
Guido Reni, Susanna e i vecchioni (Auckland, City Art Gallery)
Arrivammo appena in tempo su in paese, stipando all’inverosimile due SUV e una Golf, quattordici tornanti in salita fatti a velocità di ciclista stanco, che se no gli ammortizzatori toccano il fondo corsa e le gomme grattano il parafango.
Arrivammo appena appena in tempo per quello che ci aspettava: la cena in piazza preparata per l’evento dall’Agenzia turistica, le premiazioni, i discorsi, e il clou, la presentazione del torneo triangolare a inaugurare il nuovo campo, e delle due squadre ospiti. «Ai massimi livelli europei!», avrebbe detto il sindaco al microfono, e giù applausi su di noi, schierati in piedi e in divisa sociale e le facce ebeti dietro bottiglie svuotate e avanzi di dessert, magari sotto i fari della TV locale.
Una trasferta per noi, a fine stagione, un’aria e un posto di vacanze. La società pagava il forfettario, ma vuoi mettere? Alcuni, i più fighi, vennero in macchina, ognuno per conto suo. Costa di più, ma chissenefrega, non si sa mai che becchi, dicevano, dandosi di gomito. Siamo in trasferta, no? Gli altri, treno e pullman, attenti a stare dentro il forfettario. Ma tra la stazione in valle e il paese in quota, il pullman quel giorno non faceva servizio. Giro di telefonate, imprecazioni, ed eccoci tutti dentro tre auto. Io avrei aspettato volentieri Bruno, il nostro fotografo, ma nessuno l’aveva ancora visto.
Tenevamo le sacche sulle ginocchia, e nell’abitacolo delle vetture non c’era il più piccolo spazio vuoto, quasi non si respirava. Riuscimmo a infilarci in sei, più sacche, nella Golf di quello arrivato da poco alla squadra, un ragazzo che studiava medicina e che gironzolava parecchio attorno ai dirigenti. Era uno di quei tipi sempre allegri… no, non è allegria, era solo qualcuno che dava pacche sulle spalle, faceva battute, rideva e parlava a voce alta. Mica ci lego tanto, con gente così. Così me ne stavo immobile sul sedile posteriore, pressato da tutti i lati tranne che sul capo, come una sardina inscatolata, altrettanto zitto, altrettanto vuoto di pensieri, vigile solo per curve e buche sulla carreggiata. Il tipo al volante parlava con il vicino ed era impossibile escludere la voce dal mio confinato campo uditivo. Parlava di soldi:
«Ho già comprato tutto, se aspetto babbo Natale… aiuto un amico rappresentante, lavora con le case farmaceutiche, i soldi girano. I miei sono insegnanti, poveretti… no, io mai! Per l’amor del cielo, non potrei mai essere un insegnante! ’Sti morti di fame!»
Fui costretto per alcuni tornanti ad ascoltare commenti sul costo della vita, anzi il costo della sua vita, poi alcuni dettagli della sua serata alla festa di un’amica. Infine il tipo armeggiò con la mano destra verso il cassetto sulla plancia, girando il volante un po’ con la mano sinistra e un po’ con le ginocchia, o così mi sembrò di vedere da una sottile fessura nel muro delle sacche. Lo sentii mormorare all’occupante del sedile accanto, senza abbassare di tanto la voce:
«Si era appena addormentata… au naturel… hai visto che roba?»
Dalla fessura scorsi un angolo di una fotografia che passava di mano, una figura femminile stesa un po’ di fianco e un po’ supina, una figura snella, abbronzata, nuda. L’altro guardone approvava fischiando. Distolsi lo sguardo dall’immagine e mi ritirai dietro il muro delle borse, molto attento a non dare cenni di vita fino a destinazione.
