Archivi categoria: Letture

Due poesie di Serena Cianti

Dalla silloge Denudata

La rosa

Calpestai a piedi nudi
petali di rosa
sensazione di velluto tra le dita
il suo profumo
esalò
dalla ferita
avvolgendomi smarrita.

Inaridita

Inaridita
in una terra incoltivata
come un germoglio assetato
prego la rugiada
non sono che un fiore
donato in seme
al deserto del Sahara.

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Parsifal, il mea culpa di Wagner

 

 Parsifal, il mea culpa di Wagner

di Riccardo Ferrazzi

In passato, quando le opere straniere venivano rappresentate in lingua italiana, si rendevano necessarie le cosiddette “versioni ritmiche”, nelle quali le battute del testo straniero erano tradotte in un improbabile italiano ottocentesco e, per così dire, “operistico”. Non era il massimo. Ma era difficile fare di meglio, perché non bastava tradurre: il testo andava cantato, quindi doveva avere la stessa metrica, le stesse pause e un suono il più possibile vicino all’originale. 

Oggi (finalmente!) le opere liriche vengono rappresentate in lingua originale e i teatri si sono variamente attrezzati per aiutare lo spettatore a seguire i recitativi e tutto ciò che accade sul palcoscenico. Le versioni ritmiche non sono più necessarie. Del resto, le opere di repertorio sono famose, le vicende rappresentate sono note (almeno a grandi linee) e non è difficile farsi un’idea generale di ciò che succede sulla scena.  Continua a leggere

La città che sale, di Gian Piero Stefanoni

di Gian Piero Stefanoni

Raccolgo in queste pagine un intreccio di riflessioni tra poesia e fede, tra parola poetica e interrogazioni del sacro. Nel dialogo un tentativo nell’affondo del mistero dell’uomo, delle sue aspirazioni, dalla nudità della Croce. Intrecciando, come in un piccolo rosario figure e testi di una parola poetica legata in modo diverso al pensiero cristiano, ne muove le istanze rammentando nella direzione della creaturalità quel disegno che l’uomo comprende, raccoglie e trascende. Dal perché delle ferite allora al perché della vita iscritta nel motivo della sua speranza, e della bellezza nell’attualizzata memoria di una parola poetica che, seppure provata, non teme la sua ricerca in relazione a una modernità nella voce e nel volto sempre più sfigurata. Questi gli autori di riferimento: Karol Wojtyla, Francis Jammes, Giovanni Testori, Gerard Manley Hopkins, Charles Péguy, Mario Dell’Arco, Madeleinue Delbrêl.

Passando ponte con Mario Dell’Arco, sesto connubio

Disperatamente ed eternamente umana la voce di Mario Dell’Arco, indimenticato architetto del secolo scorso e autore in dialetto di una Roma in poesia ritratta tra infermità e aspirazioni del moderno e ritagli classici, nei bagliori e nelle oscurità di una sacralità ora avversa e chiamata in causa ora rincorsa l’uomo non tornando più all’uomo. Continua a leggere

Raffaela Fazio, Un Sì illocutorio (“Chiuda gli occhi, Signor Schopenhauer”)

Raffaela Fazio, Un Sì illocutorio
(“Chiuda gli occhi, Signor Schopenhauer”, Ladolfi 2026)

Il filo conduttore di questo libro è una domanda che mi sono posta: qual è il Sì che può essere pronunciato davanti alla Vita

A mio parere è un Sì capillare che, attraversando prove e incertezze, comporta l’accettazione dell’esistenza e delle sue sfide non con rassegnazione, né con irenismo, ma con fiducia e con il coraggio anche di posizionarsi fuori dal coro, controcorrente. Un Sì illocutorio, che coinvolge chi lo pronuncia e ne innesca l’agire. Un Sì anaforico, che va ripetuto di volta in volta, non potendo mai essere dato per scontato, perché spesso rischia di affievolirsi, di ammutolire.

Questo Sì, questa forza vitale, assume sfumature diverse per ciascuno di noi. Sottotraccia vi è l’idea del desiderio come spinta che orienta lo sguardo e il passo, se è vero che proprio dal modo in cui concepiamo il desiderio dipende anche il modo in cui ci muoviamo nel mondo e intessiamo relazioni. In questo senso mi richiamo a una tematica a me cara, già affrontata nella raccolta precedente, “Gli spostamenti del desiderio” (Moretti&Vitali, 2023), aggiungendovi punti di vista e punti di fuga diversi.

Nella prima sezione, che dà il titolo al libro, “Chiuda gli occhi, Signor Schopenhauer”, mi pongo la domanda anche interloquendo (e a volte dissentendo) con alcuni filosofi che mi hanno particolarmente stimolata: Arthur Schopenhauer, Ludwig Wittgenstein, Baruch Spinoza, Michel de Montaigne, Karl Popper, Alexander Baumgarten, Edmund Husserl, Friedrich Nietzsche. 

Nella seconda sezione, più biografica, “Vivo in mezzo ai vivi”, parto da esperienze vissute, come la perdita di una persona cara, la scoperta di un tumore, il mio legame con gli affetti quotidiani. 

Nella terza sezione, “Gli iris di van Gogh”, torno su un aspetto accennato nella prima sezione, soprattutto con Baumgarten, fondatore dell’estetica moderna, riprendendo l’idea della bellezza come via percorribile per pronunciare quel Sì alla Vita, una via che fa i conti con il dolore (come quello conosciuto da Vincent van Gogh, da Caspar David Friedrich, da Edvard Munch e da Amedeo Modigliani, artisti a cui dedico i miei versi), una via che non persegue il mero piacere dei sensi, ma che, puntando all’intensificazione dell’esperito e riconoscendo il valore della condivisione, si vuole finestra aperta verso l’Ulteriorità, lascia spazio al Mistero e ad esso si appella, si affida.

