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“Pesce lupo”. Poesie di Nadia Crantosqui (traduzione di Marco Grassano)

PESCE LUPO[1]

di Nadia Crantosqui (trad. di Marco Grassano)

ad A. A. C.

a tutti i mondi che sorgevano con la sua voce

 

                  Io non ho visto il mare.

                  Non so se il mare è bello,

                  non so se sia agitato.

                 Il mare non m’importa.

                  Ho visto la laguna. 

                                                                                                                Carlos Drummond de Andrade[2]

           

Nadia Crantosqui

la laguna finge

dalla rotta tersa tersissima

prologo di giunchi

due – o erano tre? –

aironi bianchi

bimba non si fida dell’illusione ottica

i fanghi belli ma così altra cosa mostrano

la loro verità adesso

che si avvicina all’acqua e le zanzare

si chiudono fameliche

sulle sue gambe

 

papà ha venduto bene il goal

ha ottenuto una casa semovente color arancio

ideata nella scoperta

delle cose che si aprono.

il tavolo è un bancone

che si distende dalla parete

i letti sono lingue

che con una certa fatica

si lasciano estrarre. Continua a leggere

Giuseppe Conte, “Della stessa sostanza dei sogni. Monologhi del mito”

Articolo di Giovanna Visci

IL RISVEGLIO DI PAN E LA GENESI DEL CANTO

Giuseppe Conte, Della stessa sostanza dei sogni. Monologhi del mito (Bompiani, 2026)

“Credici o crepa”.

È questa la chiave di lettura dell’ultima opera di Giuseppe Conte, Della stessa sostanza dei sogni. Monologhi del mito, edito da Bompiani. Un imperativo che non è un semplice espediente stilistico, una formula che si ripete come un mantra o il responso di un oracolo ma l’invito, quasi imperativo che lo scrittore rivolge a sé stesso e al lettore, a credere nel mito, nella letteratura, nei sogni per resistere ad un tempo di nichilismo e di morte. “Il problema è sempre credere, amico mio, non avere paura di credere”.

Il poeta Giuseppe Conte pubblica questo romanzo nel maggio del 2026, dopo decenni di fedeltà ai valori della poesia, del mito e della natura. Fin dagli esordi poetici con L’ultimo aprile bianco (1976) e narrativi con Primavera incendiata (1980), attraverso i numerosi romanzi, le raccolte poetiche riunite nel volume Poesie 1983-2015 edito per la Mondadori, e i numerosi saggi, tra cui Il mito greco e la manutenzione dell’anima (Giunti, 2021), la voce di Conte si è sempre distinta per la sua capacità visionaria e metaforica. La sua ricerca si è orientata costantemente, attraverso il mito, intorno a quelle dimensioni dell’esistenza come l’eros, la natura, l’anima, il sacro, che l’umanità contemporanea sembra aver smarrito, soggiogata dalle logiche del potere, dell’economia e della tecnologia. Per questo, lui, “come un archeologo dei suoi giorni”, come lo definisce Raboni, riporta alla luce ciò che è stato rimosso o dimenticato.

Su una spiaggia della Sicilia, vicino ai Giardini di Naxos e ai piedi dell’Etna, dove i greci con le loro navi erano venuti a fondare la prima colonia e il tempio di Apollo, un litorale prossimo a scomparire ed essere divorato dalle onde del mare, l’io narrante, narratore di primo grado e primo alter ego dello scrittore, incontra quello che a prima vista sembra “un grumo nero, un tronco arenato, una montagnola di alghe secche” e che si rivela, poi, essere “un demone. Uno spirito custode del mare. O forse un senzatetto in carne e ossa”. Pare che dietro di lui si nasconda “un profeta inascoltato, un angelo caduto, un esiliato che possiede una verità terribile”, “uno di quei relitti umani” nei confronti dei quali il poeta ha sempre provato un senso di fraternità.

Già da questa prima pagina del libro si capisce come la narrativa di Conte mantenga, sempre, le tracce del suo stile di poeta: una scrittura fortemente metaforica e simbolica, l’accumulazione di immagini e di enumerazioni, un lessico misto tra il concreto e il sacrale. La sintassi è paratattica e per apposizioni, più evocativa che dimostrativa ed il tono è visionario. Con l’aiuto di Ungaretti e del titolo, Della stessa sostanza dei sogni, citazione presa in prestito dall’autore dalla Tempesta di Shakespeare, capiamo che “quel grumo nero” è un altro alter ego del poeta, un “grumo di sogni”, unanime e fraterno a tutti noi, non solo per la consapevolezza della fragilità e della labilità della vita umana ma anche per la capacità di saper vedere oltre ciò che appare e di sapersi connettere con il mistero. È un uomo libero che ama il mare, un senzatetto perché senza protezioni politiche o accademiche, “mon semblable, mon frère”, come avrebbe scritto Baudelaire; capace di accogliere le visioni e rivelarle agli altri, come Blake o Rimbaud; sullo sfondo di un paesaggio che, però, oltre ad essere quello paterno, rievoca quello della Sicilia di Quasimodo e degli Ossi di Seppia di Montale: eroso, in via di disfacimento, che ha dinanzi a sé come unico orizzonte possibile il mare. Per Conte il paesaggio è, oltre che luogo letterario, sempre il “punto di partenza per un ragionamento”, come aveva intuito Italo Calvino nel 1983 recensendo L’Oceano e il Ragazzo: la sabbia erosa è la denuncia di un problema ecologico, il mare è ricerca di un “varco”, oltre la realtà apparente e cruda delle cose, ma anche luogo ove arrivano naufraghi e reietti dal nostro Mediterraneo.

A questo demone senzatetto, che non ha un’Itaca e non sa dove tornare, ma sente il desiderio continuo di fare ricerca, proprio come il poeta dichiara di sé più volte nelle sue poesie (Il mio demone è un senzatetto in G. Conte Ferite e rifioriture, Mondadori, 2025), per sette giorni, tanti quanti sono i giorni della Genesi, appaiono all’alba delle dee, degli dei, delle eroine e degli eroi. Le figure non si susseguono in maniera casuale ma seguono un percorso ascensionale e sono ben collegate l’una all’altra: si parte da Gea, che emerge dal Caos, fino ad arrivare a Pan, di cui era stata annunciata la morte, che qui, rappresenta, invece, il punto di arrivo a suggello del percorso iniziatico del poeta. Il Saggio su Pan di Hillman viene citato dallo stesso autore come punto di riferimento nella Nota dell’autore, insieme ad altri scrittori come Ovidio, Omero, Pavese e Lawrence.

Questi personaggi si presentano al senzatetto, parlano in prima persona, utilizzando un linguaggio che è caratterizzato da una varietà di registri: a volte utilizzano un lessico colloquiale, gergale, onomatopeico (“cazzo”, “quel briccone”, “grooooow rooooow oooooow”) a volte elevato e specifico (“sclerotizzato”, “agalmatofilia”); a volte parlano in inglese (“Hi man, wake up”), altre in greco (“kai su kaire), altre in italiano; conoscono canzoni (“My fair lady”) e versi dei poeti (“Quant’è bella giovinezza…chi vuol esser lieto sia”). Danno del “tu” al senzatetto, in modo confidenziale, proprio a testimonianza che gli dei sono fra noi, come noi, caratterizzati da una modernità e da una varietà umana. È il Mitomodernismo. Sono loro stessi a raccontarci le loro storie nei diversi monologhi, I monologhi del mito, come rivela il sottotitolo del libro. Anche loro, narratori di terzo grado, costituiscono ulteriori aspetti dell’anima dello scrittore, a un livello più profondo: ciascuno è una parte dei movimenti dell’anima di Conte e dell’essere umano. Se ci interroghiamo su questa scelta narrativa dello scrittore, capiamo che è dovuta alla volontà di avvicinarsi all’essenza dell’anima dell’uomo, caratterizzata proprio dalla molteplicità. Provando a chiederci quale divinità sia più vicina al nostro animo o a quella di Conte, non riusciremo a trovare una risposta: tutte le voci delle dee e degli dei, delle eroine e degli eroi risuonano in noi. Non possiamo scegliere chi seguire fra Atena, Afrodite, Ermes o Antigone ma tutte le voci restano in noi riecheggiando la moltitudine whitmaniana: “Do I contradict myself? / Very well then I contradict myself,/ (I am large, I contain multitudes)”. La scelta della narrazione a incastro, permette di scendere in profondità, di scandagliare l’animo umano e dello scrittore, oltre che ampliare le prospettive e le visioni del racconto.

La narrazione di questa Genesi, inoltre, ha un percorso lineare e ascensionale ed interessante sarà, poi, interrogarsi sull’oggetto della creazione. Nella prima giornata si comincia con Gea, Eos, Afrodite, Anfitrite, Medusa, Ifimedia, Amimone: tutte divinità greche femminili, riconducibili all’archetipo del femminile originario che hanno a che fare con la l’acqua, la fecondazione, il desiderio e la metamorfosi. Sono la forza creatrice originaria e trasformativa. La seconda alba porta con sé delle divinità liminali, che invitano a riflettere sui labili confini dell’identità umana: Ermes, Ermafrodito, Tiresia, Tamiri ed Efesto sono figure che incarnano la metamorfosi e ci invitano a riflettere su come l’essere umano cresca e si arricchisca con l’incontro con l’atro, diverso da sé. La terza mattina le visioni del senzatetto portano Atena, Artemide, Atalanta, Marpessa, Aretusa e Persefone. Ci troviamo di nuovo di fronte a delle figure accomunate dall’elemento femminile, profondamente legate agli elementi naturali e al destino. Si tratta, però, di un femminile diverso che rivendica il diritto all’autonomia e alla rinascita.  Nella quarta mattina arrivano Eracle, Prometeo, Pigmalione, Dedalo e Talo: gli eroi dalla forza erculea, che rappresentano il potere creativo e trasformativo dell’uomo, attraverso la forza, la tecnica, l’intelligenza. Ma Conte ci avverte: “Ascoltami, un eroe non è chi compie grandi imprese, ma chi resiste, cocciuto, alla barbarie del mondo.” Nella quinta mattina, ecco che arrivano a coppie Arianna, Teseo, Medea, Giasone, Edipo e Antigone. Ed è l’occasione per riflettere sull’amore di coppia che soffoca, al pari di “Novembre” che rappresenta “il sapere sclerotizzato e scaduto”: lo strutturalismo, la semiologia, la psicoanalisi freudiana, il sociologismo marxista, tutto quello a cui Conte si è ribellato alla fine degli anni Settanta, rivendicando “il diritto di parlare di alberi”, in opposizione a quanto affermato da Brecht. Interessante è l’incontro con Antigone perché genera nel senzatetto, narratore di secondo livello, una reazione unica in tutto il libro. Sinora egli ha sempre ascoltato tutti gli dei parlare sdraiato sulla sabbia, ora si mette in ginocchio, in segno reverenziale, perché ama la sua ribellione e il suo atto di insubordinazione contro il potere gli sembra supremo e necessario. Questa donna che parla, che si ribella, che disobbedisce a una legge iniqua, viene punita ma dona l’esempio a tutte le ragazze che verranno e si rivolge a loro direttamente: “Io obbedisco a leggi più alte e più eterne. È una donna che ti parla, è una donna che si è ribellata, che ha detto no, che ha pagato con la vita la sua disobbedienza. Ho rinunciato a tutto. […] C’era, c’è, qualcosa di più forte dell’affetto e dell’amore, per me. La lotta, la giustizia, la pietà. Ho perso tutto, infelice, figlia di una stirpe infelice. Ma ho dato l’esempio a tutte le ragazze che verranno. Il potere è guerra e sangue, combattetelo, insorgete, mettete le vostre leggi davanti alle sue. Voi potete farlo. Voi, soltanto voi, avete energie per farlo.” L’alba della sesta mattina porta con sé personaggi del ciclo troiano: Enone, Paride, Briseide, Patroclo e Pentesilea. Con loro scopriamo che le vicende della guerra, anche quando portano gloria e fama, arrecano sempre il dolore. L’ultima mattina porta con sé delle figure del ciclo dell’Odissea: Nausicaa, Circe, Calipso, Penelope. Ogni donna ha vissuto e racconta in modo diverso il suo rapporto con Odisseo, punto di riferimento per tutti gli uomini ma da cui Conte si sente in parte diverso: egli non ha mai avuto un’Itaca, mai un Telemaco, mai la sua scaltrezza. Forse in comune hanno avuto la passione per il viaggio, la sete di conoscenza, il mare, l’incontro con diverse donne protagoniste dell’Odissea. La prima, Nausicaa, la giovane “dalle bianche braccia”, che lo ha accolto rispettando le leggi della xenìa; la seconda, Circe, la donna-maga che costringe l’uomo a confrontarsi con la sua natura animale; la terza, Calipso, la donna nasconditrice che invita a riflettere gli uomini sul paradiso e l’immortalità come gabbia spingendo Odisseo a preferire la mortalità e i suoi limiti; infine Penelope, moglie fedele e intelligente, capace di attendere l’uomo che ama senza essere passiva.

In conclusione appare Pan e l’incontro con il dio si rivela un risveglio. Il monologo di Pan ha un tono diverso rispetto alle altre voci, che risultano più narrative. Questo è un inno, un testo lirico che richiama la scrittura di Whitman non solo per i contenuti (la celebrazione dell’io, della molteplicità dell’identità umana, dell’idea di democrazia, di uguaglianza, della amore per la natura, di recupero del corpo e della sessualità) ma anche per la forma (una prosa ritmica vicina al verso libero e lungo whitmaniano che dà la sensazione di ampiezza e di respiro, anafore, ripetizioni, elenchi, paratassi, uso della prima persona, tono celebrativo e profetico). Se Plutarco annunciava la morte di Pan con l’avvento del Cristianesimo, per indicare che la società occidentale predilige la razionalità sull’istinto, la città sulla natura, controlla la spontaneità, il gioco, il sesso, separa il corpo dall’anima, ecco che Conte arriva alla fine del libro a far sentire la voce del dio che ci risveglia e permette a lui, e a noi, di recuperare il gioco, il desiderio, la sessualità, il piacere, la natura, il corpo, il ritmo e, quindi, a questo punto di poter scrivere versi. In Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni. Monologhi del mito Conte, infatti, ci mette davanti non solo alla Genesi del mondo ma a quella del suo poièin, del suo fare poetico. Ci mostra come la sua scrittura nasca partendo dal Caos, “materia inerte e senza forma, tutta buchi e vortici di oscurità pronti ad assorbire e trattenere in sé ogni raggio di luce” fino ad arrivare, attraverso la trasformazione e la metamorfosi, alla nascita di “una stella dalla luce abbagliante […] la stella della sera, Venere”: bella, armoniosa e compiuta. È chiaro l’insegnamento di Nietzsche: “Bisogna avere un caos dentro di sé per generare una stella danzante”: i disordini, i dubbi, le sofferenze, le passioni non ancora risolte sono condizioni a volte necessarie per poter generare qualcosa di creativo, di bello e vitale.

Ecco allora la forza risvegliatrice di Pan, che scuote la coscienza addormentata dalle logiche della razionalità, del consumo e della tecnica riportandola al contatto con la natura, con il desiderio e con una dimensione sacra dell’esistenza per aprire le strade alla scrittura della poesia: “Hi man, wake up, ora svegliati e scrivi. Cos’altro sai fare?”

Giuseppe Bresciani, “L’uomo che pesò l’eternità” (2)

Giuseppe Bresciani, L’uomo che pesò l’eternità

Due estratti

Pp. 243-245

La Venezia che ritrovai nell’estate del 1816 era una nobile decaduta ed esausta, un lemure fatalista. Diciannove anni prima, con il trattato di Campoformio, Napoleone l’aveva ceduta all’Austria. Dopo il congresso di Vienna la provincia veneta era entrata a fare parte del regno Lombardo-Veneto. I veneziani erano pallidi parenti dei loro avi, gente svigorita ma che non rinunciava all’ironia, alla spocchia, al parossismo, al vizio e all’amore per il bel gesto.
Facevo ritorno a Venezia dopo ventinove anni di assenza. Ero conscio che Tuareg ingrassasse la terra da molto tempo, come la vecchia governante e il giardiniere. Ero ansioso di scoprire se Surya fosse ancora in vita, anche se lo ritenevo improbabile giacché avrebbe avuto all’incirca novant’anni, e mi chiedevo se Caterina si fosse presa cura della mia casa oltre che dei suoi figli, di cui mi erano ignoti il numero e l’età.
Ahimè, mi aspettavano due sorprese sgradevoli. Sant’Arian era disabitata e in rovina. Il laboratorio era stato saccheggiato e non c’era traccia dei miei quadri e degli altri miei beni. Il pescatore che mi aveva portato sull’isola si lamentò che al tempo dell’occupazione francese, e ancor prima con la caduta della Repubblica, era accaduto ogni genere di scempio, sia in città sia in laguna, e i gendarmi non avevano potuto evitare i tumulti, le razzie e le devastazioni. Gli chiesi se avesse notizie delle persone che un tempo vivevano lì. Fece spallucce e mormorò una frase che non capii. Insistetti e lui, fissandomi in maniera obliqua, esclamò: «Sior, gnanca el can mena la coa par nienteContinua a leggere

“L’amore impossibile” di Chiara Tortorelli

Recensione di Francesco Improta

L’amore impossibile di Chiara Tortorelli (Homo Scrivens Editore)

Dopo Storia pettegola di Napoli, affresco, nelle sue luci e nelle sue ombre, della Napoli del Novecento, attraverso le figure più iconiche e carismatiche, Chiara Tortorelli riprende il discorso iniziato nel 2021 con Lilith, la donna simbolo del femminile eretico e ribelle, proseguito nel 2023 con Eresia, in cui racconta i soprusi di cui sono state vittime le donne ma anche la loro forza e capacità di resilienza, per concluderlo con questo libro complesso, originale e ambizioso come preannuncia lo stesso titolo, L’amore impossibile. Al centro del romanzo sette donne di età differenti, vissute in epoche diverse, segnate da esperienze particolari ma legate dal comune desiderio di amare, di essere amate e di raggiungere la felicità attraverso questo sentimento che, purtroppo, ai nostri giorni sembra svuotato di significato. L’esergo iniziale conferma l’interesse di Chiara Tortorelli per la fisica quantistica, di cui aveva dato già prova nel romanzo Noi due punto zero, dove il Punto Zero del titolo è quello che in fisica quantistica rappresenta il campo vuoto dove si incontrano le molteplici potenzialità ancora ine­spresse, quelle in grado di cambiare le cose sulla terra, ma è anche, sulla base di alcune filosofie orientali, la capacità di concen­trazione che ci consente di percepire ogni suono, ogni odore, piacevole o sgradito che sia, per potenziare le nostre capacità sensoriali, per acquisire una maggiore consapevolezza e per raggiungere la tanto agognata armonia interiore. Qui l’esergo, invece, rimanda esplicitamente all’Equazione di Dirac che mostra come due sistemi interagenti diventino un unico sistema, un’equazione che viene spesso associata (analogicamente) all’entanglement quantistico, dove due particelle restano intrinsecamente legate anche a distanza. È il caso di Filippo e Pia, che dopo una intensa storia di amore e di sesso, si lasciano, perché Filippo, dopo aver rischiato di morire, in seguito a un’oscura malattia, sembra chiamato a nuova vita e, risoluto a seguire un percorso alternativo di sperimentazione e di ricerca spirituale, si spoglia di  tutti i suoi beni, alla maniera di San Francesco (di cui condivide l’iniziale del nome e la terra di residenza, l’Umbria), e nel prendere congedo da Pia dice testualmente:

Ascolta… Quando sono stato per morire ho avuto chiaro che potevo perdermi…che se morivo allora la mia anima sarebbe andata via dannata” […] “ora non voglio più perdere tempo, ora so quale strada devo percorrere… è lì davanti a me e non voglio più lasciarla andare. […] E poi cerco l’amore. Quell’amore che ho intravisto quando ero a letto immobile senza più coscienza”.

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Viviana Spada, “Da Hermann Hesse al Paese delle Nevi”

Intervista di Marino Magliani a Viviana Spada su Da Hermann Hesse al Paese delle Nevi (Il Filo di Arianna, 2025)

Nell’anno in cui ricorre l’80° anniversario dell’assegnazione del Premio Goethe e Premio Nobel per la Letteratura (nel 1946) a Hermann Hesse, esce il saggio di Viviana Spada Da Hermann Hesse al Paese delle Nevi, dedicato al grande scrittore tedesco, ma svizzero d’adozione.
A Montagnola, infatti, dove egli visse a lungo, si trova il Museo Hermann Hesse, il più importante e completo, al cui interno si trovano la sua macchina da scrivere, i suoi occhiali, manoscritti, quadri…; all’esterno, l’aria che respirava, i suoi paesaggi, Casa Camuzzi, dove ha scritto l’immortale “Siddhartha”, e la straordinaria sensazione di rivivere la stessa magia ispiratrice…

Quando nasce il tuo amore per la lettura e la scrittura?
All’età di cinque anni imparai a leggere e a scrivere dalla trasmissione condotta dal M° Alberto Manzi “Non è mai troppo tardi” e, da allora, credo di non avere mai smesso di farlo.

Come e quando hai capito che sarebbe potuto diventare un mestiere?
Leggendo e scrivendo molto, fatto che a scuola mi permetteva di svolgere temi molto lunghi rispetto a quelli delle compagne, sovente premiati per il contenuto e la forma. In seguito ho sviluppato un forte interesse e grande curiosità per le materie umanistiche, accrescendo la mia formazione culturale affiancando agli studi e alle letture molti viaggi a giro per il mondo che mi hanno fatto conoscere culture e pensieri differenti e rafforzato in me la voglia di raccontare e raccontarmi. Continua a leggere

Giuseppe Bresciani, “L’uomo che pesò l’eternità”

Giuseppe Bresciani, L’uomo che pesò l’eternità

Un estratto (pp. 110-112):

Ripresi le mie abitudini mondane, dividendomi fra Versailles e i salotti dell’aristocrazia e della borghesia parigina. Da più di un anno frequentavo quello nell’Hôtel d’Uzès, la dimora di Emilie de La Rochefoucault, la consorte del duca d’Uzès. Più che un salotto, la duchessa d’Uzès aveva creato e sovrintendeva un vivace circolo esoterico. La sua nota passione per i misteri e il sovrannaturale era tale che mi considerava un maestro oltre che una guida spirituale. Alle sue riunioni a numero chiuso non mancavano mai la marchesa di Créquy, l’onnipresente Madame d’Urfé e la contessa di Brionne. Il salotto di Madame d’Uzès attirava anche i grandi pensatori come Jean-Jacques Rousseau e il conte di Buffon.
Una sera, a cena, vi conobbi François-Marie Arouet, l’acclarato intellettuale noto con lo pseudonimo Voltaire. Era venuto dalla sua tenuta di Fernay per illustrare agli ospiti del circolo le tesi esposte nel suo romanzo filosofico Candido, pubblicato da poco a Ginevra. Il patriarca dell’Illuminismo era l’ospite d’onore della serata e non mi limitai ad ascoltarlo con il massimo interesse ma lo invitai a un contraddittorio.Gli astanti erano eccitati. Voltaire e io rappresentavamo due opposti apparentemente inconciliabili. Lui era scettico nei confronti della religione e dei misteri, refrattario a ogni superstizione e potere magico, avendo fede solo nel pensiero razionalista. Io, invece, incarnavo ciò che sfugge alla ragione e la sfida. Per lui, era naturale diffidare di un uomo della mia specie, che si diceva praticasse la magia teurgica, ricavasse l’oro dai metalli vili grazie alla pietra filosofale e avesse vinto la morte. Nondimeno, avevamo diverse qualità in comune; la mente aperta ed elastica, l’eccellente virtù affabulatoria, la vasta erudizione e l’ironia. Eravamo coetanei e godevamo del favore di amici anticonformisti ed estimatori autorevoli.
Chi si aspettava da noi un incontro di lotta greco-romana restò deluso. Animati da reciproca curiosità e da un rispetto che non poteva essere incrinato dal fatto di avere idee differenti e un diverso stile di vita, non solo non ci scontrammo a testa bassa come gli stambecchi ma ci comportammo da autentici gentiluomini.
«Signor conte, se non ci vedessimo solo oggi per la prima volta qualcuno potrebbe sostenere che mi sono ispirato a voi per la figura del mio Candido» disse il filosofo.
«Cosa ve lo fa pensare, signore?»
«Il vostro ottimismo, tanto per cominciare.»
«Che altro?»
«Come Candido, avete scoperto il vostro personale El Dorado e siete tornato in Europa carico di tesori.»
Annuii, sorridendo garbatamente. Voltaire sorseggiò la sua ennesima tazzina di caffè – si diceva che ne bevesse una dozzina al giorno – e continuò: «Pare che anche voi, come lui, abbiate stipulato un patto con la morte.»
«Un patto, dite?»
«Candido non muore mai, sopravvive a qualsiasi pericolo e disavventura, come se fosse invisibile alla morte. Di voi, si dice che siate immortale, per quanto mi rifiuti di crederlo.»
Fissai Voltaire con intensità e per stupirlo citai una frase di cui non avrebbe potuto disconoscere la paternità. «Il dubbio è scomodo ma solo gli imbecilli non ne hanno.»
«Touché!» commentò il filosofo. «Ciò nonostante, poiché fra le cose più sicure, la più sicura è proprio il dubbio, concedetemi di dubitare di voi e dell’ottimismo che vi induce a pensare che non avrete mai bisogno delle pompe funebri.»
«Signore, in futuro vi darò la prova che dopo avere pesato l’eternità ho vinto la morte.»
Un brusio si levò nel salone dove gli ospiti della duchessa d’Uzès erano avvinti dalla conversazione. Voltaire mi degnò di uno sguardo clemente. «Disapprovo quello che dite» obbiettò «ma difenderei fino alla morte il vostro diritto di dirlo.

Biografia di Giuseppe Bresciani

Sono nato il 7 ottobre 1955 a Como, dove risiedo.Nel 1980 ho conseguito la laurea in Lettere Moderne presso l’Università di Pavia.Dopo trent’anni di attività imprenditoriale-umanistica ho iniziato a dedicarmi a tempo pieno alla scrittura. Ho esordito nel 2011 con “L’inferno chiamato Afghanistan”, il racconto del mio soggiorno come osservatore nel paese dei talebani. Nel 2013 ho pubblicato i racconti “Il cantico del pesce persico”. Nel 2018 ho pubblicato il romanzo sul crepuscolo di Leonardo da Vinci in Francia “Le infinite ragioni” (Albeggi). Nel 2021 ho pubblicato il romanzo storico “Il cavaliere delfiordo” (Leone) con cui ho vinto il premio “Scrittori con gusto” assegnato dall’Accademia Res Aulica di Bologna. Nel settembre 2025 ho pubblicato il mio nuovo romanzo “L’uomo che pesò l’eternità” (Altrevoci).

Piani di vite

Piani di vite

Intervista-articolo di Marino Magliani sul libro Vite che s’intersecano di Franca Acquarone (Philobiblon Edizioni, 2025) 

Se qualcuno ribattesse all’autrice che, soprattutto se dotati di buona, anzi, di ferrea memoria, non ci si riesce a dimenticare del proprio compleanno, difenderei il concetto dell’autrice, che racconta come a un tal Giuseppe succeda invece un fatto del genere: Già, era stato il suo compleanno e lui se ne era completamente e volutamente dimenticato. Ma questo è un dettaglio del romanzo, come lo è il fatto che l’autore di questa nota sia nato il 30 luglio e almeno una volta, nella vita frenetica dell’estate, tanti anni fa è riuscito nell’impresa di dimenticarsi di compiere gli anni. È dunque tutto un dettaglio e nello stesso tempo, in questo romanzo di multipiani, nulla lo è, o alla fine ce lo può sembrare. Più che un interessante romanzo psicologico, Vite che s’intersecano (Philobiblon Edizioni, 2025), ha l’impianto di un interessante romanzo architettonico. Partirei da questa scelta, dal romanzo palazzo, e chiederei all’autrice o inquilina, e questo ce lo dirà lei, del palazzo (in realtà si tratta di un grattacielo), come ti è venuta in mente una struttura del genere, e chi sono gli inquilini dei diversi piani?

Ilario – 1948, 76 anni, sesto piano
Giuseppe – 1949, 75 anni, quarto piano
Margherita – 1956, 68 anni, sesto piano
Samanta – 2007, 17 anni, 4° liceo, diciannovesimo piano
Marilena Fabbri – 1960, 64 anni, quinto piano
Santeri – 1974, 50 anni, diciannovesimo piano

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Sara Maggi, “Ho ancora un cuore”

Intervista di Graziella Belli

Percorrendo la passeggiata mare tra Spotorno e Noli, ho ripensato a Caterina e alle persone che popolano il romanzo di Sara Maggi, Ho ancora un cuore (Funambolo Edizioni, 2025). Lasciatemelo dire subito, è un grande lavoro, sorretto da una scrittura fluida, diretta e chiara, dove vengono affrontate storie comuni, ma le cui violenze, anch’esse apparentemente comuni, sono in grado di segnare i destini di una società malata.

Eccone un assaggio.

“Le mutandine! Le mutandine!» Il coro di voci mi riempie la testa, me la spacca in due. Lo vedono che sto male, che sono sull’orlo di un pianto disperato, eppure non smettono di ripetere in coro quella maledetta parola. Che sa di sporco solo a pronunciarla. Mi sento sprofondare nella terra del prato e vorrei solo sparire. Desidero con tutto il cuore che si apra un buco e che una forza sconosciuta mi risucchi dentro. Non può essere questa la vita di una bambina.

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Intervista a Giuseppe Raudino su “Il fabbro di Ortigia”

di Marino Magliani

Nel tuo nuovo romanzo, Il fabbro di Ortigia (Bibliotheka Edizioni, 2024), la figura del fabbro sembra richiamare un artigiano capace di forgiare il mondo attorno a sé. Se è una metafora dell’autore stesso, quali sono le “materie prime” con cui hai plasmato questa storia? Come definiresti la figura del fabbro e quali “materiali” hai usato per costruirla?

Il fabbro è un “Faber” nel vero senso del termine, adattandosi al mondo con abilità e ingegno, piuttosto che costruendone uno nuovo. È un uomo astuto, capace di modellare la realtà per sopravvivere.

Ortigia è una delle protagoniste del romanzo. Che ruolo ha nella storia?

Ci tengo a precisare che Ortigia è il centro storico di Siracusa, non una città a sé. È uno spazio simbolico, presente soprattutto nei primi capitoli, che incarna la giovinezza del protagonista Currò. Questa ambientazione, con la sua storia e le sue strette vie affacciate sul mare, diventa un personaggio stesso, intriso di magia e malinconia.

Anche ne Il fabbro di Ortigia, come nei tuoi precedenti romanzi, il tema del viaggio è centrale. Come si intreccia con le altre tematiche del libro?

Il viaggio e la nostalgia sono temi portanti. Stavolta, però, emerge la guerra, una violenza necessaria per sopravvivere. Questo conflitto interiore si intreccia con il budo, la via marziale che Currò apprende, rappresentazione di una dialettica tra armonia e pericolo. Continua a leggere

“Raccontami una storia”. Poesie di Roberto Ochi

Estratti da Raccontami una storia, di Roberto Ochi (Brè Edizioni, 2022)

Chi sono io?
Io sono il figlio di un tempo breve. Sono il punto interrogativo. Sono l’ascolto, l’attenzione. Io sono la consapevolezza.
Io sono il dire grazie e il chiedere scusa. Io sono la gentilezza.
Io sono il silenzio al cospetto di nostra Madre Natura. Io sono l’acqua e la terra.
Io sono l’abbraccio e il sorriso, la bellezza che servo ai miei occhi. Io sono la compassione.
Io sono ciò che ricordo, ciò che resta, tutto ciò che non ho perso. Io sono lo scrivere.
Io sono tutte le mie storie.

Mi racconti una storia?

Mi racconti una storia?
Ora io esco a passeggiare per le vie di Perugia
E tu
Mi racconteresti una storia?

C’era una volta una barista dagli occhi grandi e profondi e dalla rara gentilezza
Ciò che ci separava
Ma anche ciò che ci univa e ci proteggeva
Era il bancone del suo bar
A quel bancone avevamo creato un nostro momento
Un nostro mondo
Si chiamava il martedì della curiosità
Io arrivavo e le raccontavo una storia curiosa
E lei mi ascoltava
Un martedì le raccontai la storia della parola Mamihlapinatapei
È una delle parole più intraducibili al mondo
Della tribù degli Yamana
Della Terra del Fuoco
Indica lo sguardo tra due innamorati troppo timidi per fare la prima mossa
Questa è la storia di quel momento
Di un momento
Lungo come una parola
Intraducibile
Ma bellissimo

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“Agatino il guaritore”: un estratto

Massimiliano Città, Agatino il guaritore (Il ramo e la foglia Edizioni 2024)

Quando viene al mondo un libro, credo ci sia una grossa responsabilità per quel gesto non richiesto che è lo scrivere; gesto in cui chi scrive si mostra agli occhi di chi legge e al giudizio di quegli occhi, alla valutazione, alla comprensione, allo smarrimento, talvolta, si consegna. Ogni parola, vagliata nelle poche ore di lettura che accompagnano la storia, vive in un rapporto sbilanciato di tempi, dello scrivere e del leggere.

Questo libro è nato in un periodo di costrizione personale e sociale, dunque è un ponte, un gesto di liberazione in cui la fantasia prova a rompere le catene del quotidiano, in quello stadio asfittico che spesso prende alla gola e stritola nei limiti di un corpo e di un ruolo che la società accoglie. Così dirò poco della storia, se non che è nata dall’incanto di un momento e si è costruita e strutturata nel tempo al meglio, per quel meglio che mi è possibile realizzare come narratore.

Agatino il guaritore, Il ramo e la foglia edizioni, 2024.

La Biforcazione – Lungo la statale che congiunge Montepicozzo Marittima a Boschetto, poco prima della vecchia stazione di servizio in disuso da anni, sulla destra, il lettore scorgerà una biforcazione. Due stradine nascoste da filari di alberi e vegetazione lasciati alle bizzarrie della natura senza che nessuno si sia mai occupato, almeno negli ultimi vent’anni, di dar loro una degna sfoltita. Le amministrazioni confinanti di Montepicozzo e Vallombrina – di cui Boschetto rappresenta una storica frazione – tramite i loro preposti assessori, si sono sempre rimpallate la responsabilità di intervenire, come avviene nelle più avvincenti partite di ping-pong. Ciascuno rimproverando all’altro che quel lembo di terra non ricade nel proprio territorio, dunque non è affare di cui avere cura. Continua a leggere

Disegnando “Il bambino e le isole”

Marco D’Aponte, Roberta Poggio, che ringrazio, e io abbiamo ragionato, lui con i colori e la matita, Roberta e io con le parole, a una brevissima traduzione in immagini, alcune ancora semplici bozze, del mio romanzo Il bambino e le isole (Un sogno di Calvino) edito da 66th&2nd.
Per visualizzare meglio le immagini, cliccateci sopra e le vedrete ingrandite.

Il romanzo sul fútbol povero della vecchia Argentina (che ci riporta alla magia autentica del calcio)

da Rassegna Stampa Il Punto | La newsletter del Corriere della Sera

Venerdì 27 settembre 2024

Rassegna antropologica (Minimi Tropici)

Il romanzo sul fútbol povero della vecchia Argentina (che ci riporta alla magia autentica del calcio)

di Mauro Francesco Minervino editorialista 

«Forse l’Occidente sta anticipando una religione e ancora non lo sa».

Lo scriveva alcuni decenni or sono Marc Augé in un breve, folgorante e ironico saggio — Football. Il calcio come fenomeno religioso — scritto in prima battuta per la rivista francese Le Débat nel 1982, e poi a lungo rivisto e aggiornato sin quasi ai giorni nostri. Nel calcio attuale, spiegava poi lo studioso francese, di fronte alle enormi trasformazioni recenti registratesi nello sport, si sono venuti via confermando i condizionamenti esterni ai fattori di specialità e all’etica del gioco. Fenomeni di grande scala sui quali, col suo acuminato sguardo da antropologo della contemporaneità applicato al football, Augé ci invitava infine a riflettere da par suo. Aspetti come la dimensione pervasiva dei giganteschi rapporti di forza economici e i crescenti interessi politici che sempre più sovrastano e deformano lo sport più popolare al mondo. Gli stadi, trasformati da campi sportivi in templi catodici ove si mette in scena e si celebra il più grande spettacolo di consumo delle società globali uniformate dalla contemporaneità. Continua a leggere

Due estratti di Alessandra Boero

da Ovunque Lei sia, un saluto dall’inferno… di Alessandra Boero (ed. Philobiblon)

“Totoismo”

prefazione di Marino Magliani

Qualche anno fa è uscito un romanzo di Giuseppe Conte, un giallo, del genere marinaresco, ambientato sulla Costa Azzurra. È un romanzo che racconta un presente  futuribile. In qualche modo racconta una distopia. Il titolo è Il male veniva dal mare e sarebbe un titolo perfetto per il libro per il quale ho accettato di scrivere questa nota. Libro che si può leggere come un frammento di biografia, quello che il lettore ha in mano, cronaca o reportage, o semplicemente il romanzo assurdo. C’è un uomo, col suo dolore, e quest’uomo tenta di farsi capire e di esistere, egli chiede giustizia, perché è un uomo con immensi disagi, sconforti, sogni, emozioni. Purtroppo non si tratta di un romanzo. Un uomo, in effetti, che era un giovane uomo, forte di nervi e muscoli, intelligente, con una professione che amava, e che ora, grazie peraltro alla dedizione e all’amore di chi lo sostiene e lo cura, può solo aggrapparsi a quel gemito: il to-to-to che sostituisce quasi ogni altro messaggio, un linguaggio frammentario che descrive e contiene ogni entusiasmo e gli incubi che lo riempiono, quando entuasiasmo e sogni spariscono. E questo – il to-to-to, dicevamo-, perché un giorno, alla fine dell’estate, nel settembre del 2014, il male veniva dal mare. Continua a leggere

Elisabetta Carbone, “La voce e le cicale”. Intervista

Intervista di Marino Magliani

Elisabetta Carbone, La voce e le cicale, Prospero Editore 2024

Per Tamara la musica è il modo di comunicare con il padre Giacomo, mentre la lettura la connette a Debora. Questi personaggi hanno quindi bisogno di un medium altro per comunicare fra loro, per tentare di capirsi a vicenda, o anche di capire loro stessi?

Tamara, Debora e Giacomo non riescono a capirsi con le parole, hanno bisogno di usare linguaggi diversi per essere in frequenza. La musica è l’unica forma di educazione di Giacomo, che riesce ad essere un esempio per la figlia soltanto nell’arte. Tamara comunica con Debora attraverso la letteratura e i gesti quotidiani. Il loro rapporto, che si costruisce poco alla volta grazie ai libri su cui Debora stessa ha imparato a prendersi cura di sé, è fatto di reciproca fiducia e condivisione. Il legame che Tamara ha con il padre, invece, si basa su una distanza che Giacomo stesso non sa superare, perché vive l’arte come un esercizio solitario, utile a glorificarlo, non come qualcosa da mettere a disposizione. È per questo che Tamara sa far tesoro dell’esperienza del padre nel mondo della musica solo quando non lo condivide più con lui, ma anche in questo senso la distanza rimane. Continua a leggere

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Cristiano Dorigo, “Acque alte”

Da Acque alte, di Cristiano Dorig(Meligrana Editore)

Il 21 marzo esce, per Meligrana EditoreAcque alte di Cristiano Dorigo. È un piccolo libro importante: Dorigo, per trent’anni, come educatore, ha lavorato con ragazze che hanno subito traumi indicibili in famiglia. Ci presenta alcune di queste giovani donne, ma, come scrive il Professor Emanuele Pettener della Florida Atlantic University nella postfazione che qui presentiamo, lo fa con pudore, delicatezza, e uno stile originale, “un gesto ribelle nei confronti di quella che Calvino chiamava la peste del linguaggio”.

Prefazione di Emanuele Pettener

“Una fiamma viva”

Spesso temi importanti — quali l’abuso fisico o psicologico ai danni delle donne — diventano un pretesto, da parte di chi ne parla e ne scrive, per gonfiare l’ego, solleticare la vanità,  farsi belli.

Sui giornali, in televisione, sui palcoscenici “social” ci si lancia in vibranti e sdegnate tirate, grondanti un tale pathos che l’autore inevitabilmente finisce per inebriarsi alla bellezza lirica della propria voce e il cui scopo (talora senza che nemmeno l’autore, colto dalle vertigini della propria altezza morale, se ne renda conto) è un tornaconto di visibilità.

Conclusa l’invettiva, commosso e appagato, l’oratore-giornalista-opinionista su Facebook va a farsi un panino al salame. Continua a leggere

Vladimir Di Prima, “Il buio delle tre”

Recensione di Marco Candida

Vladimir Di Prima, Il buio delle tre (Arkadia Editore, 2023)

Credo qualsiasi appassionato lettore si formi nella mente prima o poi una sua antologia personale contenente pagine di alta scuola di romanzi italiani. Di sicuro, nella mia vi appare Un anno di corsa di Giovanni Accardo, in particolare l’episodio, interno al romanzo, della zuppiera. Vi appare senz’altro l’episodio della voliera contenuto in Seta di Alessandro Baricco. E adesso è da inserirsi l’episodio dell’eruzione vulcanica narrata nel romanzo Il buio delle tre di Vladimir Di Prima. Pinuccio Badalà, protagonista del romanzo, incontra per caso a un raduno Lucio Dalla, e questi amichevole gli richiede in lettura il suo romanzo eternamente in cerca di editore; così Badalà scappa a casa e stampa il libro, e corre alla sontuosa villa dove alloggia l’interprete di Attenti al lupo per consegnargli il manoscritto, ma mentre la stampante lavora all’Etna vien voglia di farsi sentire, e così Badalà deve affrontare una tempesta di cenere mentre a bordo della sua macchina porta il manoscritto al grande e generoso cantante. Bisogna leggerlo. Un capitolo che ti riconcilia con la voglia di letteratura, di grande letteratura. Ma data una simile premessa, si capisce che Il buio delle tre è in realtà un ben più esteso florilegio di episodi da antologia. Pinuccio Badalà anche col suo nome, e le sue tragicomiche peripezie per affermarsi come scrittore (cosa che detta così a schiaffo farebbe tremare il lato conformista del più libero dei bohemien), ti rimane nella testa simile a personaggi quali Vitangelo Moscarda o Mariano Grifeo Cardona di Canicarao o Giovanni Percolla. E il bello è pure che nelle prime pagine il romanzo fa pensare più a gag alla Ficarra e Picone che alla Muscarà e Scannapieco. Ti dà il tempo di farti acclimatare in una morbida atmosfera di puro divertimento; ma poi, dall’episodio della morte del padre sindacalista in seguito a un capriccio del destino, il livello narrativo vertiginosamente si alza, e comincia a risuonare, nella prosa brillante, affabulatoria, grande pregio. Continua a leggere

Da “Come in cielo” di Marco Candida

Estratto del romanzo Come in cielo di Marco Candida (I libri di Mompracem – Betti Editrice)

Nives e Ascanio distolgono lo sguardo dalle rigature nel calcare e nell’argilla a rincorrersi e incrociarsi nei calanchi del Monte Marcellino. I rigaggi nella marna degli Orridi di Sant’Antonino li hanno risucchiati simili al vortice di un mare impetrato. Le forre paiono onde rocciose, così come certe distese di terra in certi tramonti ti fa voglia di tuffarti e nuotarle. I burroni a precipizio sul Rio Fossone paiono marosi d’argilla cristallizzati lì in eterno: o quantomeno, per eoni. Non vi è bello, in quel dispiegarsi di rocce sedimentarie. Masse fibrose alabastrine baluginano come fiumi di pietra carsici. La calcite trapunta la roccia luccicando come brillante. Minuscole doline, avvallamenti carsici, e inghiottitoi si susseguono su calcare e argilla per effetto di erosione di acque meteoriche. Perlopiù, un incresparsi, un rappallottolarsi, un incartocciarsi come se l’effetto di quel processo di indurimento millenario sortisse a sguardo umano impressione opposta di molliccio, gelatinoso, prolassato. La roccia è l’imbolsirsi di una materia originariamente piallata, perfetta: piramidale. Ecco cosa sono le Piramidi Egizie: Montagne Perfette. Montagne Ideali. Non svigorite e languide; bensì, turgide, piane, perfette. Ordine e bellezza: geometria euclidea in un mondo geodetico. Un mondo disassato: privo di corrispondenza tra catene montuose e mari e fiumi e le stelle in cielo. Invece, le Piramidi si allineano alle costellazioni, e sono teorema pitagorico. L’uomo euclideo in un mondo altazimutale diventa prometeico. Persegue la Montagna Ideale della Piramide combattendo le Montagne della Follia. Continua a leggere

“Da nord a sud andata e ritorno” di Alessandra Catalano

Alessandra Catalano, artista eclettica, ha di recente realizzato un cd di canzoni folk intitolato Da nord a sud andata e ritorno, con il quale la sua biografia diventa pretesto narrativo per raccontarsi in musica.

I brani sono stati scelti tenendo conto del dialetto dei luoghi in cui l’artista stessa ha vissuto, prima fra tutti la Liguria, e dei personaggi del mondo artistico italiano che hanno lasciato un’impronta indelebile sul suo cammino.

E’  possibile visionare l’intero spettacolo a questo link.

Alessandra Catalano nasce a Imperia nel 1969. Studia
danza classica e moderna, e successivamente pianoforte presso l’istituto magistrale Amoretti di Imperia.
Nel 1989 prosegue gli studi coreutici a Roma presso la scuola Mimma Testa, partecipando a spettacoli in diversi teatri della capitale fra cui l’Eliseo e il Quirino. In seguito, approfondisce lo studio del musical.
Nel 2003 fonda a Imperia la scuola “Arte Danza Kaleidos”, nella quale svolge la funzione di docente. Nel luglio 2022 esce il suo primo album di musica folk Da nord a sud andata e ritorno, dove percorre la penisola italiana raccontando i luoghi del cuore e dell’anima.
Il 20 agosto 2022 ha presentato al Festival del Maro (IM) lo spettacolo “Da nord a sud andata e ritorno”, nel quale ha riproposto i brani dell’omonimo disco, sotto forma di spettacolo teatrale, nei panni di una “cantacontastorie” che percorre la sua storia personale intrecciandola con quella della canzone italiana regionale.
Attualmente sta lavorando al suo secondo album musicale come cantautrice.