Archivio mensile:Novembre 2025

La scuola di Serena Bedini 11. Il romanzo è una forma di comunicazione

David Lodge spiega che il romanzo è una forma di comunicazione e come tale dunque trasmette un messaggio dal destinatario al ricevente. Il messaggio non è la storia raccontata, bensì qualcosa di nascosto tra le righe, nell’intreccio della trama, nelle parole dei personaggi o nella loro stessa ragion d’essere. Per scrivere un buon romanzo occorre avere un messaggio da inviare a chi legge, senza di esso la narrazione perderà corpo, intensità e persino profondità. Non solo: con un messaggio solido che tenga in piedi l’architettura narrativa, sarà più semplice trovare la giusta conclusione del romanzo, senza perdersi nei meandri dell’immaginazione. Continua a leggere

Zbigniew Herbert

a cura di Giorgio Stella

Mandel’štam

E alla fine come tutti i grandi poeti è diventato un buffone
alla corte dei muschi e dei licheni nel reame sovrano della tundra
desta l’allegria generale quando a quattro zampe come un cane
cerca gli avanzi di cibo vecno nenazratyj
e così per la gioia dei prigionieri compagni di sventura il poeta canta come un gallo
fa le capriole si mette sulle mani a testa in giù
e quando gli manca l’inventiva semplicemente fa l’ebreo
Sono passati decenni nessuno più ti cerca
adesso forse il signor Brodskij nell’aldilà cerca di ritrovare una traccia
è sempre stato così preciso il tempo e il luogo lo hanno abbandonato
contava le sillabe come un avaro ma parlava anche con le ombre

E Mandel’štam balla per la gioia degli urka
con la camicia mortale della paura i torsoli gettati in faccia
dimenticato sul fondo del mar rosso
che si è chiuso su di lui non vedrà Jerusalem
E Mandel’štam balla per aumentare la gioia di esistere
e Mandel’štam balla da solo scalzo sulla neve

1996-1997

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Alla fine dei giorni

(David Hockney)

«Alla fine dei giorni,
il monte del tempio del Signore
sarà saldo sulla cima dei monti
e s’innalzerà sopra i colli,
e ad esso affluiranno tutte le genti.
Verranno molti popoli e diranno:
«Venite, saliamo sul monte del Signore,
al tempio del Dio di Giacobbe,
perché ci insegni le sue vie
e possiamo camminare per i suoi sentieri».
Poiché da Sion uscirà la legge
e da Gerusalemme la parola del Signore.
Egli sarà giudice fra le genti
e arbitro fra molti popoli.
Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri,
delle loro lance faranno falci;
una nazione non alzerà più la spada
contro un’altra nazione,
non impareranno più l’arte della guerra.
Casa di Giacobbe, venite,
camminiamo nella luce del Signore.» [Isaia 2,2-5] Continua a leggere

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Fra le righe degli altri: Ippolita Luzzo

Ippolita Luzzo, autrice del Regno della Litweb, il blog che dal 2012 cura e aggiorna personalmente con recensioni, riflessioni e notizie legate al mondo dei libri. Nel 2016 vince il concorso Blog e Circoli letterari nell’ambito della fiera Più libri più liberi e dal 2022 è in giuria nel premio Malerba.
Inarrestabile autrice per riviste e giornali, opinionista libraria, lettrice indefessa. Le abbiamo chiesto di raccontarci la sua esperienza con le storie e ci ha parlato di amicizie legate al filo di un libro, Tondelli e il suo (non)rapporto con la letteratura contemporanea.

Ricordi il primo libro che hai incontrato?
Avevo undici anni. Ricordo perfettamente che all’indomani di un mio intervento chirurgico per l’appendicite mia madre mi portò il libro di racconti Calabresi testa dura. Ricordo la copertina ma non so più nulla di quel libro mentre ho memorizzato Fabiola, altro romanzo letto da piccola sulle persecuzioni dei cristiani durante l’Impero Romano! Altri tempi altre letture.