***

Tre poesie della raccolta:

Invece 
dell’ultima paura, una voce
semplice, capace
                           di uscire allo scoperto
incontro sia alla vita sia alla morte
come il larice
che sulla sua corteccia
sente il fuoco e gli risponde
            offrendo
                    la resina migliore
                    goccia a goccia
o la bocca di Isaia così imperfetta
resa pura
            al tocco
del carbone ardente.


Emettere
un suono solamente
(sia sfida, sia abbandono):

Hinneni
- eccomi! ci sono.

*

Sì, Signor Nietzsche

Lo sento, lo sento
il suo grido, il suo inno
frainteso
a ogni scheggia di vita
a quel ragno, a quel chiaro di luna: 
istante 
che non muore in sé stesso
ma che è teso, vibrante
come corda in boccheggi di note
come danza che vuole
al suo interno 
l’abisso, la notte e la rosa
come serpe che si squama
e rinasce
come il Sì, Signor Nietzsche
che redime 
l’eterno
se detto anche a un solo momento 
(al tocco di un filo si muove 
l’intera rete)
ed è un Sì a fondo perduto
senza ritorno
che va ripetuto ripetuto ripetuto
nella scelta 
di volere in ciò che ci accade
l’accadimento.


Friedrich, negli occhi le vedo
il volto sfuggente del vero
la stella, il Dio ignoto
(da cammello a leone a fanciullo).
Ma lo spazio che preme
non trova 
nella mente confini.
Immobile e muta, la fine dei giorni.
Il corpo ora è cavo
e pare 
che nulla lo sollevi.
Eppure
fa ancora una prova
e tenta di unire 
le mani
all’ascolto di un brano.
Il suo ultimo gesto 
è risposta a quel dono:

vorrebbe, vorrebbe
applaudire. 

*

16/12/2024

Ieri notte ero sveglia, agitata.
La Vita mi ha detto: Ascolta.
E mi ha avvolta
mentre ero rannicchiata.
Le ho chiesto un momento.
Lei mi ha lasciato il tempo
di un singhiozzo
e ha ripreso: Non è la prima volta
ricordi? Ricorda. A ritroso
scendi passo a passo.

E nel farlo sentivo
che lei c'era a ogni svolta 
a ogni scossa
e che mi preparava (questo sì
mi ha sorpreso)
da quando ero bambina.
Ma appena ho messo il piede
su quello che credevo
l’ultimo scalino
tutto è rallentato e si è confuso.

Adesso dormi un po’.
Ti tengo stretta.
Neanche tu arriverai alla terra promessa.
Ma sposterai i tuoi confini.
Di giorno in giorno sarà
una mina che salta
in ciò che è circoscritto
un’uscita continua
dall’Egitto.

da Ecco l’uomo

LXXXI

Sentì sopra di sé il peso del tempo. Si percepì incapace; affiorarono immagini, ricordi, per esempio il ragazzo al Cottolengo, cui avevano affidato il compito d’innaffiare il giardino. Lo aveva preso seriamente, non mancava mai di procurarsi l’innaffiatoio di plastica e attaccava sempre alla stessa ora, dallo stesso punto. Un giorno venne giù il diluvio universale; gli ospiti dell’istituto e gli assistenti si affacciarono alla finestra per godersi lo spettacolo della pioggia che si rovesciava a ondate, schiaffeggiando tutto ciò che capitava a tiro. In un angolo scorsero un’ombra, alla stessa ora, nello stesso punto del giardino: era lui, con l’innaffiatoio che sgocciolava in mezzo alla tempesta.
Oppure quella volta che una donna, madre di cinque figli, di cui quattro disabili, abbracciava disperata la bara di una delle sue creature e non poteva staccarsene; le si avvicinò un ragazzo handicappato dallo sguardo smarrito che la strinse a sé discretamente e le sussurrò in un orecchio:
«Suo figlio è fortunato ad avere una madre che gli vuole bene e piange per lui». Il figlio era una specie di mostro che aveva finito di campare per insufficienza generale di risorse. Eppure sì, oggettivamente si poteva ritenere fortunato, perché aveva una madre che piangeva disperata sulla bara ricoperta di fiori, mentre il ragazzo handicappato dallo sguardo smarrito era stato dimenticato o abbandonato da tempo immemorabile. La donna avrebbe voluto abbracciarlo, ma non ne ebbe la forza, e continuò a disperarsi, abbarbicata al feretro.
I ricordi lacerarono don Davide, lo precipitarono in un
vortice in cui si dissolveva ogni confine tra salute e malattia: era lui l’uomo della pioggia, incollato al suo posto di innaffiatore ufficiale, era lui il ragazzo handicappato che sapeva cogliere la felicità nascosta nelle piaghe del mondo, era lui la madre divisa tra opposti sentimenti e per un istante comprese che Dio è un ragazzo dallo sguardo smarrito, abbandonato al Cottolengo, dimenticato da tutti, eppure ancora capace di abbracciare.

