Archivi categoria: Poesia

Tutti i giorni un incantesimo, di Sabatina Napolitano

“Tutti i giorni un incantesimo” di Sabatina Napolitano è un libro di poesia che rintraccia i sintomi della rovina contemporanea, avverte le urgenze umane e i bisogni. Ciò che trasmette ai lettori è un continuo tentativo di colmare quel senso di impotenza di fronte al male del mondo. Fenditure e crepe nei cieli, avvertimenti agli orecchi più intelligenti.
È questo orizzonte che avvista il testo: il trasmettere l’incanto anche quando rimbomba il tuono della crudeltà e del potere. I rintocchi infiniti di un orologio con una melodia incantevole che di per sé è già poesia. È così che Sabatina si stringe intorno alla Toscana, e rappresentandone il candore e il mistero, finisce per regalarci i sogni nel cassetto che ognuno ha nella vita senza il senso di incredibile orrore che avvolge i fatti della storia. Cosa ci invade ogni giorno oltre alle ingiustizie terribili? La possibilità di vivere attimi di incanto, nel luogo ameno che ci ospita facendo crollare gli incubi. Ascoltando i suoni che ci portano in processi umani e sopraffini, tremendamente presi dalla voglia di restare. E restare uniti.

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Enrico Fraccacreta, L’autunno dietro di noi

Poesie tratte da Enrico Fraccacreta, L’autunno dietro di noi (Passigli, 2026)

Sembra indeciso l’autunno
certe foglie si muovono per pochi istanti
forse per un refolo sottile di vento
o il peso mancato di una goccia stillata
tutto sembra fermo e tutto è in movimento.
Microbi carpentieri liberi
popolo basso della terra
hanno il loro daffare nella costruzione
della catena glucosidica.
Ma in certe famiglie di batteri evoluti
s’annidano problemi con figli svogliati
questi abbandonano le radici dei trifogli
non vogliono più fissare l’azoto
cedono alle illusioni del potassio
lasciano i simbionti e vanno a spasso coi saprofiti
anche i piccoli fantasmi del suolo contestano i padri
i vecchi quando urlano nei glomeruli delle case
che il potassio non serve alla terra.
Diritti e false emancipazioni sconvolgono tutti
in questo microcaos lady xantofilla si crede una gran diva
con tutti i cloroplasti che le ronzano intorno
si permette di criticare spesso le cellule delle ninfee
per via della loro vita superficiale
mentre alcuni nipoti di zia clorofilla
si ritengono superiori a chiunque
dacché dalla loro stessa famiglia esplose
l’origine della vita.

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Poesia e mistica, di Massimiliano Bardotti

Non toccate, vi prego, questa pena,
questa bambina pura. Questo cuore
come la cerca, quando s’allontana!

La sua gemella: son nati insieme.

Lei, però, va sempre via.

Ieri anche il cielo si è scostato,
per permetterle di passare.
Così veloce andava…

E adesso vuol rinascere, il cuore,
per essere da sempre uguale a lei,
questa pena amata di volerti.

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Stefano Calemme, Atlante delle ferite

a cura di Luca Pizzolitto

Stefano Calemme, Atlante delle ferite (Fara 2025)

Gli alberi cadono in disgrazia
quando smettono di essere amati.
Diventano rovine di un tempio sacro,
ogni foglia una reliquia devota al buio.
Tu sai cosa vuol dire, tremi al mondo
quando nasci, come i girasoli d’inverno
che inseguono una luce in tutti i loro Nord.
Per loro costruisci traiettorie di cura,
leggeri rattoppi al vento freddo
di una guerra che sotterra ogni seme.

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Diego BERTELLI LENZONI, results

Diego BERTELLI LENZONI

results

Edizioni Prufrock spa (2026)

 

 

Curarsi davanti allo specchio. Apparire

affidabile, sorridere con gli occhi, essere

accogliente in ogni occasione. Comportarsi

bene. Con pochi eccedere, per scherzo,

nei giudizi di valore. Provare e riprovare

sguardi, gesti, esternazioni per sembrare

naturale, giusto, schietto.

 

Quando un mostro è un vero mostro,

deve rendersi piacevole, e soprattutto onesto.

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Intervista a Lucilla Trapazzo

Breve sinossi 

La quiescenza del seme è nato nel tempo immobile della pandemia, quando il mondo si è fermato e la distanza tra i corpi è diventata misura. Continua a scriversi anche adesso, a libro finito, nelle ore buie dell’uomo.
È una riflessione, a tratti una confessione, nata dal dolore, dalla perdita, dal desiderio, dalla scrittura stessa. Su ciò che resta, su ciò che, nonostante tutto, ci rende ancora umani.

