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La stella che brilla nel mare di Marco Colletti

di Veleria Di Felice

La stella che brilla nel mare di Marco Colletti (Progetto Cultura 2025) è una raccolta di 25 poesie, tutte allineate sulla stessa orbita metaletteraria e attraversate da una viva tensione verso il mistero esistenziale. La parola non si limita all’osservazione profonda, ma è una sonda mobile che, esplorando, costruisce itinerari di pensiero e paesaggi emotivi. Il confine impalpabile che separa ciò che conosciamo da ciò che possiamo soltanto cogliere con l’intuizione è lo stesso che separa il bianco della pagina dal tratto poetico: una reciprocità di pieni e vuoti, di luce e buio, nella quale l’ispirazione rinomina l’esistente da altre prospettive e ne dischiude significati inattesi. Se la scienza rende più comprensibile la realtà disvelandone i meccanismi, la poesia ne coglie le risonanze più sottili e si spinge nell’ipotesi dell’altrove, diventando uno spazio liminale sospeso tra il dato e ciò che va oltre l’evidenza, tra la materia e ciò che la oltrepassa.

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20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano

La volete una sequenza neoavanguardistica con la scheda perforata? Il gatto sta sul tavolo compressione,/ il sul gatto tavolo sta asfittica,/ sta il tavolo compressione asfittica sul gatto morto. Non mi capita spesso di tornare sullo stesso autore. Con Marco Plebani ne vale la pena. La sua poesia è un fenomeno. Spiegando il titolo di questa sua nuova opera, L’adeguamento (Transeuropa, 2026), scrive, in estrema sintesi, che vuole definitivamente andare oltre il poetese. Già avevo scritto che leggendo Plebani si intuisce che la poesia non sarà più come la conoscevamo. Con questo adeguamento siamo ormai fuori da ogni canone o regola. Devo ammetterlo. Le rotture delle neo-avanguardie e dei beat-i poeti sono state rumorose ma non definitive. Per questo hanno prodotto un melenso follow-up di poesia poetica, che la rivoluzione social ha metastatizzato caoticamente.

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Il settimo senso. Visioni, epifanie e tracce di spirito nel cinema. # 5

di Giulio Bruno

Tra costruzione e presenza: il realismo impossibile di Quasi Grazia di Peter Marcias

1. La scommessa del film e il montaggio intellettuale

Quasi Grazia (2024), scritto da Marcello Fois e diretto da Peter Marcias, si misura con uno dei soggetti più insidiosi per il cinema biografico: Grazia Deledda, scrittrice sarda premio Nobel nel 1926. L’insidiosità sta nella struttura della sua vita come racconto. Deledda è insieme scrittrice universale e figlia di una terra arcaica, la donna che ha varcato tutti i confini e quella che non ha mai smesso di abitare la Barbagia. Questa duplicità — universale e radicata, proiettata e ancorata — è il tipo di tensione che il biopic tradizionale tende a risolvere. Marcias sceglie di non risolverla. La forma del film è già una presa di posizione estetica, che il saggio intende leggere attraverso due tradizioni teoriche le cui implicazioni il film esplora e mette in tensione produttiva: quella del costruttivismo cinematografico di Ejzenštejn e quella del realismo baziniano nella sua dimensione ontologica. Quasi Grazia non appartiene né all’una né all’altra: le abita entrambe, e in questo spazio trova la propria originalità.

La scelta più visibile è affidare Deledda a tre attrici diverse, ciascuna per un momento cruciale: il confronto con la madre a Nuoro, il Nobel a Stoccolma, la malattia a Roma. I loro volti non somigliano alla Deledda storica né tra loro. Questa moltiplicazione va letta attraverso la lente del montaggio intellettuale ejzenštejniano: a differenza del montaggio delle attrazioni, che punta all’impatto emotivo diretto, il montaggio intellettuale produce un concetto astratto attraverso l’accostamento di immagini che singolarmente non lo contengono — un’idea che nasce nello spazio tra i fotogrammi, nella mente dello spettatore. Così, l’accostamento di tre Deledda fisicamente diverse produce l’idea di una vita che non si lascia contenere in un unico corpo: scrittrice universale, figlia della Barbagia, donna malata — dimensioni che non si sommano ma si interrogano a vicenda, generando una figura nuova che esiste solo nel cortocircuito concettuale tra le tre. Il film fonda la propria verità sulla struttura, rinunciando alla somiglianza fisiognomica come criterio di autenticità.