Ora, forse io sono per carattere un intransigente, un moralista, un caso senza speranza. Al punto che il veder esposto il corpo femminile, anzi, il corpo umano, mi provoca fastidio, se non vedo una ragione plausibile di farlo – e non la vedo quasi mai. Abbasso gli occhi, volto la testa. Ho scritto fastidio? C’è qualcosa d’altro. È imbarazzo. Non per me. Per chi viene esposto e per chi guarda, perché è palese la manipolazione diretta dal corpo esibito fino all’occhio dell’osservatore, che a sua volta non sa, come dovrebbe, che l’intero sostrato dei suoi istinti e desideri muove e si agita allo stimolo visivo. Nessuno conosce più la potenza del corpo svelato, neppure gli operatori del mondo mediatico che di esso ingrassano. Apprezzo le burle, ho fatto le mie stupidaggini da giovane, tento di comprendere l’espressione artistica, che non può prescindere dal corpo, ma quello che si esibisce in giro ha cessato di essere materia di scherzo, di alzata di spalle, di occhi rivolti al cielo. È ora ragione di rabbia. E se mi capita di passare davanti a un televisore acceso, io che non ne possiedo uno, o di scorgere un certo avviso pubblicitario sulle strade di periferia, ho il sospetto che l’unico denominatore comune di ciò che viene mostrato sia l’umiliazione del corpo umano, che oggi avviene con la violenza e l’insulsaggine, domani avverrà con la pornografia diffusa e accolta come un inevitabile arredo urbano. Come una comoda e spiccia pedagogia. Si somministra così, goccia a goccia, il distillato feroce che fa gli uomini come bestie, illimitatamente maneggiabili, et gutta cavat lapidem, figurarsi le poltiglie dei cervelli. E come si può entrare nella testa di chi in certi momenti ruba immagini frodando e si vanta poi pure di averlo fatto? Sì, sono un caso senza speranza, ma io so che quello studente di medicina – che concluda i corsi non è sicuro e non glielo auguro – sarà un pessimo medico e i suoi pazienti ci lasceranno la pelle sotto le sue mani.
In verità, non è moralismo. È solo acrimonia. A vedere brutture non si diviene migliori. Nell’uscire dalla Golf accessoriata del fotografatore da camera da letto, ferma sul lato a monte della strada, non feci veramente attenzione, e la portiera destra aprendosi andò a sbattere contro un muretto di protezione. Anzi, fui proprio incurante, potevo scendere dall’altra parte, e poi le nostre borse sono molto voluminose, bisogna spalancare i portelli per farle passare. Forse usai troppa forza, sufficiente per lasciare un’ammaccatura pronunciata proprio sull’angolo della portiera corrispondente all’arco del passaruota, un punto molto visibile. È anche possibile, anche se a questo punto i particolari dell’accaduto diventano pura materia di congettura, che le botte siano state più di una. Che il proprietario se ne sia accorto?
«Sei venuto con una bella compagnia! È stato divertente?», la voce di Bruno alle mie spalle. Impossibile che non se ne fosse accorto lui. Feci finta di nulla, guardai assorto la linea lattiginosa di inversione sospesa mille metri sopra l’orizzonte della valle come se meditassi una fatidica revisione dell’eterno ritorno degli uguali, ed evitai i suoi occhi. Che figura! Dovevo fingere di dire qualcosa.
«Eh, durano poco le macchine su queste strade di montagna…». Pezzo d’idiota che sono! Dovevo parlare d’altro! Lui annuì e non fece caso all’incidente. Ci mettemmo in cammino sulla salita verso la trattoria scambiando i soliti discorsi. Poi lui mi diede una pacca sulla spalla, un po’ come avrebbe fatto con un complice di bravate lo studente di medicina, che in quello stesso istante esaminava bestemmiando la portiera ammaccata. O come avrebbe fatto un sacerdote in una frettolosa assoluzione.
«Bruno, la vedi bene la squadra?». Bruno può prevedere il rendimento di ognuno dandogli giusto un’occhiata, chiedendogli come va, mezz’ora prima della gara. Bruno sa sempre azzeccare il risultato. O quasi sempre, almeno.
«Vedrai i nostri giovani leoni. Sono belli carichi. Lo sai – no? – ci sono gli osservatori federali».
«Ah, gli osservatori. Siamo venuti per mettere su una vetrina, ce l’hanno detto, farli giocare. Bruno, credimi, non è come una passeggiata. A me non piace. Il nostro leone non sa fare neanche uno stop decente».
«Che c’entra? Non metterla sul piano personale. Hai avuto le tue belle soddisfazioni. Adesso è il turno di altri. È una cosa normale. Prendersela con una macchina! Non ti pare puerile? Non puoi startene tranquillo in pace?»
Si fermò, cercò caparbiamente di guardarmi negli occhi. Mi arrestai di botto anch’io. Fremevo.
«E pagare i danni?», aggiunse.
«No, guarda, non è quello… Ah, lascia stare. Meglio che io non dica niente. Se no, prenderesti per maleducazione l’unica cosa che adesso mi va di dirti!»
«Uuuuhh… e magari stasera ti dispiacerebbe, aver detto quell’unica cosa. Va’ là, va’ là, non avercela col mondo, calmati, sciogliti, addolcisciti, mettiti il cuore un pace! Si può imparare, a qualsiasi età».
E mentre Bruno parlava, lui che sapeva parlare con tutti, e che con me non se l’era mai presa, le sue parole avevano un suono strano, come di un lontano ricordo, come di una parte di me a lungo dimenticata. «Il cuore in pace?» sussurrai, e mi assalì, assurda in quel luogo, la nostalgia di un mare calmo, e mi ritrassi da lui, per non tradire quello che mi saliva in gola. Era la memoria del pianto, e del sale che brucia.

“Si può imparare, a qualsiasi età”.
E magari anche ri-cordare e
ri-membrare davvero quello che si è già imparato, e con cui a parole si è sempre d’accordo.
Grazie e ciao,
Roberto
Ciao Roberto.
Imparare si può, perbacco (non ammetto il paradosso pedagogico dei sofisti), ma certe lezioni si possono comprendere soltanto in corpore vili, e qui sta la difficoltà di passare dalla scuola della mente alla scuola di vita.
E appunto un augurio: lunga vita a questa piccola comunità, lunga vita a tutti voi.
appena appena uno si accorge che qualcosa non va e lo dice, non va rispetto ad un codice di buona creanza, pulizia, onestà, senza andare su cose forti, ecco che è un moralista. di solito, mi insegnò un professore al liceo, di quelli che per me sono stati dei maestri, il moralista è quello che ne ha combinate di cotte e di crude, poi si ravvede, sa cosa si soffre, paga e allora ne parla, ne scrive. ma se uno che si schifa, si indigna, si sente offeso dalla volgarità, dal brutto che avanza, dalla violenza subdola e tranquilla, non ha fatto niente di che nella vita, è un moralista a risentirsi? io non riesco a metter(e)-mi il cuore in pace: forse proprio perché ri-membro e ri-cordo troppo cose che stridono paurosamente coll’oggi.
roberto, mi capita di capire sempre più spesso cose distanti anni luce da quello che le parole dicono: non so se ho capito il senso del tuo racconto, abbi pazienza.
(sto leggendo 100…)
Cara Lucia,
se proprio un senso dobbiamo cavare fuori da quello che leggiamo, sono il meno titolato a indicarlo. Questa però da parte mia sarebbe una comoda “schinca” rispetto alla tua osservazione.
E allora. Fammi pensare un po’. Ci sono alcune linee di conflitto: di generazione, di status sociale, di ambizione personale. Di atteggiamento verso il prossimo soprattutto, ove si contrappone un fondamentale rispetto “kantiano” alla fruizione indiscriminata, che in questo caso è di natura voyeuristica. Le linee di conflitto evocano la guerra. E in guerra la morale va a farsi friggere. Ecco quindi che il moralista, angosciato di essere la parte perdente del conflitto, diventa un vandalo distruttore, con l’aggravante della futilità del motivo. La violenza è sempre inane, anche se, dicono, è la levatrice della storia.
