Archivio mensile:Febbraio 2025

Emily Dickinson

a cura di Luca Pizzolitto

Emily Dickinson, Cinquantacinque poesie (Crocetti 2025, traduzione di Maria Borio e Jacob Blakesley)

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Io abito nella Possibilità –
Una Casa più bella della Prosa –
Più abbondante di Finestre –
Più ricca di Porte –

Di Camere come Cedri –
Inespugnabili dall’Occhio –
E come Tetto Eterno
Le Volte del Cielo –

Di Visitatori – i più belli –
Per il Lavorìo – Questo –
Dispiegare ampio delle mie strette Mani
A raccogliere il Paradiso –

(I dwell in Possibility – / A fairer House than Prose – / More numerous of Windows – / Superior for Doors – // Of Chambers as the Cedars – / Impregnable of Eye – / And for an Everlasting Roof / The Gambrels of the Sky – // Of Visiters – the fairest – / For Occupation – This – / The spreading wide my narrow Hands / To gather Paradise –)

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“Terre”, una poesia di Ida Andersen

Una delle mie scrittrici preferite è la svedese Ida Andersen, che è anche una delle migliori traduttrici dallo svedese all’italiano di tutti i tempi.
Negli ultimi anni Ida si è soprattutto dedicata ai romanzi, ma inizialmente ha pubblicato alcuni libri di poesie. In particolare, ha deciso di comporre una delle sue liriche svedesi anche in italiano, e mi ha permesso di pubblicarla qui oggi!

 

 

 

 

 

Terre

dietro le palpebre batte
l’inesprimibile
come un’emicrania,
come una santificazione
mi manca una lingua
mi mancano terre
c’è una prova nell’afasia
nel riposare nell’inesplicabile Continua a leggere

Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. La Solitudine. 2

La Solitudine 2.   Un vestito troppo corto   

 Una striscia, un semicerchio rosso che pian piano si arrotonda, si illumina, si infiamma; un paesaggio ruvido, rocce e sabbia e montagne e crateri; poi macchine semoventi, simili ad insetti meccanici; poi uomini e donne interamente coperti da scafandri, ciascuno alle prese con un compito specifico; poi grandi capannoni, poi una gigantesca struttura tubolare, forse un’astronave, che si lascia intuire dalle sue propaggini meccaniche, dalle sue zampe ben piantate nel suolo; poi gli interni, bianchi, asettici, una donna al computer, un uomo che prende appunti; poi l’annuncio di una improvvisa tempesta di sabbia, l’ordine di rientro; poi il caos.  Continua a leggere

Lettera a un giovane poeta (che non c’è più)

di Pasquale Vitagliano

Non vale la pena andarsene in nome della poesia. La poesia non resta, ti segue e lascia un  mondo che riverbera parole vane e sempre uguali. Amore mio veramente/ Se non mi ami muoio giovane, canta Achille Lauro in Incoscienti giovani a Sanremo 2025. La morte di un giovane poeta prima di essere una tragedia è per gli altri una postura. Ciò rende il dramma umano e familiare ancore più insopportabile.  Non interessa a nessuno se lo conoscevo se c’eravamo scambiati parole, pensieri, messaggi.

Quello che è insopportabile, invece, è vedere riflessa nella sua fine inattesa e ingiusta la vanità dei poeti (meno delle poete, magari significa qualcosa) d’oggi“. “Mi aveva scritto… C’eravamo scambiati le poesie… Gli dedico questa mia poesia…” Addirittura leggo chi scrive, “Sono contento che gli piacesse il mio ultimo libro”. Quasi che la consacrazione mortale dell’uno fosse un viatico a quella in vita dell’altro. Triste. Qui non lo voglio ricordare  (chi sono io per farlo?), ma voglio cogliere l’occasione per indicare un orizzonte di maggiore sobrietà e serietà umana e artistica. Non oso immaginare cosa abbia vissuto questo ragazzo, dico solo che la sua scomparsa è ancora più orribile dentro questo scenario. Almeno per me, è la conferma di un crinale inguardabile (e illeggibile) che la poesia sta prendendo: sembra che tutti quanti noi ci affolliamo freneticamente davanti ad un immaginario palco di Sanremo della Poesia per essere selezionati finalmente a salire. Ci sarebbe da discutere e riflettere insieme (invece che rifletterci narcisisticamente anche nel dolore). Non ho letto commenti, forse a parte Matteo Fantuzzi che ringrazio, volti ad interrogarci. Ho letto solo “canzoni”.

