Nota di lettura di Lucianna Argentino
La poesia è un viaggio dentro sé stessi sia per chi la scrive sia per chi la legge, per chi la fa sua nella solitudine e nel silenzio di un inesauribile dire perché tale è il dire poetico. Una sorgente di pensieri, di emozioni e di sentimenti che non perde mai la sua forza, la sua pregnanza perché la parola poetica sgorga, a sua volta, dalle fonti inesauribili dell’essere e del silenzio. Questo appare evidente a chi, giunto a queste pagine, ha percorso e ripercorso la poesia di Gian Piero Stefanoni, ha sostato in essa e con essa si è emozionato e ha ritrovato nelle parole del poeta parte di sé stesso e anche di più. Il dire poetico infatti esonda il suo stesso significato e va a riempire i vuoti oscuri del nostro percorso esistenziale.
A volte li crea e non è una contraddizione, è anzi il suo atto vitale attraverso il quale distrugge abitudini, pregiudizi, consuetudini che non ci permettono di proseguire in libertà il cammino e nello stesso tempo ci aiuta a costruire nuovi significati, più esatti, più precisi e giusti perché la vita sia un qualcosa che scorre e ci arricchisce e che siamo chiamati ad arricchire per fare in modo che non sia uno stagno in cui la speranza affonda e muore. Gian Piero Stefanoni è ben consapevole del tempo in cui viviamo e infatti in una email, a proposito di questo libro, mi scrive: “Il racconto è quello di una contemporaneità alla prova di una rimarcata e progressiva cancellazione di sé, di una umanità ferita nella sostituzione dei propri valori portanti, la vita non più nella vita, nel rimando, silenzioso, quotidiano di una mistificante e dunque tossica autorappresentazione”. Perciò è quanto mai azzeccato parlare di viaggio, viaggio nei mali della nostra società che ritroviamo tali e quali dentro di noi. Mali non esplicitati, ma che il poeta mirabilmente riassume nella negazione del sacro e la prima sacralità negata è quella della vita umana che sembra aver perso il suo intrinseco e incommensurabile valore. Quello che il poeta ci fa intraprendere è, dunque, una sorta di viaggio iniziatico anche se, a questo punto della Storia, siamo nel disincanto, ma non possiamo, né dobbiamo fare a meno del nostro passato personale e collettivo che è il bagaglio a mano con cui è necessario fare i conti anche se è scomodo e ci complica il cammino. È quindi fondamentale la memoria, nel senso più esatto del termine, ossia come fondamento della nostra identità che Gian Piero Stefanoni cerca di recuperare attraverso la parola poetica per ridisegnarne i tratti, per fornirci l’identikit dell’essere umano non più privato della sua dignità. Eppure proprio per quella speranza a cui accennavo, speranza che la poesia mantiene e alimenta, il percorso esistenziale di ciascuno di noi diventa possibile nonostante tutto. Nonostante le prove a cui la vita ci sottopone per la nostra maturazione umana e spirituale, dunque per qualsiasi percorso esistenziale che genera una trasformazione sostanziale, nella convinzione che, scrive ancora il poeta,“nella fragile, francescana creaturalità degli esseri è rimessa, è già da sempre, la chiave di una salvezza possibile”. Salvare, nutrire e credere nel nostro bambino interiore, quello di cui nella poesia “La veste” dice: “Non mai creduto è il bambino-/ il mattino a cui tende- /nudo e nascosto”. Accudirlo con fede come fa una madre perché, anche se sappiamo che la figura accudente può essere di qualsiasi genere, il poeta sente che il femminile è non solo la chiave per accedere alla realtà con uno sguardo diverso che guarda all’unicità di ciascuno, che sta in ascolto, che accoglie, ma anche per vivere la realtà a un livello più profondo in cui, scrive infine il poeta: “l’unione nel dialogo di terra e cielo è dato nella sua fertilità principalmente dalla potenza e dalla custodia del femminile.” Ma è certamente nell’armoniosa unione dell’energia femminile e dell’energia maschile che si dipana a pieno la vita umana e la scrittura densa e nello stesso tempo rarefatta del mondo alto dello spirito di Gian Piero Stefanoni ne è a sua volta piena e alta testimonianza.
Gian Piero Stefanoni, La costanza del cielo, Il ramo e la foglia edizioni, 2024.
