Provocazione in forma d’apologo 203

“Ossessione” è una parola anche troppo gentile. Significa “assedio”. Significa che siamo asserragliati dentro mura e combattiamo da eroi per difenderle dagli altri che premono dall’esterno. Ma spesso le cose stanno in modo ben diverso, e la parola che si dovrebbe usare, se non fosse logorata e deformata dall’uso religioso che ne è stato fatto, sarebbe “possessione”.

Spesso in realtà non ci sono né mura né altri né noi, c’è soltanto un pensiero fisso, fisso appunto perché non arriva a definire il proprio oggetto, il suo opposto, i contrari e le infinite sfumature nel mezzo.
Procedendo a cavallo di linee di demarcazione immaginarie, spiamo di continuo i nostri volti e quelli di chi ci viene incontro o ci cammina accanto senza riconoscerne alcuno e confondendoli tutti.
Delle antiche certezze non rimangono che ricordi sempre più confusi, che ambigue velleità, che complicati rimorsi.

15 pensieri su “Provocazione in forma d’apologo 203

  1. Carla

    forse è per questo, che di tanto in tanto (come ben sapeva suggerire anche Neruda), è necessario un bagno nella natura isolandosi dall’uomo.

    uno dei tuoi migliori.

    ciao
    carla

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  2. alfonso

    grazie, carissimo Roberto.

    Magari le nostre mura sono già state scavalcate ed abbattute e noi fuggiamo tra vicoli e porticati in fiamme, tra le urla d’altra gente e grida d’invasori che dentro ci devastano.

    dov’è l’erba sotto il gelso e l’ombra dove una volta mi siedevo?

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  3. eletta senso

    Potrà questa bellezza rovesciare il mondo? Tutto sta nella risposta che intimamente e consapevolmente si dà. “I poeti sono gli arrischianti” così Heidegger, se non sbaglio…

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  4. robertorossitesta

    Cara Carla,
    se persino l’erba, come dice il poeta, è “lieta dove non passa l’uomo”, significa che dobbiamo provarci ma che sarà impresa durissima, per non dire disperata.
    Grazie e ciao,
    Roberto

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  5. Anna Maria

    “ricordi sempre più confusi” (e torbide trasfigurazioni?), “ambigue velleità, complicati rimorsi”: riconosco ciò che resta dei meccanismi di ossessione-possessione. Spiare, come ben scrivi, non è vedere. Forse sta in questa differenza lo scarto e lo scatto? Grazie, Roberto.

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  6. robertorossitesta

    Alfonso carissimo,
    è quello che credo. E provarsi ad incollare nuovamente certi rapporti, come quello con la natura (ancorché matrigna), penso possa servire soprattutto a insegnarci l’umiltà, il senso del limite, più che a recuperare una situazione che ormai persino ai ciechi riesce difficile negare.
    Un abbraccio,
    Roberto

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  7. robertorossitesta

    Gentile Eletta,
    forse siamo arrivati al punto in cui s’imporrebbe il rovesciamento del rovesciamento, e confido che non si tratti di un gioco di parole.
    Un caro saluto,
    Roberto

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  8. robertorossitesta

    Cara Anna Maria,
    mi sembra che le cose stiano esattamente come dici. E strapparsi gli occhi a volte non è assegnarsi la pena da sé, ma sottrarsi anticipandola ad una più terribile, quella vera.
    Grazie a te, e per quel che si può buona estate,
    Roberto

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  9. Giorgina Busca Gernetti

    Caro Roberto,
    siamo forse giunti al “Finale di partita”?
    Il ritorno alla Natura (la maiuscola è voluta) forse ci aiuterebbe a liberarci un poco dall’ “ossessione-assedio-possessione”.
    Io per prima tendo a rinserrarmi entro la mia fortezza senza finestre, entro un carcere di solitudine.
    Del resto, tranne pochi, non riconosco nei volti altrui quell’amicizia che m’indurrebbe a uscire, o per lo meno qualcosa che non sia ostilità. Gli altri mi sembrano sconosciuti.
    Sono appena tornata dal mare. Nell’acqua limpida, molto lontano dalla spiaggia, nel silenzio sonoro di vento e di strida d’uccelli marini ritrovavo e riconoscevo me stessa, almeno me stessa.
    Un caro saluto
    Giorgina

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  10. robertorossitesta

    Cara Giorgina,
    inizio e fine sovente si assomigliano molto, chissà che non coincidano;
    quanto ci risparmieremmo, o di che cosa ci priveremmo, ad esserne sicuri.
    E chissà che lo slancio di
    “pacificazione” nella natura non sia che una scelta fra orrori, uno dei quali almeno provvisoriamente venga visto non come il minore, ma addirittura come un qualcosa di desiderabile.
    Un caro saluto a te,
    Roberto

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    1. robertorossitesta

      Caro Alfonso,
      affermazione impegnativa la tua, e che mi fa arrossire.
      Quanto ai rapporti fra la Bellezza e le nostre spesso sciagurate esistenze, leggevo in questi giorni
      le “Memorie di Dirk Raspe” scritto da Drieu La Rochelle appena prima di suicidarsi.
      Riabbraccio,
      Roberto
      P.S. L’unica forma di bellezza che posso riconoscermi è l’interiore senso di vergogna che provo rispetto a troppe cose, senso di vergogna che magari (in attesa del Giudice) può avere i suoi estimatori.

  11. robertorossitesta

    Cara Giorgina,
    ovviamente neppure quello può diventare un distintivo o una scusante; comunque, pur coi disagi che infligge, è più sopportabile di altre cose.
    Altrettanto ovviamente quando parlavo di estimatori intendevo (un po’ ribaldamente ) significare anime affini, non gli estetizzatori che in realtà sono anestetizzatori.
    Dimenticavo: sovente la cosa di cui provo più vergogna sono io stesso.
    Ri-risaluti,
    Roberto

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  12. Giorgina Busca Gernetti

    Caro Roberto,
    avevo capito, sai, in che accezione avevi usato il termine “estimatori”, cioè “anime affini” e simili!
    Non desidero pubblicare qui una mia poesia sulla scarsa stima che ho di me stessa (disprezzo, senso di vergogna, disconoscimento di sé?); è già pubblicata in uno dei miei libri di poesie.
    Ciò non impedisce, però, che io provi vergogna, per lo meno grave disagio, per cose e persone che vedo e sento.
    Ri-saluto

    Giorgina

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