Padiglione Italia. 54a Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia

di
Roberto Plevano

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Il tema campeggia ripetuto nelle insegne al neon nelle grandi sale dell’Arsenale, L’Arte non è cosa nostra, motivo conduttore del Padiglione Italia all’Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia. È un doppio senso che non impressiona per sottigliezza.

Quest’anno l’allestimento del Padiglione italiano coincide con le celebrazioni del centocinquantenario dell’unità nazionale. Ghiotta occasione per un bilancio, un check-up, un rendiconto, una qualche riflessione sulle esperienze artistiche italiane del nuovo millennio. Con qualche ambizione e coraggio intellettuale, la curatela del padiglione nazionale potrebbe stimolare una proposta di sintesi, individuare delle linee di indirizzo, suggerire percorsi, avvicinare il futuro… in soldoni, definire un’estetica attuale tra individuo e società, tra pratica dell’arte e realtà. E contribuire così all’interpretazione dell’elusiva identità nazionale.

Bene, nulla di tutto questo si offre tra le sale e il giardino del Padiglione Italia.

Nel gennaio 2010 il Ministro per i Beni e le Attività Culturali Sandro Bondi scuote il mondo dell’arte contemporanea nominando Vittorio Sgarbi curatore del Padiglione Italia. Promozione? Rimozione? Molti interrogativi si sollevano sulla scelta del ministro, e più in particolare sulla competenza specifica dello stesso nominato, che non ha mancato occasione per esprimere il suo disinteresse e disgusto personale per una grossa parte dell’arte contemporanea. Seguono mesi di polemiche, accuse, capricci, ripicche, minacce di dimissioni per mancata nomina a sovrintendente del polo museale di Venezia da parte del nuovo ministro Galan, minacce rientrate appena prese sul serio, secondo buona tradizione italiana.

Nel frattempo il curatore (in realtà è qualcosa di più e qualcosa di meno) lavora. Tra altri ben remunerati impegni, mobilita la sua rete di relazioni, vaglia progetti, assume collaboratori, richiede spazi e altri spazi, coinvolge Accademie di Belle Arti, attiva la rete degli Istituti Italiani di Cultura all’estero, organizza insomma l’Evento Culturale dell’Anno, quello che lascerà un Segno, finalmente il più deciso «tentativo della destra di sviluppare una politica culturale che non vada a rimorchio della sinistra», nelle parole di Bonito Oliva. O se si preferisce, «il risarcimento del rapporto fra letteratura, pensiero, intelligenza del mondo e arte», secondo il curatore stesso.

E allora rompere con le consolidate convenzioni, i compromessi, le consorterie dei critici, delle riviste, con gli addetti ai lavori, il maneggio dei mercanti d’arte, l’élite del collezionismo. L’Arte va liberata dalla tutela soffocante del Sistema (identificato in modo scoperto con la sinistra storica e radical-chic). Insomma, come il curatore, nella capacità di sindaco di Salemi, si vanta di una sua battaglia contro cosa nostra siciliana, così questa battaglia si estende alle cosche che tengono in ostaggio l’arte italiana. L’arte non è cosa nostra: non è mafia, anzi è resistenza alla mafia; non è di nessuno, perché è di tutti.

Questo il semplicistico, demagogico (e cinicamente strumentale) messaggio, ad uso esclusivo di recriminazioni di politica interna e di carattere personale tra l’altro, per lo più incomprensibili nel resto del mondo, e la cosa è un paradosso in questo contesto di esposizione internazionale. Il risultato di un anno e mezzo di lavoro si è inaugurato di fronte al mondo il 3 giugno: Sgarbi si è consegnato a una missione forzatamente polemica, a cui non corrisponde nei fatti alcun contenuto espositivo, nessuna selezione congruente di opere.

