Archivio mensile:Giugno 2024

Monologo di re Salomone, di Francesco Macciò

https://www.youtube.com/watch?v=pwclYoMZOaU&t=23s

da qui

Marcantonio Franceschini, Salomone adora gli idoli (?1697), Genova, Palazzo Spinola

Al tempo della vecchiaia di Salomone, le sue mogli gli

fecero volgere il cuore verso altri dèi; e il suo cuore

non appartenne interamente al Signore suo Dio.

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Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Sulle labbra del mare

«In quel tempo, essendo Gesù passato di nuovo in barca all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: “La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva”. Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno.
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Getsemani, di Luca Pizzolitto

La notte dell’uomo nella notte di Dio
nota di lettura a cura di Emilia Barbato

 

La notte dalla quale scrive nel suo ultimo libro, Getsemani edito da PeQuod, Luca Pizzolitto, ribadisce la più antica pena dell’uomo perché “solo i nostri occhi sono/ come volti all’indietro. […] La morte la vediamo noi soli. Il libero animale/ha sempre la sua fine dietro a sé, /e Dio davanti. E quando va, va in eterno/ come le fonti. /Noi non abbiamo mai, /nemmeno per un giorno, lo spazio puro/ (1)

Ciascuno, e prima di ognuno, l’Uno ha conosciuto la vulnerabilità. La perdita, dal Monte degli Ulivi ai nostri giorni, continua a piegarci, a farci provare la gravità di un peso invisibile, la mancanza, quell’atroce sofferenza che non colpisce il corpo ma l’anima. La nostra, quella di Gesù lasciato solo nell’oliveto.  Continua a leggere

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Dal nuovo romanzo


L’amore è un mistero, pensavo. Soprattutto l’amore divino, così distante, a volte, dai sentimenti umani, belli e inaffidabili. Il criterio di discernimento era ancora la salvezza, l’istante in cui si prova qualcosa che ti cambia, quando comprendi, senza paura di sbagliare -: ecco, è questo che cercavo. Finché non accade, inseguiamo dettagli secondari, incapaci di riempire il cuore. Cominciavo ad afferrare meglio ciò che i Padri ci raccomandavano: il ricordo di Dio, la memoria dell’amore. Mi tornavano in mente le sensazioni delle mie passeggiate con don Mario, gli scenari che si aprivano una volta per tutte, i colori e i sapori che s’incidevano nell’anima, per formare una riserva di confidenza e intimità a cui attingere non solo nei momenti più difficili. Pensavo: è questa l’arma con cui affrontare l’armagheddon, lo scontro che richiede la forza invincibile di Dio.

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The Dark Figure – una domanda

(The Dark Figure, 1938, di Federico Castellòn)

di Raffaela Fazio

Una domanda che mi pongo: perché accettiamo cose che non dovremmo accettare? Tutti sappiamo che ci sono situazioni/persone che, se entrano nella nostra vita, mettono a repentaglio aspetti percepiti universalmente come “costruttivi” (ad esempio ? senza menzionare quello necessario, di base, che è l’incolumità ?, la serenità, l’amor-proprio, la fiducia in sé e nel mondo) e alcuni valori rodati (tra cui la trasparenza e la coerenza).
Non parlo qui di un’accettazione “passiva”, dovuta a un atteggiamento di benevolenza (quasi “zen”) o a semplice abitudine/indolenza; mi riferisco all’accettazione di una realtà/persona che noi stessi abbiamo voluto se non addirittura cercato. Continua a leggere

20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano

Parto dalla fine.  E adesso di fronte a un fiore di pietra/ così ben fatto scolpito mille e mille anni fa/ non posso trattenere le lacrime,/ e questa è poesia. Sono gli ultimi versi di Viscera, la raccolta di Silvana Kuhtz (Collettiva, 2023). Mi ha fatto pensare ai morti e alle tombe senza fiori, solo con i sassi lasciati pietosamente. Gli ebrei rifuggono la natura che appassisce. I fiori muoiono. Le pietre, restano in eterno. Per altro verso, i fiori senza profumo, mi fanno pensare al piacere della scrittura affrancata dal lettore o che si fabbrica un lettore alla bisogna. Questo è il mistero della poesia che non comunica nulla e dice tutto. Scrivere è appoggiare l’orecchio/ alla morte rubare i discorsi/ che stanno sulla strada e nelle viscere.