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Giuseppe Bresciani, “L’uomo che pesò l’eternità” (2)

Giuseppe Bresciani, L’uomo che pesò l’eternità

Due estratti

Pp. 243-245

La Venezia che ritrovai nell’estate del 1816 era una nobile decaduta ed esausta, un lemure fatalista. Diciannove anni prima, con il trattato di Campoformio, Napoleone l’aveva ceduta all’Austria. Dopo il congresso di Vienna la provincia veneta era entrata a fare parte del regno Lombardo-Veneto. I veneziani erano pallidi parenti dei loro avi, gente svigorita ma che non rinunciava all’ironia, alla spocchia, al parossismo, al vizio e all’amore per il bel gesto.
Facevo ritorno a Venezia dopo ventinove anni di assenza. Ero conscio che Tuareg ingrassasse la terra da molto tempo, come la vecchia governante e il giardiniere. Ero ansioso di scoprire se Surya fosse ancora in vita, anche se lo ritenevo improbabile giacché avrebbe avuto all’incirca novant’anni, e mi chiedevo se Caterina si fosse presa cura della mia casa oltre che dei suoi figli, di cui mi erano ignoti il numero e l’età.
Ahimè, mi aspettavano due sorprese sgradevoli. Sant’Arian era disabitata e in rovina. Il laboratorio era stato saccheggiato e non c’era traccia dei miei quadri e degli altri miei beni. Il pescatore che mi aveva portato sull’isola si lamentò che al tempo dell’occupazione francese, e ancor prima con la caduta della Repubblica, era accaduto ogni genere di scempio, sia in città sia in laguna, e i gendarmi non avevano potuto evitare i tumulti, le razzie e le devastazioni. Gli chiesi se avesse notizie delle persone che un tempo vivevano lì. Fece spallucce e mormorò una frase che non capii. Insistetti e lui, fissandomi in maniera obliqua, esclamò: «Sior, gnanca el can mena la coa par nienteContinua a leggere

Viviana Spada, “Da Hermann Hesse al Paese delle Nevi”

Intervista di Marino Magliani a Viviana Spada su Da Hermann Hesse al Paese delle Nevi (Il Filo di Arianna, 2025)

Nell’anno in cui ricorre l’80° anniversario dell’assegnazione del Premio Goethe e Premio Nobel per la Letteratura (nel 1946) a Hermann Hesse, esce il saggio di Viviana Spada Da Hermann Hesse al Paese delle Nevi, dedicato al grande scrittore tedesco, ma svizzero d’adozione.
A Montagnola, infatti, dove egli visse a lungo, si trova il Museo Hermann Hesse, il più importante e completo, al cui interno si trovano la sua macchina da scrivere, i suoi occhiali, manoscritti, quadri…; all’esterno, l’aria che respirava, i suoi paesaggi, Casa Camuzzi, dove ha scritto l’immortale “Siddhartha”, e la straordinaria sensazione di rivivere la stessa magia ispiratrice…

Quando nasce il tuo amore per la lettura e la scrittura?
All’età di cinque anni imparai a leggere e a scrivere dalla trasmissione condotta dal M° Alberto Manzi “Non è mai troppo tardi” e, da allora, credo di non avere mai smesso di farlo.

Come e quando hai capito che sarebbe potuto diventare un mestiere?
Leggendo e scrivendo molto, fatto che a scuola mi permetteva di svolgere temi molto lunghi rispetto a quelli delle compagne, sovente premiati per il contenuto e la forma. In seguito ho sviluppato un forte interesse e grande curiosità per le materie umanistiche, accrescendo la mia formazione culturale affiancando agli studi e alle letture molti viaggi a giro per il mondo che mi hanno fatto conoscere culture e pensieri differenti e rafforzato in me la voglia di raccontare e raccontarmi. Continua a leggere

Giuseppe Bresciani, “L’uomo che pesò l’eternità”

Giuseppe Bresciani, L’uomo che pesò l’eternità

Un estratto (pp. 110-112):

