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La città che sale, di Gian Piero Stefanoni

di Gian Piero Stefanoni

Raccolgo in queste pagine un intreccio di riflessioni tra poesia e fede, tra parola poetica e interrogazioni del sacro. Nel dialogo un tentativo nell’affondo del mistero dell’uomo, delle sue aspirazioni, dalla nudità della Croce. Intrecciando, come in un piccolo rosario figure e testi di una parola poetica legata in modo diverso al pensiero cristiano, ne muove le istanze rammentando nella direzione della creaturalità quel disegno che l’uomo comprende, raccoglie e trascende. Dal perché delle ferite allora al perché della vita iscritta nel motivo della sua speranza, e della bellezza nell’attualizzata memoria di una parola poetica che, seppure provata, non teme la sua ricerca in relazione a una modernità nella voce e nel volto sempre più sfigurata. Questi gli autori di riferimento: Karol Wojtyla, Francis Jammes, Giovanni Testori, Gerard Manley Hopkins, Charles Péguy, Mario Dell’Arco, Madeleinue Delbrêl.

Passando ponte con Mario Dell’Arco, sesto connubio

Disperatamente ed eternamente umana la voce di Mario Dell’Arco, indimenticato architetto del secolo scorso e autore in dialetto di una Roma in poesia ritratta tra infermità e aspirazioni del moderno e ritagli classici, nei bagliori e nelle oscurità di una sacralità ora avversa e chiamata in causa ora rincorsa l’uomo non tornando più all’uomo. Continua a leggere

Per Plinio Perilli

 

di Gian Piero Stefanoni

Petalo in luce

Ma della mia animalità fanne avversione
e terra e corona dei conquistati
nel silenzio degli indicibili.

Laddove è ancora terreno la parola
trasparendo per ciò che è.

Senza preghiera nel bruciore
dimenticato del mondo,
senza ventilazione nella rottura
che converte a una morte mai improvvisa.

Fulmineo all’amore non all’idea
quella poesia che ti ha tradito
non hai tradito.

Te lo ha insegnato Roma,
lo hai insegnato tu: l’uomo
è un bisogno nel suo desiderio.

Un ascolto, una paura. Mai letteratura.

Roma, 2 giugno 2026

Daniel Faria e l’invisibile respiro

di Gian Piero Stefanoni

Mistica di una ricerca che procede per sospensioni, per aderenza all’invisibilità di un respiro in cui il mistero della creazione avvolge e determina in tutta la sua non trattenibile presenza. Così nella corposa trasparenza di un buio che si rivela per accensioni, di un divenire per battesimi e fughe, tra fuochi della terra e bocche d’aria cui il volo presta un verso che non conforta mai pienamente. Ma che continuamente, ripetutamente propone, ora nella rimessa in gioco, ora nella sconfessione. Questa nell’audace sintesi di una scrittura potente, continuamente alla rincorsa di se stessa, l’interrogazione poetica di Daniel Faria, autore tra i più significativi dell’ultima poesia portoghese. Di certo la più originale pur nell’arco breve della sua produzione, Faria scomparendo precocemente nel 1999 a ventisette anni. Un paio di titoli prima della sua morte, un altro paio postumi; in Italia a parte apparizioni su blog e riviste specializzate mai pubblicato. Un percorso tra l’altro il suo, a proposito di mistica, segnato dall’incontro con la vocazione religiosa dopo la laurea in Studi portoghesi all’Università di Oporto, dall’opzione per la vita monastica e al noviziato benedettino purtroppo mai completato. Un Dio il suo però poco nominato ma attraversato, lodato, bramato da grammatiche di corpi che non si pensano, non si adontano nelle liturgie delle interconnessioni ma semplicemente le celebrano nella reciprocità dei disvelati e accarezzati confini. Per questo il canto si fa levità, perché tocco leggero di una continua mutazione, di una nota che innalzata evidenzia e svanisce. Seppure il dolore dell’uomo, così in affanno, così imperscrutabile, resti da sfondo nell’antico mistero della sua solitudine. Una malinconia questa che se parte dell’animo portoghese in Faria è segno di una immanenza che solo nella confusione col paesaggio, nel suo silenzio, può dar pace alle sue trasfusioni. E nell’equilibrio delle vertigini, allora, l’uomo che per continuare il viaggio deve deviarne il corso, nei lasciti e nella perdita delle eredità cercando di discernere il passaggio. I piedi uniti a quelli degli altri, cercando, chiedendo nell’insieme degli elementi inghiottiti dai vortici la Parola dispiegata “affinché elevazione e profondità si uniscano”. Continua a leggere

