Archivi categoria: Poesia

César Vallejo,

a cura di Giorgio Stella

Pietra nera su una pietra bianca

Morirò a Parigi con la pioggia,
in un giorno del quale ho già il ricordo.
Morirò a Parigi – e non esagero
forse, come oggi, un giovedì d’autunno.

Di giovedì sarà. Oggi che proso
questi versi e ho indossato a tradimento
gli omeri, è giovedì, e mai come oggi
mi vidi solo dopo tanto andare.

César Vallejo è morto, lo picchiavano
tutti e a nessuno lui fece del male;
lo legnavano sodo e duramente

lo cinghiavano: sono testimoni
i giorni giovedì, l’osso degli òmeri,
i sentieri, la pioggia, l’esclusione…

J. Rodolfo Wilcock

 

a cura di Giorgio Stella

A mio figlio

Abbi fiducia nella vita
e non nelle ideologie;
non ascoltare i missionari di
quest’illusione o quell’altra.

Ricorda che c’è una sola cosa
affermativa, l’invenzione;
il sistema invece è caratteristico
della mancanza d’immaginazione.

Ricorda che tutto accade
a caso e che niente dura,
il che non ti vieta di fare
un disegno sul vetro appannato,

né di cantare qualche nota
semplice quando sei contento;
può darsi che sia un bel disegno,
che la canzone sia bella:

ma questo non ha certo importanza,
basta che piacciano a te.
Un giorno morrai; non fa niente,
poiché saranno gli altri ad accorgersene.

Antonia Pozzi

 

a cura di Giorgio Stella

Preghiera

Signore, tu lo senti
ch’io non ho voce piú
per ridire
il tuo canto segreto.
Signore, tu lo vedi
ch’io non ho occhi piú
per i tuoi cieli, per le nuvole tue consolatrici.

Signore, per tutto il mio pianto,
ridammi una stilla di Te
ch’io riviva.

Perché tu sai, Signore,
che in un tempo lontano
anch’io tenni nel cuore
tutto un lago, un gran lago,
specchio di Te.
Ma tutta l’acqua mi fu bevuta,
o Dio,
ed ora dentro il cuore
ho una caverna vuota,
cieca di Te.

Signore, per tutto il mio pianto,
ridammi una stilla di Te,
ch’io riviva.

da Parole, Garzanti, Milano 1998, p. 76.

Georg Trakl

 

a cura di Giorgio Stella

Il sonno

Maledetti voi, veleni oscuri,
bianco sonno!
Questo stranissimo giardino
d’alberi crepuscolari
popolato di serpi e di falene,
di ragni, pipistrelli.
L’ombra, straniero, che hai perduta
nel rosso del tramonto:
un truce corsaro
nel salso mar della tristezza.
Sul ciglio della notte
s’alzano a volo uccelli bianchi
sopra crollanti città d’acciaio.

(trad. E. Pocar)

“Sotto Graffio” di Lucrezia Maggi

Sotto Graffio di Lucrezia Maggi. Di sbarre e di nuove gabbie (ed. Delta 3)

Recensione di Francesco Improta

Originaria di Taranto, Lucrezia Maggi, poetessa e operatrice culturale, presidente e fondatrice dell’Associazione culturale Le muse project, ideatrice e organizzatrice del Premio Letterario Nazionale “Città di Taranto”, è attiva sulla scena letteraria dal 2007. Da allora ha pubblicato, con successo di pubblico e di critica, numerose opere in versi e in prosa. Sotto Graffio, di cui ci occuperemo oggi, è la sua terza silloge poetica, dopo Indelebile (Controluna, 2018) e L’arido arpeggio (CTL Editore Livorno, 2022) in cui la sua voce si alterna a quella del cugino Francesco Maggi. Il titolo, impreziosito da una copertina, che visualizza le ferite che attraversano il corpo e la mente dell’autrice, è fin troppo eloquente; si tratta, infatti, come si legge chiaramente nell’introduzione, di un viaggio sotto pelle, alla ricerca delle crepe che lacerano l’anima e mortificano lo spirito. L’esergo di Vincenzo Cardarelli, che assimila la sorte del poeta a quella dei gabbiani, mi ha richiamato alla mente un autore, a me molto caro, Francesco Biamonti: “Intonacati d’aria andavano al mare, ancora marmoreo, come a un letto di pace” e ha evidenziato l’inquietudine che governa l’esistenza di Lucrezia Maggi e al tempo stesso il suo desiderio di pace. Continua a leggere

Pierluigi Cappello

a cura di Giorgio Stella

Mandate a dire all’imperatore
nulla nessuno in nessun luogo mai

Vittorio Sereni

Cosí come oggi tanti anni fa
mandate a dire all’imperatore
che tutti i pozzi si sono seccati
e brilla il sasso lasciato dall’acqua
orientate le vostre prore dentro l’arsura
perché qui c’è da camminare nel buio della parola
l’orlo di lino contro gli stinchi
e, tenuti appena da un battito,
il sole contro, il rosso sotto le palpebre
premerete sentieri vastissimi
vasti da non avere direzione
e accorderete la vostra durezza
alla durezza dello scorpione
alla ruminazione del cammello
alla fibra di ogni radice
liscia, la stella liscia, del vostro sguardo
staccato dall’occhio, palpiterà
né zenit né nadir
in nessun luogo, mai.

