Archivi categoria: Letture

La poesia e lo spirito, di Augusto Benemeglio

 

di Fabrizio Centofanti

Ho appena ricevuto il libro La poesia e lo spirito, di Augusto Benemeglio, che raccoglie ventotto dei suoi innumerevoli articoli scritti sul blog omonimo. Parliamo di un autore che ha fatto dell’incandescenza la misura stessa della vita. Non c’è da stupirsi, perché Augusto si è costantemente mosso all’inseguimento del cuore – delle persone, delle cose. La sua è una sinfonia di suoni, di odori, di colori, la sensibilità di chi attraversa la vita guardandosi dall’evitare gli opposti scogli della gioia e del dolore, senza mai dare nulla per scontato, capovolgendo luoghi comuni, anzi, arrivando a destabilizzare e a scandalizzare, come dovrebbe fare ogni scrittore che metta la verità al posto confacente, e cioè il primo. Continua a leggere

“Pesce lupo”. Poesie di Nadia Crantosqui (traduzione di Marco Grassano)

PESCE LUPO[1]

di Nadia Crantosqui (trad. di Marco Grassano)

ad A. A. C.

a tutti i mondi che sorgevano con la sua voce

 

                  Io non ho visto il mare.

                  Non so se il mare è bello,

                  non so se sia agitato.

                 Il mare non m’importa.

                  Ho visto la laguna. 

                                                                                                                Carlos Drummond de Andrade[2]

           

Nadia Crantosqui

la laguna finge

dalla rotta tersa tersissima

prologo di giunchi

due – o erano tre? –

aironi bianchi

bimba non si fida dell’illusione ottica

i fanghi belli ma così altra cosa mostrano

la loro verità adesso

che si avvicina all’acqua e le zanzare

si chiudono fameliche

sulle sue gambe

 

papà ha venduto bene il goal

ha ottenuto una casa semovente color arancio

ideata nella scoperta

delle cose che si aprono.

il tavolo è un bancone

che si distende dalla parete

i letti sono lingue

che con una certa fatica

si lasciano estrarre. Continua a leggere

Luciano Villa, “Gli spiriti della valle”

Recensione di Francesco Improta

Luciano Villa, Gli spiriti della valle (Bookabook Narrativa, 2026)

Ho avuto più volte occasione di confessare la mia scarsa simpatia per il genere fantasy, sia a cinema sia in letteratura, ma con altrettanta sincerità devo ammettere che Gli spiriti della valle di Luciano Villa, non diversamente dal suo precedente Di pietra e di sogno, di cui il nuovo romanzo costituisce il sequel, mi ha fatto parzialmente ricredere. Va precisato innanzitutto che non si tratta di un semplice fantasy per la capacità dell’autore di attraversare vari generi, sottoponendoli a una sapiente e personale rivisitazione.  Del resto, gli eserghi tratti rispettivamente da H. P. Lovecraft (La cosa sulla soglia) e P. Ovidio Nasone (Le metamorfosi) ci trasportano dalla weird fiction alla letteratura classica. Il libro, decisamente corposo (oltre quattrocento pagine), è suddiviso in quattordici capitoli, incorniciati da un prologo e un epilogo e impreziositi da una particolareggiata mappa del Mandamento di Triora nella Valle Argentina del 1828 di Lino Pastorelli e dalla copertina allusiva di Chiara Mazzocchi in cui una figura femminile, ingenua e innocente, come testimoniano l’abito bianco e la fronte bassa sarà presto vittima di presenze fantasmatiche e inafferrabili che si muovono tra gli alberi. Continua a leggere

