Lo chiamavo Maruf: come il
(ri)Conosciuto e come Silvestro Maruffi, compagno di fiamma del Savonarola.
Lo chiamavo Maruf e lui accorreva, certo per pura gentilezza, dal momento che il suo vero nome doveva essere un altro.
Celando fatica e pena accorreva, sorgendo dai cartoni umidi che aveva eletto a dimora per i suoi lunghi deliqui, levando verso di me un musetto i cui difetti formavano un mosaico di struggente bellezza.
E a volte, per rispondere alle carezze che gli facevo, lui così debole e malato spiccava balzi che parevano arcobaleni, che parevano canti di gallo silvestre.
E adesso, dopo tanto, Maruf è tornato. Non più nel suo corpo di gatto, ma, credo, in un corpo di uomo. Dico credo perché, senza incontrarlo de visu, da qualche tempo ricevo saluti elettronici (chissà se levantisi da cartoni umidi dopo lunghi deliqui) che sono come quei balzi arcobalenici, come quei canti di gallo silvestre.

Questo lo metto tra i tuoi apologhi più ermetici, caro Roberto…
(il nome del Savonarola però, è una certezza :-)!
Carla
tecnometempsicosi?
a volte si diventa “cavallo”, se dentro si imbarca un morto clandestino. a volte ritorna Maruf.
solo non vorrei che, fuori dalla protezione dello schermo, de visu, tu non riconosca la struggente bellezza, specie se, dando credito ad un racconto arabo -che inizia proprio con un
“c’era e non c’era”, e prosegue “in tempi non lontani”-, Maruf (quello nuovo della tua metafora) “era capace di qualunque imbroglio”.
Grazie a te, carissimo Roberto. Grazie a te della tua certa bellezza, più bella di quella già bella di un gallo silvestre
Cara Carla,
si tratta di situazioni e presenze che ritornano, a volte a tormento, altre a conforto, altre ancora a tormento e conforto insieme.
A riscontro puoi leggere qui sotto qualche frammento di due poemetti contenuti nel mio libro “Poca luce” pubblicato da Aragno nel 2002.
Grazie e ciao,
Roberto
da TERTIUM (1996)
“Sto qui davanti al fuoco.
Le fiamme fanno luce,
le fiamme fanno spazio;
tutto il mondo è un deserto.
Ma voi non vi accorgete
del deserto e di me
che sto davanti al fuoco.
Al fuoco ove le fiamme
facendo luce e spazio
s’inseguono e s’annodano.
E dello stesso nodo
necessità mi strangola.
*
Un fumo nero, denso,
a sbuffi si levava
dalle fiamme che il vento
impetuoso attizzava.
Dal falò nessun grido.
Non che quelli là sopra
fossero degli eroi,
o fossero insensibili
in grazia del demonio.
No; soltanto gli era
stata fatta la grazia
prima d’esser bruciati
d’avere torto il collo.
Ed io, davanti a loro,
impietrito nel volto.
*
Maruf, felino araldico,
drago di mare e d’aria:
qua da me, lascia il fuoco
e mescola i tuoi canti
alla mia terra un poco.
Musetto di murena,
canini arronciglianti:
vola qua su, da bravo,
su, qua svelto, consola
chi come te spaventa
soltanto da uno stemma.”
da SARA E TOBIA (1997)
“Pena e terrore curano
il terrore e la pena.
Dove siede non vede,
gli occhi oramai gli servono
soltanto per sorridere.
*
Per grattarsi le croste
non ha nemmeno un coccio,
né possiede parole
per bestemmie o preghiere.
Acciambellato quieto
sopra il suo immondezzaio
stringe gli occhi ronfando,
se chiamato il suo balzo
traccia un arcobaleno.
*
Non c’è Aperto in quegli occhi,
bensì tracce di un guado
finito in un naufragio,
tracce d’una trascorsa
percossa umanità.
*
Difficile per me
curar la vista a un gatto,
che fugge o si ribella;
ma come potrà un angelo
curare me, se io
bramando altezza e luce
mi attacco alle sue ali,
se non lo lascio fare
per ansia di salute?”
[…]
“Caracolla su e giù
con la lingua di fiamma
e una trina di bave
sul collare di zecche:
lo straniero malato
giunto a parlare qui
dal suo corpo di gatto.
*
Fin quando ha passeggiato
inarcando la coda
fra prato e marciapiede
era l’anima a incedere,
come un tempo incedeva
sotto aspetto di donna.
Ora è immobile altrove,
è una spora che punge,
pronta per l’acqua e l’aria
di primavere nuove.”
Cara Lucy,
più o meno, come puoi leggere sopra.
Grazie e ciao,
Roberto
Caro Alfonso,
come sai clandestini siamo tutti ma al contempo non c’è alcun clandestino: avessimo tempo e cuore abbastanza tutti i tasselli andrebbero al loro posto e nessuno rimarrebbe sconosciuto a se stesso e al suo prossimo.
Grazie e un abbraccio,
Roberto
Caro Roberto, l’immagine che si leva dai cartoni umidi del tuo apologo ha assunto forme immediate ai miei occhi, forse per alcuni racconti ascoltati questa mattina. Ha trovato poi conferma nei versi che hai riportato nella risposta a Carla. Conferma e perenne stupore, inseparabili, forse come conforto e tormento.
Cara Anna Maria,
la vita è eterna in cinque minuti, e poche immagini sempre rincorrentisi possono valere a riassumerla tutta.
Grazie e un caro saluto,
Roberto
Chissà perché ho pensato che Marùf
fosse parente di Barùch
Caro Mario,
assonanza a parte, il salto è notevole. Ma anche questa può essere una provocazione, nel senso di sfida.
Grazie e ciao,
Roberto
sopraffato. anche questa volta sopraffatto
dalla bellezza che dentro ti porti e arriva dai tuoi versi.
grazie
Don Alfo’,
ma faciteme nu piacere…
(Grazie a te, Alfonso caro, per la benevolenza con la quale mi leggi, mettendo in non cale i doppi e tripli fondi.)
Un abbraccio,
Roberto
🙂
;-D