Lettera a un giovane poeta (che non c’è più)

di Pasquale Vitagliano

Non vale la pena andarsene in nome della poesia. La poesia non resta, ti segue e lascia un  mondo che riverbera parole vane e sempre uguali. Amore mio veramente/ Se non mi ami muoio giovane, canta Achille Lauro in Incoscienti giovani a Sanremo 2025. La morte di un giovane poeta prima di essere una tragedia è per gli altri una postura. Ciò rende il dramma umano e familiare ancore più insopportabile.  Non interessa a nessuno se lo conoscevo se c’eravamo scambiati parole, pensieri, messaggi.

Quello che è insopportabile, invece, è vedere riflessa nella sua fine inattesa e ingiusta la vanità dei poeti (meno delle poete, magari significa qualcosa) d’oggi“. “Mi aveva scritto… C’eravamo scambiati le poesie… Gli dedico questa mia poesia…” Addirittura leggo chi scrive, “Sono contento che gli piacesse il mio ultimo libro”. Quasi che la consacrazione mortale dell’uno fosse un viatico a quella in vita dell’altro. Triste. Qui non lo voglio ricordare  (chi sono io per farlo?), ma voglio cogliere l’occasione per indicare un orizzonte di maggiore sobrietà e serietà umana e artistica. Non oso immaginare cosa abbia vissuto questo ragazzo, dico solo che la sua scomparsa è ancora più orribile dentro questo scenario. Almeno per me, è la conferma di un crinale inguardabile (e illeggibile) che la poesia sta prendendo: sembra che tutti quanti noi ci affolliamo freneticamente davanti ad un immaginario palco di Sanremo della Poesia per essere selezionati finalmente a salire. Ci sarebbe da discutere e riflettere insieme (invece che rifletterci narcisisticamente anche nel dolore). Non ho letto commenti, forse a parte Matteo Fantuzzi che ringrazio, volti ad interrogarci. Ho letto solo “canzoni”.

 

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