La campana e il vuoto. Kaveh Akbar, o il sacro come ferita

di Andrea Sirotti

C’è un modo, in Kaveh Akbar, di nominare Dio senza metterlo al sicuro in un olimpo devozionale. Dio entra nei suoi versi come forza esposta al dubbio, alla goffaggine, alla fame, al desiderio, al corpo. Il sacro non vi appare mai nella forma di una certezza ascetica; irrompe semmai come una pressione, una ferita, un’ipotesi che torna a bussare proprio quando sembrerebbe impossibile crederle. Per questo Il miracolo, la raccolta uscita in Italia nel 2025 per Il Saggiatore, è un libro religioso nel senso meno pacificato del termine: costringe il lettore a sostare nel punto in cui fede e dubbio si assomigliano e si feriscono a vicenda, senza offrire alcuna dottrina, per quanto eretica possa essere. Continua a leggere

Due poesie di Serena Cianti

Dalla silloge Denudata

La rosa

Calpestai a piedi nudi
petali di rosa
sensazione di velluto tra le dita
il suo profumo
esalò
dalla ferita
avvolgendomi smarrita.

Inaridita

Inaridita
in una terra incoltivata
come un germoglio assetato
prego la rugiada
non sono che un fiore
donato in seme
al deserto del Sahara.

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Parsifal, il mea culpa di Wagner

 

 Parsifal, il mea culpa di Wagner

di Riccardo Ferrazzi

In passato, quando le opere straniere venivano rappresentate in lingua italiana, si rendevano necessarie le cosiddette “versioni ritmiche”, nelle quali le battute del testo straniero erano tradotte in un improbabile italiano ottocentesco e, per così dire, “operistico”. Non era il massimo. Ma era difficile fare di meglio, perché non bastava tradurre: il testo andava cantato, quindi doveva avere la stessa metrica, le stesse pause e un suono il più possibile vicino all’originale. 

Oggi (finalmente!) le opere liriche vengono rappresentate in lingua originale e i teatri si sono variamente attrezzati per aiutare lo spettatore a seguire i recitativi e tutto ciò che accade sul palcoscenico. Le versioni ritmiche non sono più necessarie. Del resto, le opere di repertorio sono famose, le vicende rappresentate sono note (almeno a grandi linee) e non è difficile farsi un’idea generale di ciò che succede sulla scena.  Continua a leggere

La città che sale, di Gian Piero Stefanoni

di Gian Piero Stefanoni

Raccolgo in queste pagine un intreccio di riflessioni tra poesia e fede, tra parola poetica e interrogazioni del sacro. Nel dialogo un tentativo nell’affondo del mistero dell’uomo, delle sue aspirazioni, dalla nudità della Croce. Intrecciando, come in un piccolo rosario figure e testi di una parola poetica legata in modo diverso al pensiero cristiano, ne muove le istanze rammentando nella direzione della creaturalità quel disegno che l’uomo comprende, raccoglie e trascende. Dal perché delle ferite allora al perché della vita iscritta nel motivo della sua speranza, e della bellezza nell’attualizzata memoria di una parola poetica che, seppure provata, non teme la sua ricerca in relazione a una modernità nella voce e nel volto sempre più sfigurata. Questi gli autori di riferimento: Karol Wojtyla, Francis Jammes, Giovanni Testori, Gerard Manley Hopkins, Charles Péguy, Mario Dell’Arco, Madeleinue Delbrêl.

Passando ponte con Mario Dell’Arco, sesto connubio

Disperatamente ed eternamente umana la voce di Mario Dell’Arco, indimenticato architetto del secolo scorso e autore in dialetto di una Roma in poesia ritratta tra infermità e aspirazioni del moderno e ritagli classici, nei bagliori e nelle oscurità di una sacralità ora avversa e chiamata in causa ora rincorsa l’uomo non tornando più all’uomo. Continua a leggere

Raffaela Fazio, Un Sì illocutorio (“Chiuda gli occhi, Signor Schopenhauer”)

Raffaela Fazio, Un Sì illocutorio
(“Chiuda gli occhi, Signor Schopenhauer”, Ladolfi 2026)

Il filo conduttore di questo libro è una domanda che mi sono posta: qual è il Sì che può essere pronunciato davanti alla Vita

A mio parere è un Sì capillare che, attraversando prove e incertezze, comporta l’accettazione dell’esistenza e delle sue sfide non con rassegnazione, né con irenismo, ma con fiducia e con il coraggio anche di posizionarsi fuori dal coro, controcorrente. Un Sì illocutorio, che coinvolge chi lo pronuncia e ne innesca l’agire. Un Sì anaforico, che va ripetuto di volta in volta, non potendo mai essere dato per scontato, perché spesso rischia di affievolirsi, di ammutolire.

