La parola ai poeti. Ilaria Giovinazzo

“L’ombra prepara lo sguardo alla luce”
Giordano Bruno

In questo periodo buio per il mondo, nella mia vita stanno accadono meravigliose sincronicità. Stamattina ho trovato questa frase di Giordano Bruno tra i post che scorrevo prima di entrare a scuola e voglio usarla come tessera da cui partire per parlare di poesia, ed anche della mia poesia. 

Credo che in queste poche parole sia contenuto il senso profondo dell’arte come della vita stessa: senza l’ombra non potremmo mai comprendere il senso e la bellezza della luce. D’altra parte, quello che proprio l’arte riesce a fare è trasmutare in bellezza, in luce, le ombre dell’inconscio, le ferite, le offese della vita. Ombra e luce, come nella pittura di Caravaggio, quando la bellezza nasce dal riverbero della luce che fugge dall’ombra. O come la luce sprigionata dalle crepe dorate delle ceramiche kintsugi, perché, come dice Leonard Cohen “C’è una crepa in ogni cosa. Ed è da lì che entra la luce.”

È da poco uscita la mia terza raccolta poetica, La dittatura della bellezza, per l’editore PeQuod e se penso alle prime poesie scritte sulla Smemoranda ai tempi del Liceo sorrido. Quanta strada ho percorso da allora, quante volte ho messo da parte la poesia per scegliere altri linguaggi, altre forme di arte? Narrativa, fotografia, pittura. Eppure quella lingua così profondamente mia, è tornata a parlarmi, ha ripreso vigore, ha preteso nuovamente attenzione. La poesia è entrata nella mia vita molto presto, attraverso Emily Dickinson e la sua “spiritualità naturale” per poi irrompere coi potenti versi di Whitman a scardinare ogni confine lirico conosciuto fino ad allora, da lì arrivai in seguito a Yeats, Gibran, fino a spaziare definitivamente a Oriente: Cina, Giappone, India, Siria, Turchia. La mia ricerca poetica non ha mai avuto confini geografici e sia i miei studi che gli interessi spirituali mi hanno sempre portato verso quei luoghi e quelle Terre in cui parlare di religione e spiritualità ha ancora un significato profondo nella vita delle persone. Nella mia vita ho sperimentato tante vie diverse, conosciuto tante realtà spirituali e tutto questo in me si è condensato in un credo interconfessionale che guarda ai mistici antichi, come furono Kabir, Rumi, Lal ded, Tagore e altri. Per questa mia ricerca interiore mi è sempre parso naturale rivolgere la mia attenzione a quei poeti che hanno vissuto la poesia come strumento di celebrazione della vita e del divino, o, come nel caso dei poeti zen del Giappone, come ausilio alla meditazione/contemplazione (i contemplativi sono i guerrieri più resistenti scrive Christian Bobin) (1), quei poeti insomma, che vedevano la luce tra le crepe. 

Credo che il fine della poesia debba essere, forse più di altri tipi di arte, quello di comunicare attraverso le parole ciò che ognuno di noi possiede di più autentico: la nostra interiorità, ciò che ci rende umani. La poesia è forse il più alto linguaggio che permette l’identificazione e la comunione profonda tra le persone, al di là di qualunque differenza apparente. 

La poesia è il prisma che riflette la luce che ci attraversa. Ed è anche e soprattutto, come dice sempre Bobin: “il modo umano di abitare il mondo”, senza il quale saremmo anime vuote. 

Credo di poter affermare che la poesia è la medicina che ci riporta umani e il poeta il guaritore, colui che si prende cura dell’anima del mondo. 

Dico spesso che la poesia è l’unica arte che non mente, quando è vera, quando è autentica. E se la poesia mente ce ne accorgiamo perché diventa sterile e spesso superflua.

Ho rinunciato per molto tempo a pubblicare le mie poesie in una raccolta, proprio perché questa sensazione di nudità mi impediva, per pudore, di svelare così tanto di me stessa. Ci sono voluti vent’anni dalla prima pubblicazione in prosa per trovare il coraggio di raccogliere anche i miei testi poetici in un’opera compiuta (Come un fiore di loto, Ensemble, 2020). 

Come scrive Ryokan, monaco e poeta zen che amo molto

“Come un fiore di loto/che si apre immacolato/alla rugiada del mattino/è la bellezza/di ogni uomo.”

