Provocazione in forma d’apologo 171

Erano tre mesi che piangeva inconsolabile e adesso, esattamente come nel mito mille volte letto e contemplato in mille versioni e raffigurazioni diverse, anche il consulente editoriale Orfeo era disceso nell’Ade a recuperare la sua compagna Euridice, già dirigente didattico, morta tre mesi addietro per la puntura di una zecca.

La scena si era svolta per filo e per segno come letta, veduta e immaginata tante volte, fino all’inizio del ritorno verso la luce, lui in testa, previa raccomandazione di non voltarsi indietro fino alla fine del viaggio.
Memore di quanto accaduto al suo predecessore tanti (quanti?) secoli prima, Orfeo aveva obbedito al comando alla lettera e si era guardato bene dal guardarsi indietro, quantunque il lieve scalpiccio iniziale si fosse mutato ben presto in un rumore sempre più forte, che nei pressi della superficie si era fatto quasi scroscio di cascata, fragore di tuono.
Di nuovo all’aperto Orfeo si era voltato e dapprima aveva visto con trepida gioia la sua Euridice, comprensibilmente anche più pallida del solito; ma alle spalle di lei subito dopo aveva scorto una folla vociante e minacciosa – o almeno come tale l’aveva immediatamente percepita.
Dietro a Euridice infatti si trovavano innanzitutto la terribile madre, vale a dire la semi-suocera; e poi parenti antipatici, amici invadenti, colleghi e vicini impossibili, vecchi amori di lei contro i quali il medesimo Orfeo aveva dovuto lottare non poco; e persino un intero serraglio, o meglio un’intera clinica veterinaria, dalla lince non vedente all’aquila senz’ali. Dietro a quelli, infine, una moltitudine di semisconosciuti, o sconosciuti affatto, che non avendo incontrato che una volta e magari di lontano Euridice, col suo gelo e il suo fuoco, o avendone anche solo sentito parlare, vedendola incamminarsi per tornare nel mondo, proprio non avevano potuto trattenersi dal seguirla. E non che tutti costoro fossero passati per la morte; il Nostro si era accorto con quasi più meraviglia che dispetto che gli imbucati erano moltissimi, gente ben viva che, venutane a conoscenza non si sa come, si era affrettata a coglier l’occasione per, come dire, regolare la sua partita in anticipo. Ovvio che Orfeo percepisse in quella marea montante una seria minaccia. Perché una cosa era chiara, e, nel muto roccioso pallore di Euridice, Orfeo ne stava trovando di momento in momento costernata conferma: tutti costoro, come per una contaminazione velenosa e sbilenca del mito greco con la storia di Grusenka e della cipolla, per quanto in modo indiretto gli erano indubitabilmente cascati sulle braccia. Tutti costoro, ombre e non ombre, senza la minima ombra di dubbio.
In quel preciso momento l’uomo si sentì perduto; già si vedeva costretto a lasciare le sue amate ma poco retribuite imprese editoriali di nicchia per l’azienda di pubblicità che a suon di denaro lo reclamava come copy; e soprattutto costretto a serate e finesettimana da trascorrere con assortite rappresentanze di costoro, per le quali il pallore di Euridice avrebbe addirittura preso un po’ di colore.
Come già detto, l’uomo si sentì perduto, e incominciò a sudare copiosamente; tanto – tanto che si svegliò con il pigiama madido.
Orfeo aveva sempre schifato deiezioni e umori; passi ancora per il pianto, ma un simile sudore… puah, insopportabile. Cosicché si levò di scatto, si liberò del pigiama e ne fece una pallottola che scagliò in lavatrice e s’infilò senz’altro nella doccia. Quasi subito, dopo tanto tempo, sotto il getto lustrale gli salì alle labbra e risuonò per la stanza l’aria che avevano tanto amato entrambi, tante volte cantandola insieme:
“Che farò senza Euridice
Dove andrò senza il mio bene”.
L’aria che lui inconsolabilmente avrebbe continuato a cantare da solo, anche per lei; per lei che era morta, e che nulla (nulla!) avrebbe potuto mai riportare alla vita.