Questo Sì, questa forza vitale, assume sfumature diverse per ciascuno di noi. Sottotraccia vi è l’idea del desiderio come spinta che orienta lo sguardo e il passo, se è vero che proprio dal modo in cui concepiamo il desiderio dipende anche il modo in cui ci muoviamo nel mondo e intessiamo relazioni. In questo senso mi richiamo a una tematica a me cara, già affrontata nella raccolta precedente, “Gli spostamenti del desiderio” (Moretti&Vitali, 2023), aggiungendovi punti di vista e punti di fuga diversi.

Nella prima sezione, che dà il titolo al libro, “Chiuda gli occhi, Signor Schopenhauer”, mi pongo la domanda anche interloquendo (e a volte dissentendo) con alcuni filosofi che mi hanno particolarmente stimolata: Arthur Schopenhauer, Ludwig Wittgenstein, Baruch Spinoza, Michel de Montaigne, Karl Popper, Alexander Baumgarten, Edmund Husserl, Friedrich Nietzsche. 

Nella seconda sezione, più biografica, “Vivo in mezzo ai vivi”, parto da esperienze vissute, come la perdita di una persona cara, la scoperta di un tumore, il mio legame con gli affetti quotidiani. 

Nella terza sezione, “Gli iris di van Gogh”, torno su un aspetto accennato nella prima sezione, soprattutto con Baumgarten, fondatore dell’estetica moderna, riprendendo l’idea della bellezza come via percorribile per pronunciare quel Sì alla Vita, una via che fa i conti con il dolore (come quello conosciuto da Vincent van Gogh, da Caspar David Friedrich, da Edvard Munch e da Amedeo Modigliani, artisti a cui dedico i miei versi), una via che non persegue il mero piacere dei sensi, ma che, puntando all’intensificazione dell’esperito e riconoscendo il valore della condivisione, si vuole finestra aperta verso l’Ulteriorità, lascia spazio al Mistero e ad esso si appella, si affida.

***

Tre poesie della raccolta:

Invece 
dell’ultima paura, una voce
semplice, capace
                           di uscire allo scoperto
incontro sia alla vita sia alla morte
come il larice
che sulla sua corteccia
sente il fuoco e gli risponde
            offrendo
                    la resina migliore
                    goccia a goccia
o la bocca di Isaia così imperfetta
resa pura
            al tocco
del carbone ardente.


Emettere
un suono solamente
(sia sfida, sia abbandono):

Hinneni
- eccomi! ci sono.

*

Sì, Signor Nietzsche

Lo sento, lo sento
il suo grido, il suo inno
frainteso
a ogni scheggia di vita
a quel ragno, a quel chiaro di luna: 
istante 
che non muore in sé stesso
ma che è teso, vibrante
come corda in boccheggi di note
come danza che vuole
al suo interno 
l’abisso, la notte e la rosa
come serpe che si squama
e rinasce
come il Sì, Signor Nietzsche
che redime 
l’eterno
se detto anche a un solo momento 
(al tocco di un filo si muove 
l’intera rete)
ed è un Sì a fondo perduto
senza ritorno
che va ripetuto ripetuto ripetuto
nella scelta 
di volere in ciò che ci accade
l’accadimento.


Friedrich, negli occhi le vedo
il volto sfuggente del vero
la stella, il Dio ignoto
(da cammello a leone a fanciullo).
Ma lo spazio che preme
non trova 
nella mente confini.
Immobile e muta, la fine dei giorni.
Il corpo ora è cavo
e pare 
che nulla lo sollevi.
Eppure
fa ancora una prova
e tenta di unire 
le mani
all’ascolto di un brano.
Il suo ultimo gesto 
è risposta a quel dono:

vorrebbe, vorrebbe
applaudire. 