Ecco, credo sia questo il compito del linguaggio poetico: portare alla luce la verità/bellezza interiore di ognuno, risvegliarla, spronarla al compimento e condividerla. 

Ma la poesia non si limita soltanto a questo. Poesia è linguaggio magico, è musica. Ogni testo poetico crea attraverso il linguaggio un mondo che prima non esisteva: il suo è un linguaggio creatore e creativo e il poeta ha il potere di creare un ponte di parole tra l’inconscio, l’attività simbolica dell’immaginazione e il reale. 

La poesia è un linguaggio sacro. Ed è per questo che i primi poeti del mondo furono sciamani. Proprio essi, grazie alle loro doti psichiche e alla loro sensibilità profonda, spesso data da ferite della vita, riuscivano a realizzare quella conjunctio tra interiore ed esteriore, tra reale e immaginario che ricreava il mondo su basi completamente nuove. 

Ogni poeta (così come ogni artista) quando crea entra in relazione con l’inconscio, il proprio ma anche quello collettivo; è colui che rischia la disintegrazione psichica affinché avvenga in noi (e anche in se stesso) il risveglio.

È colui che sa che “in questo mondo/camminiamo sopra l’inferno/contemplando i fiori” (2).

Appartenere alle nuvole
porsi come girasole alla luce
libera ghianda in evoluzione di destino.
Sciogliersi e sorridere
come il ghiaccio innamorato del sole,
senza dolore.
Essere. Essere. Essere.
Senza convincimento di peccato.
*
Lo senti questo logorio continuo
delle corde intorno all’argano?
L’incontro perfetto del corpo
che aderisce all’ombra?

Sei nelle armonie improvvise
a cui accedo negli attimi illuminati
delle mie giornate.
Sotto il peso delle cose
questo muscolo idiota schianta.

Dimmi solo che la vita non tradisce
Dimmelo ancora. Menti.
*
muoversi nel cono d’ombra del carceriere
lasciando il passo al silenzio degli steli
innestando arbusti nuovi, nuove parole,
troncando di netto il male,
la morte aggrappata al fianco

ti stringi addosso a me ignorando la fine
il movimento esile della campanula a dicembre
la risposta alla domanda vergine dei bambini

– dimmi mamma, perché si muore? –
*
Con i piedi nella polvere
mi diverto a importunare la perfezione.
Piedi sporchi, cuore immacolato.
*
Sono composta di silenzi
e ubriacature d’anima
che non riesco a nascondere
e fede in orizzonti lontanissimi.
Paio vivere di poco
ma l’infinito abita
dentro le mie cellule.
*
Baciando i tuoi piedi scalzi
l’alba lava di luce le pareti
bianche di calce fresca
Non pronunciare parola
Tutto è sacro. Tutto.

Poesie tratte da La religione della bellezza, PeQuod, 2023

*

(1) Christian Bobin, scrittore e poeta francese (1951-2022).

(2) Kobayashi Issa, poeta e pittore giapponese (1763-1828).

Ilaria Giovinazzo
Nata a Roma nel 1979. Laureata in Lettere con una tesi in Storia delle Religioni. Arteterapeuta plastico figurativa e docente di Lettere e Storia dell’arte nelle scuole superiori. Ha pubblicato i seguenti romanzi Anime perdute (Effedue, 2001), Non posso lasciarti andar via (Prospettiva, 2005), Donne del destino (Besa, 2007) e le raccolte poetiche Come un fiore di loto (Ensemble, 2020), La simmetria dei corpi, con la prefazione della poetessa siriana Maram Al-Masri (Ensemble, 2021), La religione della bellezza (PeQuod, 2023). Nel 2022 pubblica anche libro illustrato per bambini Life. 10 cose importanti (Fuorilinea) e nel 2023 cura la plaquette, edita da Ensemble, dell’evento Sinfonie Poetiche. Concerto per corde e fiati da lei ideato e diretto. Sue poesie sono state pubblicate su antologie, riviste specializzate, antologie e blog (De sur a sur, Atelier, Metaphorica, Transiti Poetici, Formafluens, Inverso Giornale di Poesia, La Bottega della Poesia de La Repubblica, Centro Cultural Tina Modotti). Ha ricevuto premi, segnalazioni e menzioni d’onore a diversi premi, tra cui il Premio Internazionale di poesia Ossi di seppia e il Premio Lorenzo Montano.
Attualmente vive e lavora tra le colline sabine.

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