Intervista Portosepolto

di Luca Pizzolitto

  • Se dovessi riassumere in poche frasi come è nata e perché è nata questa tua raccolta poetica, come lo faresti?

È nata nel tempo sospeso della pandemia, ma parlare di “nascita”, in questo caso, è forse una semplificazione. Più che nascere, ha portato alla luce qualcosa che era già in movimento nella mia vita e che in quel periodo ha trovato un condotto per fuoriuscire, come magma. Nel silenzio coatto si sono fatti più nitidi i movimenti sotterranei: il dolore, la perdita, il desiderio, la fragilità dei corpi, ma anche tutto ciò che resiste (non ci sembrava, allora, che avessimo ritrovato una nuova maniera di essere umani?). E poi le nuove guerre, che eruttano violenza, morte, sopraffazione, negando l’umano, che ci ricordano che nulla si ricompone. Eppure, ne La quiescenza del seme, fin dall’inizio c’è sempre stata una corrente di ritorno, una pulsione che riporta alla luce, alla vita che chiama, all’Amore che non si lascia cancellare.

  •  Che ruolo ha (se ha un ruolo…) la poesia nella contemporaneità? La parola poetica, secondo te, dove conduce? Quali strade percorre?

Certo che ha ancora un ruolo, e non decorativo. “Ciò che resta lo fondano i poeti”, scriveva Hölderlin (Brot und Wein), e per me la poesia oggi, in questo momento storico, è presenza, testimonianza e resistenza. In un tempo segnato da fratture politiche, disuguaglianze crescenti e un progressivo impoverimento del linguaggio pubblico fino all’anestesia, la parola poetica si colloca nel gesto minimo di opposizione, custodire ciò che ci rende umani, la luce e la bellezza, anche quando il senso sembra sgretolarsi. È anche però, inevitabilmente, un atto di disobbedienza, a volte un urlo, contro le narrazioni dominanti, contro l’automatismo del linguaggio, contro l’omologazione, contro il silenzio imposto. Spesso, infatti, quando invitata a leggere, soprattutto in contesti internazionali, scelgo le poesie meno consolatorie, la forma performativa e il gesto forte. 

  • Quanto tempo occupa, nella tua giornata, la lettura/scrittura/studio della poesia?

È molto altalenante. Ci sono periodi di bulimia letteraria: leggo di tutto, prendo appunti ovunque, scrivo “pizzini” sulle pagine dei libri o su qualsiasi frammento di carta. A volte mi chiudo a scrivere al computer per ore, giorni interi in cui non ho percezione del tempo. Poi ci sono momenti opposti, anche lunghi, in cui non riesco a scrivere né a leggere quasi nulla, neanche la lista della spesa. Vorrei essere metodica, dedicare ogni giorno un tempo strutturato alla lettura e alla scrittura, ma la poesia non ha un ritmo stabile nella mia giornata, a volte arriva di notte, in sogno, o si scrive da sola, e io sono più un “canale” che una volontà.

  • Tre autori (e tre opere) che consideri imprescindibili, all’interno del tuo percorso poetico di questi anni.

Solo tre? Aiuto! Cerco di riassumere i miei gusti ondivaghi in tre esempi-direzioni. Di Ocean Vuong (Time is a Mother) amo la scrittura per fratture, il coraggio e la libertà di attraversare parole e temi forti, di mettere a nudo tutta la sua fragilità e il riuscire a ritrovare il respiro proprio nel punto in cui tutto sembra soffocare; di Chandra Livia Candiani (Il silenzio è cosa viva) l’ampiezza del respiro universale, il senso del divino, la capacità di trovare la luce nelle cose piccole e soprattutto nelle ferite; per onestà verso il mio percorso, non posso non citare Gottfried Benn (Gehirne), anche se oggi non è più un autore che leggo. Ricordo ancora l’effetto che ebbe su di me all’università, il suo sguardo senza consolazione e la lingua chirurgica e spietata mentre guarda il corpo umano dall’interno, con una precisione che trasforma il disgusto in forma poetica. L’incontro con Benn e con le avanguardie storiche fu per me una vera epifania, compresi come l’arte potesse essere rottura. Che le ribellioni, il senso di estraneità che sentivamo da ragazzi non erano soltanto un “andare contro”, ma potevano trovare una forma, un linguaggio, una possibilità di creazione.

Valerio Magrelli

Una scissura,
la stessa che riga le forme
stampate nella plastica,
divide me in due versanti.
Un lato manovra
con naturalezza
aderendo all’impulso,
è l’impulso, azione felice.
L’altro è inetto,
l’infermo che patisce
senza guarire mai,
lo spazio convalescente.
Anche in certe condanne
il vivo veniva legato a un cadavere,
ma non al suo cadavere. Dunque
questa paralisi che affligge metà
corpo, sembra il motivo
dell’inclinazione
e della pendenza dell’anima.

da Nature e venature

Rosa Salvia, Sull’orlo di chi siamo

Della vita non resta altro che sentirla
perdersi in certe vie fuori mano
di sterpame bruciato, di grido consumato –

di memoria che deforma nei suoi
specchi.