Ripresi le mie abitudini mondane, dividendomi fra Versailles e i salotti dell’aristocrazia e della borghesia parigina. Da più di un anno frequentavo quello nell’Hôtel d’Uzès, la dimora di Emilie de La Rochefoucault, la consorte del duca d’Uzès. Più che un salotto, la duchessa d’Uzès aveva creato e sovrintendeva un vivace circolo esoterico. La sua nota passione per i misteri e il sovrannaturale era tale che mi considerava un maestro oltre che una guida spirituale. Alle sue riunioni a numero chiuso non mancavano mai la marchesa di Créquy, l’onnipresente Madame d’Urfé e la contessa di Brionne. Il salotto di Madame d’Uzès attirava anche i grandi pensatori come Jean-Jacques Rousseau e il conte di Buffon.
Una sera, a cena, vi conobbi François-Marie Arouet, l’acclarato intellettuale noto con lo pseudonimo Voltaire. Era venuto dalla sua tenuta di Fernay per illustrare agli ospiti del circolo le tesi esposte nel suo romanzo filosofico Candido, pubblicato da poco a Ginevra. Il patriarca dell’Illuminismo era l’ospite d’onore della serata e non mi limitai ad ascoltarlo con il massimo interesse ma lo invitai a un contraddittorio.Gli astanti erano eccitati. Voltaire e io rappresentavamo due opposti apparentemente inconciliabili. Lui era scettico nei confronti della religione e dei misteri, refrattario a ogni superstizione e potere magico, avendo fede solo nel pensiero razionalista. Io, invece, incarnavo ciò che sfugge alla ragione e la sfida. Per lui, era naturale diffidare di un uomo della mia specie, che si diceva praticasse la magia teurgica, ricavasse l’oro dai metalli vili grazie alla pietra filosofale e avesse vinto la morte. Nondimeno, avevamo diverse qualità in comune; la mente aperta ed elastica, l’eccellente virtù affabulatoria, la vasta erudizione e l’ironia. Eravamo coetanei e godevamo del favore di amici anticonformisti ed estimatori autorevoli.
Chi si aspettava da noi un incontro di lotta greco-romana restò deluso. Animati da reciproca curiosità e da un rispetto che non poteva essere incrinato dal fatto di avere idee differenti e un diverso stile di vita, non solo non ci scontrammo a testa bassa come gli stambecchi ma ci comportammo da autentici gentiluomini.
«Signor conte, se non ci vedessimo solo oggi per la prima volta qualcuno potrebbe sostenere che mi sono ispirato a voi per la figura del mio Candido» disse il filosofo.
«Cosa ve lo fa pensare, signore?»
«Il vostro ottimismo, tanto per cominciare.»
«Che altro?»
«Come Candido, avete scoperto il vostro personale El Dorado e siete tornato in Europa carico di tesori.»
Annuii, sorridendo garbatamente. Voltaire sorseggiò la sua ennesima tazzina di caffè – si diceva che ne bevesse una dozzina al giorno – e continuò: «Pare che anche voi, come lui, abbiate stipulato un patto con la morte.»
«Un patto, dite?»
«Candido non muore mai, sopravvive a qualsiasi pericolo e disavventura, come se fosse invisibile alla morte. Di voi, si dice che siate immortale, per quanto mi rifiuti di crederlo.»
Fissai Voltaire con intensità e per stupirlo citai una frase di cui non avrebbe potuto disconoscere la paternità. «Il dubbio è scomodo ma solo gli imbecilli non ne hanno.»
«Touché!» commentò il filosofo. «Ciò nonostante, poiché fra le cose più sicure, la più sicura è proprio il dubbio, concedetemi di dubitare di voi e dell’ottimismo che vi induce a pensare che non avrete mai bisogno delle pompe funebri.»
«Signore, in futuro vi darò la prova che dopo avere pesato l’eternità ho vinto la morte.»
Un brusio si levò nel salone dove gli ospiti della duchessa d’Uzès erano avvinti dalla conversazione. Voltaire mi degnò di uno sguardo clemente. «Disapprovo quello che dite» obbiettò «ma difenderei fino alla morte il vostro diritto di dirlo.

Biografia di Giuseppe Bresciani

Sono nato il 7 ottobre 1955 a Como, dove risiedo.Nel 1980 ho conseguito la laurea in Lettere Moderne presso l’Università di Pavia.Dopo trent’anni di attività imprenditoriale-umanistica ho iniziato a dedicarmi a tempo pieno alla scrittura. Ho esordito nel 2011 con “L’inferno chiamato Afghanistan”, il racconto del mio soggiorno come osservatore nel paese dei talebani. Nel 2013 ho pubblicato i racconti “Il cantico del pesce persico”. Nel 2018 ho pubblicato il romanzo sul crepuscolo di Leonardo da Vinci in Francia “Le infinite ragioni” (Albeggi). Nel 2021 ho pubblicato il romanzo storico “Il cavaliere delfiordo” (Leone) con cui ho vinto il premio “Scrittori con gusto” assegnato dall’Accademia Res Aulica di Bologna. Nel settembre 2025 ho pubblicato il mio nuovo romanzo “L’uomo che pesò l’eternità” (Altrevoci).

Sara Maggi, “Ho ancora un cuore”

Intervista di Graziella Belli

Percorrendo la passeggiata mare tra Spotorno e Noli, ho ripensato a Caterina e alle persone che popolano il romanzo di Sara Maggi, Ho ancora un cuore (Funambolo Edizioni, 2025). Lasciatemelo dire subito, è un grande lavoro, sorretto da una scrittura fluida, diretta e chiara, dove vengono affrontate storie comuni, ma le cui violenze, anch’esse apparentemente comuni, sono in grado di segnare i destini di una società malata.

Eccone un assaggio.

“Le mutandine! Le mutandine!» Il coro di voci mi riempie la testa, me la spacca in due. Lo vedono che sto male, che sono sull’orlo di un pianto disperato, eppure non smettono di ripetere in coro quella maledetta parola. Che sa di sporco solo a pronunciarla. Mi sento sprofondare nella terra del prato e vorrei solo sparire. Desidero con tutto il cuore che si apra un buco e che una forza sconosciuta mi risucchi dentro. Non può essere questa la vita di una bambina.

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Roberto Carifi

a cura di Giorgio Stella

L’amore

L’amante vede nell’amato ciò che l’amore gli fa vedere. L’amore è uno sguardo che chiede di essere guardato, la schiusura che nell’ombra dell’uno e dell’altro lascia entrare la luce dei loro sguardi. La neutralità dell’amore, come ci viene descritta da Plotino, è l’Altro che chiama l’amante verso l’amato, che li rende aperti l’uno per l’altro. Non si riceve il dono che abbandonandosi al movimento che l’avvicina, nel vuoto misterioso ancora colmabile dall’amore. L’amato partecipa della neutralità dell’amore, è per questa sua appartenenza che lo mantiene al di là di ogni misura che può avvicinarsi con i tratti dell’amato, entrare in quell’apertura a cui l’amante è sospeso nella sua attesa. Nessuna ferita verrà risanata, nessun vuoto verrà colmato se non per riaprire di nuovo il vuoto e la ferita che irradiano sopra il volto dell’altro una penombra, l’ombra di una carezza che lo tiene nella luce segreta dell’amore. L’amore è una pienezza che reinventa il vuoto, un fiume che scorre verso la povertà della sorgente.

