Archivio mensile:Dicembre 2025

20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano

Ci sono scrittori che per tutta la vita scrivono lo stesso libro, e autori che dedicano un’intera esistenza per scrivere il libro della vita. Tra questi c’è Angelo Ascoli. Il libro è Il tredicesimo apostolo (Cantagalli, 2025). Siamo in Sicilia ai giorni nostri. C’è un giornalista a-ore che è il cronista degli avvenimenti di cui stiamo leggendo. C’è un professore di filosofia che è scappato da Milano. E infine, c’è un personaggio misterioso, Leonardo (nome non casuale), che trasfigura un’ordinaria storia di misfatti e crimini in una terra di Mafia in una vicenda (apparentemente) incredibile di miracoli e apocalissi. Così la Sicilia da metafora del mondo, alla maniera di Leonardo Sciascia, diventa metafora dell’umanità e dei suoi destini.

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Poesia religiosa di tutti i tempi, a cura di Rita Pacilio. Nicola Sguera

Pater noster

Padre nostro,
che sei nei cieli
ma nel vento anche
e nella pioggia, che sei il sole,
madre di ogni cosa,
santificàti siano i molti nomi
che gli uomini ti danno.

Venga il tuo regno.
L’attesa sarà forgia
d’una stirpe diversa
d’uomini. Migliore.

Sia fatta la tua volontà
nel cielo e sulla terra.
Desiderio, speranza,
perché tu, se mai lo fosti,
creato il mondo, non sei onnipotente,
altrimenti libertà non sarebbe.

Dacci oggi il pane nostro quotidiano.
Quanto giusto che ognuno
ne avesse! Per nutrirsi, non oltre.
Anche questo è un auspicio
che affina il fare nei giorni.

Rimetti a noi i nostri debiti
come noi li rimettiamo ai debitori:
se perdonàti, a tua immagine,
ci tocca perdonare.

In quanto creature,
per natura imperfette,
cadiamo, ci alziamo,
di nuovo cadiamo,
e serve una mano che aiuti.

SapendoTi fragile,
che possiamo lottare il male:
insieme a te contro la forza
che in ogni dove impera
con il volto demoniaco del potere
e la tronfia apparenza del denaro.

Grazie, dunque, per tutto ciò che è stato.
E così sia per tutto quello
che dovesse accadere.

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C’è un solo modo per essere felici

Era il Cardinale, che convocava don Davide tramite la sua segreteria. Il prete, come sempre in questi casi, ebbe un sussulto. Fece una rapida analisi per ricondurre alla memoria eventi che potessero risultare sgraditi alle gerarchie ecclesiastiche, ma gli parve di non trovare nulla. Quella mattina il caldo incollava la camicia alla pelle, come una pellicola vischiosa. Entrò nell’abitacolo dell’utilitaria da duecentomila chilometri suonati e partì alla volta della Curia. Il tragitto gli sembrò più lungo e il traffico più intenso, ma ormai era consapevole delle impennate spazio-temporali in corrispondenza dei rendez-vous ecclesiastici e provò a pensare ad altro. Il sole implacabile non impediva ai questuanti di rallentare il fiume già insopportabilmente lento delle macchine. Finalmente arrivò in prossimità del palazzo episcopale, ma fu costretto a un’ulteriore evoluzione per raggiungere il parcheggio, dove lasciò la mancia all’uomo di colore che gli assicurava un posto in qualsiasi condizione. Passò attraverso la galleria d’ingresso al Vicariato, ignorato dalle guardie. Percorso il lungo corridoio dall’altissimo soffitto, arrivò davanti all’usciere assorto, come sempre, in pensieri impenetrabili. Lo salutò con un cenno, e si avviò dal segretario del Cardinal vicario, che gli disse di aspettare: sua Eminenza era impegnato in un colloquio che stava per concludersi. Don Davide si accomodò nel salottino accanto, pieno di libri antichi e poltrone in sintonia con lo stile rinascimentale dell’insieme. Pensò all’avventura vissuta fino a quel momento: l’incarico, le prime indagini, il contatto con persone e situazioni che non avrebbe mai creduto di conoscere. Pensò a don ***, alla sua fedeltà ostinata e dolorosa, al suo votarsi a una causa difficile e incomprensibile per molti; pensò alle persone che a vario titolo lottavano a favore o contro di essa, alle ferite, alle gioie, all’investimento di energie, al coinvolgimento del cuore che tutto questo richiedeva e che don Mario aveva sempre auspicato, convinto che altrimenti nulla avesse senso. Si chiese chi fosse quel prete che lo aveva costretto a guardare più in profondità, a rischiare e a compromettersi. Aprì a caso il volumetto tascabile dei quattro vangeli e si ritrovò al capitolo diciannove di Giovanni:

“Allora Pilato prese Gesù e lo fece flagellare. I soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo, e gli misero addosso un manto di porpora; e s’accostavano a lui e dicevano: “Salve, re dei Giudei!”. E lo schiaffeggiavano. Pilato uscì di nuovo e disse loro: “Ecco, ve lo conduco fuori, affinché sappiate che non trovo in lui nessuna colpa”. Gesù dunque uscì, portando la corona di spine e il manto di porpora. Pilato disse loro: “Ecco l’uomo!”.