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Modernità di Dante. Una riflessione su Giacomo Marramao (con tre poesie)

di Danilo Di Matteo

Amo l’Alighieri da sempre. E l’ho ritrovato a tutto tondo nel volumetto di Giacomo Marramao Modernità di Dante. Illuminante è, ad esempio, il confronto con il suo “primo amico” e per certi versi maestro, Guido Cavalcanti. Il contrasto tra i due, scrive il filosofo, prende forma, tra l’altro, intorno al «dilemma, insieme filosofico e poetico, se l’amore, quell’‘accidente […] ch’è chiamato amore’, con cui inizia lo straordinario ed ermetico Donna me prega, rappresenti una possibile via (come pensava Dante) o non piuttosto un ostacolo (come riteneva Cavalcanti) alla verità». Una via che, nel mio piccolo, percorro di giorno in giorno, provando a congiungerla con la passione per il sapere e per la politica. Ecco, infatti, un’altra suggestione di Marramao che sento anche mia: «le poetiche anticipano sempre le politiche. La politica non innova mai, se non a partire da un rivolgimento culturale dei linguaggi: del linguaggio della scrittura come del linguaggio del teatro e della musica, del linguaggio dell’arte come del linguaggio della scienza, del linguaggio della poesia come del linguaggio dei corpi». I corpi: nell’opera del “Ghibellin fuggiasco” si avverte l’intima tensione tra l’amore come sentimento un po’ astratto e l’amore incarnato. Anche in ciò mi ritrovo.

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A settembre la Grande Poesia Coreana sul Lago di Como

Kim-Kooseul

Dall’intensa lirica contemporanea di Seoul fino alle rive del Lago di Como: dal 12 al 16 settembre si terrà una ricca rassegna di eventi culturali dedicati alla poesia e alla cultura della Corea del Sud, promossa e organizzata da La Casa della Poesia di Como, I quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno, L’Associazione “Parliamo Coreano”, Fondazione Alessandro Volta, e con il Patrocinio del Consolato Generale della Repubblica di Corea a Milano, del Comune di Lezzeno. L’iniziativa vedrà la partecipazione straordinaria di due tra le voci più prestigiose del panorama letterario asiatico: il poeta Choi Dongho, Professore Emerito alla Korea University e membro dell’Accademia Nazionale delle Arti della Repubblica di Corea, e la poetessa Kim Kooseul, Professoressa Emerita alla Hyupsung University di Seoul, accompagnati da un’ampia delegazione di autori coreani e poeti italiani.

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20 rige (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano

Terra nullius è la nuova raccolta di Doris Emilia Bragagnini, pubblicata da Anterem Edizioni (2025), da cui discende il prestigioso Premio di Poesia “Lorenzo Montano”. Dove ci conduce la lettura dei suoi versi? La destinazione è scritta nel titolo, una terra che non appartiene a nessuno. Dunque, per converso, che appartiene a tutti noi. Principalmente, mi pare di cogliere, una terra dove la parola grazie alla poesia sgorga liberata, senza obbligo di dare senso, ma portatrice naturale di significato. Questa parola risale in superficie dalle cose che non sono. E in questo movimento ci permette di compiere una riabilitazione della nostra umanità, come l’attraversamento infantile senza dare la mano.

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Il settimo senso. Visioni, epifanie e tracce di spirito nel cinema. # 4

di Giulio Bruno

Il volto oltre il dossier: etica e fallibilità ne Il caso 137

(Focus su Il caso 137 di Dominik Moll)