Un Natale al femminile

di Alida Airaghi

Mi chiedo se oggi le bambine e le adolescenti tra i sette e i dodici anni leggano ancora la quadrilogia di Louisa May Alcott: Piccole donne, Piccole donne crescono, Piccoli uomini, I ragazzi di Jo, un classico della letteratura dell’infanzia, presente in tutte le librerie delle famiglie con figlie femmine. Noi eravamo tre sorelle, e ci passavamo le storie di Meg, Jo, Beth e Amy litigando sulle loro affinità con i nostri caratteri. Io, sessant’anni fa (ma come è possibile sia passato tanto tempo, senza che in pratica me ne sia accorta?) non ho mai fatto segreto delle mie preferenze. Jo, ovviamente, era la più amata, per la sua indipendenza, l’insofferenza dei ruoli, il desiderio di avventura. E poi Beth, così dolce e mite da palesare subito il suo destino di soccombente. Le altre due protagoniste mi sembravano più scontate e tradizionali, prevedibili nei comportamenti, nei desideri, nelle scelte di vita. Continua a leggere

Uno psicologo nei lager

di Fabrizio Centofanti

“Uno psicologo nei lager”, di Viktor Frankl, è un libro che bisogna leggere. Non elencherò le ragioni, tranne una che le supera tutte: si tratta di un antidoto alla disperazione, una via d’uscita dall’inferno, tema di grande attualità, come ognuno può capire. È il libro delle cose ultime: l’ultimo destino, l’ultima libertà. Una volta letto, non ci si può più lamentare, perché tutto ciò che abbiamo appare superfluo: all’internato non rimane che sé stesso, ed è lì che si gioca la partita. Non si può vivere al livello del “cosa”, e neanche del “come”: è necessario arrivare al nocciolo della questione, ossia al “perché”. La vita, allora, non è più una condizione, ma una conquista interiore. E il suo senso non è una categoria generale, si realizza nella concretezza dei fatti, è una risposta esatta a una domanda precisa. Il problema, dunque, non è più che cosa ci aspettiamo dalla vita, ma cosa questa si aspetta da noi. Abbiamo un compito, originale e unico, qualcosa che solo noi possiamo essere e fare. Anche il dolore è un compito, e anch’esso è originale e unico: solo una tale consapevolezza può strappare alla paura della sofferenza e della morte. Soltanto l’unicità e l’irripetibilità della persona restituiscono alla vita il suo significato. È un libro controcorrente, che ci ricorda come l’apparente inutilità sia il presupposto di ogni sacrificio. Dal prendere la propria croce scaturisce la possibilità di riscoprire un senso: l’uomo, la donna, possono essere più forti del destino.
Non voglio dire troppo, cito solo una scena che fa intuire quanto un’opera non religiosa possa essere misteriosamente tale. Un capo operaio offre a Frankl un pezzo di pane, togliendolo dalla propria razione del mattino. Ecco – pensa Viktor -, quello non è più un semplice pezzo di pane; è l’umano. Forse, addirittura, il divino.

Fuoriuscite. Riflessioni su otto libri

 

Fuoriuscite. Riflessioni su otto libri

di Giovanni Agnoloni

Nell’ultimo periodo mi sono reso conto che la parola d’ordine per me, in questa fase, è fuoriuscite. La vita spesso si svolge secondo schemi che nascono dall’abitudine, ma pone anche davanti alla necessità di rispondere a una chiamata autentica, che viene da dentro. E lo scarto tra i comportamenti consolidati e la piena adesione al sentiero vocazionale (qualunque sia la vocazione di ciascuno) passa per lo smaltimento di qualunque residuo di scorie provenienti dal passato.

Coincidenza piuttosto singolare, questa mia non facile fase di salto quantico in avanti ha coinciso con l’uscita della mia traduzione ad oggi più impegnativa, L’isola dei condannati di Stig Dagerman (Ortica Editrice), capolavoro del Novecento svedese e opera emblematica di un pensiero profondo e contorto che cerca una vita d’uscita dall’angoscia. Secondo romanzo del giovane, geniale e tormentato autore scandinavo (1923-1954), appassionato interprete dei valori dell’anarchismo (ideologia libera da vincoli e retta sul solo imperativo della vicinanza agli ultimi), racconta la terribile vicenda di sette naufraghi (cinque uomini e due donne) su un’isola esotica disabitata e popolata da rettili, uccelli predatori e altri animali minacciosi, veri o frutto delle allucinazioni da fame, sete e sfinimento dei personaggi. Ognuno di essi, infatti, sovrappone alla drammatica esperienza del presente ricordi affioranti dal passato – scorie, appunto, grumi interiori che il sofferto confronto con la morte e la paura, il senso di colpa e una vasta gamma di altri sentimenti disarmonici fa emergere, urgendone uno smaltimento che si prospetta, in questo caso, cocente ed estremo. Continua a leggere

Chiedi alla polvere, di John Fante

a cura di Giorgio Stella

La Croce Rossa distribuì coperte, viveri e caffè in abbondanza. Per tutta la notte restammo vicini all’altoparlante, che informava degli sviluppi della situazione. A quanto pareva a Los Angeles non c’erano stati gravi danni. Venne trasmesso un lungo elenco di morti, ma in esso non figurava nessuna Camilla Lopez. Per tutta la notte non feci altro che trangugiare caffè e fumare sigarette, ascoltando i nomi dei morti, Non c’era nessuna Camilla, e nemmeno un Lopez.

