“Era un piccolo lago incantato: giaceva nel centro di un lieve avvallamento del terreno completamente circondato da una modesta altura le cui pendici, da un versante e dall’altro, erano verdi d’alberi; proprio come si fosse trovato dentro il cratere di un vulcano spento. Non era visibile, dunque, neppure da breve distanza, se non si sapeva che c’era, e non si scalava l’altura; e parimenti invisibili erano l’immissario e l’emissario, che dovevano scorrere nel sottosuolo: se le sue acque non fossero state sempre limpide e fresche lo si sarebbe detto uno stagno.” Così diceva l’antico libro famoso, che tante volte avevano letto e commentato insieme.
Quando poi Erre venne a sapere che il luogo esisteva davvero, e che era stato anche localizzato, a poca distanza dalla città dove entrambi vivevano, subito prese ad insistere con Elle per recarsi al più presto a visitarlo. Ma a quella proposta Elle resistette a lungo, coi più diversi pretesti, prima di cedere a un tratto. Allora non posero più tempo in mezzo, e alla prima occasione propizia partirono per il breve tragitto.
Lungo il percorso, avvicinandosi al luogo, erano stati messi addirittura cartelli indicatori: “Lago di ***, punto d’interesse culturale e paesistico”; ma a mano che si avvicinavano alla meta, sempre più in Erre e in Elle cresceva la sensazione d’aver sbagliato qualcosa, malgrado lo scrupoloso rispetto delle indicazioni: tanto, ciò che andavano vedendo, differiva dalla descrizione stampata nell’antico libro famoso e nelle loro menti.
Qualche anno prima, nei pressi dell’altura che custodiva il lago, era stata in effetti aperta una cava, ormai già in abbandono; ma un polverino che si alzava al passaggio ricopriva ancora tutto, il terreno e le famiglie d’erbe, che ne morivano, quali seccando quali marcendo; quanto agli animali, se ne vedevano alcuni, pochi, procedere straniti e sbilenchi ai bordi della strada; evidentemente erano quelli che non avevano avuto la forza di fuggire a tempo.
Giunti al punto preciso, senza più guardarsi né parlare, Erre ed Elle scesero comunque dall’auto e, scavalcati i resti d’una recinzione, scalarono in fretta l’altura; quindi gettarono uno sguardo verso il lago e videro ciò che s’aspettavano di vedere. Posto che fosse rimasto dell’altro, nessuno dei due lo registrò.
Infine, sempre senza guardarsi né parlare, tornarono all’auto e ripartirono verso la città, di gelida furia l’uno contro l’altro armati.

Gli scherzetti della geografia letteraria… più che a un laghetto mi fa pensare a un paese intero (nel senso di [bel]paese). Eppure l’accanimento è stato e continua a essere proprio contro i luoghi che hanno avuto uno spirito.
Ciao Roberto, bella riflessione.
Caro Roberto,
il raccontino è nato in modo diverso e con intenzioni diverse, ma la tua lettura è suggestiva e a suo modo legittima.
L’elemento unificante è ovviamente il tempo, e in particolare il kairòs. Oltrepassato il punto di non ritorno putroppo non resta che lo spazio delle recriminazioni e dei rinfacci, espressi o inespressi che siano.
Un saluto,
Roberto
Roberto, penso che le cose vadano insieme, nel senso che noi (individualmente e collettivamente), siamo fatti di memoria, ma questa memoria è, inevitabilmente, di cose che non ci sono più, volti che nel ricordo sorridono e ora, nella “realtà” sono cenere, ecc. E quindi l’inanità di recuperare le memorie come un turismo domenicale.
I paesaggi sono paesaggi interiori, sono idee dello spazio che hanno avuto, forse, un tempo, una concretizzazione, e ancora oggi vivono di essa.
Scappo che sono in ritardo, ciao
“ma a mano che si avvicinavano alla meta, sempre più in Erre e in Elle cresceva la sensazione d’aver sbagliato qualcosa, malgrado lo scrupoloso rispetto delle indicazioni: tanto, ciò che andavano vedendo, differiva dalla descrizione stampata nell’antico libro famoso e nelle loro menti.”
Cosa non poi così strana Roberto.
Un saluto
No, Nadia, non poi così strana.
Quantunque… Insomma, il libro era famoso, non famosissimo; antico, non antichissimo.
E quella descrizione non era passata dalle sue pagine alle loro menti, ma aveva seguito il cammino opposto.
Un saluto a te,
Roberto
Beh, Roberto, in questo inverno del quale non si scorge la fine, il nostro scontento si alimenta – i ragazzi direbbero si fomenta – dei fantasmi della mente, di strane proiezioni, di aspettative generate per essere prontamente disilluse. Ciò che coglie il tuo apologo con inquietante verosimiglianza è la rapidità del passaggio dallo scontento (individuale, storico, cosmico) alla gelida furia nei confronti dell’altro, fin troppo facile – e facilmente equivocato – bersaglio-parafulmine. Un caro e grato saluto.
Sì, Anna Maria, a questo punto “l’estate gloriosa” appare piuttosto remota. Forse anche a causa della nostra incapacità di individuare l’essenziale e di concentrarci su esso, cercando di mantenere fissa la rotta o quantomeno la meta.
Un caro e grato saluto anche a te,
Roberto
mamma mia Roberto…scusa la mia sincerità ma…erano molto più stimolanti i primi tuoi.
un caro saluto
c.
Cara Carla,
se ricordo bene non è la prima volta che me lo dici.
Del resto in quasi tre anni (da tanto dura la mia rubrichetta settimanale) si può cambiare molto, e questo vale tanto per chi scrive quanto per chi legge. Inoltre, l’aggettivo “stimolante” può significare cose abbastanza diverse.
Comunque terrò nel debito conto anche questo “stimolo”.
Grazie per la sincerità e un caro saluto,
Roberto
*Allora non posero più tempo in mezzo*.
E, invece, è proprio il *tempo di mezzo*/*la terra di mezzo* – l’ora/luogo che si perde.
E ricorda/riporta l’apologo della *scala*. E saliamo gradi/gradini solo per arrivare. Dove e da dove. Senza più coscienza del tragitto.
Per me esisteva un Luogo/Lago [e ho corso troppo per raggiungerlo e senza indicazioni precise]. E si è spenta molta – troppa, anche se non tutta – magia, una volta giunta nei pressi del Vulcano delle Arti. E, viaggiando, da sola: non è rimasto che infuriare contro me stessa.
Grazie Roberto
Cara Chiara,
hai toccato il punto che mi sta più a cuore di tutti.
A volte gioco un po’ con i tempi e gli spazi, comprimendoli e stirandoli forse più di quanto non possano tollerare. Da queste sfasature soprattutto deriva l’apparente abnormità delle piccole tragedie dei miei piccolissimi personaggi.
Grazie e un caro saluto,
Roberto