Una cultura del leggere che entri nelle strade.

In un articolo di alcuni mesi fa Boris Groys sosteneva che la direzione presa dall’umanità conducesse verso un nuovo totalitarismo globale, un nuovo ordinamento e, secondo certi filosofi, addirittura verso una nuova politeia platonica.
A detta dello studioso, se nel ’900 sono state realizzate le aspirazioni utopiche del secolo precedente (coi risultati che tutti conosciamo) nel XXI sembriamo essere tornati indietro al XIX secolo: libero scambio globale, terrorismo, pirati, guerre coloniali, culto delle celebrità, fashion magazine. Le uniche differenze, sottolinea Groys, “sono i film al posto dei romanzi.”
Che ci si riconosca o meno in esse, le considerazioni di Groys si inseriscono in una più ampia gamma di interventi e studi che negli ultimi anni stanno cercando di analizzare le istanze della contemporaneità, nel tentativo di riuscire a tracciarne gli scenari futuri.
Il tanto celebrato Villaggio Globale sembra essere scivolato in una slavina di cui è difficile intuire i contorni, dove tutto è divenuto periferia, incluso il centro stesso dell’Impero: la civiltà occidentale nella sua ultima personificazione, gli Stati Uniti.
Da una parte è possibile riconoscere, ancora forte e inquietantemente più subdola, la tendenza a uniformare (la mainforce, il mainstream) ovvero ad accentrare, livellare, controllare, eliminare differenze e margini d’approfondimento. Dall’altra persistono correnti minori, centripete, decostruttiviste (in senso deriddiano) che paiono le uniche in grado di ricominciare a strutturare il mondo, scendendo nelle viscere di una realtà sempre più fatta di superfici, ovvero sempre più sulla via di divenire, finalmente e definitivamente come nelle migliori previsioni del caso, un simulacro di se stessa.
Le considerazioni possono essere molte e differenti, non solo in ambito letterario.
Che l’Occidente e con lui il resto del pianeta siano precipitati in una seria crisi di sfiducia nei confronti del presente e della propria capacità di immaginare un futuro sembra essere oramai assodato.
Che tale sentimento abbia finito per raggiungere ogni strato della società (ricchi, meno ricchi, indigenti, poveri) è un altro fatto riconosciuto, al punto tale che anche i tentativi d’infondere ottimismo da parte del mainstream non sembrano in grado di ottenere i risultati desiderati.
Lo stesso mainstream sembra agonizzare nel tentativo di rivitalizzarsi. Fare affidamento ai sistemi di superamento crisi-sopravvivenza finora utilizzati sembra essere divenuto impossibile. Non ci sono più magnifiche sorti e progressive in cui credere (almeno, non al momento) al di là di una vaga idea di tecnologia in grado di risolvere, un giorno, i numerosi gap in cui siamo finiti per franare (relazioni tra individui/con se stessi/ con la natura/con i propri prodotti).
Secondo Lucio Villari se “nei primi decenni del XX secolo c’era ancora  l’idea di inventare tutto ciò che si potesse inventare, con la convinzione che l’uomo potesse governare tali invenzioni, oggi si corre il rischio che siano le invenzioni a governare l’uomo. E non per colpa delle macchine o delle invenzioni, ma per la poca consapevolezza filosofica nei confronti di questo processo innovativo.”
Ecco il Nuovoevo (il nuovo Medioevo) da tempo cominciato, il cui inizio verrà tracciato dagli storiografi del domani tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo, con le torri gemelle a suggellarne l’entrata ufficiale sulle scene.
Possiamo ignorarne i termini, ma quando il sentimento di sfiducia raggiunge le strade, dopo essere stato a lungo preannunciato in altre sedi, significa che il processo è ben oltre il proprio principio.
La domanda è, in quali termini può la letteratura legarsi a tali eventi? E quale può essere, in questo senso, il suo ruolo nel determinare quelli futuri?
Difficile dare risposte chiare. La letteratura è come ogni espressione umana nella nostra Storia uno degli specchi in cui possiamo rifletterci. Di più. Nel suo affondare le radici ai primordi della civilizzazione umana (nel suo essere la più antica forma di riflessione su se stessi elaborata dalla specie umana) è il primo, dei nostri specchi. È il più antico e il più veritiero. Siamo ciò che abbiamo scritto. In questo senso, non possiamo mentirci. Anche quando tentiamo di farlo, finiamo sempre per dirci la verità.