“La catasta” di Marco Candida

Estratto dal nuovo romanzo La catasta di Marco Candida (Sisifo Edizioni, 2025)

Trascrizione di una registrazione sul cellulare di Marilaria Santorchini.

Sono stesa panza all’aria nella mia stanza con le lacrime agli occhi forse per l’ecstasy o per il divertimento a casa dell’Audisio e adesso dico due o tre cose della festa, be’, non da immaginarsi festa come quelle a casa dell’Audisio dove si fa il bagno in piscine piene di gelatina – e ci sono i video virali su Instagram e Tik Tok, sì, ma quelle sono cartoline e non la dicono tutta, come ad esempio cosa è accaduto a quel ragazzo… ma non viene al laboratorio di decoupage, e non so come si chiama, Vittorio, credo… Vittorio è stato punto da un nugolo di vespe attirate dalla marmellata di gelatina, e fortuna erano solo tre o quattro e non è stato punto, Vittorio, da un calabrone -, no, non è la nostra festa come quelle feste, perché noi siamo più sottoni, o per meglio dire, adesso che ho l’Abc Incel, facendo parte da mesi ormai di un gruppo Telegram sulla Filosofia Matrix, noi siamo appunto Incel e certe cose a noi Incel sono, in quanto Incel, precluse, e a meno di non metterti a fare coping convincendo te stesso di poterti tirar fuori dalla tua condizione Incel data la tua giovine età, ti saranno precluse saecula saeculorum, e perciò, insomma, sono feste tranquille, quelle di noi Incel, anche se girano ciocchi così d’erba e anfetamine come se nevicasse e l’Audisio alla fine ce l’ha fatta a farmi ingurgitare una pasticca d’ecstasy, ma è stato figo, è figo, anche adesso, perché vedo tutto come fosse un cartone animato, comunque, a parte il lato droghe, essendo una festa Incel popolata da Incel, anche se dubito gli Incel del laboratorio di decoupage siano redpillati circa la loro reale condizione, sebben un paio mi pare abbian fatte battute da femminismo di quarta ondata, ma potrebbe essere un relata refero, e non ho approfondito perché questa faccenda Incel è esclusiva e nel Telegram Matrix si è alquanto fermi, alquanto chiari, alquanto fasci circa il non andare a proclamare in giro ai primi venuti l’appartenenza a detto gruppo, e io rispetto la regola monastica del silenzio perché cazzo mi ci trovo da dio in quel gruppo e non voglio farmici buttare fuori, essendo festa Incel popolata da Incel, dicevo, c’era chi di noi del laboratorio decoupage giocava a Monopoli a un tavolo o in un altro tavolo a Cluedo e poi c’era il tavolo Risiko e il tavolo scala quaranta, e però ci si divertiva, a giocare questi giochi, e c’era chi spaparacchiato su un divano mezzo sfondato con le molle in bella vista si guardava un film su un plasma dallo schermo piatto rigato longitudinalmente, e pure la musica era commerciale, non la tecno-house, e qualcuno ballicchiava la bachata, sì, ma da Incel, o da sfigati, insomma, e caaazzzooo, la villa dell’Audisio era enorme, eeeennnnooormeee, caaaazzzoo, un prato enoooorme, quattro ettari almeno, e la casa sembrava quella delle favole dei fratelli Grimm, fatta com’ero mi ci volevo arrampicare a mangiarmi le tegole e assaggiare il comignolo del camino, e c’erano vari gruppetti sparsi per il pratone e ognuno si diceva la sua, e io saltabeccavo di qua e di là, intendo, da un gruppetto all’altro, e c’era un gruppo a giocare tiro alla fune, ma dovevi vedere quanto si divertivano pure, gli Incelli, ma soprattutto questi gruppetti ciacolavano, ciacolavano, e ciascun gruppetto sparava cagate di storie, strafatti di anfe o ecstasy o superalcolici, vestiti più o meno tutti con maglioni tinta unita verdone o marrone o con felpe beige o bordeaux ma felpe senza cappuccio ché col cappuccio sarebbe stato troppo anti-conformista cool, no, e poi husky verdone o marroncino e K-Way neri, e giacconi militari verdastri, uno un pastrano, un altro una sahariana,  quasi tutte le damine struccate, e dai capelli scarmigliati, per non parlare dei signorotti coi capelli unti e frangia bassa a coprire fronte e sopracciglia come va di moda adesso, insomma Incel, dalla punta dei capelli agli alluci dei piedi e non farmici pensare agli alluci se sono unti e pidocchiosi come i capelli, alluci di sicuro infilati in scarpe da ginnastica sporche e slabbrate e scucite, una virgola di Nike penzolante, un cuscinetto di Reebok bucato e fischiante, un mocassino screpolato come cartavetra, e questo solo per il lato look perché lato estetica è barzelletta tra Pizze Margherite, Apparecchi Ai Denti Modello Frankenstein e Fondi Di Bottiglia Da Poterci Leggere Il Futuro, e questi Incelloni anziché appartarsi e limonare, anziché intrecciare rapporti, questi ciacolavano esternando tutta la loro inidoneità alla vita, o leggi disagio sociale o sociopatia, e sì, un paio, in effetti, si sono avvicinati credo con propositi scopaioli, ma uno aveva la gobba e l’altro un paio di monocoli da gioielliere e perciò anda, li ho rispediti uno dall’ortopedico e l’altro dall’ottico, e quanto agli altri a parte Rick e Beltra e l’Audisio e Giachino e il Sergi, ovvio, il Sergi, il nostro coach, il nostro counselor, la star di pomeridiani incassi formativi ascoltando un tele-predicatore pazzo (troppo un mito, il Sergi!), non ho visto altri darci dentro con nessuna di noi, anche perché il divario era troppo netto, o troppo belle o troppo cesse e fiche di legno, e i Beta-Incel non avevano scatti d’orgoglio in un senso né moti di disperazione nell’altro, e non è da Incel blupillato la filosofia “basta-che-respiri”. Dunque, festa in bianco, giocando a Risiko, e ascoltando cazzate, ma di quelle cazzate top, così top eccomi panza all’aria nella mia stanza a raccontarle al mio cellu, perché non voglio dimenticarle, e poi perché causa ecstasy non riesco a chiudere occhio e avrei continuato a ballare la baciata e giocare Genga e Forza Quattro tutta notte fino al mattino alle sette. Invece, alle due bye bye, babies. E una di queste cazzate parte giusto dal garage dove stava il tavolino ingombro di tartine e panini e la pirofila di guacamole e la ciotola piena di patatine, il buffet, insomma, e il divano mezzo sfondato con le molle in bella vista, e consisteva nel commentare il film sul plasma, Il Macellaio, con Alba Parietti, dicendo in realtà questo film dalla trama all’apparenza così squallida e banale ossia una donna annoiata a trombarsi il macellaio sotto casa mentre il marito direttore d’orchestra è