi
di scrivere versi?
No di certo, né domani
o tantomeno dopo. Sono stanco,
deluso, stizzito, né mi sfiora proficua
l’ala dell’imbecillità la fronte. Spento
è da un pezzo
il sacro fuoco e la parola crea
mostri deformi, fregi barocchi di condanne
al tempo di malaffare che secca dentro.
Rigurgiti d’invettive, nostalgie d’età dell’oro
consegnati allo specchio d’anni
mercenari come eroi dopo il restyling
e nel calendario-cicaleccio si definiscono
le regole d’ingaggio secondo
la caratura di codici bugiardi. Allora
non resta che trarre profitto dall’abdicazione ufficiale
del poeta reo confesso, che di abiure fa mostra
e sui mea culpa misura la sconfitta.

III
Sicofanti di meraviglie
a mezzo servizio, schiumatori di miraggi
da strapazzo, filibustieri da salotto
all’assalto di
congrue e lucri, cosa possiamo dinanzi a tanta
millanteria assatanata che
con idoli fasulli sostiene il proprio credo
e lo status protegge d’onorevole?
Forse
un taglio inedito di luce, una scintilla
scoccata dal nulla, uno scarto lieve, non previsto
metterà fine a tutto questo?
Intanto
nel bosco di cerri manovra, nel profondo,
il coboldo mestatore dell’umano malessere.

IV
L’arroganza dei potenti?
E’ il prezzo da pagare
per l’ultimo modello di cellulare
dotato di videocamera e accesso a Internet.
Così borbotta il poeta
ravvolto nei suoi stracci da barbone
con cui dal freddo del deserto si protegge.
Ma non sa se sono versi o che altro
quello che gli esce dalla strozza
giacché l’indignatio s’è inflazionata
nel corso dei secoli passati
mentre ancora è in vigore l’interdetto
che vuole la poesia un mazzolino
di rose e viole senza caratura.

Figure & Figuri

a)
Non un torrentello ma una fiumana
è passata sotto il ponte della vita
dai tempi della sua stanzetta di normalista, a Pisa.
Ma ancora gli brucia (oh sapeste quanto)
la salva di fischi che lo accoglieva in coppia
al socio sornione di abiure e sufficienze
nell’affacciarsi alla porta dell’assemblea in corso,
aula magna, facoltà di Lettere, fine
anni Sessanta, stazionando i compari proprio sotto
il murale del solido operaio Saint-Gobain,
le mani callose a girare intrepido lo spiedo
su cui il duo sfrigolava infilzato.
Oggi la volpicina s’è fatta lupo
pluridecorato e possente, ma la smorfia sempre
è quella d’allora, in più una fitta
da parte a parte lo traversa al ricordo.

b)
“sei ben deleuziano tu, che col rizoma
ci faresti pranzo e cena”
, interpose
come eletto al rimbrotto nel congedo
lo smilzo francesista, certo Leporati
che conoscemmo dalla Lella, ricordi?, prima
d’imbarcarsi al Mowgli Café, air conditioned e
Tenent’s alla spina, con l’amichetto di turno, il giorno
che Urbano si ubriacò con la fiaschetta del brandy
perché la moglie l’aveva mollato
per un bullo a tutto campo di periferia
e Filomena gli fece quella scenata incresciosa
accusandolo d’averci, al posto de’ cojoni, du’ ova barlocce
mentre l’Unione Sovietica stava implodendo
e sepolte sotto le macerie rimasero le cacofonie del caso.

c)
La questione, se questione c’è, non sono le situazioni in cui uno si mette, ma come egli si rapporta con quelle stesse situazioni.

dai riflessi ambrati e dalle morbide promesse
la girl del Passion Fruit, una quarta da sballo
e due gambe da urlo che intrepide montano
ai fianchi d’alabastro, il busto come giunco
inclinato nella
posizione che più piace
ai notturni cacciatori del safari
tra pedane e pali, dagli sguardi
incartati in lycra e latex, mentre
sull’animo s’inerpica il Sisifo sofferente
* * *
non c’era quella sera a proteggerti
l’eroe buono al Chat noir, ma un’austera
madama a tenere il conto
dei séparé che facevi sempre yesokey
col nome d’una lady inglese in calze a rete
uscendo dallo stagno troppo tardi
per lanciare i cani, ma in tempo giusto
per scoprire ad attenderti il coltello
che non distinse tra Olimpo e Londra

d)
Hic sunt leones. A siffatta dicitura
nella topografia dell’Impero
è consegnato il nemico. Lo conosce
l’Impero il suo nemico. Ne sa costumi
e abitudini, lo tiene sotto controllo.
E lo apostrofa canaglia, pronto
a balzargli addosso. A trinciarne il corpo
come un pollo. Senza deroghe né pietismi, quando
gli presenta il conto. Che va saldato sull’unghia,
zitto e mosca. Con stile impeccabile, con taluni
effetti collaterali, con scrosci
d’applausi dal loggione l’Impero
azzanna il nemico, ne sugge sangue e umori, indi lo lascia
al suo destino di zombie riciclato. E in attesa resta
di spezzargli le ossa, se ciò non basta.
Tocca a noi adesso
riservare onori e lodi a tale
abisso di violenza, esaltarne i misfatti
quotidiani per l’opportuna
ragione che rende vassallo l’imbelle.

La costruzione della poesia democratica

A Eugenio De Signoribus mi lega una lunga, fraterna amicizia, fatta di frequentazioni epistolari, contatti telefonici, messaggi di posta elettronica che la figlia provvede a passargli. Non l’ho mai incontrato, Eugenio, compagno di strada fedele, scrupoloso, discreto.

quando dell’etica, Eugenio,
se n’è persa la traccia e in suo nome
si affastellano fascine per il rogo

quando l’insegna ha in filigrana la beffa
e l’innocenza fa gioco al modello
che ne dispone a piacimento politiche e ruoli

quando la compiuta perfezione dell’inganno si staglia
nitida sulle forme del pensiero e il poeta altro non sa
che bisbigliare il suo sit nihil, senza troppo disturbo

quando il senso delle cose si consegna alla diceria
e il moto del mondo si riduce a deriva barocca,
algoritmi dell’occaso affidati a un vento bugiardo

quando le trame non sono che incrostazioni e i fregi
incisi sulle mappe del potere supportano
la performance di orizzonti che allo sguardo s’allontanano

allora la profezia, Eugenio, si volge in reportage
il mandato s’accoppia allo status
e la pioggia d’autunno fa il resto

2 pensieri su “Roberto Bugliani

  1. natàlia castaldi

    IV
    L’arroganza dei potenti?
    E’ il prezzo da pagare
    per l’ultimo modello di cellulare
    dotato di videocamera e accesso a Internet.
    Così borbotta il poeta
    ravvolto nei suoi stracci da barbone
    con cui dal freddo del deserto si protegge.
    Ma non sa se sono versi o che altro
    quello che gli esce dalla strozza
    giacché l’indignatio s’è inflazionata
    nel corso dei secoli passati
    mentre ancora è in vigore l’interdetto
    che vuole la poesia un mazzolino
    di rose e viole senza caratura.

    ***

    poetica, pensiero, rabbia, disgusto, sguardo … tutto in questi versi.

    lo trovo eccellente.

    Rispondi
  2. roberto bugliani

    Ringrazio tutti i lettori “impliciti”, e un ringraziamento paaaarticolare all'”esplicita” Natàlia e al “demiurgo” Fabrizio

    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *