Intervista di Graziella Belli
Percorrendo la passeggiata mare tra Spotorno e Noli, ho ripensato a Caterina e alle persone che popolano il romanzo di Sara Maggi, Ho ancora un cuore (Funambolo Edizioni, 2025). Lasciatemelo dire subito, è un grande lavoro, sorretto da una scrittura fluida, diretta e chiara, dove vengono affrontate storie comuni, ma le cui violenze, anch’esse apparentemente comuni, sono in grado di segnare i destini di una società malata.
Eccone un assaggio.
“Le mutandine! Le mutandine!» Il coro di voci mi riempie la testa, me la spacca in due. Lo vedono che sto male, che sono sull’orlo di un pianto disperato, eppure non smettono di ripetere in coro quella maledetta parola. Che sa di sporco solo a pronunciarla. Mi sento sprofondare nella terra del prato e vorrei solo sparire. Desidero con tutto il cuore che si apra un buco e che una forza sconosciuta mi risucchi dentro. Non può essere questa la vita di una bambina.
«Togliti le mutandine! To-gli-le! To-gli-le!»
Mi ruotano attorno, mentre io sto ferma. Immobile, tremo. Mi faccio la pipì addosso. Me ne accorgo perché sento il caldo colare lungo le gambe nude. Solo a quel punto il coro interrompe la cantilena: iniziano le risate. Alcuni ragazzini si tengono la pancia, altri gettano la testa all’indietro, spalancano le bocche per fare uscire il riso. Mi puntano contro le loro dita sporche di sudore e terra. Nessuna educatrice viene in mio soccorso. Ho gli occhi che affogano nelle lacrime e le labbra sigillate, non oso gridare, sarebbe peggio. Uno a uno, tutti e cinque i miei compagni si allontanano. Prima a piccoli passi e poi di corsa. Lo sanno che non dirò niente. A nessuno.”
Incontro l’autrice a Noli davanti alla libreria La Dora va al mare. È seduta dietro al tavolino con decine di copie del suo romanzo e impegnata in un firmacopie. Ci diamo appuntamento per il pranzo.
Mi inoltro tra i vicoletti di Noli affollati dai turisti e percorro le stradine lastricate tra palazzi che ricordano un antico splendore.
Alle tredici in punto ci ritroviamo allo Splendor, un ampio bar con scaffali di libri alle pareti. Ordiniamo gnocchi al pesto, ravioli al ragù e iniziamo la nostra conversazione.
- Prima di parlare del tuo ultimo romanzo, raccontami chi è Sara Maggi e come è nato il tuo amore per la scrittura
Fin da bambina mi divertivo a scrivere filastrocche in rima o brevi storie che avevano come protagonisti il cane e i gatti di famiglia. Capitava che chiedessi a mio padre di batterle a macchina e quando vedevo le mie parole fissate in caratteri da giornale mi sentivo appagata. L’amore per la scrittura credo sia imprescindibile da quello per la lettura. Già alle scuole elementari ho avuto una maestra capace di farmi amare i libri, poi ci sono state mia madre e mia sorella. E non posso non citare Lia, la bibliotecaria del piccolo paese dove sono cresciuta (Mallare) che, nella fase delicata dell’adolescenza, ha saputo consigliarmi sempre buone letture.
- Il romanzo è appena uscito. Mi puoi spiegare come ti è venuta l’idea di scrivere questa storia e come mai hai scelto questo titolo, che può sottendere un romanzo sdolcinato quando di romanzo rosa non c’è nulla?
Confermo, di rosa non c’è nulla. Credo che non sarei capace a scrivere un romanzo rosa. L’idea mi è venuta dai fatti di cronaca che vengono sempre più spesso strumentalizzati a favore di giornalisti sciacalli e programmi che vogliono fare passare per scoop anche un cane che abbaia. Mi chiedo sempre: ma queste persone, i colpevoli intendo, le cui vite vengono fatte a brandelli senza remore, chi sono in realtà? Cosa li ha spinti a comportamenti sbagliati, addirittura criminali, qual è il loro passato? Non cerco giustificazion alle loro azioni, non spetta a me. Semplicemente mi faccio domande, perchè a finire nel tritacarne è un attimo.
- La trama ruota attorno a Caterina, bambina golosa e vorace, bullizzata e tenuta in disparte dai compagni. In particolare il primo episodio mette al centro la crudeltà di molti bambini nei confronti dei più svantaggiati. Sono atti che possono condizionare la vita adulta delle vittime. Sempre nel primo episodio, ho trovato molto forte la rappresentazione della violenza di genere. Sono temi, in particolare la violenza di genere, che hai già affrontato nei due romanzi precedenti. Quanto trovi sia importante l’insegnamento dell’educazione sentimentale nelle scuole?
L’insegnamento dell’educazione sentimentale e sessuale nelle scuole è fondamentale. Ma già a partire dalle elementari. E poi il lavoro non si deve fermare alle ore trascorse sui banchi, ma deve necessariamente continuare a casa. La famiglia resta sempre la prima istituzione che deve impegnarsi per l’educazione dei figli, su questo non si discute. Nessuna delega e nessuna scusa. È difficilissimo educare sentimentalmente, per come stanno andando le cose, dubito si riuscirà mai a raggiungere un qualche risultato accettabile.
- Altro tema che hai già affrontato nel tuo primo romanzo “Gli occhi ciechi delle madri” è il rapporto madre-figlia. Non ti chiedo quanto ci sia di autobiografico nel romanzo, ma quanto sia difficile il ruolo di madre in questa società.
Di autobiografico non c’è nulla. Scrivo sulla scia di ciò che leggo, ascolto, vedo. Mi faccio domande, faccio domande e poi metto in discussione anche ciò che pare certezza. Il ruolo di madre, di genitore in generale, non è semplice e molto, moltissimo, dipende dall’ambiente in cui si cresce. In maniera diversa nei decenni, crescere figli, crescerli bene, non credo sia mai stata una passeggiata. Non possono mancare dialogo, comprensione e una giusta dose di severità.
- C’è stato qualche fatto di cronaca, anche in tempi addietro, che ti ha ispirato la storia o ti ha sollecitato dei ragionamenti emersi poi nella stessa trama?
Guarda Graziella, io fin da bambina, ti parlo di sette/otto anni, leggevo i fatti di cronaca nera. Le parole che non conoscevo me le facevo spiegare da ma madre. Ricordo ancora quando le chiesi cosa significasse “seviziare” e “pedofilo”. “Telefono Giallo” di Augias era uno dei miei programmi preferiti, ed ero una ragazzina. Non ho mai smesso di seguire i fatti di cronaca nera, non certo in maniera morbosa come fanno oggi certe trasmissioni. Quel tipo di morbosità, quel tipo di giornalismo, se tale si può chiamare, mi fa schifo.
- Siamo qua sedute con alle spalle scaffali di libri. Parliamo se ti va di scrittrici e di scrittori a cui fai riferimento nel tuo lavoro di narratrice, ma anche che ti piace semplicemente leggere.
Niccolò Ammaniti è senza dubbio lo scrittore italiano che amo di più, che mi ha davvero regalato spensieratezza con i suoi libri. Nella mia giovinezza le storie che raccontava per me erano proprio una fuga da una vita che magari non mi piaceva del tutto, o trovavo difficile. Ecco: quando un romanzo assume un ruolo così importante per il lettore, significa che ha fatto centro. Nomi da citare ne avrei moltissimi, ma non potendo citare tutti, non cito nessuno. Posso solo dire, con un pizzico di vergogna, che non mi sono mai avvicinata alla letteratura russa, ma lo voglio fare.
- Ora che abbiamo finito anche il caffè, mi sveli quali sono i tuoi progetti futuri che riguardano la letteratura?
Ho una storia in testa che deve prendere forma su carta. I buoni propositi si fanno sempre con l’inizio del nuovo anno.
- Grazie Sara Maggi, è stato un piacere. Al prossimo libro.
Grazie a te!