Deuteragonista, Bruno invita a conciliare, con la saggezza del fotografo, che lascia un po’ il tempo che trova. Viviamo tempi difficili, condanna morale e impulsi violenti si mischiano insieme.
Tutto qui, mi pare che non ci sia altro da leggere.
C’è una cosa che mi dà da pensare. Nella società italiana, da anni ormai, si sta conducendo una vera e propria guerra: contro la decenza, contro la dignità delle persone, contro il collante della legalità e della verità nel discorso pubblico, contro qualsiasi nozione di bene comune. Ognuno vede questa guerra dal suo angolo particolare: disoccupazione giovanile, emigrazione intellettuale, trasferimento di quote di reddito dal lavoro dipendente a… altre allocazioni, tagli indiscriminati all’istruzione pubblica (che in Italia, a parte qualche rarissima istituzione privata seria, è l’unica istruzione), il sistema dell’informazione, diritti degli immigrati, ecc. ecc. Mi piacerebbe sbagliare, ma tutto ciò è altra cosa che un programma politico conservatore e liberista, a cui si potrebbe rispondere, offrire alternative. Di fronte a ministri che negano l’evidenza, che si contraddicono nella stessa sentenza, che qui affermano e qui negano, non è possibile ribattere, non è possibile un discorso qualsiasi, e già Dante avvertiva che il diavolo ha qualche problema con la coerenza logica.
Ieri ho letto un’intervista a Tremonti e ho avuto l’impressione che quest’uomo stesse prendendo per i fondelli l’intervistatore e i lettori. Io non posso credere che una persona di normale buonsenso possa infilare in un discorso la “tesi antitesi sintesi” sui tagli dei fondi delle Regioni, o l’idea “antropomorfa” della politica, ma chi l’ha mai sentita? Siamo messi bene, no, siamo messi male, no siamo messi bene ma l’Europa ci obbliga a queste misure, queste misure le abbiamo volute noi per il bene dell’Italia!
Poi, il problema vero, che a essere sincero mi tormenta, è che se c’è la guerra, se mi stanno facendo la guerra, se occupano il mio paese, se assediano la mia casa e mi tolgono l’acqua e il pane, uno dovrebbe combattere, e se non si forma un esercito che si contrapponga a quello delle cricche, c’è la guerriglia delle bande.
Nel ’43 è cominciato così.
(perdona l’OT)
“Poi, il problema vero, […]è che se c’è la guerra, […] uno dovrebbe combattere, e se non si forma un esercito che si contrapponga a quello delle cricche, c’è la guerriglia delle bande.
Nel ’43 è cominciato così.”
Finalmente: la madre di tutte le domande, altro che OT.
Ciao,
Roberto
io spero in una soluzione razionale coraggiosa e forte. e se si dovesse combattere, io ci sarò. se non altro per smetterla con alcuni dei personaggini -ini -ini -ini che sviliscono il mio paese, che assediano la mia vita, che la sporcano e che, contaminando l’ambiente, rendono tutto difficile, anche la comunicazione con chi ha fatto sin qui un bel pezzo di strada con te. a volte io e mio marito e la nostra “bimba” cresciutella ci sentiamo degli alieni, piombati qua da chissà dove. ci chiediamo se c’è qualche cosa che non ricordiamo, che forse abbiamo sognato o vissuto in un mondo parallelo, perché i conti non tornano. resistere resistere resistere? o fare come il fotografo? è questo che altri hanno imparato e io ancora no? a mediare? ma quale mediazione può esserci tra il buonsenso dei nostri padri (senza sdolcinature, senza lacrimucce, senza retorica) e la matta bestialitate?
Cara Lucy che mi potresti essere sorella,
intanto ricordo un celebre luogo shakespeariano in cui si afferma che ragione e coraggio non se la dicano molto. Se ci sarà da combattere, dichiari, ci sarò.
