Provocazione in forma d’apologo 170

Il mio autore preferito, al quale mi legano non poche suggestive circostanze (ad esempio morì il giorno stesso in cui nacqui) e di cui cui ho tradotto diversi libri, era quello che si dice un tipo strano.

Una delle sue stranezze, almeno secondo certe voci, è che verso la fine siglava ogni suo scritto con la formula: “Da pubblicare entro 24 (ventiquattro) mesi dalla mia morte, decorsi inutilmente i quali deve essere distrutto”. Ma forse questa è pura diceria, dal momento che di lui non è stato trovato alcun inedito, né con quella formula in calce né senza.
Così si esprime la biografia ufficiale e così anch’io credevo fino a poche settimane fa, quando mi è giunto in plico anonimo un suo manoscritto.
Ho riconosciuto la grafia, lo stile, persino il tipo di carta su cui il mio autore preferito abitualmente scriveva. Doveva trattarsi proprio di uno degli ultimi lavori, se non addirittura dell’ultimissimo, portando una data che precedeva di appena tre mesi quella della morte dello scrittore. E in un foglietto a parte ma spillato al resto (un po’ di ruggine dello spillo si era fissata alla carta), ecco parola per parola la famosa formula, scritta del medesimo pugno.
Dovevo capire, e per farlo dovevo trovare elementi che andassero oltre i riscontri documentali. Io che non mi muovo mai, che studio tutto dal mio tavolino facendo viaggiare i materiali (il più delle volte copie di copie di copie), non ho potuto fare a meno di organizzare un viaggio al suo ultimo indirizzo, di cui non sapevo altro che era il più misero di una vita in discesa.
Dopo quasi un giorno di treno e due ore di corriera arrivo nel brutto villaggio dove morì. Seguendo le indicazioni raggiungo l’indirizzo, una piazzetta sghemba circondata da vecchie case alte e strette, visibilmente povere e sgraziate ab origine, ed ora malandate per l’età; quella dello scrittore, la più malandata di tutte. Noto subito con un tuffo al cuore che il luogo nell’insieme è quasi identico a quello in cui attualmente abito io, a parte il fatto che qui non c’è l’ippocastano della mia piazzetta, ma uno sterrato dove sono parcheggiate automobili che da noi sarebbero buone solo per lo sfasciacarrozze.
Perché non mi accontento di quello che ho visto, che pure è abbastanza? Perché non me ne vado subito, che cosa mi spinge a fermare un anziano che passa e a interrogarlo?
“Scusi, ma in quell’angolo non c’era un ippocastano?”
“Sì, c’era, ma è stato tagliato una trentina d’anni fa per fare posto alle macchine.”
Ringrazio, saluto e finalmente me ne vado, torno dritto filato, senza voltarmi e senza fare soste, a casa mia.
Non appena arrivato distruggo il manoscritto del mio autore preferito e in calce ad ogni mio inedito aggiungo a mano la formula che ormai conosco a memoria.
I morti vanno lasciati in pace, e non solo i morti.

11 pensieri su “Provocazione in forma d’apologo 170

  1. alfonso

    i morti vanno lasciati in pace.
    dai morti bisogna farsi lasciare in pace.
    noi non vogliamo più essere né cavalli, né battelli.

    il tiglio tagliato, però, resta. riflesso del sub conscio,
    trait d’union che alla fine rivela che io non sono io, ma l’altro che continua a vivere la vita che vivo, e che quella vita, quella dell’altro, era la mia anticipata.

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  2. rrt

    Caro Alfonso,
    ciò che giustamente dici implica che non si arriva ad alcuna pace ignorando o misconoscendo i messaggi che ci raggiungono.
    E che solo nella consapevolezza(per accedere alla quale, certo, non mancano né le fatiche né i rischi)non saremo battelli o cavalli, bensì ciò che almeno qui ci tocca essere, ovvero anfibi e centauri.
    Grazie e un abbraccio,
    Roberto

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  3. Giorgina Busca Gernetti

    OMBRE

    Ombre vane
    salgono dall’Erebo,
    ombre lievi
    danzano nell’aria
    a me d’intorno.

    Solo con i morti
    intreccio un dialogo
    senza ipocrisia,
    senza dolore.

    I morti
    non fanno del male.

    I morti consolano
    chi soffre e piange
    in solitudine.

    I morti salgono verso la luce
    per spegnere
    il buio cieco
    che avvolge l’anima
    di un vivo
    che ignora d’essere vivo.

    Giorgina Busca Gernetti

    da “Asfodeli”, Genesi, Torino 1998

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  4. rrt

    “Solo con i morti
    intreccio un dialogo
    senza ipocrisia,
    senza dolore.

    I morti
    non fanno del male.”

    Gentile Giorgina,
    per giungere a questo bisogna aver percorso con non poca fortuna un lungo e difficile cammino, anche e in primo luogo fra i viventi.
    Grazie e un saluto,
    Roberto

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  5. Anna Maria

    Caro Roberto, apologo-epifania, questo tuo, letto all’indomani di un ricordo che si è ripresentato, puntualmente, a chiedere conto e ragione di trame di non immediata messa a nudo, come le tue ‘provocazioni’ appunto. Si tratta di uno dei brani iniziali di Malina, l’unico romanzo compiuto di Ingeborg Bachmann, nel quale l’io narrante femminile, dice di sé: “Solo in seguito scoprii che nel giorno che all’epoca mi interessava almeno era morto qualcuno … ma non dirò il nome di quest’uomo”. Se si attribuisce all’io narrante del romanzo Malina lo stesso giorno di nascita di Ingeborg Bachmann, il 25 giugno, la risposta all’apparente enigma è E.T.A. Hoffmann. Anche qui, tuttavia, sciogliere il nodo dei nomi non esaurisce la ricerca e scatena altre domande: che cosa porta e comporta la coincidenza di date? Quali pietre sono incastonate nell’anello di congiunzione? Un saluto, come sempre, grato.

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  6. rrt

    Cara Anna Maria,
    lasciando fuori l’arida statistica, che insegna che certe coincidenze sono ben più probabili di quanto comunemente non si immagini: che cosa porti e comporti in assoluto non lo so, e probabilmente se lo sapessi non potrei dirlo.
    Soggettivamente invece porta e comporta un grande senso di responsabilità, che può diventare paralizzante, ed è un peccato.
    Grazie e un abbraccio,
    Roberto

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  7. robertorossitesta

    Cara Carla,
    in effetti generalmente non sradicano il basilico per farci parcheggi. Pertanto coltiviamo pure il basilico, insieme, si capisce, alla nostra solita letteratura; la quale, partendo (perché no?) dal davanzale della finestra della cucina, può magari anche spingersi più lontano.
    Un caro saluto,
    Roberto

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  8. nadia agustoni

    “Perché non mi accontento di quello che ho visto, che pure è abbastanza? ”

    Perchè non si può.
    Ma parlo per me, ovvio.
    Un caro saluto Roberto.

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  9. robertorossitesta

    Cara Nadia,
    come dire a uno scrittore che si tratta di una domanda puramente retorica?
    E ciò a prescindere dal fatto che certi interrogativi, pur imprescindibili, mantengono una loro intrinseca empietà.
    Grazie e un caro saluto a te,
    Roberto

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