1. Il film come generatore di pensiero

Il caso 137 non è un film filosofico. È un’opera procedurale, rigorosa nella forma, ancorata alle manifestazioni dei Gilets Jaunes del dicembre 2018, che produce le condizioni in cui la filosofia diventa necessaria per rendere intelligibili tensioni altrimenti opache: la cecità di un’istituzione che funziona correttamente pur producendo ingiustizia, e una responsabilità morale che resta senza colpevole identificabile. Al centro di questa istruttoria cinematografica si pone la distinzione cruciale tra la crisi della verità — tesi spesso cavalcata dalla critica per descrivere il relativismo contemporaneo — e la fallibilità strutturale della verità stessa. Dominik Moll stesso dichiara di voler “opporsi all’idea di una verità non raggiungibile“, invitando a non arrendersi all’incertezza. Tuttavia, il film sembra muoversi in un interstizio più complesso: la verità del film è sufficientemente solida da orientare l’azione e il giudizio etico, ma sufficientemente fragile da non poter essere mai definitiva. Non siamo di fronte a un’assenza di verità, ma a una verità che ‘si mostra’ senza potersi ‘fondare’ su una prova inconfutabile.

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Due poesie di Paolo Carlucci

 

 

Cenere di farfalle

Fiume stremato

ma sospiri ha di fuoco

l’acqua che crepa.

Cenere di farfalle

vola il bosco andaluso.

 

Se anche la Morte ha sete

dove sono ora gli aranceti?

Lampade d’ombra.

 

Erano gli occhi di Dio, il solo,

che vestiva di danze e di gioia

i corpi di emiri e pezzenti

alla gelosia della luna

 

fiera e dolce come una sposa

ombra vera sulla fronte

della fontana, anello il cielo

di lei,

bianco diadema che trema…

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20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano

Fallone Editore propone nella collana Il Leone Alato, diretta da Andrea Leone, 12 poesie di un grande poeta greco, Titos Patrikios, raccolte sotto il titolo di una di esse, il Tempo assediato. L’anno prossimo ricorreranno 60 anni dall’instaurazione della dittatura dei colonnelli in Grecia, dall’aprile del 1967 al 1974. Le poesie qui proposte, dalla prima scritta dal poeta a 14 anni fino a Gli anni della nostra infanzia, scritta nei giorni della sua maturità (Patrikios è del 1928), sono così testimonianza di un canone estetico e di una duratura esperienza di resistenza civile. Il testo greco affianca la traduzione in italiano di Maria Caracausi, la quale ha firmato pure la prefazione, in cui sottolinea la centralità del senso della Storia e la solidarietà per gli umiliati e offesi della terra, espressa con compassione mai con declamazioni retoriche.

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Il crollo della misura.

La morte di Abderrahim Fakir e una domanda: dove stiamo andando?

di Vincenza Di Schiena*

Le immagini degli ultimi istanti di vita di Abderrahim Fakir, piccolo imprenditore di 43 anni di origini marocchine residente a Borgo Panigale, stanno scuotendo l’opinione pubblica globale, riaprendo una ferita profonda sul rapporto tra forza, potere e civiltà del diritto. L’episodio, avvenuto domenica scorsa nel quartiere Pilastro di Bologna in via Italo Svevo, ha visto l’uomo morire bloccato a terra a pancia in giù. Mentre gridava disperatamente “AIUTO, BASTA!”, veniva immobilizzato con le manette dietro la schiena. I video documentano persino una terza persona intervenuta dall’esterno per bloccarne i piedi e la presenza di sanitari del 118 inermi, in una dinamica ‘grottesca’’. Il caso solleva una riflessione urgente sul collasso dei sistemi democratici di contenimento e sulla gestione del disagio psichico ed economico.

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L’efficacia dell’azione. Una riflessione storica

 

 

Togliatti, l’efficacia dell’azione

di Danilo Di Matteo

Spesso i nostri giudizi smarriscono l’essenziale, nella sua semplicità. Ecco, considero salutare per le sinistre, in prossimità dell’anniversario della morte di Palmiro Togliatti (Jalta, 21 agosto 1964), interrogarsi sul senso della sua azione e del suo pensiero. Già, azione e pensiero: nulla dies sine linea (non passa giorno senza disegnare, per il pittore dell’antica Grecia Apelle, o senza scrivere, per persone come Gramsci o Togliatti, con l’inchiostro verde da lui prediletto). Un passo indietro, nel 1845. Karl Marx scrive, tra l’altro, l’Undicesima Tesi su Feuerbach: «I filosofi hanno finora interpretato il mondo in modi diversi; si tratta ora di trasformarlo». Attenzione: non il rovesciamento dell’esortazione di Aristotele alla filosofia, bensì l’espressione di un’istanza di equilibrio tra teoria e prassi. La contemplazione teoretica non va relegata, per il pensatore di Treviri, a una posizione ancillare o subalterna; al contrario, andrebbe coniugata con l’azione trasformatrice.