 

parole, poesia, di Paolo Valesio 1. Massimo Morasso

parole, poesia 


Massimo Morasso genovese è un poeta e scrittore poliedrico. Oltre che poeta, infatti, Morasso (germanista di formazione e vincitore di molti premi) è critico, traduttore, recensore. Il numero delle sue opere saggistiche pubblicate bilancia quello dei suoi volumi poetici; e in effetti le mie poche osservazioni sul suo libro di poesia, Frammenti di nobili cose, tengono presente come sfondo di riflessione il suo più recente volume saggistico, Re-visione della poesia; quest’ultimo apparea prima lettura, come  una serie di impressioni o cammei su singoli poeti,  ma in realtà è qualcosa di simile a un trattato che  proceda per schegge.  Continua a leggere

La poesia prima della fine del (o di un) mondo, a cura di Rita Pacilio. Giovanni Parrini

Quella che fu la mia modesta storia,
inscritta nel recinto d’un display;
mia ma non mia, come non nostre mai,
eppure tanto nostre, le vicende,
usitate, usurate, inesitate,
discese per correnti atroci e dolci;
la mia storia – dicevo – l’oggettivo
correlativo pallido di quanto
ebbe la forma informe di un pensiero
marcì, decadde, scadde, andò perdendosi:
me n’ha informato, asettico, il Sistema,
offrendomi il possibile, passibile
d’altra occasione, di una nuova nascita
che incuberò, non so per quanto mai
e sarà putre divenire, pronto
alla notizia che non fa notizia,
della durata che in una manciata
d’ore, monta, decresce, va in silenzio
alla cancellazione programmata.

Intervista a Daniele Giustolisi

di Luca Pizzolitto

1. Se dovessi riassumere in poche frasi come è nata e perché è nata questa tua raccolta poetica, come lo faresti? 

Il perché non saprei dirlo bene, se non forse ricorrendo a ragionamenti che rischiano però di risultare sempre un po’goffi, perché sempre un po’ a posteriori, ragionati, alti, rispetto all’atto davvero misterioso dello scrivere. In generale, il libro nasce come succede per altre arti: ci sono delle idee, delle immagini, delle questioni, che insistono e man mano ci si lavora per dare loro una forma. Continua a leggere

Marina Massenz, Ossa e cielo

Propongo una piccola selezione di poesie da Ossa e cielo di Marina Massenz e la Prefazione di Alessandra Paganardi.

da Parte prima – Che lievi non siamo

Che lievi non siamo

Noi che lievi non siamo
che lievi non sappiamo
stretti in questo stazzo
in bosco ci guardiamo
fissi a volte silenti
altre sorridenti vaghi Continua a leggere

Giuseppe Todisco, Cafarnao

a cura di Luca Pizzolitto


La poesia di Giuseppe Todisco ha una intima capacità levatrice di segni e significati nuovi e inattesi. Percorriamo un sentiero di santità umana ma non sacrale. Sentiamo che la natura che ci circonda ci assimila, ma senza naturalismo. Tra la foresta da incendiare e il legno da intagliare, ci indica una pietra da fissare.

(Pasquale Vitagliano)

Esci dalla parola
intatta.

Chi è là
chi ti indovina?

Amo, dici, quando un uomo
si addentra nella macchia
convinto che dal ramo si scorga
la radice.

Dimora il cerchio dove parli.
Più in alto un sogno
si ammutina.