James Joyce

a cura di Giorgio Stella

XXVI

Tu accosti un divinante orecchio,
Mia signora, alla conchiglia della notte.
In quel sommesso coro di delizie
Quale suono spaurí il tuo cuore?
Rassomigliava a fiumi scroscianti
Dai grigi deserti del nord?

Ciò che tu senti, pensaci bene o timorosa,
Sentí pure colui che ci lasciò
Eredi d’una storia demente
Da evocare all’ora degli spettri.
E tutto per qualche strano nome che lesse
In Purchas o in Holinshed.

Luciana Frezza

 

a cura di Giorgio Stella

Self-service

Raramente si coglie la seconda occasione
anzi è la riconferma che non si poté non si volle

il bene era lampante ma c’era nell’inerzia
di lasciarlo sparire un piacere misto al dolore

e piacere e dolore sono lo strascico ornato
il ricordo della veste con cui si presentò la prima

la seconda occasione trabocca di meraviglia
e un senso di fatalità approfondisce la gioia

eppure esterrefatti ci si astiene dal gesto
per prenderla un’identica pania lo impedisce

anzi il nuovo strato stendendosi sull’antico
prolifera infrenabile di nuovi no senza più chance

Jacques Prévert

a cura di Giorgio Stella

Questo amore
Questo amore
Così violento
Così fragile
Così tenero
Così disperato
Questo amore
Bello come il giorno
E cattivo come il tempo
Quando il tempo è cattivo
Questo amore così vero
Questo amore cosí bello
Così felice
Così gaio
E così beffardo
Tremante di paura come un bambino al buio
E così sicuro di sé
Come un uomo tranquillo nel cuore della notte
Questo amore che impauriva gli altri
Che li faceva parlare
Che li faceva impallidire
Questo amore spiato
Perché noi lo spiavamo
Perseguitato ferito calpestato ucciso negato
dimenticato
Perché noi l’abbiamo perseguitato ferito calpestato
ucciso negato dimenticato
Questo amore tutto intero
Ancora così vivo
E tutto soleggiato
E’ tuo
E’ mio
E’ stato quel che è stato
Questa cosa sempre nuova
E che non è mai cambiata
Vera come una pianta
Tremante come un uccello
Calda e viva come l’estate
Noi possiamo tutti e due
Andare e ritornare
Noi possiamo dimenticare
E quindi riaddormentarci
Risvegliarci soffrire invecchiare
Addormentarci ancora
Sognare la morte
Svegliarci sorridere e ridere
E ringiovanire
il nostro amore è là
Testardo come un asino
Vivo come il desiderio
Crudele come la memoria
Sciocco come i rimpianti
Tenero come il ricordo
Freddo come il marmo
Bello come il giorno
Fragile come un bambino
Ci guarda sorridendo
E ci parla senza dir nulla
E io tremante l’ascolto
E grido
Grido per te
Grido per me
Ti supplico
Per te per me per tutti coloro che si amano
E che si sono amati
Sì io gli grido
Per te per me e per tutti gli altri
Che non conosco
Fermati là
Là dove sei
Là dove sei stato altre volte
Fermati
Non muoverti
Non andartene
Noi che siamo amati
Noi ti abbiamo dimenticato
Tu non dimenticarci
Non avevamo che te sulla terra
Non lasciarci diventare gelidi
Anche se molto lontano sempre
E non importa dove
Dacci un segno di vita
Molto più tardi ai margini di un bosco
Nella foresta della memoria
Alzati subito
Tendici la mano
E salvaci.

“Pesce lupo”. Poesie di Nadia Crantosqui (traduzione di Marco Grassano)

PESCE LUPO[1]

di Nadia Crantosqui (trad. di Marco Grassano)

ad A. A. C.

a tutti i mondi che sorgevano con la sua voce

 

                  Io non ho visto il mare.

                  Non so se il mare è bello,

                  non so se sia agitato.

                 Il mare non m’importa.

                  Ho visto la laguna. 