*

16/12/2024

Ieri notte ero sveglia, agitata.
La Vita mi ha detto: Ascolta.
E mi ha avvolta
mentre ero rannicchiata.
Le ho chiesto un momento.
Lei mi ha lasciato il tempo
di un singhiozzo
e ha ripreso: Non è la prima volta
ricordi? Ricorda. A ritroso
scendi passo a passo.

E nel farlo sentivo
che lei c'era a ogni svolta 
a ogni scossa
e che mi preparava (questo sì
mi ha sorpreso)
da quando ero bambina.
Ma appena ho messo il piede
su quello che credevo
l’ultimo scalino
tutto è rallentato e si è confuso.

Adesso dormi un po’.
Ti tengo stretta.
Neanche tu arriverai alla terra promessa.
Ma sposterai i tuoi confini.
Di giorno in giorno sarà
una mina che salta
in ciò che è circoscritto
un’uscita continua
dall’Egitto.

da Ecco l’uomo

LXXXI

Sentì sopra di sé il peso del tempo. Si percepì incapace; affiorarono immagini, ricordi, per esempio il ragazzo al Cottolengo, cui avevano affidato il compito d’innaffiare il giardino. Lo aveva preso seriamente, non mancava mai di procurarsi l’innaffiatoio di plastica e attaccava sempre alla stessa ora, dallo stesso punto. Un giorno venne giù il diluvio universale; gli ospiti dell’istituto e gli assistenti si affacciarono alla finestra per godersi lo spettacolo della pioggia che si rovesciava a ondate, schiaffeggiando tutto ciò che capitava a tiro. In un angolo scorsero un’ombra, alla stessa ora, nello stesso punto del giardino: era lui, con l’innaffiatoio che sgocciolava in mezzo alla tempesta.
Oppure quella volta che una donna, madre di cinque figli, di cui quattro disabili, abbracciava disperata la bara di una delle sue creature e non poteva staccarsene; le si avvicinò un ragazzo handicappato dallo sguardo smarrito che la strinse a sé discretamente e le sussurrò in un orecchio:
«Suo figlio è fortunato ad avere una madre che gli vuole bene e piange per lui». Il figlio era una specie di mostro che aveva finito di campare per insufficienza generale di risorse. Eppure sì, oggettivamente si poteva ritenere fortunato, perché aveva una madre che piangeva disperata sulla bara ricoperta di fiori, mentre il ragazzo handicappato dallo sguardo smarrito era stato dimenticato o abbandonato da tempo immemorabile. La donna avrebbe voluto abbracciarlo, ma non ne ebbe la forza, e continuò a disperarsi, abbarbicata al feretro.
I ricordi lacerarono don Davide, lo precipitarono in un
vortice in cui si dissolveva ogni confine tra salute e malattia: era lui l’uomo della pioggia, incollato al suo posto di innaffiatore ufficiale, era lui il ragazzo handicappato che sapeva cogliere la felicità nascosta nelle piaghe del mondo, era lui la madre divisa tra opposti sentimenti e per un istante comprese che Dio è un ragazzo dallo sguardo smarrito, abbandonato al Cottolengo, dimenticato da tutti, eppure ancora capace di abbracciare.

