Ez 36, 26
– Toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne.
ai miei figliocci
I.
del trasporto dell’infermo al Santa Maria della Consolazione
Tolto dal cielo,
rimesso agli occhi
parla alla sua sostanza il corpo.
Anima degna
del tessuto di cui è peso,
il reclinare del Padre
al patire del mondo,
il sì del nome
all’insufflare dell’immagine.
Guardare all’uomo affinché non cada.
II.
dei fantasmi
Eppure il trasporto, dapprima, è trasporto,
e luce su se stessi-
questo il ragazzo ci mostra.
Sull’inconoscibile
che toccando
preme o devia
nella manifesta domanda
che ancora dall’infanzia trova spazio.
Se la paura occlude la ferita
l’affermazione non è libera,
non è libera la perdita.
III.
Oh gioia invece
dell’esser semplici
in ciò che è oscuro
ma che è scritto
tra le pieghe del lembo.
Una sola spalla,
l’opera è data- appare,
senza se stessi- mollichella, carezza,
trappola strappata ai sensi.
L’amore ha i suoi fantasmi
in una comprensione
che è dello Spirito.
IV.
Stretto al collo, va veloce
riflesso sul muro, ombra
di un’altra ombra.
Sente la terra secca, arida
nell’ultima possibilità dell’acqua.
All’allargarsi del morbo
l’agire della grazia è il suo inverarsi;
riconosciuta, sollevare
la parte non ancora morta,
darle tratto nel ricircolo del male.
Ma chi vigila, chi attende c’è.
La risposta non è mai un inizio.
V.
per Ingeborg Bachmann
Questa è la vita che il cuore
informa e accresce.
Questa la vita nella sua parola.
Non ferma il fuoco
il potere dell’acqua. Più forte,
evocato, avanza e muta
nella forza che ha tentato aspirarlo.
La lotta è nella disposizione,
nella informazione del dolore.
Solo l’abbandono salva.
VI.
La consegna di ossa, di nervi-
non di pietra- continua,
mi attraversa (dove sono?)
Ho con me povertà,
e suggestione nel corno dei demoni-
qualcosa mi stringe.
Deposto, raccolto,
avanzando nelle sue piaghe
stasera intanto un altro uomo salirà con lui.
Come Maria non piange.
VII.
Roma delle tue negazioni,
nelle tue stanze, cedi ma ti offri
nell’ostensorio della terra.
Ci nutri rimessa
dove la peste perde nome
ma agisce e resta
nell’eternità della tua bocca.
Qui l’anima è toccata
due volte, raccoglie o cade. La vita, il guado
è nella città che sollevi.

In questi versi “l’anima è toccata” e passo dopo passo siamo accompagnati e guidati a trasformare il nostro cuore in un “cuore di carne” a “guardare all’uomo affinché non cade”, a quell’uomo che non è libero perché è la paura ad occludere la ferita. È nell’acqua l’ultima possibilità per quella “parte non ancora morta”, in quell’acqua che irriga, evoca e santifica (il poeta scrive “muta”), quell’acqua che il fuoco non può fermare. Stefanoni ci svela come “la lotta è nella disposizione”, in un’abbandono che salva, attraversa, depone e raccoglie “Stasera intanto un altro uomo salirà con lui”
Leggo con un sentimento di riconoscenza i versi di Gian Piero Stefanoni che illuminano il passaggio dal cuore di pietra al cuore di carne, attraversano il fuoco senza perdere di vista l’Amore immenso, sentono insieme il “patire del mondo”, provano misericordia e mostrano la via dell’abbandono fiducioso.
Una scrittura lucida e potente in una sorta di mistica della parola, dove la compassione e la pietà illuminano il cammino delle nostre povere vite. Natura, amore, dolore, si fondono nella trascendenza dello spirito.
Sempre emozionanti ed ispirati i versi di Gian Piero Stefanoni.
Grazie per averli pubblicati!
Monica carissima, grazie, sei sempre generosa con me. Un abbraccio forte, Gian Piero