Tutto vero, d’accordo, ma di quale letteratura stiamo parlando?
L’articolo di Valerio Evangelisti “Una narrativa adeguata ai tempi” è in questo senso uno degli interventi più lucidi e incisivi sull’argomento. Il suo contrapporre a una produzione “minimalista” – che si muove “entro contesti tenui e dalle luci soffuse, in cui si annusa la polvere e il borotalco” ovvero estranea ai tempi presenti e sterile in rapporto a quelli futuri – una “massimalista” – ovvero di contrasto, che si fa registrazione e critica, ma anche ricerca, sfida – centra il cuore della questione, e apre squarci inquietanti e fecondi sullo scenario letterario non solo del nostro paese.
In un dialogo giovanile che ebbi anche la sventura di pubblicare, uno dei personaggi si domandava come fosse possibile che tra tutti i mezzi di comunicazione inventati dall’uomo non ce ne fosse uno capace di farci comunicare con i nostri genitori (la conclusione era che “non esistono mezzi di comunicazione”).
Oggi appare sempre più chiaro che un tale mezzo di comunicazione in realtà esista, e sia legato alla nostra capacità di raccontare la vita, d’immaginarne i confini, e, nei limiti del possibile (e dell’impossibile), di tentare di donarvi un significato.
Tale è stata, fin dall’inizio della civilizzazione, la funzione del “raccontare storie”.
In Italia, forse il Paese più passivamente medializzato dell’Occidente, la domanda è come questo possa avvenire e con quali risultati.
È una domanda che pare assumere i lineamenti di una sfida difficile da vincere, soprattutto in tempi di depressione, non solamente economica.
Se da una parte ci si lamenta che nessuno legge, dall’altra non sembra che ci si preoccupi più di tanto di creare interesse nella lettura. Un humus, un terriccio, un milieu in cui poter coltivare, nutrire, crescere una predisposizione che non abbiamo mai avuto. Nel Belpaese le nuove generazioni paiono addirittura avere una minore propensione a leggere di quelle precedenti (unico caso al mondo). In altre realtà (su tutte la decadente America, che comunque, pur con risultati disastrosi, perlomeno si dibatte nell’agonia) la letteratura sembra aver accolto la sfida ed essere oggi come ieri strumento di penetrazione del reale, su più livelli e in più contesti. All’appiattimento di certe produzioni hollywoodiane si contrappongono istanze differenti, mosse da curiosità e da necessità oramai inevitabili di rinnovamento. La letteratura è nei giornali, nella rete, nelle serie televisive, nei fumetti, nelle piccole produzioni cinematografiche. Non esiste realtà che non ne sia, in una maniera o nell’altra, influenzata. La vitalità letteraria di un paese, d’altra parte, la sua capacità di raccontare storie e avere un pubblico, non può essere scissa dalla realtà che l’ha prodotta. Essa si nutre di ciò che vive al di fuori di sé prima ancora di divenire ciò che è.
Pare non esserci proprio questo, in Italia.
Ci è sempre mancata una cultura del leggere che entri nelle strade, e che sappia dare supporto a quella produzione letteraria (che comunque c’è) che lotta per la sua sopravvivenza e per la sopravvivenza di chi ancora ha la forza di lottare. Ma che forse non potrà  farlo più a lungo, se lasciata sola.
Altrove, Letteratura è divenuta ogni cosa, anche fuori dai libri. Il mondo scritto ha saputo conquistarsi spazi anche al di là delle pagine stampate, divenire elettronico, se necessario, entrare nei bar, invadere i cinema, usare tutti gli strumenti di cui oggi ci si può dotare, inclusa ogni tecnologia in grado di veicolare le parole. Così, anche, si nutre la capacità di scrivere una storia.
Ma qui?
Se il centro del mondo sta poco elegantemente crollando (e come tutti i centri in sfacelo irrigidisce e acuisce i suoi strumenti di controllo) le periferie hanno il potere di risorgere, di resistere, di rivendicare il proprio diritto a raccontare.
Tutto sta che ci sia ancora qualcuno là fuori disposto ad ascoltare.