Cosa nostra (intesa come organizzazione criminale) è il tema della grande istallazione del Museo della Mafia (uno spazio dedicato nelle Tese dei Soppalchi, Padiglione Italia), portato da Salemi a Venezia dal suo creatore, lo scenografo Cesare Inzerillo. Lungo un percorso di corridoi stretti e scuri, tappezzati dalle prime pagine dei giornali dall’unità d’Italia all’oggi su fatti di sangue e di crimine mafioso, si accede a uno spazio buio in cui dieci cabine elettorali dipinte di nero offrono a chi si chiude la porta alle spalle un sunto dell’esperienza di mafia: il sangue, gli spari, il rapporto con la società, la chiesa, gli appalti, sanità, acqua, informazione, carcere, politica, i morti. Altri spazi ospitano i tableux con mummie con cui Inzerillo si è fatto un nome.

Il museo di Inzerillo (“nato da un’idea di Sgarbi”, viene continuamente ricordato) ha perlomeno un focus preciso, fermandosi sugli aspetti “esteriori”, di impatto emotivo, di cronaca nera della mafia, facendone un fenomeno caratteristicamente siciliano. È però un innesto estemporaneo sulla gran massa del materiale del Padiglione. Che si trova lì immagazzinato perché il curatore non si è curato appunto di selezionare qualcosa di artisticamente significativo, rappresentativo, interessante, ma ha deferito il suo lavoro a duecento «persone che ammiro, che sono diversamente ammirate» che hanno indicato ciascuna un artista, un pittore, fotografo, ceramista, designer, video artista, grafico, ritenuto «il più interessante in questa apertura del nuovo millennio». «I 200 “segnalatori” sono testimoni di una realtà che non può essere esiliata in un ghetto avvalorando le tendenza delle gallerie d’arte. Insomma, 200 punti di vista, per una rappresentazione caleidoscopica e libera dal pregiudizio di un critico che abbia la sua squadra, le sue predilezioni, i suoi protetti».

Scaricare su altri la responsabilità personale delle scelte? Un gesto pilatesco di miope furbizia? Una cortina fumogena per nascondere limiti intellettuali e culturali? Interessi inconfessabili? Improvvisazione? Dilettantismo? C’è differenza così tra “segnalazione” e “raccomandazione”? Si può distinguere tra imparzialità, onestà intellettuale e conflitto di interessi? Domande… domande…

Ogni opera è così esposta abbinando l’artista al suo mallevadore, a perpetuo tramandare la dipendenza della creatività individuale dall’approvazione dell’auctoritas, quella sì riconosciuta e riverita. Il risultato è una pletora bulimica di oltre 260 opere (il numero preciso non si sa), che coprono ogni parete, ogni superficie calpestabile e no, ogni angolo, che non hanno alcun denominatore comune di gusto, di tema, di tendenza, di valore soprattutto. Su questo le critiche si sono sprecate. Posso aggiungere che l’ansia da horror vacui si è estesa fino ai punti più elevati dei muri, col risultato che è impossibile osservare molte opere che le stratificazioni dell’allestimento hanno collocato in alto (immagino con soddisfazione degli artisti finiti nel loft). Così come è difficile concentrarsi su qualsiasi pezzo dell’esposizione, ogni cosa pare buttata lì da un distratto magazziniere. Dal suolo i commenti si fanno sentire: “asfissia”, “indigestione”, “soffocamento”, “this is terrible!”.

La responsabile dell’allestimento, Benedetta Tagliabue Miralles, ne fa tuttavia un merito: «Il Padiglione Italia simile all’atelier degli artisti che qui espongono, dove le opere sono in uno stato vivo… Ogni spazio si utilizza, le quadrerie si affastellano sulle strutture, sulle pareti, sui soffitti…». È una concezione puramente “di arredamento” dell’esposizione delle opere, lo spazio è un contenitore da riempire, non un concetto da definire, da interpretare, l’orientamento della percezione.

Altri commenti, non benevoli, sulle capacità organizzative del curatore. La lista di artisti e mallevadori data alla stampa è incompleta. Opere si aggiungono e si tolgono ogni giorno, è impossibile sapere che cosa ci sia effettivamente nel Padiglione Italia. Il curatore va e viene, è sempre in giro e non si presenta alle riunioni. Si presenta con ore di ritardo. Mi sono rotto i coglioni di lavorare con Sgarbi.