17 pensieri su “Provocazione in forma d’apologo 171

  1. rrt

    Caro Elio,
    grazie. In effetti conservo da anni una versione del mito così cupa da non aver mai osato pubblicarla (ed io non son certo un allegrone).
    Questa, a leggerla tra le righe, ha più di un risvolto comico; è quasi, absit iniuria, un remake che vedrei bene recitato dal Vianello e dalla Mondaini dei tempi d’oro.
    Un saluto,
    Roberto

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  2. Carla

    decisamente ottimo questo tuo, Roberto….
    Bravo!
    lavorare sui miti e per di più condirli con ironia e fantasia non è da tutti, tanto meno da un consulente editoriale!
    ;-))
    (adesso salta fuori che Orfeo ha salvato Euridice, preferisco pensare che non sia mai esistita).

    ciao 🙂

    Rispondi
  3. rrt

    Cara Carla,
    grazie, ma cosa c’è di tanto diverso dal solito?
    Quanto al salvataggio di Euridice, come hai letto è avvenuto in sogno, come parecchie altre cose in precedenza avvenute fra i due. Oppsss…
    Ciao,
    Roberto

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  4. alfonso

    quanta sensibilita, in questo brano.
    quanti dolori sopportanti in silenzio.
    quanta vita che ci indurisce fuori,
    lasciando qualcosa molle nel dentro.

    grazie Roberto. Grazie

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  5. rrt

    Caro Alfonso,
    non roviniamo la festa agli amici che per una volta si sono divertiti; del resto mi sono divertito anch’io: come si dice, “ne ho prese, ma ne ho dette” – e il veramente detto, è ovvio, resta sospeso fra una parola e l’altra.
    Un abbraccio,
    Roberto

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  6. Giorgina Busca Gernetti

    Pensa che mi sono divertita anch’io, che pure considero la mitologia come qualcosa di “sacro”, intoccabile, tanto meno oggetto di ironia e dissacrazione.
    Però dipende dalla penna di chi scrive. Per esempio Aristofane…
    Un saluto
    Giorgina BG

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  7. rrt

    Cara Giorgina,
    togli pure le virgolette alla parola SACRO. Sempre di sacrificio si tratta; si può magari anche compierlo a titolo di regolamento di conti, ma questo non è che un aspetto soggettivo che non ne intacca l’efficacia. E si può compierlo ridendo, ma è un riso sardonico (nel senso etnologico del termine).
    Grazie e un saluto,
    Roberto

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  8. robertorossitesta

    Cara Giorgina,
    ho un centrotavola pronto:
    herba sardonia amara,
    lauro silvestre spinoso,
    vilissima alga…
    Un saluto,
    Roberto

    Rispondi
  9. Giorgina Busca Gernetti

    Caro Roberto,
    io invece ho già pronto il giusquiamo nero e so già per chi. Se poi cade in delirio, si avvelena oppure si mette a profetizzare, sono affari suoi.
    Però i fiorellini sono tanto belli.
    Un saluto
    Giorgina

    Rispondi
  10. robertorossitesta

    Cara Giorgina,
    l’Euridice dirigente didattico fra le tante cose amava le lettere classiche e le composizioni d’erbe varie.
    Così, con questo centrotavola virgiliano, le offro un duplice omaggio, gradevole e all’occorrenza utile.
    Dubito che la tua “vittima” si metterebbe a profetizzare nel senso alto del termine, al massimo darebbe i numeri buoni per il lotto, e poi correrebbe a giocarli.
    Un ri-saluto a te,
    Roberto

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  11. robertorossitesta

    Cara Giorgina,
    semplicemente prima di risponderti avevo preso la mia bella pozione serale di giusquiamo, e le dita si sono messe a volare sulla tastiera da sole. Vuoi vedere che…?
    Sereno riposo,
    Roberto

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