Biografia delle voci, di Gian Piero Stefanoni

di Gian Piero Stefanoni

Raccolgo in queste pagine una serie di interventi critici, di note a percorsi, figure, opere poetiche in dialetto e lingue minoritarie che ho avuto occasione di scrivere per lo più dalla primavera del 2021. L’occasione, perché d’occasione davvero si tratta, è nata col desiderio di conoscere la produzione in dialetto della Val Camonica in Lombardia, la terra di mio padre, e dunque nell’approfondimento un tentativo anche di riacquistarmi in qualche modo a lui in quella lingua di cui so intendere nel ricordo solo la tenerezza di qualche parola. Così l’affondo nel mondo con tanta sapienza e ardore riportato da Dino Marino Tognali da Vione, irto di fatica e di passione del vivere e per questo di amore, mi ha spinto ad allargare il cerchio della frequentazione in me già presente con la poesia in dialetto (avendola in precedenza analizzata a più riprese) riportandomi sull’onda delle direttrici in me ormai aperte nel quadro più autentico, regione per regione, di un dettato nel nostro paese vivissimo. Ho allora reiniziato da quegli autori presenti tra i miei scaffali per affinità a me vicini e cari nell’incisione di una parola ora nella sacralità dei suoi richiami (Marin, Pierro, seppure qui non presenti) ora nell’interrogazione civile del presente (Bertolani) ora nel guado (l’amato Pedrelli, Pittana, l’istrorovignese Zanini). Continua a leggere

POESIA E POLITICA. 7. GIAN PIERO STEFANONI

 

Si invitano i poeti a collaborare con questa rubrica  inviando  una o più poesie e una breve nota bio-bibliografica all’indirizzo:   [email protected]   

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MUSEO DI VIA TASSO

A volte ritornano

 

                   per Marek Edelman

 

Conoscono solo la forza

e tu opponi la forza. Continua a leggere

Da Gian Piero Stefanoni, La costanza del cielo (Il ramo e la foglia edizioni, 2024)

a cura di Luca Pizzolitto

Nessuna parola è neutra, e la parola poetica ce lo ricorda ogni giorno, traendo proprio da qui il suo germoglio principe. Lo sguardo nuovo che andiamo ad aprire, infatti, non deve incrinare la fede nel mondo ma rinsaldarla, farla tornare alla luce proprio dove manca: nella carità e nella prossimità, là dove davvero solo noi siamo. Fede nell’altro e nel mondo, la cui misura, nell’aderenza alle sofferenze del quotidiano, personalmente nasce, va alimentandosi e si interroga all’interno di una Parola più alta. In quella radice di sé che ha nella creaturalità il suo ricnoscimento, persona e parole allora sono figlie di una incarnazione che non cessa di interrogarci, di metterci in crisi nelle nostre risonanze di perdita. È proprio all’interno di questa crisi però, resto convinto, la possiblità più forte, per quanto di umano ci è dato, per una risposta sena infingimenti – senza vie di fuga-, per il racconto di un tempo che procede per cancellazioni e negazioni, quando non per conflitti.

(Da Dichiarazione di poetica, in apertura del libro) Continua a leggere

Gian Piero Stefanoni, La costanza del cielo

Nota di lettura di Lucianna Argentino

La poesia è un viaggio dentro sé stessi sia per chi la scrive sia per chi la legge, per chi la fa sua nella solitudine e nel silenzio di un inesauribile dire perché tale è il dire poetico. Una sorgente di pensieri, di emozioni e di sentimenti che non perde mai la sua forza, la sua pregnanza perché la parola poetica sgorga, a sua volta, dalle fonti inesauribili dell’essere e del silenzio. Questo appare evidente a chi, giunto a queste pagine, ha percorso e ripercorso la poesia di Gian Piero Stefanoni, ha sostato in essa e con essa si è emozionato e ha ritrovato nelle parole del poeta parte di sé stesso e anche di  più. Il dire poetico infatti esonda il suo stesso significato e va a riempire i vuoti oscuri del nostro percorso esistenziale. Continua a leggere

La rimostranza della fede, passando ponte con Mario Dell’Arco

di Gian Piero Stefanoni

“Strada più amara de la tua, Signore,
nun c’era”.