La conferenza stampa sotto l’inquietante L’Italia in croce di Gaetano Pesce e l’azienda Cassina (rappresenta un paese di macerie sanguinolenti) è un tripudio di telecamere e vipperia. Apre Paolo Baratta, Presidente della Fondazione Biennale. La mostra è un occasione di coraggio e speranza. Abbiamo avuto coraggio (again) con il curatore (traduzione: non potevamo dire di no). L’Arte non è cosa nostra è affermazione, vocazione, speranza (non aspettatevi una mostra d’arte). Test sulla società italiana. Esperimento che tutti i paesi dovrebbero fare (purtroppo ci distinguiamo anche qui). Il rapporto tra classe dirigente e artisti (ogni mq. qui è lottizzato, lo spazio è consumato come il territorio della nazione). Trasparenza (acqua azzurra, acqua chiara, viene in mente). Flash. Movimenti di cameramen. Elio! Elio! Elio e le Storie Tese! Elio saluta e distribuisce santini di lui in saio francescano. Parla il curatore, in versione descamisada, sembra che abbia preso un flûte di Ferrari di troppo al tavolo del catering, quindi è più tranquillo del solito. Sozzani Prada Fendi Trussardi vili mercanti, il pensiero unico dei soldi, che schifo, io sono dalla parte di Montale e Testori (eh già, i cattolici moderati). Vado contro il marketing, oggi la direttrice di Vogue è diventata come Vasari. Anish Kapoor ha fatto uno scempio, la Sovrintendenza non doveva consentirlo (guai a non aver dato anche quell’incarico al descamisado!). Nel Padiglione Italia era esposto un Piero della Francesca (deve essere una sua fissazione), quegli ignoranti dei critici non se ne sono nemmeno accorti. Autoreferenziali. Ignoranti (again). Ridicoli. I duecento intellettuali che hanno scelto (sic!) le opere in esposizione giustamente non devono essere degli specialisti perché l’arte è per tutti. Non mi pento, come Don Giovanni. Non mi pento. I critici e i curatori come Bonito Oliva indicano i loro protetti e ci portano nella loro infermeria dove curano i loro pazienti. Con loro l’arte è diventata un sanatorio separato dal mondo (come gliele canta!). Degli artisti nominati, nessuno si è tirato indietro (magari il problema è proprio questo). Ci sono tutti! Giovani e vecchi. Gillo Dorfles, 101 anni. Geminello Alvi ha consigliato Giuliano Vangi. Giù liste di nomi (l’arte contemporanea è un elenco, come l’essere dello spirito è un osso). Ho esposto anche porcherie, come Kounellis, più arte poverissima che povera, lui comunista non poteva dire di no alla miliardaria Fendi, che compra le sue opere, ma non è venuto perché si vergognava di avere contatti con me (il curatore è vendicativo e non dimentica gli sgarbi). Gaetano Pesce è un grande organizzatore, un prezioso collaboratore, ha lavorato contro mode e raccomandati. La moda ha ucciso l’architettura. Viva l’arte, viva gli artisti, a morte i critici! Applausi (pochi), nessun fischio.

Si torna nelle sale affollate. Venendo da altri padiglioni dove gli allestimenti sono meditati, ariosi, sobri, qui c’è un disordine che è azzeramento di senso critico selettivo. L’allestimento vuole forse comunicare l’impressione di una febbrile e feconda confusione creativa, e invece il risultato è una giustapposizione di eterogeneità.

Nonostante l’effetto magazzino, che degrada nella baracconata appena fuori nei giardini, a cercarle si notano cose interessanti, accanto a lavori francamente imbarazzanti (come Cristo in croce con mutanda griffata Dolce & Gabbana). Se solo questa faccenda del nome del mallevadore non distraesse così…

Le vedute del fotografo Bruno Cattani (sponsorizzate da Italo Zannier), grigi di solitudine e sospensione del tempo.

I bronzei cavalieri dell’Apocalisse di Federico Severino, figlio dell’Eleate.

La rivisitazione del futurismo nelle sculture di Marcello Pietrantoni (sponsor Stefano Zecchi).

Il lavoro di scultura monumentale, l’amore per la pietra del quarantenne Filippo Dobrilla.

Giuseppe Bergomi (sponsor Mario Botta).