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Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

La misura

 

Rembrandt, Il Padre misericordioso


«In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:  
«A voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male. A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra; a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica. Da’ a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non chiederle indietro. E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro. Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano. E se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi. Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso.
Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati. Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio». [Lc 6,27-38] Continua a leggere

Tommaso

Caravaggio, L’incredulità di san Tommaso

di Marcello Comitini

Alla luce che irrompe nella stanza
immersa nella cenere del lutto
affollata dagli ardui significati
di una morte spostata dal suo asse
sei apparso vulnerabile e eterno.
Mostri le mani gonfie e trafitte
il taglio sanguinante nelle costole
gerani ardenti i piedi .
Riecheggia nella memoria dei tuoi discepoli
Il grido spavaldo poi rinnegato
andiamo a morire con lui
del mio gemello Tommaso.
Sul tuo volto ha visto i solchi
delle spine dalla fronte agli occhi
i rivoli schiumosi di sangue
il tuo pianto non il perdono divino
delle ingiurie subite da secoli.
Ignora che il padre ti ha concesso di rivelare
il dritto e il rovescio degli esseri umani
come fragili foglie staccate dal ramo:
carne e vene da una parte
candidate al piacere e al buio,
sostanza volatile verso l’eternità dall’altra.
Attonito non ti riconosce
e vuol toccare con dito inquisitorio
se ancora sanguina la piaga
del costato delle mani e nel cuore.
Quando ti veniva dietro come un ragazzo
che cerca la luce nel fuoco del dubbio
mentre tu andavi, profeta segnato
dalla paterna missione,
arso da un’emozione ignota
e dal peso insopportabile dell’agonia
non gli sembrava in verità possibile
la tua resurrezione.
Incuriosito dall’incredulità ora si spinge
a sollevare – e la tua mano lo guida
verso il mistero – un lembo della ferita
a cercare il vero ritratto dell’uomo
la grande verità custodita
nel tuo corpo come una pietra calda.
Anch’io a fianco di Tommaso
guardo dopo secoli e penso
al sacrificio che risparmiò Isacco
che risparmiò Barabba non te
che hai risparmiato chi sulla croce
fra lo scherno della gente
ti ha riconosciuto e ti moriva a fianco.
Dopo secoli vedo sanguinare ancora
dalle labbra mute della piaga la speranza
che tuo padre non debba
eternamente intenerirsi
farsi carne fra la folla incredula
soffrire che t’inchiodino alla croce
per custodire nell’unica luce
i due versanti delle nostre fragili foglie.

Giorgio Stella, Una poesia

– Evviva Dio!!!!!!!!!!! – la carovana dei Discepoli, la carrozza della croce del Cristo che con un occhio si è visto morire // & con un altro è risorto!!!! !!!!! !!!!! – Salve allo SPIRITO SANTO (+ floreale)! Quasi in penombra, dove l’inferno dei / morti / è / il / vivo / nella tomba!!! !!!! !!!! – a Nazaret nessuno in casa non aveva un legno del falegname nel grembo! Lì si può dire si!!!!!! SIGNORE (***), avanti l’uomo adottato nel Vangelo e di lì allattato di là dal si nella Pisside. qui!!!!! (—————).

Intervista a Tamara Vitan

di Massimiliano Bardotti

1) Come e da dove nasce l’idea di questo libro? E potresti dirci qualcosa sul titolo?

L’idea di questo libro nasce sulla scia di alcune sensazioni che hanno preso vita sotto forma di prose, una sera di febbraio. L’idea della malattia e della nostra certa e ovvia finitudine mi hanno travolto nell’incontro con questa persona che aveva ricevuto questo verdetto terribile, impossibile da accettare e da comprendere mentalmente, perché la ” nostra” di morte è sempre al di fuori di noi, sembra che non ci riguardi mai. Ecco perché è avvenuto forse un movimento interno spontaneo oserei dire, nel voler camminare insieme a lei dentro a questa “consapevolezza”, un tentativo di incollarsi alla sua condizione che è in realtà anche mia e di tutti noi, con la volontà di disperdere le tenebre e mi tenerla in qualche modo per mano, accompagnarla. Continua a leggere