Era il Cardinale, che convocava don Davide tramite la sua segreteria. Il prete, come sempre in questi casi, ebbe un sussulto. Fece una rapida analisi per ricondurre alla memoria eventi che potessero risultare sgraditi alle gerarchie ecclesiastiche, ma gli parve di non trovare nulla. Quella mattina il caldo incollava la camicia alla pelle, come una pellicola vischiosa. Entrò nell’abitacolo dell’utilitaria da duecentomila chilometri suonati e partì alla volta della Curia. Il tragitto gli sembrò più lungo e il traffico più intenso, ma ormai era consapevole delle impennate spazio-temporali in corrispondenza dei rendez-vous ecclesiastici e provò a pensare ad altro. Il sole implacabile non impediva ai questuanti di rallentare il fiume già insopportabilmente lento delle macchine. Finalmente arrivò in prossimità del palazzo episcopale, ma fu costretto a un’ulteriore evoluzione per raggiungere il parcheggio, dove lasciò la mancia all’uomo di colore che gli assicurava un posto in qualsiasi condizione. Passò attraverso la galleria d’ingresso al Vicariato, ignorato dalle guardie. Percorso il lungo corridoio dall’altissimo soffitto, arrivò davanti all’usciere assorto, come sempre, in pensieri impenetrabili. Lo salutò con un cenno, e si avviò dal segretario del Cardinal vicario, che gli disse di aspettare: sua Eminenza era impegnato in un colloquio che stava per concludersi. Don Davide si accomodò nel salottino accanto, pieno di libri antichi e poltrone in sintonia con lo stile rinascimentale dell’insieme. Pensò all’avventura vissuta fino a quel momento: l’incarico, le prime indagini, il contatto con persone e situazioni che non avrebbe mai creduto di conoscere. Pensò a don ***, alla sua fedeltà ostinata e dolorosa, al suo votarsi a una causa difficile e incomprensibile per molti; pensò alle persone che a vario titolo lottavano a favore o contro di essa, alle ferite, alle gioie, all’investimento di energie, al coinvolgimento del cuore che tutto questo richiedeva e che don Mario aveva sempre auspicato, convinto che altrimenti nulla avesse senso. Si chiese chi fosse quel prete che lo aveva costretto a guardare più in profondità, a rischiare e a compromettersi. Aprì a caso il volumetto tascabile dei quattro vangeli e si ritrovò al capitolo diciannove di Giovanni:
“Allora Pilato prese Gesù e lo fece flagellare. I soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo, e gli misero addosso un manto di porpora; e s’accostavano a lui e dicevano: “Salve, re dei Giudei!”. E lo schiaffeggiavano. Pilato uscì di nuovo e disse loro: “Ecco, ve lo conduco fuori, affinché sappiate che non trovo in lui nessuna colpa”. Gesù dunque uscì, portando la corona di spine e il manto di porpora. Pilato disse loro: “Ecco l’uomo!”.
Alzò gli occhi di scatto: ebbe la sensazione che don Mario fosse lì, vicino a lui.
Un pensiero gli attraversò la mente, all’improvviso, e non seppe spiegarne la ragione: «C’è un solo modo per essere felici». Una lacrima scese lentamente sulla guancia e precipitò in silenzio sul pavimento rossastro. Per un momento, sullo sfondo colorato, gli sembrò una macchia di sangue o di vernice.
[da Ecco l’uomo, di Fabrizio Centofanti]