Le ginnastiche pornosadomasochistiche del fumettista e disegnatore Riccardo Mannelli, segnalato da Ascanio Celestini.

I bronzi epici dell’Esercito di anime di Franco Politano (sponsor Lucio Dalla)

Giuseppe Bartolini con il suo Maggiolino VW (sponsor Antonio Moresco).

L’esercizio di discrezione sulla bandiera italiana di Giosetta Fioroni, intenso e commovente. Il collage di Mimmo Paladino.

Una parete di cento televisori accesi in un’estremità del salone sono collegati in diretta con tutti gli Istituti Italiani di Cultura nel mondo e uno studio televisivo è stato approntato per l’inaugurazione del padiglione: filmati, presentazioni, brevi interviste di artisti, altre mostre, attività. Questa parte, molto seguita, è stata organizzata direttamente dal Ministero degli Affari Esteri grazie allo sforzo della Dr.ssa Francesca Valente, già direttrice degli Istituti di Cultura di Toronto, Chicago e Los Angeles.

Per finire, Gaetano Pesce, nominato da Alain Elkann, ha portato l’opera emblema dell’esposizione, la drammatica Italia in croce, progetto in realtà risalente al 1976 e mai realizzato fino a oggi. Il veterano Pesce tuttavia sembra essere stato contagiato dalla confusione, dei fatti con le rappresentazioni caricaturali, del curatore che ha approntato la mostra come una sorta di format televisivo di prima serata: più roba c’è, più si fa audience. Allora, non pago di avere l’Italia in croce, oltre il dramma Pesce a Venezia ha portato la farsa: due “poltrone in poliuretano estruso a caldo multicolore”, in pratica due dimenticabili troni / sculture psichedelici di concrezioni plastiche e tubi, piazzati ai lati del passaggio tra sale e giardini, e ha assiso su di essi Adamo e Eva. È il padiglione italiano, non poteva mancare un po’ di haut couture (oh oh, je suis désolé, culture), un modello e una mammelluta starlette del porno, au naturel (se si sorvola sulle prepotenti protesi mammarie di lei, couture bien sûr, pas nature, ma l’occhio fatica assai a non caderci sopra). L’uomo nudo riscuote attenzione minore. Hard culture? No, è copertura giornalistica assicurata, perché ai fenomeni da baraccone, alle tette e ai culi e alle chiacchiere (la starlette passa per una protetta del curatore, per fortuna Pesce ha lavorato contro mode e raccomandati) nessuno è indifferente, e se non lo si riconosce si è ipocriti, come predicato per convenienza e convinzione dalla destra di governo e dal curatore.

Qui tutto torna, il moralista capisce che il baraccone, il padiglione, non è una cosa seria. Il trash è sempre trendy, la fatica e il tormento dell’artista roba per malinconici depressi da mettere in un angolo, sperando che si noti poco. Lo spessore culturale è questo.

Nella latitanza di idee, del senso delle cose necessarie, il cazzeggio imperversa. Se non c’è un’idea, se non si sa quello che si sta facendo, allora tutto va bene, non c’è controllo, estetico o di semplice civiltà. Un bazar, un varietà, un circo, ancora un’attrazione siori e siore, e giù ancora comparsate, snocciolamenti di NOMI: dei mallevadori e dei rispettivi “segnalati”, come a dire che nell’Italia del centociquantenario la lettera di raccomandazione è accompagnamento necessario per occupare qualche metro quadrato di vetrina. Per comparire. Per esistere.

*** ***

Un’ultima cosa.

Nell’edizione veneta del Corriere della Sera, in data 22 maggio, Tiziano Scarpa interviene sulla polemica a proposito del progetto di un Padiglione Italia senza curatore. L’idea, ammette, gli pare buonissima. perché ormai il ruolo dei curatori è diventato più importante di quello degli artisti, che hanno accettato questa situazione. Non si uniscono più in gruppi, non scrivono manifesti. Lasciano che siano i curatori a dare senso al loro lavoro, a scegliere le opere e inserirle in un percorso. Le grandi mostre sono opere d’arte del curatore.