Tra spirali inattese, mordaci paure,
l’incerto battere come di remi
nello stretto dei transiti.

E tuttavia, qualunque sia l’equazione
inerente all’enigma,
urta alle pareti del mondo
l’ardore delle cose che trascorrono
invisibili
nel segno mancante, interrotto, distante,

dove l’Assoluto è ovunque,
immobile nella sua vertigine.

da Rosa Salvia, Sull’orlo di chi siamo, Poesie scelte 2007-2026, Giuliano Ladolfi Editore 2026

Giorgio Stella, Sterpia

Sterpia

Questa è la poesia figlia del
fato che mai avrei voluto
scrivere mai, sai?
Nel delta sterpia
la data sua sulla mia ultima
poesia che non può più mai mai
per tornare a
quei mari, rovesciati, nella
rotta di tutti i cieli fino ai
nidi dei firmamenti, stessi,
le narici colme di… di sale
nella bambina estate
dove chiamavi le conchiglie madri
che chiamano al vento i figli loro
principi degl’abissi nei
castelli di sabbia bagnata
e t’avvolgeva un raggio d’ombra
dal sole al cuore fosti preso in
pieno morto e vivo
nello stabilimento marino
dove muoio in eterno riposo
per ritornare vivo e vegeto
al resto di me stesso
che ho scordato d’annegare
nell’ultima estate per la prima
volta fanciullo, perfetto nel
rudere elementare nella stagione
della terra ferma dove si ferma la terra
stessa sull’asse suo nel vuoto mio sono
io il sono suo del primo viso morto
sull’ultimo volto vivo al mondo
io non piango, risparmiato.

da Giorgio Stella, Sterpia, Albatros 2010.

La luce nella stanza, di Luca Benassi. Intervista a Carlo Livia

FARE LUCE CON LA POESIA – intervista a Carlo Livia

Se la parola è espressione esclusivamente del rigore scientifico e dei concetti del sapere e della filosofia nessuna luce potrà giungere da essa. Per Carlo Livia è invece necessario che la poesia si abbeveri alle sorgenti inquiete e misteriose dell’inconscio, liberando sogni e visioni capaci di placare l’ansia di verità e di bellezza.

Nel pensiero greco la luce è principio generatore di vita e di conoscenza. Finché si vede la luce si vive. Si tratta di una luce non solo fisica, ma interiore ed emotiva che si contrappone al buio della morte, un buio che il Novecento ha spesso cantato ed esaltato. La poesia può (ancora) donare questa luce? Può (o deve) cantare la vita? Continua a leggere→

Giuliano Mesa

ritorna ciò che rimane,
ritorna
inaridito d’ossido,
non come,
non concavo,
solo parole andate,
che rimangono,
a fare piaghe,
una dopo l’altra,
làmina frangia intaglio,
a fare un corpo nuovo,
fatto di piaghe, fitte,
una accanto all’altra,
parole piaghe,
parole vere non più vere,
parola tace,
taci
taci

[da Fuga tripla]

Giuseppe Conte

Noi fioriamo così

Allora niente è cosa salda qui
niente, la sostanza che cerco
per me non appartiene
agli uomini, essere intero, indiviso
da se stesso, stabile come una roccia
continuo come un fiume
leggero come un anemone
alto come un acanto
rapido come un ramo
di pesco nel coprirsi di germogli
nessuno lo può.

Per questo riempiamo i fogli
di parole: per questo conosciamo il canto;
noi fioriamo così. Intanto
il sogno della vita si avvera
non sinché non ci tocchi un freddo, un nero
sporco risveglio.

[da Dialogo del poeta e del messaggero]

Intervista a Danila di Croce

Intervista per La poesia e lo spirito su Cose da sciogliere e rifare

di Luca Pizzolitto

1) Se dovessi riassumere in poche frasi come è nata e perché è nata questa tua raccolta poetica, come lo faresti?

La nascita è mistero per ogni creatura. Muove necessariamente da una relazione, può esigere ma anche scavalcare il nostro volere, chiede nutrimento per farsi identità. Una volta posta in essere, capita poi che l’avventura della vita, a seconda della prospettiva a cui ci si espone, induca a farne ipotesi di inizio o approdo mai definitivo (Dove ancora non siamo nati: così pensavo nella mia precedente raccolta).
Chissà, forse questo vale anche per quelle che, giocando sull’affinità fonetica e con una buona dose di incoscienza, chiamiamo talvolta creazioni (letterarie, musicali, architettoniche…). Continua a leggere→