

Forse la poesia italiana non è mai stata come oggi (neppure in periodi di grande fermento e mutamento, come negli anni Sessanta) nettamente divisa, fra un lirismo di ascendenza mitica ed orfica (invero sempre più minoritario o rimosso, in accordo con una secolarizzazione che peraltro è forse inevitabile nella società odierna), uno sperimentalismo che forse non è mai stato altrettanto criptico, cerebrale, a volte incline ad un narcisismo formale un po’ vacuo (come in certi esiti della poesia neometrica) e, infine, una “poesia del quotidiano”, del vissuto, del reale, della “vita vera” nei suoi aspetti più minuti, che può ricordare il diarismo e il prosaismo dell’ultimo Montale senza per questo averne l’ironia desolata ed aspra.
Ma se intendiamo quell’”arte” nel suo senso autentico, forse esso deve essere ripensato recuperandone l’accezione più vivida e originaria, quella del Rinascimento di Bruno e di Bacone che vedeva una continuità e un complemento fra la Natura che «tractat materiam propriam» e l’Arte, appunto, che «tractat materiam alienam», così che il poeta è artifex additus naturae e naturae interpres.
Il ritorno alla Natura, il bisogno (legittimo) di autenticità, discorso, dialogo, comunicazione, di una poesia che torni a contaminarsi in certo modo con la prosa, a confrontarsi non meno del romanzo con quella che Hegel chiamava la prosa della vita, non dovrebbe risolversi in una sorta di “superstizione del dicibile”; la fuga dalle sottigliezze e dalle rarefazioni dell’ineffabile, o dalla presunta evasività di un analogismo simbolista o ermetico non dovrebbe risolversi né, da un lato, in uno sfrenato e autoreferenziale funambolismo verbale, né, per converso, in una cieca fiducia nella vitalità e nella forza comunicativa che il linguaggio comune – a volte quasi reificato in una concretezza e una quotidianità ai limiti del burocratico e del giornalistico – dovrebbe per intrinseca e nativa magia possedere.
Se l’artista (come dicevano i Decadenti italiani guardando a Leonardo ma prefigurando Rilke) deve “continuare la natura”, trasfondere l’assiduo brusio inarticolato, per quanto denso di significati, della natura – vento animali mare nubi foglie, «fior’, frondi, herbe, ombre, antri, onde, aure soavi», dice Petrarca agglutinando il fertile brulichio della natura con la sapienza dell’artificio verbale – nel linguaggio articolato ed autocosciente, nella coscienza riflessa della parola, allora la poesia (che del linguaggio umano nella sua autocoscienza rappresenta, accanto al linguaggio filosofico – che del resto nel Novecento ha così spesso attinto a quello poetico come sorgente e disvelamento –, il proprio vertice di complessità e di autoconsapevolezza) troverà paradossalmente la massima intensione della propria natura, della propria naturalità, proprio se tornerà ad essere, con limpidezza ancor più traslucida e pura, lo specchio assoluto di se stessa.
Come un piano non euclideo, o un nastro di Möbius che proiettandosi su se stesso non evoca chiusura e tautologia ma piuttosto innesca l’immagine dell’infinito, un vortice di spire intorte e ritorte in cui l’esterno coincide con l’interno e può riversarsi in esso continuando ad aderire a se stesso (il dantesco lume che splende “parendo inchiuso da quel ch’elli inchiude”, prefigurando la “sfera quadridimensionale” della Relatività) – in se stessa, nel proprio occhio che vede se stesso (e il mondo riflesso in se stesso e se stesso riflesso nel mondo), la poesia troverà davvero un “punto all’infinito” che potrà dischiuderle nuovi – ed antichi – cammini.
Lo stato dell’arte. Matteo Veronesi
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