alle prese appunto con la direzione di un’orchestra a un concerto di classica musica, non poi così squallida né così banale, avendoci, invece, significazioni arcane alquanto esoteriche, dato in fondo Il Macellaio mette in scena il sostanziale conflitto tra due diverse energie: l’energia sessuale e l’energia derivante da forza lavoro e mostra quanto dopotutto l’energia sessuale per quanto possa essere potente e dannosa è in subordine rispetto all’energia derivante dalla forza lavoro creatrice di affermazione e successo, e insomma, il sesso nulla può contro il successo, e una donna può scoparsi il macellaio o può scoparsi anche una dozzina di macellai, ma se il suo uomo muove una cavolo di bacchetta a un concerto non c’è sesso a tenere, successo batte sesso tre a zero, e anzi Il Macellaio mette in scena qualcosa di pure più esoterico del conflitto tra energia sessuale e energia d’affermazione personale (quella comunemente detta centratura; mentre l’altra al massimo è quadratura del cerchio una volta ottenuta la centratura), ed è la correlazione involontaria tra le due energie, sinergia di energie ovverosia senza saperlo il personaggio interpretato dalla Alba Nazionale scopandosi il macellaio consente tramite l’energia sessuale sprigionantesi da questo atto l’affermazione personale del marito direttore d’orchestra, lei con i suoi movimenti di anca sospinge il marito verso la soglia del successo personale, lei con i suoi gemiti, lei con il suo selvaggio scopare crea l’energia necessaria al marito per vincere, e ascoltavo queste cazzate guardando la Parietti sullo schermo, scuotendo il capo, incapace di dare retta a questa teoria, e pertanto alzandomi dal divano mezzo sfondato, fabbrica di polvere, e portandomi fuori dal cielo stellato, brillante di orsa maggiore, orsa minore e Sirio là davanti, e la stella Polare sempre quella, e vagando da un gruppo all’altro, quattro passi quattro di bachata, finisco da un altro gruppo assiepato vicino a un ciliegio e uno di questi, sentite questa, uno di questi, il Rove, mi pare, sì, il Rove, e tanto per darvi un’idea di chi è il Rove, con il suo pullover marrone pantano addosso, e Puma dalle punte così spellate da sembrare averci cagato sopra un cane, e col facciotto cicciotto, pappagorgiuto, se il prof d’italiano me lo passa, questo aggettivo, è uno, tanto per darvi un’idea, dicevo, col cerotto sul naso rotto perché sostiene il suo avatar gli sia cascato di mano, abbia colpito lo spigolo di un tavolo e gli sia partito il naso, e lui si sia ritrovato, in un attimo, col naso rotto e sanguinante, ed allora cerotto, e il Rove, questo tipo, dice di averci il padre vecchio, tipo di settanta e rotti anni, e così in pratica pronto per l’ospizio, anche se al Rove va bene, perché prende bella pensione e non ha terrore di perdere il posto di lavoro gettando sul lastrico la famiglia dall’oggi al domani, e anzi al figlio può provvedere, e comprargli questo e quello senza tante storie, e comunque ci racconta, il Rove, del babbo: un signore anziano sì, ma ancora arzillo, a cui l’altro sesso piace, piace eccome, essendo dopo la dipartita della moglie, babbo singolo, e le racconta pure, al figlio, le sue conquiste, come la volta è uscito con una smandrappata, la quale lo ha portato a un bastione, di sera, con un freddo, per lui anzianotto, da battere i denti, tanto che avendo controllata prima la temperatura s’era incappottato, ma la smandrappata, essendosi vestita colla sola giacca, senza reggiseno, le aveva chiesto, dato il freddo, il cappotto, e lui allora a darglielo e lei a usarlo per sedersi su una panchina davanti a bel panorama, ed erano rimasti a parlare, e dopo un poco, non avendo risolto il guaio del freddo, lei gli aveva chiesto la maglia della salute, e lui anzianotto ma di tempra solida e per di più gentleman di natura, a darle pure quella, rimanendo in camicia, senza canottiera, e la smandrappata il pullover lo aveva usato, sì, ma come cuscino, sopra il cappotto, e così parlandogli, accoccolata, mentre lui dominava tremori dovuti al freddo, e lottava per pronunciare parole senza balbettii per via del battere dei denti, ha aperte, la smandrappata, le gambe, facendosi salire una gonnellina sotto la quale da un paio di mutandine nere scendevano un altrettanto paio di gambe da gazzella, senza calze, bianche come il suolo lunare, e lui, il babbo singolo, che vuoi farci?, si è infine slacciati i pantaloni, facendoli scivolare, quei pantaloni, giù fino ai calcagni, e rimanendo così, pur sapendo di rischiare l’arresto, ma incapace di frenarsi, fino a quando non si è coricato, il babbo, sopra la smandrappata, e nello schiacciarle una guancia sulla guancia… “Ecciù!” gli è partito, “Ecciù! Ecciù! Ecciù!” ha ribadito… e lei si è messa a ridere, e si è tirata su, e i due sono scesi, la smandrappata e il babbo singolo, a valle, a prendersi un brodo caldo, e quest’uomo, così presentato, e siamo alla storiella il Rove vuole dirci, prende l’ascensore ogni giorno, un ascensore di quelli antichi, da Novecento appena iniziato, con funi e contrappeso ben visibili da una ringhierina a maglie rombiche sulla tromba delle scale, e con le pulegge arrugginite a fischiare e fischiare inquietanti, e una cabina stretta e traballante, vibrante, la quale quando si ferma al piano ti fa sobbalzare e se tieni in mano il cellu devi andarci cauto se non vuoi ritrovartelo ai piedi e raccoglierlo con una fenditura longitudinale di traverso lo schermetto, e ogni giorno sull’ascensore incontra, il padre del Rove, la vicina di casa, e siccome non sanno cazzo dirsi anche se sono vicini di casa da cinquant’anni, essendo, tra l’altro, lui anzianotto e lei cessa, si rintanano nell’argomento salvagente per eccellenza, le condizioni atmosferiche, e si mettono a parlare del bollettino metereologico, solo che con l’età il padre del Rove ha montato tutto un interesse specifico per l’argomento in oggetto, vuole sapere che tempo farà e quanta umidità e ogni particolare, e così dopo poco in ascensore, subito dopo aver schiacciato il 3 sul quadro elettrico, e aver azionati cilindri e pistoni, sperando la valvola di blocco non si metta di nuovo a fare la stupida, stoppando la cabina d’ascensore quando lo vuole lei senza alcun reale pericolo, e costringendo chi all’interno ad azionare l’allarme, si passa da un dialogo del tipo… Continua a leggere