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Lo stato dell’arte. Caterina Davinio

Per rispondere alle tue domande bisognerebbe prima mettersi d’accordo su cosa sono per noi l’arte e la poesia. Posso solo dire che, per molti della mia generazione di “boomer”, la scelta di fare “arte” significava, così ci siamo illusi, fare la scelta di non integrarsi, di non essere funzionali a un “sistema” che si voleva distruggere o almeno cambiare profondamente. Da qui anche i contenuti, i materiali alternativi, le modalità aperte, l’inclusività di tante esperienze artistiche. Questa fase si è chiusa negli anni Novanta. Qualche eco ha allungato le sue propaggini fino al 2010, poi è come se un mondo intero fosse tramontato e tutto ciò oggi appare alquanto ingenuo.
Artisti e poeti nascono in larga misura integratissimi, sono ambiziosi e competitivi, non sono critici nei confronti del sistema editoriale e dell’arte, ma disposti a ogni sorta di compromessi pur di entrarvi. L’entourage di alcuni editor di successo farebbe invidia a una cena di Arcore.
Che riescano o meno, carriere che fanno di te qualcun altro, qualcosa che deve piacere ad altri, ma per te invece è brutto, sono comunque una sconfitta.
Il problema sono la professionalizzazione della poesia e l’evoluzione del gusto del pubblico.
La platea di consumatori si è allargata: da appassionato e in certa misura esperto, il pubblico si è trasformato in consumatore generico. Continua a leggere

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Massimo Morasso su “Gli spostamenti del desiderio” di Raffaela Fazio – tre poesie scelte 

Nel leggere “Gli spostamenti del desiderio” (Moretti&Vitali, 2023) di Raffaela Fazio, la radice del piacere consiste nel fatto che quasi tutto in questo libro dà conto di un’intensità. 
Mentre lo leggiamo, sezione dopo sezione, capiamo sempre di più, e con sempre maggior consenso, che c’è, in atto, una tensione spasmodica fra il desiderio di spoliazione e la desiderante tensione fisica, incarnativa, della parola-viatico della “enorme materia del vivere” (come Giancarlo Pontiggia dice bene in bandella).
Ricaviamo così il senso drammatico e febbrile, che direi inevitabilmente fraterno, che ci sanno dare i libri nei quali lo stile riesce a farsi testimonianza credibile di una vicissitudine interiore.

 

Il regno doloroso, di Paolo Valesio

di Graziella Sidoli

Nota introduttiva a Il regno doloroso, di Paolo Valesio (Viareggio, Diaforia, 2024; edizione originale: Milano, Spirali, 1983).

 

Condensare in poche parole il panorama polimorfo di questo ampio testo non fa giustizia alla sua complessità. Si apre, questa nuova edizione, con un’avvertenza editoriale nella quale si dice che il libro “viene riproposto nella sua integrità e forza linguistica e in toto come romanzo ‘disallineato’ per forma e contenuti.” Cosa che in effetti osserva anche Valesio nelle sue note diaristiche in fondo al libro: non c’era un tentativo di allinearsi a movimenti o scuole. Il “disallineamento” è per questa lettrice, l’originalità di quel romanzo di cui mi sono innamorata nel 1983. Continua a leggere