Che lettrice eri da bambina, ragazza?
Credo che la lettura sia riservata quasi esclusivamente a bimbi pigri e curiosi. Pigrissimi direi ora, come io ero. Pigri e timidissimi. Leggevo per creare il mondo che non vivevo nella realtà, leggevo immaginando il vivere che avrei voluto e piangevo con I ragazzi della via Paal, con Incompreso, con Il viale dei tigli altro libro tristissimo, Senza Famiglia, tutto un lacrimare.

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L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino. 51

Studiosi poco studiosi

Leggo in un saggio:
«In italiano antico, “pure” può possedere i significati additivo di ‘anche’, restrittivo di ‘soltanto’, avversativo di ‘nondimeno’».
Sennonché, “pure” ha sempre avuto quei significati. Anche oggi. Qualche esempio reale:
Pure io mangio a quell’ora ( = anche);
Non pure… ma anche… ( = non solo);
Sei intelligente; pure non capisci la matematica ( = tuttavia).

20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano

La lettura di Aspettando l’aurora (QdB, 2025) di Marcello Buttazzo mi offre l’occasione per ritornare sopra una questione mai risolta se si possa scrivere poesia senza versi. Queste poesie mi confortano a ribadire che sì, esiste e vive anche una poesia di parola. Anzi, fa da controcanto a tanti versi che vanno a capo solo per darsi nome di poesia. In realtà, non è facile. Si coglie lo sforzo di retrocedere alla sorgente del segno, e di conseguenza, del significato. La parola è solitaria. Ad essa soltanto affidiamo la chiave di violino da cui svolgere il ritmo della poesia. Si dipana in verticale e deve incardinarsi per comporre l’armonia del tutto con il tempo mentale, tanto del poeta, quanto del lettore; e con lo spazio più largo della pagina nel quale la parola attende di essere colta come un oggetto prezioso sul fondale marino. Ho sentito la voce,/ srotolare la voce/ lusingare la voce./ Stamane m’ha svegliato la tua voce,/ mentre le campane del Convento/ rintoccavano ore diurne.

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Frammenti di Cinema # 94

di Pasquale Vitagliano

Qual è la più bella colonna sonora scritta per un film? Se la giocano in tre. Ennio Morricone con il tema del film     Metti, una sera a cena di Giuseppe Patroni Griffi del 1969; Ryuichi Sakamoto con Il Tè nel deserto diretto da Bernardo Bertolucci nel 1990; infine Michael Nyman con Lezioni di piano di Jane Campion del 1993. In verità, la scelta è molto difficile. Si pensa prima ai compositori che ai film. Qui abbiamo subito ricordato tre grandi. Di Morricone e Sakamoto davvero sarebbe difficile individuare la musica più bella. Forse il compositore romano è stato il più grande. Perché? Provate a immaginare i film da lui musicati senza quella colonna sonora. Lo aveva intuito Sergio Leone, il quale girava facendo ascoltare le sue note.