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Giuseppe Bresciani, “L’uomo che pesò l’eternità” (2)

Giuseppe Bresciani, L’uomo che pesò l’eternità

Due estratti

Pp. 243-245

La Venezia che ritrovai nell’estate del 1816 era una nobile decaduta ed esausta, un lemure fatalista. Diciannove anni prima, con il trattato di Campoformio, Napoleone l’aveva ceduta all’Austria. Dopo il congresso di Vienna la provincia veneta era entrata a fare parte del regno Lombardo-Veneto. I veneziani erano pallidi parenti dei loro avi, gente svigorita ma che non rinunciava all’ironia, alla spocchia, al parossismo, al vizio e all’amore per il bel gesto.
Facevo ritorno a Venezia dopo ventinove anni di assenza. Ero conscio che Tuareg ingrassasse la terra da molto tempo, come la vecchia governante e il giardiniere. Ero ansioso di scoprire se Surya fosse ancora in vita, anche se lo ritenevo improbabile giacché avrebbe avuto all’incirca novant’anni, e mi chiedevo se Caterina si fosse presa cura della mia casa oltre che dei suoi figli, di cui mi erano ignoti il numero e l’età.
Ahimè, mi aspettavano due sorprese sgradevoli. Sant’Arian era disabitata e in rovina. Il laboratorio era stato saccheggiato e non c’era traccia dei miei quadri e degli altri miei beni. Il pescatore che mi aveva portato sull’isola si lamentò che al tempo dell’occupazione francese, e ancor prima con la caduta della Repubblica, era accaduto ogni genere di scempio, sia in città sia in laguna, e i gendarmi non avevano potuto evitare i tumulti, le razzie e le devastazioni. Gli chiesi se avesse notizie delle persone che un tempo vivevano lì. Fece spallucce e mormorò una frase che non capii. Insistetti e lui, fissandomi in maniera obliqua, esclamò: «Sior, gnanca el can mena la coa par nienteContinua a leggere

Viviana Spada, “Da Hermann Hesse al Paese delle Nevi”

Intervista di Marino Magliani a Viviana Spada su Da Hermann Hesse al Paese delle Nevi (Il Filo di Arianna, 2025)

Nell’anno in cui ricorre l’80° anniversario dell’assegnazione del Premio Goethe e Premio Nobel per la Letteratura (nel 1946) a Hermann Hesse, esce il saggio di Viviana Spada Da Hermann Hesse al Paese delle Nevi, dedicato al grande scrittore tedesco, ma svizzero d’adozione.
A Montagnola, infatti, dove egli visse a lungo, si trova il Museo Hermann Hesse, il più importante e completo, al cui interno si trovano la sua macchina da scrivere, i suoi occhiali, manoscritti, quadri…; all’esterno, l’aria che respirava, i suoi paesaggi, Casa Camuzzi, dove ha scritto l’immortale “Siddhartha”, e la straordinaria sensazione di rivivere la stessa magia ispiratrice…

Quando nasce il tuo amore per la lettura e la scrittura?
All’età di cinque anni imparai a leggere e a scrivere dalla trasmissione condotta dal M° Alberto Manzi “Non è mai troppo tardi” e, da allora, credo di non avere mai smesso di farlo.

Come e quando hai capito che sarebbe potuto diventare un mestiere?
Leggendo e scrivendo molto, fatto che a scuola mi permetteva di svolgere temi molto lunghi rispetto a quelli delle compagne, sovente premiati per il contenuto e la forma. In seguito ho sviluppato un forte interesse e grande curiosità per le materie umanistiche, accrescendo la mia formazione culturale affiancando agli studi e alle letture molti viaggi a giro per il mondo che mi hanno fatto conoscere culture e pensieri differenti e rafforzato in me la voglia di raccontare e raccontarmi. Continua a leggere

Giuseppe Bresciani, “L’uomo che pesò l’eternità”

Giuseppe Bresciani, L’uomo che pesò l’eternità

Un estratto (pp. 110-112):

