La poesia è un atto gnoseologico

di Monia Gaita

Se ci chiediamo che cos’è la poesia, una delle risposte potrebbe essere: la poesia è un atto gnoseologico, cioè un modo per conoscere il mondo. Che cosa conosciamo con la poesia? Non solo il mondo visibile, quello in cui siamo immersi e che vediamo con gli occhi, ma anche quello non visibile, il mondo immateriale o spirituale che esploriamo e scrutiamo con gli occhi interiori, gli occhi della coscienza e del cuore. Dunque, la poesia si insedia in due territori: quello che investiga e celebra i gesti concreti, e quello affidato alla capienza e all’arbìtrio dell’immaginazione. Nei versi i due ambiti si intersecano in una sorprendente gamma di sfumature in cui l’autore non solo relega sé stesso e la propria visione soggettiva, ma deve anche uscire da sé stesso e spogliarsi dell’involucro limitante e limitato dell’individualità.

Il poeta deve abbracciare la vita, non solo la propria, ma la vita di tutti. Deve generare nuove forme di rappresentanza: se non dà voce all’umanità, tutto resta sulla pagina staccato, sterile, senza uno strascico di sollecitazioni, senza vita. La poesia non è mai un monologo, altrimenti peccherebbe di autoreferenzialità. La differenza principale tra il monologo e il dialogo è che da quest’ultimo ci si aspetta sempre una risposta. Ma quando la poesia è capace di dialogare? La poesia, per essere definita tale, deve saper dialogare con il lettore, e dialoga con il lettore quando crea una situazione di immediata prossimità e riconoscibilità. Il lettore deve potersi riconoscere, immedesimare, identificare nelle parole, deve specchiarsi nel dettato poetico. Quando questo avviene, si alimenta l’impulso a proseguire nella lettura e a cogliere alcune spie rivelatrici del proprio essere e delle relazioni che foggia con i luoghi e con le persone.

Per essere credibile, la poesia deve riflettere il nostro vissuto e picchettare gli istanti di attesa, tensione, movimento. Va bandita quella “poesia” che dista dal vero nella misura in cui la cattiva copia dista dall’originale. La poesia non è mai contraffazione del vero, non è mai aliena dalla privilegiata sorte che dischiude la suprema visione del tutto. Il poeta non vive una vita raccolta in sé medesima, la sua attività non è catartica, estatica e alogica contemplazione, ma slancio di ricerca e di progressiva ascesa alla conoscenza. Il poeta diventa il divinatore del mondo, si impossessa degli occhi di chi legge, della mente di chi ragiona, dell’udito di chi ascolta. La poesia ha anche una funzione prensile, cattura la realtà, la stringe nelle mani. La funzione prensile ricorda un po’ la proboscide dell’elefante o la coda della scimmia che afferra i rami.

Accanto alla pretesa interpretativa e prensile della realtà nascosta e manifesta, accanto allo sforzo di comprensione di sé e del mondo, si pone l’urgenza del rispetto del vero. La poesia è verità anche quando apparentemente allestisce composizioni fantasiose o inventate. Il poeta non può raccontare ciò che non ha sperimentato sulla propria pelle, per cui anche i parti dell’ideazione o dell’immaginazione attingono acqua alla cisterna del vissuto. Il poeta non finge, non recita, ma srotola i cerchi multipli di ciò che avverte, patisce, nutre, ama, conquista e perde. Un altro costituente della poesia è la libertà. Libertà non significa fare tutto quello che vogliamo. La poesia è libera di utilizzare l’intero e ricco ventaglio lessemico senza tuttavia indulgere a scorciatoie comode e veloci scivolando nelle sabbie mobili della banalità o degli stereotipi. Il poeta si serve delle parole. Le parole pavimentano un variegato repertorio di possibilità con una duplice mansione: veicolare il messaggio e garantire eleganza, necessità, armonia e musicalità alla struttura formale. La parola in poesia non è sostituibile da un’altra poiché ciò che il poeta cerca non è la parola qualsiasi, ma la parola perfetta, quella non surrogabile, quella che non può essere rimpiazzata da una parola di diversa marca.

La parola in poesia è come un vestito. Quando compriamo un vestito non scegliamo un vestito a caso, ma selezioniamo il vestito migliore, quello che ci calza meglio, quello più adatto al nostro corpo. La parola è il vestito del poeta, deve indossare perfettamente il pensiero del poeta. Perché? Perché esiste il termine unico, quello senza difetto, quello più adeguato a innescare la reazione, a far scoccare la scintilla della meraviglia e dell’incanto. Se proviamo a sostituire un aggettivo, un sostantivo o un verbo in una poesia di Montale, l’effetto non sarà lo stesso, la resa risulterà stravolta. La poesia non è una carezza occasionale, ma è una carezza che non ci lascia mai. Restiamo vincolati ai versi da una complicità inviolabile. Il foglio si impregna di un’aria fresca e pulita. La poesia non ci lascia mai uguali a prima, ma culmina nella fondazione di uno spazio di bellezza, di intenso simbolismo, di nitidi pigmenti. Nella polivalenza dei significati, la pregnante nomenclatura che pastura i fogli, conferisce peso, spessore, volume, altezza e colore agli elementi e alle impressioni, riscattando il tavoliere del tempo dall’ostilità e reperendo il rapporto autentico tra il segno e la cosa rappresentata. Ma la poesia è anche asimmetria, insurrezione, dissenso, sovversione. Si fa latrice di una potente carica ribelle e rivoluzionaria, determina e innesca i grandi cambiamenti della storia. La poesia muove un vento di sommossa e di rinnovamento, ed è proprio questo vento che incide la grammatica del progresso civile e delle rivendicazioni sociali.

La poesia è un’indomita guerriera, disegna infinite trame di pensiero e le rischiara, inghiottendone le fasi di stallo e di riflusso. Cesella e permea il quotidiano più di quanto possiamo ipotizzare. È il linguaggio caricato di senso al più alto grado possibile, ci permette di andare oltre le strettoie della monotonia e del caduco, fornendoci un ordito di valori e suggestioni per imboccare anche nel buio più fitto, un varco di luce.

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