E se rileggessimo… di Enrico Grandesso. Nostalgia, di Ermanno Rea

Ogni compleanno va festeggiato… e certo compiere 2.500 anni, come succede alla citta di Napoli dalla sua fondazione, è qualcosa di grandioso ed unico!
Tra celebrazioni ed eventi in una metropoli dai molteplici volti – ricca di maschere e sonorità, gentilezza, entusiasmi e dolore – colgo occasione per accennare a un bel libro di una partenopea doc. È Il mondo del vicolo. Identità e rappresentazione di Monica Florio (Guida editrice), che esplora uno dei luoghi più vitali e intimi della città, tra storia e antropologia, geografia urbana, letteratura e arti.
Moltissimi romanzi e testi narrativi sono stati ambientati o hanno attraversato i tanti vicoli di Napoli. Tra tutti – di altri parlerò in puntate seguenti della mia rubrica – voglio oggi soffermarmi su Nostalgia (Feltrinelli) di Ermanno Rea, uscito nel 2016 a pochi giorni dalla morte dello scrittore e tradotto in film nel 2022, con esiti eccellenti, da Mario Martone. L’opera tratta della tragica e simbolica vicenda di Felice Lasco, un giovane delinquente che a quindici anni – prima di scivolare senza ritorno nel buio della realtà criminale – viene portato via dallo zio. Vivrà nei paesi arabi e in Africa, dove nel tempo diventerà un importante uomo d’affari.
Quarant’anni dopo Felice ritorna a Napoli, nel Rione Sanità della sua infanzia (nostalgia deriva dal greco nostos, ritorno) per rivedere sua madre negli ultimi momenti di vita e per l’esigenza del confronto con il proprio passato più lontano, per salvarne un nucleo essenziale di significato. Incontrerà due figure opposte: Don Luigi Rega, un sacerdote coraggioso ispirato dalla figura di Don Antonio Loffredo, che ha lottato per anni per offrire ai ragazzi poveri ed emarginati possibilità di risarcimento con lo sport, il teatro e la musica. E il criminale Oreste Spasiano, O Malomm, con cui Felice proverà invano a ricucire un rapporto (non svelo il finale). Un romanzo ricco e con acute descrizioni di un dramma e della sua malinconica bellezza.

E se rileggessimo… di Enrico Grandesso. Lettere dal Sahara, di Alberto Moravia

 È una minima ma… rinfrescante soddisfazione, nelle giornate torride dei mesi estivi del XXI secolo, leggere qualcosa di chi stava in luoghi ancora più caldi e assolati – e magari non aveva sottomano un gelato, un Estathé (hahaha) o una birra a consolarlo. Sarò sincero: è in parte anche con questo spirito innocuamente guascone che ho riletto, in agosto, i reportages giornalistici di Alberto Moravia, usciti sul “Corriere della Sera” e poi pubblicati dal suo editore storico Bompiani come Lettere dal Sahara nel 1981 – con un seguito in Passeggiate africane nel 1987.  Continua a leggere