Scarpa scrive descrivendo una situazione in cui il curatore graziosamente e responsabilmente avrebbe rinunciato a esercitare il suo potere di scelta, di vita e di morte su opere e artisti, e quindi sulle dinamiche di mercato. Questa idea coincide con quanto dà a intendere di sé Sgarbi stesso nei comunicati stampa.

Ci sarebbe da osservare che una mostra senza curatela è un nonsenso. Ci sono curatori discreti, e altro fracassoni e invadenti. La curatela Sgarbi è cospicua nel suo ostentare scelte altrui. In altre parole: la pretesa di offrire un rapporto immediato con l’opera (impossibile in linea di principio, semmai suggeribile attraverso una grande attenzione nell’allestimento) è qui vanificata da una preliminare selezione di suggeritori, dall’accettazione piatta e indifferenziata delle loro proposte, dal mero ammasso dell’allestimento, che è impedimento a un consapevole e meditato accostamento all’opera. Come si fa a sostenere «Io preferisco l’opera sola, disarmata, che cerca di parlarmi con il minor numero di mediazioni possibili» e dare credito a questo Padiglione Italia?

Inoltre il rilievo di Scarpa è parallelo alla reazione dei difensori della mostra: l’eterogeneità dei materiali esposti rifletterebbe lo stato di disordine dell’arte e della società italiana. L’esposizione in realtà non può registrare uno stato di cose, ma è sempre un offrire interpretato (perdonate il gergo). Come se i curatori dicessero: «Facciamo le cose come capita, perché il “come capita” è lo spirito del tempo che vediamo in questo aprirsi di millennio in Italia».

Dice Scarpa: «Mi piacciono le fiere perché sono caotiche. Sono mega-installazioni involontarie. Le opere cercano di esprimersi in mezzo alla confusione. La trovo una situazione più veritiera rispetto a molte rassegne ufficiali, dove il silenzio suona un po’ falso».

Io credo che sia sbagliato dire che con 200 curatori è come se non ci fosse curatore. Si sono viste proposte pensate, appassionate, come quella di Scarpa (il videoartista Bruno Muzzolini, personalità notevole), e anche proposte distratte, ambiziose, interessate, sprezzanti. In questa confusione muoiono tutte le buone intenzioni.

10 pensieri su “Padiglione Italia. 54a Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia

  1. rmorresi

    grazie dell’excursus, conferma e approfondimento dello sconcerto internazionale che avevo letto sulla stampa internazionale dal NYT in qua – è davvero deprimente veder così chiaramente rappresentato (incarnato) lo spirito italiano delle lottizzazioni e del cinismo relativista…

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  2. Roberto Plevano

    Aggiungiamo un po’ di sale alle ferite. Commento del NY Times, 2 Giugno 2011 (un po’ severo):

    A new and historic Biennale low is reached in the vast Italian Pavilion where Vittorio Sgarbi, an Italian art historian, television personality and former under-secretary of culture, has overseen a ludicrously dense installation of work by some 260 Italian artists, almost all of it unredeemable still-born schlock. Bristling with an unbelievably venomous hatred of art, the exhibition would be a national scandal, if Italy weren’t already plagued by so many.

    Uno nuovo punto basso nella storia della Biennale raggiunto dal grande Padiglione italiano… istallazione ridicolmente affollata… quasi tutti i lavori sono irrimediabile cianfrusaglia, aborti… l’esibizione dovrebbe essere uno scandalo nazionale, se non ce ne fossero tanti altri