Ma fino a che punto la nostra fame di giustizia si differenzia dalla fame di pura e semplice vendetta? Chi la pagherebbe, nei fatti, quella giustizia, posto che fosse davvero tale?
Bada, non mi sto divertendo alle spalle di nessuno, tirando la pietra e poi nascondendo la mano. Il fatto è che il dilemma è veramente cornuto. Quando mi guardo intorno, tutto è confuso; se poi rivolgo lo sguardo all’interno la visione si chiarisce alquanto, ma quello che vedo non mi piace proprio, non mi piace per niente.
Un caro saluto,
Roberto
che bel ritaglio di immagine…
Cara Lucy che mi potresti essere sorella…
lo sono, nel cuore, da quando lessi il tuo primo apologo. sei stato illuminante.
ho sempre troppo sangue ribollente, mi faccio costantemente male da sola e me ne farei di sicuro tanto se scoccasse l’ora.
grazie.
Nell’esprimere un sincero apprezzamento per questi “diari” così particolari di Fabrizio, mi vengono alcune considerazioni su questo quadro del bolognese Guido Reni, “il divino”. E’ un episodio biblico, narra di un ricatto subito dalla casta Susanna da parte di due anziani magistrati voyeurs che la vedono spogliarsi (poi tutto finirà bene – cioè, bene secondo la bibbia, con condanne a morte, minacce di lapidazioni ecc). Secondo me il Reni ne ha fatto un quadro casto, senza malizia. I due vecchi sembrano rispettosi, e lei è una sorta di madonna, solo la luce, così bianca, lunare, esprime sensualità, o peccato. Per esempio,date un’occhiata alla versione di Rubens:
http://settemuse.it/pittori_scultori_europei/rubens/pieter_paul_rubens_017_susanna_e_il_vecchio_1607.jpg
Qui Susanna è sconvolta, si sente perduta, e il vecchione è molto più malizioso dei saggi del divino.
Ah, e qui il quadro per intero del divino, che è venuto un po’ tagliato nel post
http://www.artinvest2000.com/nudi-r-s-t/guido_reni-susannah-elders.jpg
psst, ehi, mauro!? il “diario” è di roberto plevano, non di fabrizio…
Acc… che distrazione! A mia parziale discolpa posso dire che il tipo di impaginazione, di immagine ecc. sono abbastanza simili. Mi scuso con entrambi, e quindi i complimenti si sdoppiano, complimenti sia a Fabrizio sia a Roberto.
Mauro, è una confusione imperdonabile scambiare il mio raccontino estivo, buono ad ammazzare il tempo in spiaggia, con i diari del divin Fabrizio 🙂
Il Guido Reni non è tagliato; se clikki sull’immagine si apre nella sua integra maestosità. Poi, tra Rubens e Reni ho davvero preferito la misura: il male non si presenta necessariamente con volto grifagno, e mi piace molto il contrasto cromatico tra il corpo bianco, che pare fuoriuscire dalla tela, e l’incarnato dei vecchi, che è quello di chi è ben adusato del secolo.
E poi, scusate, non per buttarla in politica, ma che questi vecchioni già usino fard e cerone?
Dipende dal pc (cioè dalla risoluzione dello schermo). Col portatile e internet explorer è tagliata, col fisso e mozilla è intera. Succede così con le immagini molto grandi. Sono d’accordo sul contrasto tra il corpo latteo e il chiaroscuro. Ci vedo una forma di trasgressione subliminale in Reni, pittore della controriforma, classicista, si potrebbe dire pure reazionario, ma sublime nel suo campo, rigoroso nella sua pittura devota, trasfigurata, ortodossa.
che bello confondersi così: vuol dire che siamo davvero fratelli, in qualche modo!
un abbraccio
fabrizio
Non quodam modo fratres sumus, sed absolute loquendo, id est, ad modum directae praedicationis. Hoc teneo firmiter circa communitatem istam artis poeticae spiritusque.
Deo gratias, Roberto!
eh, ma se parlate in codice, non vale!
😀