Ripresi le mie abitudini mondane, dividendomi fra Versailles e i salotti dell’aristocrazia e della borghesia parigina. Da più di un anno frequentavo quello nell’Hôtel d’Uzès, la dimora di Emilie de La Rochefoucault, la consorte del duca d’Uzès. Più che un salotto, la duchessa d’Uzès aveva creato e sovrintendeva un vivace circolo esoterico. La sua nota passione per i misteri e il sovrannaturale era tale che mi considerava un maestro oltre che una guida spirituale. Alle sue riunioni a numero chiuso non mancavano mai la marchesa di Créquy, l’onnipresente Madame d’Urfé e la contessa di Brionne. Il salotto di Madame d’Uzès attirava anche i grandi pensatori come Jean-Jacques Rousseau e il conte di Buffon.
Una sera, a cena, vi conobbi François-Marie Arouet, l’acclarato intellettuale noto con lo pseudonimo Voltaire. Era venuto dalla sua tenuta di Fernay per illustrare agli ospiti del circolo le tesi esposte nel suo romanzo filosofico Candido, pubblicato da poco a Ginevra. Il patriarca dell’Illuminismo era l’ospite d’onore della serata e non mi limitai ad ascoltarlo con il massimo interesse ma lo invitai a un contraddittorio.Gli astanti erano eccitati. Voltaire e io rappresentavamo due opposti apparentemente inconciliabili. Lui era scettico nei confronti della religione e dei misteri, refrattario a ogni superstizione e potere magico, avendo fede solo nel pensiero razionalista. Io, invece, incarnavo ciò che sfugge alla ragione e la sfida. Per lui, era naturale diffidare di un uomo della mia specie, che si diceva praticasse la magia teurgica, ricavasse l’oro dai metalli vili grazie alla pietra filosofale e avesse vinto la morte. Nondimeno, avevamo diverse qualità in comune; la mente aperta ed elastica, l’eccellente virtù affabulatoria, la vasta erudizione e l’ironia. Eravamo coetanei e godevamo del favore di amici anticonformisti ed estimatori autorevoli.
Chi si aspettava da noi un incontro di lotta greco-romana restò deluso. Animati da reciproca curiosità e da un rispetto che non poteva essere incrinato dal fatto di avere idee differenti e un diverso stile di vita, non solo non ci scontrammo a testa bassa come gli stambecchi ma ci comportammo da autentici gentiluomini.
«Signor conte, se non ci vedessimo solo oggi per la prima volta qualcuno potrebbe sostenere che mi sono ispirato a voi per la figura del mio Candido» disse il filosofo.
«Cosa ve lo fa pensare, signore?»
«Il vostro ottimismo, tanto per cominciare.»
«Che altro?»
«Come Candido, avete scoperto il vostro personale El Dorado e siete tornato in Europa carico di tesori.»
Annuii, sorridendo garbatamente. Voltaire sorseggiò la sua ennesima tazzina di caffè – si diceva che ne bevesse una dozzina al giorno – e continuò: «Pare che anche voi, come lui, abbiate stipulato un patto con la morte.»
«Un patto, dite?»
«Candido non muore mai, sopravvive a qualsiasi pericolo e disavventura, come se fosse invisibile alla morte. Di voi, si dice che siate immortale, per quanto mi rifiuti di crederlo.»
Fissai Voltaire con intensità e per stupirlo citai una frase di cui non avrebbe potuto disconoscere la paternità. «Il dubbio è scomodo ma solo gli imbecilli non ne hanno.»
«Touché!» commentò il filosofo. «Ciò nonostante, poiché fra le cose più sicure, la più sicura è proprio il dubbio, concedetemi di dubitare di voi e dell’ottimismo che vi induce a pensare che non avrete mai bisogno delle pompe funebri.»
«Signore, in futuro vi darò la prova che dopo avere pesato l’eternità ho vinto la morte.»
Un brusio si levò nel salone dove gli ospiti della duchessa d’Uzès erano avvinti dalla conversazione. Voltaire mi degnò di uno sguardo clemente. «Disapprovo quello che dite» obbiettò «ma difenderei fino alla morte il vostro diritto di dirlo.