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  3. elio

    Che l’arte (o per lo meno certa arte) sia perennemente in “crisi” lo si sa da tempo (personalmente trovo assai convincenti le posizioni di Donald Kuspit e del suo “The End of Art”). Ma che questa Biennale targata Sgarbi possa essere abissalmente peggiore delle precedenti mi pare assai poco plausibile – l’idea di fondo mi suona peraltro più autentica dell’ipocrita e risibile “dittatura dello spettatore” di Bonami (ma entrambe vanno considerate ultraironiche, come di prammatica). Aggiungerei che le critiche qui espresse mi sembrano abbastanza scadenti: non vi è alcuna argomentazione “profonda” bensì ma visceralità, interessi ed arbitrarietà che semplicemente si giustappongono a quelli proposti. Trovo risibile, inoltre, riportare un simile “giudizio” del NY Times, ben sapendo come i “mainstream media” mentano e manipolino continuamente l’opinione pubblica su questioni ben più vitali di queste, che sono pura sovrastruttura e crasso opportunismo.
    Con Jankélévitch: “La stessa collusione inconfessata regola i rapporti dei seduttori con le loro vittime e degli impostori deliranti con la folla istupidita; ne consegue l’opportunismo dei bricconi: la grossolana mistificazione si ordisce, vi insisto, in connivenza più o meno dichiarata con le vittime che, nella misura in cui consentono all’impostura, hanno ben meritato il loro imbroglio. Ingannatori ed ingannati sono in combutta. Tutti mentitori, falsari e buffoni. Sono tutti degni gli uni degli altri.”

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  4. barbara arbasino

    “La cieca ignoranza e’ meno fatale che il mediocre e confuso sapere”.
    Cesare Beccaria (1738-1794).
    il padiglione italia, se non si e’ prevenuti o, se non ci si sente minacciati nella proprie attivita’ (critici, curatori mancati, mercanti, galleristi vampiri e altri parassiti degli artisti) e’ la parte migliore della biennale 2011

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  5. Roberto Plevano

    Osservazioni curiose, le ultime due.
    Riguado Elio, rispetto la sua opinione, ma che le critiche qui espresse siano abbastanza scadenti: non vi è alcuna argomentazione “profonda” bensì ma visceralità, interessi ed arbitrarietà mi sembra difficile da sostenere: ho volutamente mantenuto i commenti al livello di quanto qualsiasi visitatore non avrebbe potuto non notare, il giorno dell’inaugurazione: alcune opere NON SI POSSONO VEDERE a causa delle loro collocazione: questo è un fatto facilmente rilevabile, non disputabile, tanto più sorprendente dato il taglio figurativo e pittorico dato alla selezione. Resto fermo nella mia opinione sulla carnevalata dei giardini: se qualcuno volesse difenderne il valore estetico, si accomodi, qui siamo ospitali. Non saprei inoltre che cosa pensare di visceralità, interessi ed arbitrarietà: i visceri sono i miei, ovviamente, simili a quelli di chiunque altro, interessi (materiali) non ne ho proprio in questo campo (semmai, per i miei interessi culturali, sono un grande ignorante in proposito, ma mi pare che la cosa non sia tenuta nascosta nel pezzo), arbitrarietà… mah, l’oggettività non appartiene al lessico di gran parte dell’arte contemporanea.

    Re. Barbara Arbasino (che non conosco, nick?). Non appartengo alle schiatte di critici, curatori mancati, mercanti, galleristi vampiri e altri parassiti degli artisti, quindi non mi sento chiamato in causa. Ho cercato di dar conto assai concisamente di alcuni lavori che mi sono piaciuti, ma questo non è l’intendimento primo del pezzo. Il Padiglione Italia potrà anche piacere, e chi lo discute? Sostenere che sia la parte migliore della biennale 2011 è legittimo, l’apprezzamento personale non può misurarsi sul consenso della maggioranza. Non si capisce però perché la Arbasino pensi così.
    Ah, il sapere sarà sempre mediocre e confuso, pretendere altro da sé è stolta presunzione, pretenderlo dagli altri è chiedere l’impossibile, a cui nessuno è obbligato.

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  6. elio

    > sono un grande ignorante in proposito, ma mi pare che la cosa non sia tenuta nascosta nel pezzo

    In tal caso ne ho frainteso il senso. Non ho nulla da obiettare alla pura descrizione e alle relative impressioni, e neanche al giudizio generale in sé. E’ solo che, trattandosi di un giudizio tranciante chiaramente rivolto a questa edizione e non inglobante quelle degli anni precedenti, sono andato alla ricerca di elementi discriminanti. E non avendone trovati – che certe opere non si vedano bene mi appare del tutto irrilevante in un contesto che da decenni vive di “provocazioni” semantiche che ormai si convengono ultraironiche ed ultrasofisticate a prescindere – mi è venuto da pensare che tutto si riducesse ad un poco d’astio da agenda politica, determinato dalla figura del curatore. Da qui il mio giudizio sulla scarsa qualità dei giudizi, soprattutto in considerazione di quelle vuote citazioni di pubblicistica anglosassone allegate nei commenti.
    Tanto per fornire anche un elemento di confronto, per me una trattazione di qualità su questa materia sarebbe di questo genere:

