Il melanoma è una brutta bestia, di cui una vegetazione sempre crescente di nevi mi rende probabile vittima. In particolare la mia schiena, più che una carta geografica, è un vero e proprio plastico in continua e minacciosa evoluzione. Non per nulla ormai da molto tempo sono inserito in un programma specialistico di monitoraggio, che prevede, oltre alle visite programmate in base alla situazione individuale, l’accesso immediato ad un servizio d’urgenza. Anzi prevedeva: da alcuni anni le visite sono state diradate ope legis, ed il servizio d’urgenza è stato semplicemente abolito.
Viste le difficoltà di rimediare a questa incresciosa situazione, tra una visita e l’altra ho imparato a monitorarmi da me, ma la schiena mi rimane più irraggiungibile della faccia nascosta della luna. I miei intimi, certificatomi clinicamente ipocondriaco e umanamente rompiscatole, si sono dichiarati indisponibili a uno sguardo periodico, abbandonandomi ad un destino quantomeno d’ansia.
Meno male che poi è arrivata Liliana.
Liliana, sentita nominare da un collega sprovvisto di amicizie femminili, è una linda e distinta signora che riceve su appuntamento. Niente burocrazia, attese minime, ticket più che ragionevole (certo, senza fattura, come peraltro accade con buona parte dei professionisti, medici compresi).
Vado da lei ogni tre mesi circa, più ogni volta che avverto alla schiena qualche fitta sospetta. Liliana mi esamina con la lente come le ho insegnato, ed ha imparato davvero bene: l’unica volta in tre anni che mi ha consigliato di farmi fare una vera visita al più presto, ho dovuto subire uno dei soliti piccoli interventi nel giro di pochi giorni.
D’accordo, con lei si fa pure dell’altro: si parla, durante l’esame, del più e del meno. Liliana è una donna di buon senso e anche di spirito, ha fatto le superiori e legge persino qualche libro (e una volta ridendo mi ha detto che un giorno potrebbe addirittura scriverne uno).
È anche capitato che su sua richiesta io abbia scritto su di un sonetto del Petrarca una tesina scolastica per un suo nipote. Il giovanotto si è preso un bel voto e per la visita successiva non ho avuto modo di pagare: sono stato, come si diceva, ospite della Casa.

Egr. Roberto Rossi Testa,
da qualche parte ho letto che la nostra schiena è la tigre…addomesticarla è quasi impossibile!
in quanto alla lente, hai avuto una buonissima idea, anche il mappamondo si vede meglio così:-)
Ciao!
mi è venuto in mente dove l’ho letto, si tratta di: LA TIGRE IN CORPO di Thérèse Bertherat…
Caro Roberto,
apprezzo e quasi invidio la tua ossimorica ironia: unire in apologo provocatorio un male che talvolta conduce alla morte e una vicenda scherzosa con una “dottoressa” davvero compiacente e servizievole.
Basta, però, uno specchietto per guardare la schiena e soprattutto una buona capacità di torsione del busto (ma forse agli uomini non interessa avere la vita sottile grazie a questo esercizio!).
Giorgina
Cara Carla,
è tutta la vita che mi alleno con gatti e gattini sperando di avere prima o poi a che fare con un felino vero, ed ecco che lo tenevo sulla groppa e non lo sapevo! Grazie della segnalazione ;-D
Un saluto,
Roberto
Cara Giorgina,
per non far troppa pietà non ho parlato della altre magagne del personaggio: la vista corta (altro che specchietto!), i vari acciacchi vertebrali che gli rendono ogni parcheggio un’agonia, e mi fermo qui. In ogni caso il poveraccio è davvero da compiangere, soprattutto per l’ansia che se lo mangia vivo e che si attutisce un poco solo quando riesce a sottoporre le sue sofferenze a un altro essere umano, gratis o a pagamento che sia.
L’unica consolazione, se e quando quella tale signora scriverà il libro di rito, è che almeno di lui non potrà dir troppo male.
Un saluto,
Roberto
Caro Roberto,
è proprio un campionario di malattie il tuo personaggio! Purtroppo non esistono solo nella tua fantasia uomini ridotti a questo modo. E’ la Natura Matrigna che ci riduce così di lustro in lustro. Per nostra fortuna esiste il conforto della comprensione altrui (rarissima) e soprattutto della scrittura.
Un saluto
Giorgina
invidio il tuo elegante umorismo. quasi un sarcasmo:
un mangiarsi la carne, la propria (o, magari,solo
sentirsela rosa dall’indifferenza degli altri che abbiano
compiti istituzionali o dovrebbero garantire una sicurezza
affettiva). comunque, alla fine, un/a samaritano/a si trova,
e a volte si crea anche una maggiore e insospettata intimità.
abbiamo tutti bisogno di essere voluti bene, accolti.
grazie carissimo Roberto
Cara Giorgina,
proprio vero, senza scordare ovviamente la lettura.
Penso ad esempio che “La malattia chiamata uomo” di Ferdinando Camon possa fare più di un tir di pasticche biancherosablù.
Un saluto,
Roberto
Carissimo Alfonso,
sai bene che, ovviamente senza esagerare, un po’ di umorismo è quello che a volte salva la vita, o che comunque la rende sopportabile.
Quanto al samaritano il fatto è che, al di là di ciò che appare o si crede ognuno finisce per riconoscere i suoi. Peccato che a volte ci impiega quasi tutta la vita, dovendo a tale fine riconoscere se stesso, impresa dolorosa quant’altre mai.