8 pensieri su “Una cultura del leggere che entri nelle strade.

  1. Iannozzi Giuseppe

    Viviamo in un medioevo tecnologico. E’ già stato detto da Umberto Eco parecchi anni or sono.
    Ad esempio i romanzi di Evangelisti, la produzione piratesca, riflettono l’incapacità di scrivere il “contemporaneo”; Evangelisti guarda al passato con fare frettoloso, confusionario e illude sé stesso che parlare al passato sia tentativo di globalizzare il presente; e ci riesce ma in una misura hollywoodiana e di serie B, quando non addirittura pienamente volgare e fuori di ogni possibile realtà e fantasia. Il non-risultato più emblematico ci è dato dalla “Luce di Orione” che è sublimazione del trash, di una spazzatura che l’autore assurge alla funzione di “narrare storie”. Par quasi non si renda conto che lui votatosi ad essere autore a tutti i costi è regredito a una forma di demenza senile freudiana, nella quale scopre la penetrazione sessuale quasi con una innocenza maligna – d’altro canto tipica di certe demenze -, e che tenderebbe a dissacrare il quotidiano riuscendo però a manifestarsi soltanto per quel che è, agitazione psicotica.
    Come ha fallito Evangelisti, allo stesso modo tanti altri autori: basti ricordare Tiziano Scarpa, che con le sue deiezioni ha partorito la demenza senile più noiosa e ottusa. Il suo “Stabat Mater” se mai sarà un giorno ricordato sarà per indicare gli errori e gli orrori del nostro tempo storico, che ha spacciato per Letteratura le proprie pulsioni animalesche, prive di anima, con un cinismo tutto animale che par essere persino improprio dell’essere senziente – che qualcuno vorrebbe esser stato creato con una anima immortale.
    Si partorisce spazzatura, si vive nella spazzatura e la si spaccia per qualche cosa che non è. E’ segno dei tempi. Che ci auguriamo possano essere presto seppelliti, perché si possa finalmente salutare un alba rinascimentale.

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  2. matteotelara

    Quando ci penso, incontrando la gente per le strade, sentendola parlare nei bar, e cercando di captarne gli umori, i desideri, le speranze, le visioni e le paure, mi torna sempre in mente il vizio di fondo di certo nostro pensare.
    Prendiamo la Storia, ad esempio.
    C’e’ chi ha detto che e’ finita.
    E c’e’ chi invece ha detto che si ripete, come in un ciclo organico che ad ogni passaggio si amplia.
    Cosa abbiamo allora qui? Abbiamo due alternative:
    nel primo caso il passato non torna. E quindi il fatto che al Medioevo sia seguito il Rinascimento, una volta, non significa che sara’ cosi’ anche adesso. Siamo davanti ad un eterno, immutabile, spaventoso presente.
    Nel secondo caso dovremmo realizzare che il Medioevo fu un’epoca storica preannunciata dalla crisi dell’Impero, a cui poi sono seguite inimmaginabili (per l’epoca) invasioni barbariche. Per ora si assiste al declinio dell’Impero…..

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  3. Paolo S

    Io non sovrapporrei così pianamente “letteratura” e “raccontare storie”… letteratura è una costellazione semantica instabile, storicamente e socialmente determinata, raccontare storie / scambiare esperienze narrando un bisogno umano. Nel mezzo, l’atto di leggere, inteso come decodificare (si “leggono” anche le intonazioni vocali o le espressioni corporee dell’attore, si legge la “land art” ecc ecc), è la mediazione soggettiva necessaria.
    Secondo me, se insisteremo a proporre il leggere legandolo alla pedagogia del libro non riusciremo più ad agganciare la maggioranza dei cittadini, convinceremo sempre e solo l’élite. Ma una nuova alfabetizzazione, che schiuda a tutti le capacità di scrutare meglio le menti degli uomini, la natura, i tempi in cui viviamo, le tracce del passato, gli auspici del futuro è necessaria, necessaria, necessaria a tutti.

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  4. Guido Tedoldi

    Nel suo post, Matteo Telara scrive: «Che l’Occidente e con lui il resto del pianeta siano precipitati in una seria crisi di sfiducia nei confronti del presente e della propria capacità di immaginare un futuro sembra essere oramai assodato». Ciò mi ha fatto fare un salto sulla sedia. Crisi di sfiducia proprio in questa epoca, caratterizzata da una rutilante accelerazione di invenzioni tecnologiche e scoperte scientifiche?
    Che ci sia un po’ di difficoltà nell’immaginare il futuro è abbastanza evidente, nel senso che non c’è quasi nessuno (nemmeno i lettori di fantascienza) che sia in grado di immaginare concretamente uno sbocco per quello che stiamo vivendo… ma da questo a dire che c’è un sentimento generalizzato di sfiducia, ce ne passa.
    L’incapacità di immaginare è dovuta, mi pare, al fatto che il mondo di 30 anni fa, quasi senza computer, senza internet, senza telefonini, senza il poker di massa come prospettiva economica plausibile per i disoccupati – si è trasformato in maniera così radicale che siamo ancora qui a bocca aperta a guardare cosa sta succedendo. Ma intanto lo viviamo, non è che ci tagliamo le vene.
    Se ci concentriamo sui dati economici, come fanno i telegiornali, possiamo magari pensare che il mondo sia in declino. In effetti l’Occidente ha perso qualche punto percentuale di aumento del Pil negli ultimi anni. Ma il resto del mondo? Ma i Paesi del Bric? Il Bric, cioè Brasile/Russia/India/Cina, questa nuova categoria mentale prima che economica abitata da 3 miliardi di esseri umani che 30 anni fa pensavano di vivere nel secondo o terzo mondo e adesso… be’, non lo sono più!