Alzò gli occhi di scatto: ebbe la sensazione che don Mario fosse lì, vicino a lui.

Un pensiero gli attraversò la mente, all’improvviso, e non seppe spiegarne la ragione: «C’è un solo modo per essere felici». Una lacrima scese lentamente sulla guancia e precipitò in silenzio sul pavimento rossastro. Per un momento, sullo sfondo colorato, gli sembrò una macchia di sangue o di vernice.

[da Ecco l’uomo, di Fabrizio Centofanti]

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Edmund White

a cura di Giorgio Stella

La Parata

Silenzio, si veglia stasera,
Attenti alle mute di cani.
Non stendersi, non sedersi,
La nera coccarda della morte

Appuntarsi al cuore ornandolo
Con un bacio colorato di sangue.
Bisogna vegliare, aggrapparsi
Al cordame chiaro dell’aurora.

Fascinoso fanciullo la torre è alta
Dove con piedi di neve sali.
Fra i rovi dei tuoi ornamenti
Pendono le rose della vergogna.

Cantano nella Corte dell’Est.
Il silenzio sveglia gli uomini:
Un silenzio rotto d’ombra
Di noi orgogliosi culattoni.

Ancora silenzio. Si veglia.
Il Carnefice ignora la festa
Quando il cielo sul guanciale
Per i capelli prenderà la testa.

Roberto Carifi

a cura di Giorgio Stella

Di me non resta più niente, il Nirvana
o la morte, volerò oppure starò fermo
è la fine compiuta, l’estinzione
non avrò più un antro segreto
dove passare le estati, immobile
dietro la porta, i pochi amici
se ne saranno andati e dietro la porta
mi rifugerò dai pochi passanti ignoti
nulla mi ricorderà il presente
sarò per sempre andato.

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Famiglia in fuga

(M. Chagall) 

«I Magi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non tiavvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo».
Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Dall’Egitto ho chiamato mio figlio».
Morto Erode, ecco, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nella terra d’Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino».
Egli si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d’Israele. Ma, quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nàzaret, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: «Sarà chiamato Nazareno». [Mt 2,13-15.19-23] Continua a leggere

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Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. Il Cibo 4

Il Cibo 4. Una musa fragrante

“Chiunque è in grado di cucinare”. Ne è convinto Auguste Gusteau, mitico chef parigino, che ha intitolato così il suo popolare libro di ricette. Tanto popolare da essere letto e apprezzato perfino da un giovane topo dotato di un fiuto infallibile – è soprannominato “fiutaveleno”, perché ha l’incarico di individuare tra i cibi pescati nella spazzatura quelli nocivi. Remy è un topo immaginifico e inquieto: la sua trepidante aspirazione sarebbe poter cucinare, poter preparare, anzi, inventare pietanze; di più: poter divenire un grandissimo cuoco, con una squadra qualificata di aiutanti e un’attrezzata cucina a disposizione. E quando un incidente domestico lo proietta fuori dalla casetta di provincia nella cui soffitta vive con la famiglia e con un’intera colonia di ratti, l’occasione si presenta. Continua a leggere

L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino. 53

Propositi

Sarei tentato d’inaugurare un nuovo genere letterario: la riscrittura di discutibili traduzioni d’opere classiche. Comincerei dalla versione di Delitto e castigo di Dostoevskij a firma di Serena Prina (Oscar Mondadori). Qualche esempio (la mia versione segue la freccia):

«Per strada c’era un caldo soffocante, afoso, e c’era gente dappertutto, dovunque c’era calce, legno, mattoni, polvere»
? «Per strada c’era un caldo soffocante e ovunque gente, calce, legno, mattoni, polvere»

«[…] tedeschi vari, fanciulle che vivevano da sole, piccoli impiegati e gente simile. C’era gente che entrava e usciva»
? «[…] tedeschi, fanciulle che vivevano sole, impiegatucci e gente simile. Chi entrava e chi usciva»

«tornò all’improvviso a balenare»
? «tornò d’improvviso [d’un tratto] a balenare»

«”E voi continuate a dire” continuò Raskòl’nikov»
? «”E voi continuate a dire” riprese Raskòl’nikov»

E queste le lascio a voi:

«non sarebbe forse stato possibile contare su una possibilità di successo»;
«lo guardava con sguardo molto fisso»;
«Non te ne farò pentire, in alcuno modo!»

