a cura di Luca Pizzolitto
Stefano Calemme, Atlante delle ferite (Fara 2025)
Gli alberi cadono in disgrazia
quando smettono di essere amati.
Diventano rovine di un tempio sacro,
ogni foglia una reliquia devota al buio.
Tu sai cosa vuol dire, tremi al mondo
quando nasci, come i girasoli d’inverno
che inseguono una luce in tutti i loro Nord.
Per loro costruisci traiettorie di cura,
leggeri rattoppi al vento freddo
di una guerra che sotterra ogni seme.
*
Chiedere scusa è come allungare
di poco lo sguardo sul precipizio
di una poesia, inserire lì una pausa
l’orma un po’ più spinta della tua presenza
sulla punta di un salto a vuoto
e poi riprendere con nuovi intenti
la grammatica del verso successivo,
rattoppare di virgole ogni sbaglio
i rimorsi violenti di quell’altura
come grumi secchi di punti a capo.
È su quel crepaccio che a poco a poco
ho trovato casa, nell’opera
di tenere insieme i miei e i muri
degli altri, a spalancare le finestre
sulle rime d’amore delle nostre cicatrici.
*
Il richiamo di chi si disannuncia
ha il valore di un inno cantato
da una frontiera senza il peso
della gravità, l’argine
dove le cose senza nome vanno
insieme per cieli.
Così ho imparato ad allontanare
spesso anche io dal chiasso
l’ordine in fila dei miei passi
metterli in cammino senza
che per forza siano,
come nella maniera giusta di bastarsi
rinunciare.
*
Quando hai lasciato la casa
era il silenzio ad ogni lembo
corroso di parete, tutte le formule
dell’universo da lì nate ora
cocci di crepe sparse sui muri.
Dal balcone eri il prolungamento
di una radice non ancora dissolta
l’angolo tuo più prezioso dove
protetto il passato si custodiva.
Adesso ho solo da salire un cumulo
disperso di gradini, spero
che la balaustra abbia assorbito
la scia di fumo del tuo sorriso.
*
Quando ci siamo conosciuti
urlava forte il silenzio nella sala d’attesa
e tu sedevi immobile nell’angolo
dove le piccole radici slacciate
aspettano i venti.
Nel giro sacrale dei tuoi passi
vedevo l’origine di ogni successo,
la proiezione di luce dei nostri sguardi.
Poi ha cominciato l’orologio
a scrostare l’immoralità dai muri,
a calpestare le ceneri delle infinite rose
nate di là dal nostro tempo.
Al di qua sono rimasto,
nel crepaccio buio della tua memoria
a cercare di non dimenticare
il rumore dei tuoi secondi.
Stefano Calemme è nato il 24/03/1999 a Napoli, città dove ha vissuto fino al 2005, per poi trasferirsi a Rimini in quello stesso anno. Ha conseguito il diploma scientifico nel 2018 al liceo Serpieri di Rimini e la Laurea Triennale in Lettere Moderne nel 2022 all’Università di Bologna, ateneo dove ha concluso anche il percorso di Laurea Magistrale nella facoltà di Italianistica con l’obiettivo di diventare insegnante. Scrive poesie dalle scuole medie e ha ottenuto diversi riconoscimenti in riviste letterarie (L’Altrove, Sincronie, Radura Poetica) e premi (I Murazzi, Penna d’Autore, Ossi di Seppia).

