PROVOCAZIONE IN FORMA D’APOLOGO 114

Me ne andavo per un viottolo di campagna, costeggiando un basso muretto di pietre. Su di esso a un certo punto scorsi i resti di un frugale banchetto: due quarti di mela, uno sbocconcellato e l’altro sano, accanto alle relative bucce.
Parendomi allettante, presi il quarto sano e datogli un piccolo morso lo assaporai.

Per essere buono lo era, benché forse non quanto mi ero aspettato. Ma in quel momento al di là del muretto si materializzò il contadino, che prese a inveire:
“Sputi subito quella roba! È sua forse?”
“No, ma pensavo non fosse di nessuno. Anzi credevo…”
“Lo so quello che credeva. È quello che credono tutti. Ecco perché ci siamo ridotti come ci siamo ridotti, voi ed io.”
“Mi spiace, ecco il suo ultimo quarto. Non gliene ho mangiato molto. Ma le bucce, almeno, potrei portarle con me?”
“Le bucce?! Ma, certo, le bucce, insomma ne faccia pure quello che vuole. Però – non si offenda – lei non deve essere molto in quadro, con la testa.”
“Quanto a questo la penso allo stesso modo. Arrivederci e grazie.”
E fatte su le bucce nel fazzoletto misi il tutto nel taschino sinistro della camicia, quindi ripresi la via.

3 pensieri su “PROVOCAZIONE IN FORMA D’APOLOGO 114

  1. robertorossitesta

    Ciao Carletta,
    manie di uno che non è molto in quadro con la testa, e lo sa (o no?).
    Robert(in)o

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  2. nadia agustoni

    Portarsi via le bucce nel taschino è una bella cosa.
    Io butto i torsoli nei campi, non so perchè, ma son convinta che fa bene ai campi.

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