Disperatamente ed eternamente umana la voce di Mario Dell’Arco, indimenticato architetto del secolo scorso e autore in dialetto di una Roma in poesia ritratta tra infermità e aspirazioni del moderno e ritagli classici, nei bagliori e nelle oscurità di una sacralità ora avversa e chiamata in causa ora rincorsa l’uomo non tornando più all’uomo. Continua a leggere

Charles Peguy e la bambina da nulla

di Gian Piero Stefanoni

solo i timidi si perdono

Se il percorso è nel segno della disputa, tra noi e la bellezza, tra noi e la tentazione nella disperante impazienza di uno sguardo che si pensa finito, pure è là, sotto la spinta dei timori e degli affanni la chiave di volta di uno Spirito, che a sapersi rimettere come abbiamo visto con Hopkins, non fa retrocedere.  

Grazia di una tensione nelle cui aperture il futuro è sempre disposto, e libero nelle incarnate aspirazioni del presente, di una creazione che, esposto alle illusioni, esposto ai fantasmi, chiama l’uomo a dirsi nella speranza che non lo fa solo.  Continua a leggere

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L’umano che qui accade. Giovanni Testori e la dismisura della figliolanza

di Gian Piero Stefanoni

“a quattro passi dalla latrina-cesso,/nel nero bosco/delle fiere”

Se spesso allora il bosco è solo nuda Croce, come appunto da Jammes, l’agone è quello di un deserto nella cui disputa si decide, nella sua misura e nella sua struttura, il senso stesso di una modernità separata dal suo sapersi.  

L’agone è in un principio di realtà il cui permanere non è in se stesso, nella continuità e nell’azione di un pensiero concretamente nella domanda del suo presente, ma in una coatta e manipolata mancanza nella cui compressione, di identità e nomi, di aspirazioni e legami, è possibile scorgere l’espressione e lo svuotamento di un male che una volta in atto è difficile frenare. Continua a leggere

L’albero di Jammes, dalla deposizione alla raccolta.

di Gian Piero Stefanoni

“questo nido sulla vostra fronte”

Quello che ho detto ho detto, eppure nel momento della deposizione, laddove il movimento di gravitazione è segnato per sempre in quelle carni, in quel sangue, chi è davvero per noi quell’uomo nel cui sudario è tutta la risposta ad una contrastata e disordinata oscurità d’amore? Sciolti i lacci, strappati i chiodi chi ha volto nell’abbandono tra quelle donne, tra quelle mani nel riflesso di uno sguardo cui va ad affidarsi? 

In realtà, forse, solo la madre sembra saperlo davvero (in una raffigurazione che ha per me la sua immagine nell’affresco della cappella di Santa Giuliana Falconieri in via dei quattro venti a Roma, nel quartiere dove abito). 

Nell’umiltà di quella forza in cui il mondo continua a reggersi prima della domenica, prima di tutte le albe e le domeniche delle nostre resurrezioni, è la coscienza di un carico portato non nell’immagine di un credo nel recinto delle proprie attese ma raccolto nello spazio di una incarnazione nel compimento definitivo della sua Parola.  Continua a leggere

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Il lastrico di Wojtyla, Simone di Cirene e i suoi profili.

di Gian Piero Stefanoni

“se lo sguardo è un quieto abisso/recato sulla palma aperta”

“Piegarsi e poi lentamente salire/senza sentire in quel riflusso i gradini/sui quali è disceso tremando-/solo l’anima, l’anima dell’uomo immersa in una minuscola goccia,/l’anima rapita dalla corrente”. Così nel 1946 il giovane ma non più giovanissimo Karol Wojtyla a pochi mesi dall’ordinazione sacerdotale invocava in quel Canto del Dio nascosto che già nel titolo racchiudeva in sé nella sua ricerca il processo di uno sguardo appassionatamente rivolto a un divino attivamente presente nel quotidiano operare dell’uomo. Un Dio condividente e condiviso (finanche in poesia) tra gli operai delle cave di pietra di Zakrzowek e nella fabbrica di Solway ma anche un Dio come sappiamo in quegli anni restituito al silenzio nel contraccambio di un ascolto che non ha, non può più domande. Di quali gradini allora, di quale corrente e verso quale atrio (mai più nel giardino?) ci parlano questi versi? Forse dell’uomo (mai più nel giardino) la tentazione dei primi giorni nell’eterna primigenia solitudine, il pensarsi ancora soli, per sempre soli, nel flusso di un buio appunto dove luce non buca e vita non appare. Oppure, per quanto dato, sordi a questo, memori di un accordo che non è possibile sciogliere (“perch’io non vada errando in qua e in là/dietro a dei greggi che non sono tuoi” per dirla col “Cantico dei Cantici”), pur sfigurati o perché sfigurati, consapevoli- e vivi- nella libertà del vortice fino all’apparire, al pronunciare partecipato del nome. Quel nome nel cui Corpo si ha di nuovo corpo nella grata pienezza degli amati. Continua a leggere

