La rivista elettronica RETI DI DEDALUS (del sindacato scrittori italiani) ha lanciato un esperimento di scrittura poetica collettiva, e SINE NOMINE, partendo dallo stimolo iniziale di un testo che funziona da incipit.
Il progetto si chiama: “Noi Rebeldìa 2010”.
Il programma teorico e regole di partecipazione sono pubblicate sullo stesso http://www.retididedalus.it. Chiunque ne può prendere visione e decidere se partecipare o meno dopo la lettura delle modalità previste e vincolanti.
[QUI] Programma teorico e regole di partecipazione

Il “programma teorico” fa un po’impressione: interessante certo, ma giostrare coi deliri senza un briciolo di autoironia..
ma no non c’è niente di delirante in un progetto di scrittura collettiva… oppure c’è in tutti i progetti collettivi del Novecento…
Non nel progetto, certo, ma in ciò che esso racchiude e delimita: nel “testo in versi di base” penso sia evidente quella sorta di allentamento delle “pastoie” del pensiero, o di “sragione”, che fa ovviamente parte, in misura maggiore o minore, di qualsiasi procedimento artistico (questo intendevo con “giostrare col delirio”) ma che di solito viene mitigato da una certa autoironia, capace di far intendere che certe cose vengono espresse “cum grano salis”, cioè entro un certo contesto non dico neutralizzante, ma almeno problematicizzante. Qui invece la cornice, cioè il testo introduttivo di “Noi Rebeldìa 2010.2”, mi è sembrato arcigno, piuttosto violento.. e la sicurezza dei riferimenti al “general intellect” (concetto che io trovo essere un vero rompicapo) preoccupante. Questa mia è naturalmente solo una prima impressione.
sull’autoironia altrui non so; il mio testo di ironia ne contiene e molta…il “general intellect” ovvero il sapere contenuto all’interno della formazione sociale e produttiva vigente è termine marxiano facilmente coniugabile come sapere di classe…
post per “La poesia e lo Spirito”
Toc toc! Posso entrare? Mi scuso per il ritardo (la brevità delle battute non è poi di grande aiuto in un dialogo che meriterebbe altri spazi e dilatazione).
La versione della teoria della gravitazione universale newtoniana è stata recisa, da Einstein, con un taglio netto (senza “cum grano salis” alcuno); ma non per questo la legge della gravità ha finito di chiamarsi “gravità”. È cambiato il punto di vista.
Di ironia e “autoironia” il “testo in versi di base” (“we are winning wing”) di “Noi Rebeldìa 2010” ne contiene, e non poca…se una vena “anoressica” non risparmia niente e nessuno “in tempi di debolezza” e l’ironia… “al monte di pietà/ se…”; ne propone, crediamo, in termini di massiccia overdose e distorsione fino a farla de-lirare con gli attriti della “lacerazione”. Un’occhiata da percezione “dis-tratta” al primo e all’ultimo frammento dell’incipit dovrebbe, poi, non suscitare dubbi…ma si scavi pure anche nella significazione plurima della polifonia semantica dell’insieme delle voci e dei “contrappunti”.
L’ironia non viene “mitigata”, per scelta. È lasciata al soggetto plurale “Noi Rebeldìa”, e nel segno del “general intellect” poietico (cui ciascuno attinge e rende in maniera propria), perché il suo protagonista non è il solito “io” autonomo e chiuso nel regno irrelato della poesia pura, o nell’auto-identità del suo sé (per cui solo auto-ironia), e fuori ogni contestualità interna ed esterna al testo stesso.
Si è voluto (in ogni modo, forse) scartare il lato “debole” dell’ironia rortyana…quel tocco di galateo, tipico del pragmatismo liberale pompante subalternità; per cui si può dire quel che si pensa ma scusandosi per l’ardire…tanto sappiamo che non c’è nulla da fare (non c’è alternativa, il mondo va/andrà com’è), e non è garbato “delirare”.
Gli apporti successivi “sine nomine” (e via via intrecciati con il montaggio), certo, come ha detto Panella, poi, non ne sono privi, anzi.
Antonino Contiliano Steli