Grazie a te, un abbraccio,
Roberto
Caro Roberto,
la lettura mi è rimasta… nella penna. Per me essa è un balsamo che fin dagli anni infantili mi ha accompagnata come la migliore amica.
Seguirò sempre il tuo consiglio a proposito di Ferdinando Camon e delle pasticche.
Un ri-saluto
Giorgina
Un’ironia che si invidia davvero.
Un saluto Roberto.
Cara Nadia,
ovviamente per essere di buona lega l’ironia non deve creare un distacco assoluto fra l’ironista e il mondo, altrimenti diventa una coazione che immiserisce la vita.
Per me un certo spiritaccio è un’eredità familiare che in passato mi ha creato qualche problema e di cui ancora oggi devo tenere a bada il nichilismo.
Comunque le armi davvero potenti sono quelle del sorriso amante e delle lacrime.
Un saluto a te,
Roberto
Egregio RRT,
non ha mai pensato di munirsi, onde ispezionare la sua rispettabilissima e riverita schiena, di una serie di specchi da porsi in giro per uno stanzino, o bagno, anche di quelli circolari su perno con attacco a pantografo, reperibili presso Ikea a prezzo modesto?
Mio zio Vittorio, ora defunto, per ri/mirarsi meglio aveva acquistato da un vecchio sarto che smontava, una serie di specchi da stanzino di prova per sartoria, con cui poteva vedersi tutto intorno.
Egli si rinchiudeva spesso in questo suo eremo casalingo, e segreto, e ivi si rimirava, cioè rifletteva, ovvero si rifletteva. Successe che, col tempo, a forza dell’impegno che impiegava nel riflettersi, andò svanendo e trasformandosi vieppiù nell’immagine di sè stesso.
Infatti quando morì seppellimmo uno specchio.
con devozione.
🙂
peggio ancora, io ho un nevo sospetto dietro l’orecchio… e lì si che è un problema guardarsi. E, come questo signore del racconto, scopro che non è facilissimo trovare chi è disponibile all’esplorazione… Ciao Roberto, un abbraccio!
Esimio MarioB,
a parte le già esposte difficoltà del protagonista a rimirarsi da sé in uno specchio, vanno messe in conto le costose cautele richieste dal seppellimento di uno specchio, ove il suddetto subisse una metamorfosi in tale senso.
La rottura di uno specchio comporta infatti sette anni di guai, mentre il danneggiamento della salma del disgraziato, già così poco considerato in vita, non provocherebbe nella sua compagine familiare la benché minima increspatura.
Con i sensi della più alta stima
;-D
Cara Ramona,
se dici “io” in un commento significa che ti riferisci proprio a te stessa. E a te pertanto con stupore mi rivolgo: come può sussistere la difficoltà di cui mi parli quando si lavora in ambiente ospedaliero, sotto il costante competente sguardo dei colleghi?
Pur di vivere in una condizione analoga, lo sciagurato dell’apologo aveva più volte tentato di barattare il suo ottimo impiego con un posto di vuotapadelle, beninteso precario
ancorché a progetto; ma, ahilui, vanamente.
Un abbraccione a te,
Roberto
Caro Roberto, non banalizzi mai la ferocia nella quale è quotidianità imbattersi. Non è cosa da poco. Il tuo ironico opporti alla banalizzazione offre tuttavia qualcosa in più: la prospettiva ‘inattuale’ che adotti chiama le cose con il loro nome e incoraggia altri a farlo, anche oltre il coinvolgimento personale (è il caso di questa tua provocazione). Ti saluto con rafforzata gratitudine.
Cara Anna Maria,
grazie di cuore.
Traggo due spunti da ciò che scrivi. Primo, dicendo “la ferocia nella quale è quotidianità imbattersi” usi la parola “quotidianità” come in altri tempi se ne sarebbe usata un’altra, forse “fatalità”, così denunciando le conseguenze della nostra secolarizzazione spinta. Secondo, chiamare le cose col loro nome e incoraggiare altri a farlo era il primo compito del saggio, che doveva peraltro saper cogliere la giusta occasione dando a ognuno l’opportunità di esprimersi in armonia con se stesso: e se è vero quello che dici, ossia che oggi anche questa fondamentale e sacra funzione è almeno in parte finita nelle mani dei poveri imbrattacarte come il sottoscritto, pure questo è un ferale segno dei tempi.
Un caro saluto,
Roberto
caro Roberto, di solito si è tanto presi dal curare gli altri che si dimenticano i propri acciacchi. E inoltre non si ha cuore di accollare a colleghi, già oberati dallo stesso impegno, un altro compito di sorveglianza, quando già ciascuno ha i propri guai, e ha dovuto accantonarli per forza di cose… Siamo una generazione vecchia, lavoriamo a testa bassa, siamo pieni di rogne, ma le ignoriamo…
Se il signore dell’apologo volesse venire a vuotare le padelle, ne saremmo tutti felici, ma dubito che troverebbe il tempo(e il coraggio) di chiedere a qualcuno di noi di guardargli la schiena ogni due per tre, ahilui….
Ciao!
“si è tanto presi dal curare gli altri che si dimenticano i propri acciacchi”
Cara Ramona,
quanto scrivi sopra è ciò che stiamo sperimentando tutti nel piccolo delle nostre famiglie con pochi bambini ma con sempre più anziani; e la vita media si è allungata senza che la qualità della vita potesse seguirla di pari passo.
E qui non siamo più nel campo dell’amena finzione, ma della triste realtà.
Ciao a te,
Roberto