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Il settimo senso. Visioni, epifanie e tracce di spirito nel cinema. # 3

di Giulio Bruno

L’architettura del cortocircuito. Il tempo immobile di Mascha Schilinski

(Focus su Il suono di una caduta)

1. Il falso fotografico e la soggettiva atemporale

L’opera di Mascha Schilinski si apre non con una progressione narrativa tradizionale, ma con atti di violenza che strutturano la cronologia del testo. Lungo un arco di oltre un secolo, scandito dagli anni 1914, 1945, 1985 e 2025, due cadute definiscono il destino della stirpe. La prima è quella di Fritz nel 1914: una mutilazione orchestrata dai genitori per renderlo inabile alla leva, un sacrificio brutale spacciato per incidente che introduce nella casa il germe del segreto e la cui fotografia — un corpo deforme ricomposto per l’obiettivo — costituisce la prima ancora visiva del trauma. La seconda è quella di Lia, che si sottrae a un destino di servitù e violenze gettandosi sotto un carro: anche il suo corpo viene ricomposto e fotografato per simulare una fine accidentale. In entrambi i casi, la fotografia non serve a ricordare, ma a occultare la verità sotto una forma di glaciale compostezza. L’immagine diventa l’oggetto-feticcio che trasforma il trauma in un’icona immutabile, sigillando il passato in una teca inaccessibile alle generazioni successive.

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Crepe. Riflessione sulla crisi di Raffaele Niro

 

CREPA

“La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere.”

Antonio Gramsci, Quaderni del carcere [i]

“Wo aber Gefahr ist, wächst
Das Rettende auch.” [ii]

Friedrich Hölderlin, Patmos

Il vocabolario della lingua italiana [iii] registra crepa come sostantivo femminile, derivato dal latino cr?pare, con il significato di “fenditura prodottasi in una superficie, per esempio nello spessore di un terreno arido, secco, o che si presenta in murature o pavimenti, dovuta a cattive condizioni di stabilità dell’organismo strutturale o a insufficiente resistenza della muratura stessa”.

Nella sua accezione più comune la crepa indica un danno, un cedimento, un segnale di instabilità.

Chi è cresciuto in territori instabili, in case che portano nei muri la memoria dei terremoti, conosce la crepa come esperienza concreta.

La si osserva da bambini.
La si misura con gli occhi.
La si impara a leggere come un testo.

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20 righe (per niente) facili

 

di Pasquale Vitagliano

Come Lucy in the Sky Laura Di Donna deve conciliare l’universo mondo con le piccole cose degli umani. Le prime possono arrivare a essere incommensurabili, le seconde, inaccettabili. Ingegnere aeronautico (elemento non trascurabile qui), con Superficie di scrittura (Altavilla Edizioni, 2026) è al suo esordio poetico. Come la pittura è (anche) un modo di decifrare la Natura, anche la poesia può aspirare a tradurre le regole ferree della fisica in sentimenti compatibili. Sarà per questo, forse, che le stanze del libro sono introdotte con titoli che indicano tecniche di pittura. Di zolfo e di gesso odorava la mano/ L’incontro con te/ era solo stechiometria di un abbraccio.

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20 righe (per niente) facili

 

di Pasquale Vitagliano

Quando finisce il viaggio? Comincio dall’Epilogo per introdurre queste righe su Gli esodi, gli esili (Tabula Fati, 2025) di Alfredo Peréz Alencart, tradotto da Vito Davoli. La domanda, infatti, legittima questo intenso poema sulla migrazione, drammatica ed epocale vicenda storica che genera una condizione esistenziale. Da qui il titolo, all’esodo di popoli fa da contrappunto l’esilio, che nasce individuale. “Quando i sogni non si allungano più”. Questo è il punto terminale. Che coincide con la vita stessa. Perché se siamo vivi sogniamo. Sogniamo le nostre paure. Oppure ciò che desideriamo. E l’oggetto dei nostri desideri è generato dalle nostre condizioni di vita materiale.

