di Davide Castiglione
Ne La stazione di Bologna, Matteo Fantuzzi ripercorre il tragico evento del due agosto 1980, le cicatrici che ha lasciato nella memoria dei sopravvissuti e si fa portavoce della rabbia e del desiderio di giustizia dopo che, ancora nel 2017, l’inchiesta sui mandanti era stata archiviata. Nella “Poesia della vecchina” (pp. 47-48) Fantuzzi dà direttamente voce a un’anziana che, il giorno della strage, s’offrì di versare il caffè ai soccorritori (vv. 1-8):
Io sono nella storia come un pezzo d’ambra
lasciato nel cassetto delle gioie a invecchiare
come le tazzine del servizio buono, spolverate
per un ospite speciale che tarda sempre a presentarsi
nei pomeriggi vuoti, nella canicola dei viali
perché pure un caffè può dare del ristoro,
un gesto in tutta quella roba, quaranta gradi
tutto il giorno a togliere la gente a mani nude:
La narrazione, in prima persona, è monologica e a focalizzazione interna: viene ricostruito l’immaginario dell’anziana accennando alla solitudine e all’immobilità delle sue giornate («pomeriggi vuoti», «canicola dei viali») e a referenti crepuscolari e dimessi («le tazzine del servizio buono») che riacquistano nuova vita non appena rifunzionalizzati, messi al servizio della comunità. L’enormità del caos, la difficoltà dei soccorsi avrebbero probabilmente generato metafore iperboliche qualora un narratore-demiurgo avesse prevalso sul personaggio. Fantuzzi, invece, si cala nella schiettezza popolare dell’anziana, che tale disordine esprime con un’espressione idiomatica in odor di understatement («tutta quella roba») che non è affatto vòlta a sminuire la vicenda, ma a sottolinearne l’impossibilità di una comprensione analitica: quasi come chi, in mancanza di parole adeguate, resti in silenzio o scuota la testa. Una maggiore coloritura narratoriale permea a ogni modo il primo verso, dove la rivendicazione del proprio ruolo («io sono nella storia») sembra caricato di una consapevolezza orgogliosa, quasi solenne, in opposizione all’understatement di cui sopra. È come se si realizzasse qui un conflitto latente, ma non impercettibile, fra istanze narratoriali da un lato – l’uso del personaggio come puntello argomentativo nell’economia del macrotesto – e istanze di pressoché totale immedesimazione nel personaggio dall’altro.
La seconda parte della poesia (vv. 9-19) sposta il focus dai soccorritori e testimoni diretti a generiche terze persone – leoni da tastiera, diremmo oggi – tanto estranee allo scavo dei detriti e al dolore vissuto quanto giudicanti da una zona di comfort che va intesa in senso anche letterale, alla luce dei dettagli domestici elencati nel testo («poltrone comode», «ventilatore», «aranciata»):
eppure ci diranno che i soccorritori, i familiari sono solo
personaggi con un ego smisurato, esibizionisti,
mitomani abusivi. Lo diranno dalle poltrone
comode, col ventilatore puntato dritto sulla faccia
un’aranciata fresca, tanto ghiaccio,
il ghiaccio che certa gente porta dentro
ti prende a uno a uno vasi e arterie, prima le mani,
i piedi, poi l’aorta, la circolazione celebrale
e infine il cuore che si appassisce e viene meno
come una pietra grossolana buona solo
per le decorazioni del giardino, per far svagare i cani.
Le due parti della poesia si pongono così in opposizione dialettica fra loro: dall’accoglienza della vecchina si passa bruscamente – come segnalato dalla congiunzione avversativa «eppure» al v. 9 – alla mancanza di empatia presupposta da ogni condanna qualunquista, da ogni furia etichettatrice che riduce gli altri a caricature o masse informi («ego smisurato», «esibizionisti», «mitomani abusivi»). Mi pare inoltre significativo che la voce narratoriale, pur restando a focalizzazione interna, e cioè ancorata a una soggettività, passi dalla mimesi del mondo emotivo e percettivo dell’anziana a un’amarezza più generale e più allineata al punto di vista dell’io lirico – punto di vista che già faceva capolino nel verso d’apertura; verso quant’altri mai fortiniano per tono e immagini (cfr. «il fuoco dell’ambra dove starò visibile», Il presente, v. 23).
Verso la conclusione della poesia, la ripetizione in anadiplosi di «ghiaccio» (vv. 13-14) coincide con l’attivazione del senso metaforico dello stesso: la freddezza, la mancanza d’empatia appunto, si travasa quasi per osmosi metonimica dall’aranciata ghiacciata al cuore di chi la beve. Il poeta non si limita a condannare moralmente tale freddezza: ne mostra il contagio fisiologico sul proprio corpo, che si raffredda anch’esso tramutando il cuore in pietra, cioè in qualcosa di buono «solo per le decorazioni del giardino, per far svagare i cani» – al contrario del caffè della vecchina, che dava ristoro e che immaginiamo bello caldo. Questi versi sembrano dirci che nessuno di noi è veramente al riparo dall’indifferenza e dalla cattiveria circostanti. È un messaggio che oggi – in tempi di empatia selettiva, di incapacità dialogica, di distrazione strutturale e di capitalizzazione esclusiva del proprio benessere – ci interroga molto da vicino.
[Nota: la prima parte di questo intervento, fino a «pressoché totale immedesimazione nel personaggio» è tratta, con pochissime modifiche, dal mio studio «Nel mondo sensibile: Focus descrittivo ed empatia nella poesia italiana contemporanea», apparso nel 2020 su Enthymema, 25, 423–444, e accessibile per intero qui; la seconda parte, che commenta i versi dal 9 al 19, l’ho scritta in data 10 giugno 2026, all’indomani della prematura scomparsa di Matteo Fantuzzi, che ha scosso così tanti fra noi. Davide Castiglione]

