IL BALLO DELLE GRU di Roberto Dedenaro
(Vita Activa Nuova 2025)
C’è una sommessa “coralità” nelle poesie, sempre attentamente sorvegliate, mai passibili di retorica che compongono Il Ballo delle gru, recente libro del poeta triestino Roberto Dedenaro.
E tale coralità si esprime forse in modo emblematico nella poesia intitolata:
L’Orizzonte inscurito
l’orizzonte inscurito non si distingue più
fra terra e cielo luci lampade e luci
scandagliano profili di case senza più
finestre illuminate uno spessore di silenzio
sale come una domanda dove mai una divinità regga più
con le sue braccia il tutto e i corpi che da qualche dove
dentro a quelle case senza forma stanno dove
il punto di quell’equilibrio che ancora regge
se regge ogni cosa in un posto suo e le coscienze
riposte in qualche dove nelle strade che sembrano
nella notte non aver nemmeno polvere più
tutto passa al vaglio e dai più stretti fori
qualcosa pur rimane, qualche vago notturno animale.
E una fragilità come forma di salvezza a tutti disponibile.
L’orizzonte inscurito è il nostro orizzonte storico, epocale: per questo! è inscurito e “non si distingue più”.
Infatti, se fosse l’orizzonte naturale, crepuscolare, serale, non ci sarebbero in esso “case senza più finestre illuminate”, “case senza forma”, e “i corpi che da qualche dove dentro a quelle case senza forma stanno”.
Al contrario: le case sarebbero, naturalmente, abitate, illuminate, animate da persone, da voci… Invece sono buie, e strane fredde luci “ne scandagliano i profili” informi, lo “spessore di silenzio” che “sale come una domanda”.
E la domanda è: “dove mai una divinità regga più con le sue braccia il tutto”; e dov’è, se c’è, “il punto di quell’equilibrio che ancora regge / se regge ogni cosa […] e le coscienze”.
E la risposta è il constatare che: “tutto passa al vaglio” e, pur passando per le più inaudite, stritolanti strettoie (quali quelle attuali) “qualcosa pur rimane”, qualcosa di animato, di vivo: “qualche vago notturno animale”.
E dunque, di conseguenza: rimane “una fragilità come forma di salvezza a tutti disponibile”.
Non c’è retorica nel parlare così di “salvezza” di “tutti”, anche perché essa “coincide” con l’attenersi a quella fragilità?umanità che nelle vite quotidiane, isolati, deprivati, tutti ben conoscono, compatiscono… rispettano.
E a tutti è disponibile, perciò, la salvezza di averne continua, continua consapevolezza, di salvaguardare strenuamente questo qualcosa che pur rimane, di fare di necessità virtù.
Anzi: viene in mente, leggendo l’intero libro, che nulla sia più eticamente sospetto, per l’autore, del debordare, anche di poco, da questa pratica di fragilità, e dal mite constatarla, dal semplice descriverla, dal sorreggerla con un tono sempre attentamente non illudente, non illusorio: ironico anche, a volte, o smitizzante, scherzoso, o vagamente surrealista, combinatorio…
Una sommessa prosciugata pietas, insomma, un sapere che in ogni storicità, in ogni pur tenebrosa epoca storica, si pronuncia la comunque non?storica condizione umana, e che l’unica, forse, forma di salvezza, è nel deviare dalla storia, dal criterio di potenza…
Forti di queste premesse, di questi decisi confini, si constata, si descrive sommessamente “il tutto”:
infanzia, genitori, vicino di casa Ivan ( Ivan che va e che, si precisa in Note: “vive in una casa con il tetto di pietra e senza riscaldamento se non in cucina, come si viveva fino agli anni ’50 del novecento sul Carso), “straordinario artigiano del legno” René d’Ercole, “grandissima amica” Idolina Landolfi, Mila di Repen (“signora anziana e gentile”, in passato “staffetta partigiana”), Rita Rosani (“medaglia d’oro della Resistenza”, “compagna di classe” di sua madre)…
Tante persone, ma non “collegate”, non formanti alla fine alcun contesto, alcun organismo: come certo è normale, anzi ovvio che accada oggi (oggi, stremati dall’atomismo, anzi sub?atomismo, anzi…).