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Il settimo senso. Visioni, epifanie e tracce di spirito nel cinema. # 2

di GIulio Bruno

La solitudine della vocazione autentica. Los Domingos di Alauda Ruiz de Azúa come controesempio filosofico bilaterale

1. Il controesempio cinematografico e la struttura bilaterale

Ainara è una diciassettenne basca cresciuta senza madre, in una famiglia con problemi economici, che all’ultimo anno di liceo sente crescere in sé il desiderio di dedicare la vita a qualcosa di più grande e chiede di trascorrere due settimane con le suore di clausura. Il film dispone questo dilemma tra due poli speculari: da un lato la cultura familiare e laica, incarnata dalla zia e, con più ambiguità, dal padre; dall’altro la tradizione religiosa istituzionale, rappresentata dal convento, dalla badessa, da Suor Isabel e dal giovane padre Txema.

I due poli esercitano una pressione costante su Ainara, presentandosi come risposte risolutive, ma rivelandosi infine sistemi parziali, portatori di difetti strutturali incapaci di accogliere il suo desiderio autentico. Il controesempio bilaterale simmetrico non confuta una posizione in favore dell’altra, le invalida entrambe simultaneamente. La tesi del film risiede nell’inadeguatezza dei modelli proposti rispetto al dilemma di Ainara, uno scarto che costituisce l’autentico nucleo concettuale dell’opera.

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20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano

Ci sono poesie verticali e poesie orizzontali. Le prime scorrono tra alto e basso e puntano sulla parola. Le altre sono pianeggianti, camminano e ragionano. Le poesie della Terra nullius, scritte da Doris Emilia Bragagnini (Anterem Edizioni, 2025) usano i versi come tracce di un attraversamento, un passaggio. Liminali, come nella poesia che porta proprio questo titolo. Poi il sapore del dopo impietrito dal nulla o dal poco/ il tuono come ragione prima del lampo. Questa terra di confine è appunto Terra di Nessuno. Ma è anche (forse) Terra di Niente. Quella che resta quando tutto è trascorso.

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Matteo Fantuzzi, la cura e la grazia

di Sonia Caporossi

Ci conoscemmo una quindicina d’anni fa, dapprima online. Era il tempo in cui le riviste militanti e i lit-blog erano campi di battaglia quotidiani, e in mezzo a quel frastuono rintronante Matteo e Andrea Temporelli mi invitarono a scrivere per Atelier. Da lì iniziò una frequentazione intermittente ma sempre trasparente come un bicchier d’acqua, fatta di stima reciproca e di un affetto che si rinnovava a ogni incontro, come se il tempo intercorso non incidesse mai davvero. Di Matteo ricordo soprattutto la cura: quella filologica, minuziosa, che applicava ai testi propri e a quelli altrui; e quella umana, che lo portava a metterci la faccia quando serviva difendere un redattore o un collaboratore dalle polemiche (e allora ce n’erano, e come, troll e detrattori che spuntavano come funghi dopo la pioggia). Lui non arretrava di fronte alle accuse né tantomeno di fronte alle invidie del panorama letterario di quegli anni: non certo per orgoglio, ma per quel senso di responsabilità e quell’interna urgenza veritativa che sempre lo accompagnava in ogni gesto critico e poetico.

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“Sebben che siamo donne… “. Una riflessione sulle identità di genere.

di Danilo Di Matteo

Prima ancora del riconoscimento pieno e della valorizzazione, a livello politico e culturale, della differenza sessuale e di genere e del suo potenziale rivoluzionario, la sinistra ha gradualmente maturato, alla fine del XIX secolo e durante il Novecento, la consapevolezza che la questione femminile non sia un caso particolare del fenomeno più generale delle differenze e delle discriminazioni sociali e di classe. Anche le figlie dei ceti più alti subiscono torti e ingiustizie. Paradossalmente, anzi, nel loro caso il sopruso e l’ordinamento patriarcale possono essere ancor più vistosi. E, parimenti, persone di idee progressiste non di rado subiscono pregiudizi e stereotipi sessisti.

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