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Uno psicologo nei lager

di Fabrizio Centofanti

“Uno psicologo nei lager”, di Viktor Frankl, è un libro che bisogna leggere. Non elencherò le ragioni, tranne una che le supera tutte: si tratta di un antidoto alla disperazione, una via d’uscita dall’inferno, tema di grande attualità, come ognuno può capire. È il libro delle cose ultime: l’ultimo destino, l’ultima libertà. Una volta letto, non ci si può più lamentare, perché tutto ciò che abbiamo appare superfluo: all’internato non rimane che sé stesso, ed è lì che si gioca la partita. Non si può vivere al livello del “cosa”, e neanche del “come”: è necessario arrivare al nocciolo della questione, ossia al “perché”. La vita, allora, non è più una condizione, ma una conquista interiore. E il suo senso non è una categoria generale, si realizza nella concretezza dei fatti, è una risposta esatta a una domanda precisa. Il problema, dunque, non è più che cosa ci aspettiamo dalla vita, ma cosa questa si aspetta da noi. Abbiamo un compito, originale e unico, qualcosa che solo noi possiamo essere e fare. Anche il dolore è un compito, e anch’esso è originale e unico: solo una tale consapevolezza può strappare alla paura della sofferenza e della morte. Soltanto l’unicità e l’irripetibilità della persona restituiscono alla vita il suo significato. È un libro controcorrente, che ci ricorda come l’apparente inutilità sia il presupposto di ogni sacrificio. Dal prendere la propria croce scaturisce la possibilità di riscoprire un senso: l’uomo, la donna, possono essere più forti del destino.
Non voglio dire troppo, cito solo una scena che fa intuire quanto un’opera non religiosa possa essere misteriosamente tale. Un capo operaio offre a Frankl un pezzo di pane, togliendolo dalla propria razione del mattino. Ecco – pensa Viktor -, quello non è più un semplice pezzo di pane; è l’umano. Forse, addirittura, il divino.

Poesia religiosa di tutti i tempi, a cura di Rita Pacilio. Carla Malerba

Scorgere il divino intorno a noi, nella natura, nel cielo con le sue fasi d’ombra e di luce, nelle creature che popolano il nostro piccolo pianeta, potrebbe essere cosa naturale, darci subito sensazioni di pace interiore. Invece abbandonarsi alla fiducia nel Creato non è cosa facile, distratti come siamo dalle mille incombenze del quotidiano. Ma tutto intorno a noi respira e i simboli rimandano al mistero di un Dio che aspetta soltanto di essere intuito. Cosi la poesia che di segni e simboli intreccia la propria parola può forse, presso chi sente il bisogno di scorgere un sentiero di luce o si trova dinnanzi a inspiegabili misteri, fungere da intermediaria tra l’uomo e l’universo. Continua a leggere

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Da che pulpito, di Andrea Ponso


La “Carità” in senso cristiano, l’amore, diceva Massimo il Confessore, dovrebbe essere motore di una “LODEVOLE DISUGUAGLIANZA”: questa “lodevole disuguaglianza” mi risuona in testa da tanto, al fondo dell’unità e della comunione.
Anche, e forse più modestamente, al fondo di quella falsa “unità” che è in realtà parificazione e pianificazione, conformismo comodo e confortevole – oppure è simulazione delle “diversità”, loro inarrestabile invenzione, perfettamente funzionale ai bisogni pulsionali del mercato globale, all’ansia continua di movimento, come di insetti, al fare che coinvolge spesso, come una febbre sopra al vuoto, anche la Chiesa; decostruzione continua del discontinuo, dell’inaudito, del silenzio come fecondità e Mistero (dove, nei luoghi pubblici, possiamo ancora trovare silenzio, ad esempio? Dove?). Lo stesso Massimo scrive: “Gli uomini, lasciando il pianto sui propri peccati, hanno sottratto il giudizio al Figlio, ed essi stessi, come se fossero senza peccato, si giudicano e si condannano l’un l’altro, ma essi non si vergognano perché divenuti insensibili”.
È questo che distrugge, è questo che ti fa sentire pronto per la cella monastica o per quella manicomiale: in cerca semplicemente d’amore, un amore che non distrugge nessuna disuguaglianza, ma la rende lodevole, degna di ascolto e di cura. Ed è un segno di salute, io credo, sentirsi oggi in questo modo.