Biografia di Giuseppe Bresciani

Sono nato il 7 ottobre 1955 a Como, dove risiedo.Nel 1980 ho conseguito la laurea in Lettere Moderne presso l’Università di Pavia.Dopo trent’anni di attività imprenditoriale-umanistica ho iniziato a dedicarmi a tempo pieno alla scrittura. Ho esordito nel 2011 con “L’inferno chiamato Afghanistan”, il racconto del mio soggiorno come osservatore nel paese dei talebani. Nel 2013 ho pubblicato i racconti “Il cantico del pesce persico”. Nel 2018 ho pubblicato il romanzo sul crepuscolo di Leonardo da Vinci in Francia “Le infinite ragioni” (Albeggi). Nel 2021 ho pubblicato il romanzo storico “Il cavaliere delfiordo” (Leone) con cui ho vinto il premio “Scrittori con gusto” assegnato dall’Accademia Res Aulica di Bologna. Nel settembre 2025 ho pubblicato il mio nuovo romanzo “L’uomo che pesò l’eternità” (Altrevoci).

Sara Maggi, “Ho ancora un cuore”

Intervista di Graziella Belli

Percorrendo la passeggiata mare tra Spotorno e Noli, ho ripensato a Caterina e alle persone che popolano il romanzo di Sara Maggi, Ho ancora un cuore (Funambolo Edizioni, 2025). Lasciatemelo dire subito, è un grande lavoro, sorretto da una scrittura fluida, diretta e chiara, dove vengono affrontate storie comuni, ma le cui violenze, anch’esse apparentemente comuni, sono in grado di segnare i destini di una società malata.

Eccone un assaggio.

“Le mutandine! Le mutandine!» Il coro di voci mi riempie la testa, me la spacca in due. Lo vedono che sto male, che sono sull’orlo di un pianto disperato, eppure non smettono di ripetere in coro quella maledetta parola. Che sa di sporco solo a pronunciarla. Mi sento sprofondare nella terra del prato e vorrei solo sparire. Desidero con tutto il cuore che si apra un buco e che una forza sconosciuta mi risucchi dentro. Non può essere questa la vita di una bambina.

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Roberto Carifi

a cura di Giorgio Stella

L’amore

L’amante vede nell’amato ciò che l’amore gli fa vedere. L’amore è uno sguardo che chiede di essere guardato, la schiusura che nell’ombra dell’uno e dell’altro lascia entrare la luce dei loro sguardi. La neutralità dell’amore, come ci viene descritta da Plotino, è l’Altro che chiama l’amante verso l’amato, che li rende aperti l’uno per l’altro. Non si riceve il dono che abbandonandosi al movimento che l’avvicina, nel vuoto misterioso ancora colmabile dall’amore. L’amato partecipa della neutralità dell’amore, è per questa sua appartenenza che lo mantiene al di là di ogni misura che può avvicinarsi con i tratti dell’amato, entrare in quell’apertura a cui l’amante è sospeso nella sua attesa. Nessuna ferita verrà risanata, nessun vuoto verrà colmato se non per riaprire di nuovo il vuoto e la ferita che irradiano sopra il volto dell’altro una penombra, l’ombra di una carezza che lo tiene nella luce segreta dell’amore. L’amore è una pienezza che reinventa il vuoto, un fiume che scorre verso la povertà della sorgente.

Un Natale al femminile

di Alida Airaghi

Mi chiedo se oggi le bambine e le adolescenti tra i sette e i dodici anni leggano ancora la quadrilogia di Louisa May Alcott: Piccole donne, Piccole donne crescono, Piccoli uomini, I ragazzi di Jo, un classico della letteratura dell’infanzia, presente in tutte le librerie delle famiglie con figlie femmine. Noi eravamo tre sorelle, e ci passavamo le storie di Meg, Jo, Beth e Amy litigando sulle loro affinità con i nostri caratteri. Io, sessant’anni fa (ma come è possibile sia passato tanto tempo, senza che in pratica me ne sia accorta?) non ho mai fatto segreto delle mie preferenze. Jo, ovviamente, era la più amata, per la sua indipendenza, l’insofferenza dei ruoli, il desiderio di avventura. E poi Beth, così dolce e mite da palesare subito il suo destino di soccombente. Le altre due protagoniste mi sembravano più scontate e tradizionali, prevedibili nei comportamenti, nei desideri, nelle scelte di vita. Continua a leggere