Giorgio Stella. Una poesia

#Nell’alto della vetta# – le forme sorgono! (Walt Whitman) – (- 1 -) si abbraccia alla maniera nubile il sentiero passivo del regresso stato – l’opera non ha valore ma se lo avesse sarebbe datato: ‘domani’ * una purezza di croce/veranda/noce possiede l’alchimia della medesima acquisita – le spade di fuoco non sono il danno del mare nell’incrocio loro! Un tronco pare il faro che appare la luce di germoglio, la giostra densa di plurali feriali * i plurali feriali, queste mense di medaglie senza volto! La ragione attinge al senso della frazione e il cuore del faro alza bandiera bianca alla boa rossa di cera della betoniera: una grancassa di scivolo al bersaglio come mito * corazza e uno scudo di grancassa come il succhio della luce nel faro della rete nell’incrocio stato miele di frodo! Un pescatore dice a un altro datore di sogni: ‘si’ Signore!’ & la madre piange col padre il frutto del seme, il figlio secolare delle tagliole nutrite dal fiore (una pausa) * Continua a leggere

La luce nella stanza, di Luca Benassi. Atlas non torna indietro

3I/Atlas è un oggetto proveniente dallo spazio profondo che sta attraversando il sistema solare. È stato scoperto il 1° luglio 2025, ha transitato dal perielio il 29 ottobre, avvicinandosi alla terra fino alla distanza di 269 milioni di km il 19 dicembre. Lascerà definitivamente il sistema solare nel 2030, dopo aver toccato l’orbita di Giove nel marzo del 2026, sfrecciando alla velocità di 30km al secondo. Questo è quello che si legge dopo una veloce ricognizione su internet. Insieme a queste informazioni i motori di ricerca propongono il dibattito che ha infiammato il web in queste settimane. Che cosa è 3I/Atlas? Una stella cometa come quella che a Natale mettiamo sopra il Presepe oppure un’astronave aliena? La discussione è stata alimentata da alcune anomalie rispetto ai comportamenti delle comete finora osservati che hanno portato alcuni scienziati a ipotizzare una natura artificiale dell’oggetto. Continua a leggere

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Natale 2025

“e come potevamo noi cantare….” (S. Quasimodo)

In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era, in principio, presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l’hanno vinta.
Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
Era nel mondo
e il mondo è stato fatto per mezzo di lui;
eppure il mondo non lo ha riconosciuto.

Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto.
A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
i quali, non da sangue
né da volere di carne
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito
che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità. » [Gv 1,1-5.9-14] Continua a leggere

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Charles Bukowski

a cura di Giorgio Stella

Vigilia di Natale, solo

Vigilia di Natale, solo
in una stanza di motel
sulla costa
sul Pacifico
lo senti?

hanno provato a farlo
in stile spagnolo, con
tappezzerie e lampade, e
i bagni puliti, ci sono
minuscole barrette di sapone
rosa.

qui non ci troveranno:
barracuda o dame o
adoratori
d’idoli.

giù in città
sono ubriachi e spaventati
corrono a luci rosse

si aprono le teste
in onore del genetliaco
di Cristo, non male.

presto finirò questo quinto di
rum portoricano.
al mattino vomiterò e
farò la doccia, ritornerò in auto,
mangerò un panino alle 13.
sarò nella mia camera alle
14,
sdraiato sul letto,
in attesa che suoni il telefono
senza rispondere,
la mia vacanza è
un’evasione, la mia ragione
no.

Giorgio Stella. Le mura di Giuda

Le mura di Giuda. ————– – 1 – questa terra che una volta del tempo vantava tante voci oggi è un ululato spento – il corso del latrato commosso # la mattina il coro del fine giorno – un ponte di legno è diventato di ferro! E il cuore non ha fiato per l’amore che tiene in braccio come una brocca di cera nel trucco di scena! Ho dormito all’infinito la notte del mattino # nel pon-pon di Oz l’arco di Rom – il muro è sudato di freddo e l’acqua sanguina carestia, mia – le mura di Giuda saldano il conto! Il seme della lacrima nel pianto, un precoce abbraccio alla scissione delle cose in corso # non ci credo non è vero l’odio d’amore () – la cura del senso stato è prossima a venire di diritto, diritto umano! Se la pazzia divenisse follia saremmo tutti sani (e salvi) – (una pausa) # la carestia è nella betoniera! Si rimpasta a cero di cera – ha! Come la fiamma al nettare gagliardo dava il fuoco spento sulla radice nel tronco… # -2- perché non ti uccidi? Perché non te ne vai a fare in culo?! Tanto lo so chi sei, il bambino/bamby nel negozio delle bambole gonfiabili (*) # sul cantiere ho provato per la prima volta la violenza all’anima – le mura di Giuda non sapevo cosa fossero perché le costruivo io con altri mendicanti – e uno a me non senti freddo? No, perché il caldo appartiene all’inferno, all’inferno dell’ inconscio – piegò le labbra di rossetto e andò al cesso… Non pagai la camera ma era nera come l’Odissea (una pausa) (un’altra pausa, è dura!) # Continua a leggere