Oggi, solo volontarismo, solo stoica?epicurea?scettica fragilità.
Come scrive, nella postfazione, Elvio Guagnini: “Una parte centrale del libro è dedicata al Carso [dove il poeta ha scelto di vivere] e al paesaggio (ed emozioni conseguenti) dell’area (Landa, Scogliere, Kraški dom haiku, Ivan va, Modi di dire campo: travnik, gmajne, polje, njiva): con accenti diversi, qualche venatura autoironica, ma soprattutto con accensioni affettive di fronte alla necessità di preservare la splendida biodiversità della Landa”; nell’ode, intitolata, appunto:
Landa
Chiara la voce, ampia la sala
diceva la landa scompare
giorno dopo giorno non rimane
la landa va protetta tenuta perfetta
come il luogo della fertilità del mondo.
Ascoltavo stupefatto non v’è
se non landa luogo al mondo
con una così intensa biodiversa vita
per ogni centimetro quadrato se non
landa pullulare di cellule,
biochimiche forme eterne e sparse
e diverse di sperma a tutto raggio
Fonte di vita quasi sesso puro
rimodellato e divenuto terra
che pensavo nemico di vita
e di ogni ricchezza e invece
nella sua nuda landità è salvezza
anche quando scossa dall’aspro vento
che piega ginepri e cardi
piccola preziosa Scozia casereccia
che sconfigge ogni bosco
ogni casa delle fate e delle fiabe
cara asprezza che ci sei amica.
Fuori c’è vento ancora pioggia
pioggia e sole ancora
e vedo bambini che corrono
moltissimi, a decine, nascono
coi calzoni corti sulla landa
luna park di sole e stelle
terrestre salvezza ultraterrena
canto d’amore al cielo e alla terra
alle nuvole e alla luna piena.
Anche in quest’ode, come si vede, si parla di “salvezza”: la “terrestre salvezza ultraterrena” rappresentata dalla landa carsica (molto fragile anch’essa ormai), “a tutti disponibile”; come lo è: La bontà del bosco, la sua “pazienza”, e la “danza delle gru” che ricorda la «società naturale» a cui “un giorno […] potremo tornare” :
La danza delle gru
La danza delle gru
Il piccolo clangore dei becchi che battono
Hai visto i salti sbattendo le ali
Se si baciano così forse anche noi
Un giorno solo uno nel giorno potremo tornare
Potremmo anche noi conoscere
Dal buio, seguendo il filo
Una strada per l’uscita
Trovare là dove nel buio
dove ogni fragile frattura
può mostrare luce
Introducendo la prima raccolta di poesia di Dedenaro, Osservazioni sull’abitare (Campanotto Editore 1993), Ernestina Pellegrini scriveva trattarsi di “un testo tragico”, “un ennesimo capitolo di un’intramontabile critica alla modernità”.
Invece, come si è visto, non è un testo tragico Il ballo delle gru, e la sua poesia di chiusura ne è la riprova; perché riprende, “ripete”, proprio una poesia già presente in Osservazioni sull’abitare, ma con lievi trasfiguranti varianti, e soprattutto con l’aggiunta trasfigurante di pochi lievi teneri versi in dialetto triestino.
E il dialetto, si sa, non è mai tragico:
Forse un giorno saremo nuvole
Forse un giorno saremo nuvole
Lievi sospiri di vento
Crepa accennata contro spacchi del cielo
Marcite foglie d’autunno improvvise nell’aria
E paesi e autunni
E verdi e gialli assoluti e ancora marciume
Forse saremo nuvole un giorno
Come leggeri respiri di vento
Fumo che a fatica, nell’umidore a fatica si leva
Fuoco che stenta a nascere
E fumo e nuvola non si distinguono
Saremo forse filtrante nebbia
Ora mattutina luce d’ovatta
Stupore e meraviglia
E mondo ancora mondo
Forse un giorno saremo nuvole
Scarpete pice e zighi de fioi che zoga
Zitoli zotoli de stelle che se ribalta
Ridade sconti zercando de star ziti
Forse un giorno saremo nuvole
E coss’altro mai? (1)
*
(1) Scarpette piccole e urla di bambini che giocano/Altalene di stelle che si ribaltano/Risa nascosti cercando di tacere/E cosa altro mai?