Uno psicologo nei lager

di Fabrizio Centofanti

“Uno psicologo nei lager”, di Viktor Frankl, è un libro che bisogna leggere. Non elencherò le ragioni, tranne una che le supera tutte: si tratta di un antidoto alla disperazione, una via d’uscita dall’inferno, tema di grande attualità, come ognuno può capire. È il libro delle cose ultime: l’ultimo destino, l’ultima libertà. Una volta letto, non ci si può più lamentare, perché tutto ciò che abbiamo appare superfluo: all’internato non rimane che sé stesso, ed è lì che si gioca la partita. Non si può vivere al livello del “cosa”, e neanche del “come”: è necessario arrivare al nocciolo della questione, ossia al “perché”. La vita, allora, non è più una condizione, ma una conquista interiore. E il suo senso non è una categoria generale, si realizza nella concretezza dei fatti, è una risposta esatta a una domanda precisa. Il problema, dunque, non è più che cosa ci aspettiamo dalla vita, ma cosa questa si aspetta da noi. Abbiamo un compito, originale e unico, qualcosa che solo noi possiamo essere e fare. Anche il dolore è un compito, e anch’esso è originale e unico: solo una tale consapevolezza può strappare alla paura della sofferenza e della morte. Soltanto l’unicità e l’irripetibilità della persona restituiscono alla vita il suo significato. È un libro controcorrente, che ci ricorda come l’apparente inutilità sia il presupposto di ogni sacrificio. Dal prendere la propria croce scaturisce la possibilità di riscoprire un senso: l’uomo, la donna, possono essere più forti del destino.
Non voglio dire troppo, cito solo una scena che fa intuire quanto un’opera non religiosa possa essere misteriosamente tale. Un capo operaio offre a Frankl un pezzo di pane, togliendolo dalla propria razione del mattino. Ecco – pensa Viktor -, quello non è più un semplice pezzo di pane; è l’umano. Forse, addirittura, il divino.

Fuoriuscite. Riflessioni su otto libri

 

Fuoriuscite. Riflessioni su otto libri

di Giovanni Agnoloni

Nell’ultimo periodo mi sono reso conto che la parola d’ordine per me, in questa fase, è fuoriuscite. La vita spesso si svolge secondo schemi che nascono dall’abitudine, ma pone anche davanti alla necessità di rispondere a una chiamata autentica, che viene da dentro. E lo scarto tra i comportamenti consolidati e la piena adesione al sentiero vocazionale (qualunque sia la vocazione di ciascuno) passa per lo smaltimento di qualunque residuo di scorie provenienti dal passato.

Coincidenza piuttosto singolare, questa mia non facile fase di salto quantico in avanti ha coinciso con l’uscita della mia traduzione ad oggi più impegnativa, L’isola dei condannati di Stig Dagerman (Ortica Editrice), capolavoro del Novecento svedese e opera emblematica di un pensiero profondo e contorto che cerca una vita d’uscita dall’angoscia. Secondo romanzo del giovane, geniale e tormentato autore scandinavo (1923-1954), appassionato interprete dei valori dell’anarchismo (ideologia libera da vincoli e retta sul solo imperativo della vicinanza agli ultimi), racconta la terribile vicenda di sette naufraghi (cinque uomini e due donne) su un’isola esotica disabitata e popolata da rettili, uccelli predatori e altri animali minacciosi, veri o frutto delle allucinazioni da fame, sete e sfinimento dei personaggi. Ognuno di essi, infatti, sovrappone alla drammatica esperienza del presente ricordi affioranti dal passato – scorie, appunto, grumi interiori che il sofferto confronto con la morte e la paura, il senso di colpa e una vasta gamma di altri sentimenti disarmonici fa emergere, urgendone uno smaltimento che si prospetta, in questo caso, cocente ed estremo. Continua a leggere