    http://www.artnet.com/Magazine/features/kuspit/kuspit4-14-05.asp

    Saluti

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  7. Roberto Plevano

    Gentile Elio, proporre il confronto tra il mio pezzo e un articolo/saggio di un decano della critica d’arte americana (nonché filosofo, poeta, accademico emeritus ecc.) è un po’ come dare un brutto voto a un liceale di prima perché non scrive come Giacomo Leopardi.

    Rispondi
  8. elio

    Ma il mio brutto voto è totalmente privo di conseguenze e quindi tale confronto andrebbe inteso come un incoraggiamento, un implicito attestato di stima. Io non credo che Kuspit appartenga ad un altro pianeta, si tratterebbe solo di entrare maggiormente nello specifico (complesso) di quest’arte. Il link è un invito ad approfondire. Alla prossima, cordialmente.

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  9. pino boresta

    Esserci per scomparire

    Vernissage del 13 giugno 2011 del Padiglione Italia a cura Vittorio Sgarbi, all’Arsenale per la 54° Biennale di Venezia.

    Cronistoria:
    Ahooo!…. c’ero anch’io
    Cosa esiste di più bello che esserci a tutti costi per poi sparire in mezzo a tutte le altre centinaia di opere sparpagliate in ogni dove; sopra e sotto a destra e sinistra di qua e di la dentro e fuori e ovunque fosse possibile infilare qualcosa, ebbene io per il mio pubblico non mi tiro mai indietro e quindi anche questa volta ero lì. L’occasione l’inaugurazione del padiglione Italia alla Biennale di Venezia (del 13 giugno 2011) che nonostante le critiche aveva fatto il pienone e non poteva essere altrimenti visto il prestigio di cotanta mostra come quella di Venezia e visto i circa 300 artisti che esponevano. Il successo di pubblico era l’unica cosa assicurata del resto tutti noi abbiamo almeno un marito o una moglie dei genitori dei figli uno o più fratelli, cugini ed almeno un paio di amici stretti, e i conti son presto fatti. Del resto come si poteva far mancare la propria presenza in un giorno così importante a tanti artisti che la biennale se la sognavano anche di notte proprio come me, ma porca pupazza loro ci sono riusciti io no. Anzi si! Io c’ero nonostante tutto e tutti. Vittorio Sgarbi mi aveva pure telefonato ma dopo una breve chiacchierata mi ha detto che non lo avevo convinto, ma forse è un buon segno. Io nel partecipare non avrei di certo avuto nulla da perdere, che volete che me ne importi a me di attaccare la mia opera appiccicata ad altre mille, quando io come un parassita le attacco addirittura sopra le opere degli altri. Cosa volete che me ne importi a me di dover competere per accaparrarmi un po’ di attenzione del pubblico dell’arte tra centinaia e centinai di opere, quando da diciotto anni attacco nelle strade delle città i miei adesivi con la mia faccia alla merce distratta dei passanti cittadini e competendo tutti i giorni con la massiccia invasione pubblicitaria con la quale le città sono aggredite e violentate. Lì si che rischio di perdere la mia battaglia, e ogni giorno mi prendo la mia rivincita. Al padiglione di Sgarbi avrebbero dovuto partecipare solo artisti che fanno un certo tipo di lavoro che esce fuori anche nel caos più totale e che anzi del caos si nutrono. Pertanto approfittando dell’ulteriore confusione venutasi a creare per la presenza di Elio delle storie tese che si era travestito da frate per l’opera di un artista, ho srotolato il mio manifesto in PVC “I want Pino Boresta to the Venice Biennial” e l’ho appeso rimanendo lì in bella vista esposto abusivamente per tutto il giorno dell’inaugurazione. In molti lo hanno visto e possono confermare non ultima un’entusiasta Laura Palmieri.
    pino boresta

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