    Forse sono io un ottimista patologico, e non mi preoccupo di eventi ai quali Telara guarda con un po’ di timore.
    Quando nel suo post lui domanda: «In quali termini può la letteratura legarsi a tali eventi? E quale può essere, in questo senso, il suo ruolo nel determinare quelli futuri?» io non vedo una letteratura contemporanea slegata dagli eventi. E se la stessa letteratura non è pedagogica, be’, che male c’è? Spesso si capisce molto di più riguardo un’epoca leggendo le storie che ha prodotto, piuttosto che le opere più o meno morali che la vorrebbero spiegare.

    Naturalmente questo non è un commento di contrapposizione tra me e Telara. Non è in gioco se ho ragione io o ha ragione lui. Il punto è che, come sempre quando si discute, che io mi sono formato certe opinioni in base a determinati argomenti, mentre Telara ha argomenti grazie ai quali si è formato opinioni diverse. È di questi argomenti che stiamo parlando.

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  5. matteotelara

    Per carita’, anche la contrapposizione e’ benvenuta. Anzi. E’ auspicata.
    A me pare che la sfiducia ci sia, che sia palpabile, e non soltanto (anche se di sicuro in special modo) in Occidente. Ho amici provenienti dal Bric, moltissimi che sono stati costretti a emigrare per logiche di mercato che da una parte stanno facendo esplodere lo “sviluppo” in questi Paesi, dall’altra li stanno stritolando. Come al solito, logiche e risultati a breve, medio e lungo termine non sembrano coincidere.
    Anche le tigri asiatiche (Taiwan, Sud Corea, Singapore, Hong Kong) negli anni 80/90 sembravano sul punto di prendere il sopravvento sul regime dell’economia occidentale, ma poi cosa e’ successo? Ne sono state inglobate, sono entrate a giocare, accettando le regole del gioco.
    Il problema di realta’ come quelle del Bric e’ che non promuovono piu’ un’alternativa all’occidente, ma ne hanno in qualche maniera accettato i termini (con le differenze del caso, ovvio, stiamo pur parlando di categorie mentali, come dice Guido, prima ancora che economiche). Insomma i paesi del Bric entrano a far parte di un sistema gia’ malato, gia’ indirizzato su un binario morto, e che riesce a sopravvivere anche grazie alla loro entrata in scena.
    E’ vero che viviamo in un’epoca di “rutilante accelerazione di invenzioni tecnologiche e scoperte scientifiche” ma nessuna, davvero, connessa alla capacita’ di cambiare radicalmente il nostro presente, e in questo senso capaci di aiutarci a immaginare il nostro futuro. Il mondo si sta trasformando, certo, ma su fondamenta vecchie, vecchissime, che nessuno sembra in grado di poter modificare. Il binomio sviluppo/petrolio non sara’ in grado di tenere in piedi la struttura ancora a lungo.
    I problemi sono altri: sono la sovrapopolazione, l’incapacita’ d’assorbimento dei mercati, i modelli economici impossibili da gestire, gli spazi ristretti, la mancanza di risorse. Ma piu’ di ogni altro: l’assenza di fonti d’energia alternative a petrolio e nucleare.
    E’ un mondo vecchio anche per questo.
    Le uniche invenzioni che veramente potranno cambiare gli scenari sono in questo senso quelle legate a fonti di sostentamento e di energia che non dipendano da centrali petrolifere in oceani sempre piu’ piccoli, o centrali atomiche le cui scorie radioattive verranno inzeppate in profondita’ sempre meno profonde. (Analisi quali quelle di Noam Chomsky sono in questo senso illuminanti.)
    Ovviamente non sono un esperto di economia, e baso queste mie osservazioni solo sulla base di quel che vedo, che sento, che leggo. Come Tedoldi non e’ un ottimista patologico io non sono un pessimista cronico. Il cuore del mio post, pero’, si rivolgeva al mondo della letteratura.
    E’ vero, non esiste una letteratura slegata dagli eventi, ma una letteratura incapace di raccontarli, quello si’.
    Quella, purtroppo, esiste. Eccome. Soprattutto in Italia.
    E con questo termine, “Letteratura”, intendo quella “costellazione semantica instabile” di cui ha parlato Paolo, e quella “capacita’ di raccontare storie” che si pone alla sua origine.

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