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Gian Piero Stefanoni, Lessico Madre, Dialoghi con san Luigi Gonzaga

 

Ez 36, 26
– Toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne.

ai miei figliocci

I.
del trasporto dell’infermo al Santa Maria della Consolazione

Tolto dal cielo,
rimesso agli occhi
parla alla sua sostanza il corpo.

Anima degna
del tessuto di cui è peso,
il reclinare del Padre
al patire del mondo,

il sì del nome
all’insufflare dell’immagine.

Guardare all’uomo affinché non cada. Continua a leggere

La parola ai poeti. Gian Piero Stefanoni


C
redo, semplicemente, come autore ma soprattutto come uomo in una parola e in un ascolto che sia al centro delle cose e del mondo, a partire dunque dalle dinamiche che ci determinano a noi stessi e agli altri. Soli non siamo nulla, mi ripeto e avverto continuamente. Soli non ci salviamo. E se la verità dell’uomo è nella condivisione, la natura e la forza di ogni vera poesia è dare dignità e racconto a questo vincolo fatto del medesimo respiro e del medesimo tormento. Io provo a muovermi in questa direzione, conscio della cura e dell’amore ma soprattutto della responsabilità che abbiamo negli accenti che andiamo a riporre nel percorso. Continua a leggere

Gian Piero Stefanoni, cinque poesie.

DAI CODICI- INSETTI

 

Voi che risalite 

nello splendore inesperto del cammino

lungo la vita immutabile e scritta,

non lasciando traccia 

né eco se non all’occhio

che ora guarda e dimentica,

e che già nella sintesi della riposta

non avete richiesta,

innumerevoli- brevi- vocativi

onniscienti. Ricchi senza memoria. Continua a leggere

Gian Piero Stefanoni, Il tuo sacerdote

a tutti i consacrati- uomini e donne- a me cari

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– Nessuno verrà a separare i vivi dai morti                                                                            se questo regno non avrà fine.

Cristina Alziati

IL TUO SACERDOTE

a Don Antonio

Sostieni il tuo sacerdote,

non è facile stare alla presenza

nella custodia del senso.

La parola nella sua lingua rischia la regola

che un abile buffone restituisce

nella forma separata dall’uomo.

Resta col tuo sacerdote,

sii sacerdote nel ministero anche della sua luce.

Passa da una solitudine accesa

la trasmissione che viene dalla notte,

il gemere di Dio alla sua nuova nascita.

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“Lunamajella” di Gian Piero Stefanoni

“Le parole sotto la roccia”: l’universo di Lunamajella- di Anna Maria Curci.

Nel suo movimento che associa, alterna, combina e ricongiunge il protendersi e il ritrarsi, il balzo in alto e la discesa nel profondo, il dire poetico cerca, trasforma, rimpiange e ricostruisce, vela e rivela regioni, paesaggi, terre e distese d’acqua, cime e firmamenti.

Lunamajella di Gian Piero Stefanoni non solo conferisce – lo affermo ricorrendo alla prima parte della celebre formula di Winckelmann – “nobile semplicità” a questo movimento, ma trova, in più, nuove, singolari combinazioni di fonti di luce, di angoli e di spianate, di luoghi appartati e di consonanze di voci umane.

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Gian Piero Stefanoni

‘AL MÛT  LABBEN

sull'(aria) del morire per il figlio

GALILEA-GIORDANIA, Ottobre 2018

DISCENDI COL BASTONE

I.

Pregami Tu, innalzami al Tuo salmo veleggiati alla notte,                                                                         la sposa ha il sorriso naturale del Tuo credo                                                                                       nella terra dove dall’inizio ci scegliesti .                                                                                    

Non contrastare nulla non ovviare a nulla                                                                       offerti al Tuo paesaggio sospesi alla tua attesa.

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