Lo Stato dell’arte. Giuseppe Vetromile

Parlare di arte, di creatività e quindi di poesia, oggi, potrebbe sembrare ridicolo se non addirittura anacronistico, nel senso che la maggior parte della gente si meraviglierebbe non poco, considerati i problemi più “seri” che attualmente la coinvolgono (lavoro, precarietà, sicurezza, salute, ecc…). La società attuale è molto cambiata, forse peggiorata (anzi, sicuramente, senza il “forse”) per quanto concerne la libertà di pensiero, la qualità della vita, sia singola che di coppia, l’ambito lavorativo che non offre più né certezze né stabilità, e per tanti altri aspetti troppo numerosi per poterli elencare qui. Un generale appiattimento, dunque, una sostanziale declassificazione dei valori fondamentali, unita anche ad un impoverimento culturale abbastanza diffuso, ha contagiato, anzi inquinato, la cultura in generale, relegandola in meri ambiti commerciali o di facciata, perdendo linfa vitale, qualità, originalità, capacità di indagine e di studi approfonditi sul senso della realtà e della vita. Questo accade anche in poesia, dove accanto ad una proliferazione di produzioni poetiche senza filtri critici opportuni, si assiste ad una banalizzazione della materia poetica (fatte naturalmente le dovute eccezioni!…). Nonostante tutto ciò, la Poesia non muore e non morirà. Come tutte le altre espressioni artistiche, se perseguita e attuata con serietà e competenza, la poesia costituirà sempre una delle poche opportunità, per l’uomo, di dichiararsi tale: uomo che cerca di comprendere il creato, di capire sé stesso e il suo ruolo in seno alla natura, tentare di dare un senso alla propria esistenza. E indicare, con la poesia e l’arte, la via giusta per la redenzione, la libertà, la pace, l’amore. Non fa niente che questi siano ormai dei concetti utopistici: l’importante è il tentativo asintotico di avvicinarsi quanto più possibile a questi: la Poesia è questa tangente all’infinito.

L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino. 9

Per evitare la ripetizione di due che o di due perché i nostri narratori ricorrono spesso a il quale e a giacché, nella convinzione di soddisfare così il bisogno di variatio.
Pia illusione: anche che e il quale, anche perché e giacché sono ripetizioni.
Bisogna variare la struttura della frase evitando filze di relative e di causali, non cercare scampo nella sinonimia, con esiti ineluttabilmente goffi e ingenui.

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

«Le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove»

 

« In quel tempo, venuta la sera, Gesù disse ai suoi discepoli: «Passiamo all’altra riva». E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui.
Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?».
Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?».
E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?».[Mc 4,35-41]

« …se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove»  [2Cor 5,17]

Fino a quando si resta in prossimità della riva, non si corrono grandi rischi. Tutto è garantito dalla vicinanza della terraferma, su cui è facile poggiare i piedi e sentirsi al sicuro. I problemi nascono quando si passa “all’altra riva”. Continua a leggere

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Il re travestito, di Claudio Magris

di Antonio Sparzani

Sopron, Ungheria occidentale, città vecchia


Nel 1986 Claudio Magris pubblica, con Garzanti, Danubio, la cronaca di un suo viaggio con amici, lungo e articolato lungo il grande fiume, dalle sue sorgenti (un po’ misteriose) alla foce nel Mar Nero. Forse molti l’avranno letto, io l’avevo letto a pezzi e ora lo sto rileggendo con più calma e ne apprezzo assai di più tutti i multiformi contenuti, che toccano tutta la letteratura mitteleuropea, fatta di nomi assai noti e di altri assai meno noti, ancorché, a dire di Magris, molto validi.
Il libro è organizzato in nove grosse sezioni, ognuna delle quali suddivisa in più o meno brevi capitoletti. Non voglio recensire il libro, che sarà appunto ormai assai noto, e che rivela una conoscenza vera della cultura, della storia e delle letteratura della Mitteleuropa del tutto eccezionali. Voglio semplicemente copiare qui per voi uno di questi brevi capitoletti (una pagina e mezza a stampa) che mi ha colpito particolarmente e che mi pare adatto a un blog come il nostro glorioso LPELS. Siamo nella sezione Pannonia, che significa poi Ungheria e la cittadina di Sopron, in cui si svolge la vicenda narrata, è vicinissima al confine con l’Austria e alla cittadina famosa austriaca di Eisenstadt. Sopron dista vari chilometri dal Danubio, ma poco importa. Ecco il testo:

Il re travestito

La malinconica e simmetrica dignità degli edifici absburgici
di Sopron fornisce una cornice di decoro e di stabilità a
quella lieve incertezza da autostoppisti in jeans. Al numero
11 di Templom Utca entro in un cortile, oltre il cancello che
reca una corona di ferro, e salgo qualche rampa di scale. Continua a leggere