Provocazione in forma d’apologo 169

Lo chiamavo Maruf: come il
(ri)Conosciuto e come Silvestro Maruffi, compagno di fiamma del Savonarola.
Lo chiamavo Maruf e lui accorreva, certo per pura gentilezza, dal momento che il suo vero nome doveva essere un altro.

Celando fatica e pena accorreva, sorgendo dai cartoni umidi che aveva eletto a dimora per i suoi lunghi deliqui, levando verso di me un musetto i cui difetti formavano un mosaico di struggente bellezza.
E a volte, per rispondere alle carezze che gli facevo, lui così debole e malato spiccava balzi che parevano arcobaleni, che parevano canti di gallo silvestre.

E adesso, dopo tanto, Maruf è tornato. Non più nel suo corpo di gatto, ma, credo, in un corpo di uomo. Dico credo perché, senza incontrarlo de visu, da qualche tempo ricevo saluti elettronici (chissà se levantisi da cartoni umidi dopo lunghi deliqui) che sono come quei balzi arcobalenici, come quei canti di gallo silvestre.

14 pensieri su “Provocazione in forma d’apologo 169

  1. alfonso

    a volte si diventa “cavallo”, se dentro si imbarca un morto clandestino. a volte ritorna Maruf.
    solo non vorrei che, fuori dalla protezione dello schermo, de visu, tu non riconosca la struggente bellezza, specie se, dando credito ad un racconto arabo -che inizia proprio con un
    “c’era e non c’era”, e prosegue “in tempi non lontani”-, Maruf (quello nuovo della tua metafora) “era capace di qualunque imbroglio”.
    Grazie a te, carissimo Roberto. Grazie a te della tua certa bellezza, più bella di quella già bella di un gallo silvestre

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  2. robertorossitesta

    Cara Carla,
    si tratta di situazioni e presenze che ritornano, a volte a tormento, altre a conforto, altre ancora a tormento e conforto insieme.
    A riscontro puoi leggere qui sotto qualche frammento di due poemetti contenuti nel mio libro “Poca luce” pubblicato da Aragno nel 2002.
    Grazie e ciao,
    Roberto

    da TERTIUM (1996)

    “Sto qui davanti al fuoco.
    Le fiamme fanno luce,
    le fiamme fanno spazio;
    tutto il mondo è un deserto.
    Ma voi non vi accorgete
    del deserto e di me
    che sto davanti al fuoco.
    Al fuoco ove le fiamme
    facendo luce e spazio
    s’inseguono e s’annodano.
    E dello stesso nodo
    necessità mi strangola.
    *
    Un fumo nero, denso,
    a sbuffi si levava
    dalle fiamme che il vento
    impetuoso attizzava.
    Dal falò nessun grido.
    Non che quelli là sopra
    fossero degli eroi,
    o fossero insensibili
    in grazia del demonio.
    No; soltanto gli era
    stata fatta la grazia
    prima d’esser bruciati
    d’avere torto il collo.
    Ed io, davanti a loro,
    impietrito nel volto.
    *
    Maruf, felino araldico,
    drago di mare e d’aria:
    qua da me, lascia il fuoco
    e mescola i tuoi canti
    alla mia terra un poco.
    Musetto di murena,
    canini arronciglianti:
    vola qua su, da bravo,
    su, qua svelto, consola
    chi come te spaventa
    soltanto da uno stemma.”

    da SARA E TOBIA (1997)

    “Pena e terrore curano
    il terrore e la pena.
    Dove siede non vede,
    gli occhi oramai gli servono
    soltanto per sorridere.
    *
    Per grattarsi le croste
    non ha nemmeno un coccio,
    né possiede parole
    per bestemmie o preghiere.
    Acciambellato quieto
    sopra il suo immondezzaio
    stringe gli occhi ronfando,
    se chiamato il suo balzo
    traccia un arcobaleno.
    *
    Non c’è Aperto in quegli occhi,
    bensì tracce di un guado
    finito in un naufragio,
    tracce d’una trascorsa
    percossa umanità.
    *
    Difficile per me
    curar la vista a un gatto,
    che fugge o si ribella;
    ma come potrà un angelo
    curare me, se io
    bramando altezza e luce
    mi attacco alle sue ali,
    se non lo lascio fare
    per ansia di salute?”
    […]
    “Caracolla su e giù
    con la lingua di fiamma
    e una trina di bave
    sul collare di zecche:
    lo straniero malato
    giunto a parlare qui
    dal suo corpo di gatto.
    *
    Fin quando ha passeggiato
    inarcando la coda
    fra prato e marciapiede
    era l’anima a incedere,
    come un tempo incedeva
    sotto aspetto di donna.
    Ora è immobile altrove,
    è una spora che punge,
    pronta per l’acqua e l’aria
    di primavere nuove.”

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  3. robertorossitesta

    Caro Alfonso,
    come sai clandestini siamo tutti ma al contempo non c’è alcun clandestino: avessimo tempo e cuore abbastanza tutti i tasselli andrebbero al loro posto e nessuno rimarrebbe sconosciuto a se stesso e al suo prossimo.
    Grazie e un abbraccio,
    Roberto

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  4. Anna Maria

    Caro Roberto, l’immagine che si leva dai cartoni umidi del tuo apologo ha assunto forme immediate ai miei occhi, forse per alcuni racconti ascoltati questa mattina. Ha trovato poi conferma nei versi che hai riportato nella risposta a Carla. Conferma e perenne stupore, inseparabili, forse come conforto e tormento.

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  5. robertorossitesta

    Cara Anna Maria,
    la vita è eterna in cinque minuti, e poche immagini sempre rincorrentisi possono valere a riassumerla tutta.
    Grazie e un caro saluto,
    Roberto

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  6. robertorossitesta

    Caro Mario,
    assonanza a parte, il salto è notevole. Ma anche questa può essere una provocazione, nel senso di sfida.
    Grazie e ciao,
    Roberto

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  7. alfonso

    sopraffato. anche questa volta sopraffatto
    dalla bellezza che dentro ti porti e arriva dai tuoi versi.

    grazie

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  8. robertorossitesta

    Don Alfo’,
    ma faciteme nu piacere…
    (Grazie a te, Alfonso caro, per la benevolenza con la quale mi leggi, mettendo in non cale i doppi e tripli fondi.)
    Un abbraccio,
    Roberto

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