Il seminatore

di Fabrizio Centofanti

Certi seminatori sono folli. Gettano il seme sulla strada, sulle pietre, tra le spine. Verrebbe da dirgli: non vedi che ti stai sbagliando? Qualcuno si faccia coraggio, lo tiri per la giacca e lo costringa a cambiare. Va bene, vado io. Rifaccio il suo percorso, con una specie di rabbia, il furore dei momenti in cui sei certo di avere ragione, e che l’altro ha torto marcio. Cammini, senti i tuoi passi sul duro della strada, e ti ricorda qualcosa; prosegui sulle pietre, e ti ricorda qualcosa; ti trovi in mezzo ai rovi, e cominci a capire. È come se il cuore si specchiasse in quel cammino, come se pensasse: perché mi ci ritrovo? Il seminatore è a un passo: che aspetti? Perché non gli sciorini ciò che ti eri preparato? Ti guarda sorridendo: i suoi piedi sono fissi sul terreno, dov’è il seme che ha appena gettato. Ti gira la testa, non puoi credere ai tuoi occhi: eri strada, pietra, rovo; hai provato tutte le sfumature del rifiuto; e adesso sei qui, terreno buono, come mai ti era accaduto, fino ad ora.

[immagine: “Il seminatore” di Vincent Van Gogh]

Fuoriuscite. Riflessioni su otto libri

 

Fuoriuscite. Riflessioni su otto libri

di Giovanni Agnoloni

Nell’ultimo periodo mi sono reso conto che la parola d’ordine per me, in questa fase, è fuoriuscite. La vita spesso si svolge secondo schemi che nascono dall’abitudine, ma pone anche davanti alla necessità di rispondere a una chiamata autentica, che viene da dentro. E lo scarto tra i comportamenti consolidati e la piena adesione al sentiero vocazionale (qualunque sia la vocazione di ciascuno) passa per lo smaltimento di qualunque residuo di scorie provenienti dal passato.

Coincidenza piuttosto singolare, questa mia non facile fase di salto quantico in avanti ha coinciso con l’uscita della mia traduzione ad oggi più impegnativa, L’isola dei condannati di Stig Dagerman (Ortica Editrice), capolavoro del Novecento svedese e opera emblematica di un pensiero profondo e contorto che cerca una vita d’uscita dall’angoscia. Secondo romanzo del giovane, geniale e tormentato autore scandinavo (1923-1954), appassionato interprete dei valori dell’anarchismo (ideologia libera da vincoli e retta sul solo imperativo della vicinanza agli ultimi), racconta la terribile vicenda di sette naufraghi (cinque uomini e due donne) su un’isola esotica disabitata e popolata da rettili, uccelli predatori e altri animali minacciosi, veri o frutto delle allucinazioni da fame, sete e sfinimento dei personaggi. Ognuno di essi, infatti, sovrappone alla drammatica esperienza del presente ricordi affioranti dal passato – scorie, appunto, grumi interiori che il sofferto confronto con la morte e la paura, il senso di colpa e una vasta gamma di altri sentimenti disarmonici fa emergere, urgendone uno smaltimento che si prospetta, in questo caso, cocente ed estremo. Continua a leggere

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

La memoria del Re

(per la festa di Cristo Re)


(M. Chagall)

«In quel tempo, [dopo che ebbero crocifisso Gesù,] il popolo stava a vedere; i capi invece deridevano Gesù dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto».
Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei».
Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male».
E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso». [Lc 23, 35-43]

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L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino. 50

Digitate in Google e in Google Libri la stringa «i più migliori» e vedrete che il costrutto non è affatto privo d’attestazioni lessicografiche e letterarie anche illustri. Ciò significa che è grammaticalmente corretto, visto che si tratta di una «possibilità dell’italiano», come dice un mio amico studioso?
Prendiamo intimo e infimo. Si tratta di superlativi, ma vengono percepiti dalla totalità dei parlanti/scriventi come aggettivi di grado positivo: “il mio più intimo amico” ecc.
Al contrario, migliore è (finora) avvertito come comparativo di buono, ergo “più migliore” è considerato erroneo. Non possiamo escludere che migliore abbia la stessa sorte di intimo e infimo, ma aspettiamo che accada.
Finora, ripeto, è un costrutto appartenente all’italiano dialettale, popolare, deficitario.