                                                                                                                Carlos Drummond de Andrade[2]

           

Nadia Crantosqui

la laguna finge

dalla rotta tersa tersissima

prologo di giunchi

due – o erano tre? –

aironi bianchi

bimba non si fida dell’illusione ottica

i fanghi belli ma così altra cosa mostrano

la loro verità adesso

che si avvicina all’acqua e le zanzare

si chiudono fameliche

sulle sue gambe

 

papà ha venduto bene il goal

ha ottenuto una casa semovente color arancio

ideata nella scoperta

delle cose che si aprono.

il tavolo è un bancone

che si distende dalla parete

i letti sono lingue

che con una certa fatica

si lasciano estrarre. Continua a leggere

Dario Bellezza

 

a cura di Giorgio Stella

Siamo caduti in un inverno terribile
dove non c’è più spazio per giovinezza
e amore. Pensiamo solamente ai poveri
morti che ci guardano chiudendo gli occhi
ai fasti del Passato. Ridendo allora
contempliamo il futuro che ci esclude:
smozzicati crani di persone in maschera
beviamo alla fonte perenne di eternità
un falso elisir che ci spegne per sempre.

Jim Morrison

a cura di Giorgio Stella

VII

Donna lucertola
con i tuoi occhi d’insetto
con la tua selvaggia sorpresa.
Calda figlia del silenzio.
Veleno.
Volgi le spalle con un sussulto di gemente saggezza.
Gli occhi ciechi senza palpito
dietro mura sorgono nuove storie
e svegliano sbadigliando & piagnucolando
la bizzarra alba dei sogni.
Cani dormono distesi.
Il lupo ulula.
Una creatura sopravvive alla guerra.
Una foresta.
Un fruscio di parole spezzate, soffocante
fiume.

Prima del salto: quattro componimenti per riflettere sulla poesia contemporanea

di Zairo Ferrante

Queste quattro poesie nascono da una necessità personale.
Dopo un’analisi dello stato poetico attuale, ho avvertito l’esigenza di un netto taglio con il passato. Non per il gusto della contrapposizione, ma per la necessità di ricondurre la poesia a una dimensione a mio avviso più autentica, nella quale la sostanza di un’azione possa prevalere sull’estetica della sua rappresentazione.
L’immagine che meglio sintetizza questa esigenza è quella del rospo che chiude la prima poesia. Nel suo salto goffo non vede un limite, ma una possibilità. In quell’imperfezione riconosco una parola che preferisce rischiare piuttosto che adattarsi, una parola che accetta l’attrito del reale invece di rifugiarsi nella ricerca della forma. Continua a leggere

Federico Garcìa Lorca

 

a cura di Giorgio Stella

L’ombra della mia anima

L’ombra della mia anima
fugge in un tramonto di alfabeti,
nebbia di libri
e di parole.

L’ombra della mia anima!

Sono giunto alla linea dove ha termine
la nostalgia,
e la goccia di pianto si muta
in alabastro di spirito.

(L’ombra della mia anima!)

Il nodo del dolore
si scioglie,
ma resta la ragione e la sostanza
del mio vecchio mezzogiorno di labbra
del mio vecchio mezzogiorno
di sguardi.

Un labirinto oscuro
di stelle affumicate
confonde il mio sogno
che è come illanguidito.

L’ombra della mia anima!

E un’allucinazione
dispone gli sguardi.
Vedo dissolversi
la parola amore.

Usignolo mio!
Usignolo! Ancora canti?

Madrid, dicembre 1919

Michele Ranchetti

 

a cura di Giorgio Stella

Di chiesa in chiesa verso la reliquia
l’itinerario è dove sei, è in te, non ha
segni apparenti: dove era
una strada e attorno vi si apriva
un accorrere, è fisso
sbarrato un presente.
Rimane un abside, un portale
figure di dannati in fughe
apocalittiche a formare
un intrico di fede
murata nelle anime credenti:
i corpi vanno al riscontro.

Vincenzo Cardarelli

 

a cura di Giorgio Stella

Alla morte

Morire sì,
non essere aggrediti dalla morte.
Morire persuasi
che un siffatto viaggio sia il migliore.
E in quell’ultimo istante essere allegri
come quando si contano i minuti
dell’orologio della stazione
e ognuno vale un secolo.
Poi che la morte è la sposa fedele
che subentra all’amante traditrice,
non vogliamo riceverla da intrusa,
né fuggire con lei.
Troppe volte partimmo
senza commiato!
Sul punto di varcare
Lin un attimo il tempo,
quando pur la memoria
di noi s’involerà,
lasciaci, o Morte, dire al mondo addio,
concedici ancora un indugio.
L’immane passo non sia
precipitoso.
Al pensier della morte repentina
il sangue mi si gela.
Morte, non mi ghermire,
ma da lontano annunciati
e da amica mi prendi
come l’estrema delle mie abitudini.

La luce nella stanza, di Luca Benassi. Intervista a Carolina Anna Falbo

FARE LUCE CON LA POESIA – intervista a Carolina Anna Falbo

La luce è un ragguaglio spirituale – dice la poetessa Carolina Anna Falbo – che si contrappone al livore e alla rabbia percepiti come effetti collaterali di un’esistenza a tratti narcotizzata e abbrutita. Non sono necessarie (o sempre possibili) grandi accensioni: la luce dell’anima arriva nel silenzio, nel sapersi bastare. Continua a leggere