Archivio mensile:Gennaio 2025

Da Sedime di Gianni Marcantoni (Fara, 2024)

 

La poesia di Gianni Marcantoni è un ragionamento, anzi un dialogo con la realtà. Il senso delle parole tende a prevalere sulla forma poetica. È la ricerca di un’umanità smarrita sotto le pietre dello smarrimento e dell’afasia.

(Pasquale Vitagliano)

ZONA REMOTA

 

Sotto quel che sei – e con te arrivando,

non troverai vie di fuga.

Sfoglia le mille voci che ti riguardano,

non resta che una struttura

epidermica ridotta a un pilastro:

lascialo più sbiadito: lascialo più acerbo:

lascialo più intatto: portalo ai suoi baluardi

inestricabili: ai suoi atterraggi:

fa’ che sia più sicuro e discostato:

noi ci alziamo all’oscuro del mattino

su scialuppe di salvataggio.

 

Ogni silenzio dialogherà con te soltanto

– con i patimenti di una vita

e sempre troverai

della polvere da rimuovere

nascosta dietro qualche angolo.

Ti sveglierai in una zona remota

e non avrai altre vie di fuga;

i sedili durante il giorno

sono sempre rimasti vuoti:

 

non sai mai cosa mi rende felice.

 

*

  Continua a leggere

L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino. 24

Interpunzioni a singhiozzo

Il punto anomalo (o punto testuale o, male, enfopunto) è il punto fermo collocato in espressioni che non andrebbero segmentate, al fine di rafforzare l’enunciato.
Un esempio:

«Giunti al capo d’anno, ci scopriamo sopraffatti dalla routine. E questo giorno ci appare assolutamente uguale agli altri. Il che non è vero. Perché le ricorrenze servono: a commemorare oppure a rinnovare. Occasioni di memoria e di speranza. Per tornare indietro con gli occhi e con la mente. Oppure, al contrario, per proiettarci in avanti» (Ilvo Diamanti).

Ma voi, cari amici, non abusatene.

Dylan Thomas

di Giorgio Stella

E la morte non avrà più dominio.
I morti nudi saranno una cosa
Con l’uomo nel vento e la luna d’occidente;
Quando le loro ossa saranno spolpate e le ossa pulite scomparse,
Ai gomiti e ai piedi avranno stelle;
Benché ammattiscano saranno sani di mente,
Benché sprofondino in mare risaliranno a galla,
Benché gli amanti si perdano l’amore sarà salvo;
E la morte non avrà più dominio. Continua a leggere

La poesia prima della fine del (o di un) mondo, a cura di Rita Pacilio. Antonio Spagnuolo

Qualche pozza

Oltre che provvisorio ormai sospeso
il tratto che riunisce i tentativi
delle nuvole sparse tra fiammate.
Lotta di straniamento in qualche pozza
improvvisamente aperta al segreto
che rassomiglia a fratture della mente,
sempre incantata.
Parole allora di colore rosso
proietteranno gli ultimi sguardi invidiosi
tra i brividi che suggellano il congedo.
Ecco i frammenti ricomporre memorie
per la mano che scava rovistando.

[…] Tutti i valori sono caduti e ormai regna una carenza di cultura che fa paura! Mi riferisco al bagaglio culturale classico, che nei secoli scorsi ha forgiato menti eccelse e uomini di valore. Oggi l’intelligenza artificiale, il telefonino, la chiusura ermetica del “vocabolario”, accompagnano giovani che non sanno più parlare. In effetti, non c’è più “fede”, i sentimenti sono assopiti, le coppie si dividono dopo pochi anni dalla cerimonia, i figli sono abbandonati alla solitudine. Cosa fare? Eccomi con una poesia a rispondere all’appello.

Antonio Spagnuolo

 

Maria Pia QUINTAVALLA, Saudade. Con nota di Antonio Fiori

 

Antonio Fiori

 

La pronuncia di Saudade in portoghese è saudadi ed il significato più prossimo all’italiano è
‘desiderio’, che qui diventa – sono parole dell’autrice – “intenso desiderio di qualcosa di
ASSENTE, in quanto perduto, o non ancora raggiunto”. L’auspicio è forse il cortocircuito poetico
eliotiano tra passato e futuro: gli anni della formazione emotiva e politica sembrano voler
scavalcare il presente e rialzarsi nel futuro, parlare alle nuove generazioni: È là nel corso amico
della storia/ che vorrei tornare, precipitare in corsa/ prendere quota – camminare. Continua a leggere

Cronaca

di Fabrizio Centofanti

La poesia e lo spirito

la stanza chiude dentro l’invisibile:
i rami, fuori, sono un’illusione
che resta ferma, come nella mente
lo sguardo estraneo, l’ombra delle foglie.
nel buio si nota subito la luce,
seppure impercettibile.
non hanno più pareti, le presenze,
adesso splendono
di un oro femminile, acceso d’ambra,
sofferto nella carne.
ma il suo segreto è l’ombra sul selciato,
la chiave nella stanza e l’inudibile. Continua a leggere

Don Angelo Casati, poeta gentile

di Alida Airaghi

“Don Angelo è un flauto, si lascia suonare da tutto e da tutti e si ascoltano racconti meravigliosi da quel vuoto di sé che è il suo cuore. Ha frasi incandescenti eppure miti, fuochi di sdegno eppure luminosi, ha ombre che fanno più vera la luce. Come fa? Con la compassione…”. 
Così Chandra Candiani nella lunga e affettuosa prefazione al libro di poesie di don Angelo Casati esprime la sua stima di poeta ai versi di un religioso come lei poeta.
Angelo Casati (Milano 1931) è presbitero della diocesi milanese, e ancora oggi ultranovantenne scrive e pubblica toccanti omelie settimanali nel suo blog Sulla soglia. Ha al suo attivo molte pubblicazioni che spaziano dalla poesia a commenti evangelici, da riflessioni spirituali su vari eventi della vita a veri e propri saggi, usciti per diverse case editrici (Cittadella, Romena, Paoline, Servitium, Àncora, Il Saggiatore…). Continua a leggere

La scuola di Serena Bedini 1. Il coraggio di scrivere

Non è facile trovare il coraggio di scrivere: la scrittura richiede riflessione, raccoglimento, profondità, anche se non tratta argomenti seri o drammatici perché anche per affrontare temi leggeri o addirittura divertenti occorre considerare la gravità dell’essere. 
Scrivere comporta sempre e comunque ricercare nella propria interiorità il senso della nostra moralità, riflettendo su quelle tematiche che ci mettono in discussione, che ci fanno pensare, che comportano per noi la necessità di guardare alla realtà in maniera diversa, meno conforme alla norma, alle mode, all’omologazione. La scrittura si nutre di creatività e la creatività scaturisce dallo studio, dalla riflessione, dalla capacità di pensare in modo diverso dagli altri e di saper affermare un inedito punto di vista sulla vita. Continua a leggere

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Volontà e Desiderio

«Poiché molti hanno cercato di raccontare con ordine gli avvenimenti che si sono compiuti in mezzo a noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni oculari fin da principio e divennero ministri della Parola, così anch’io ho deciso di fare ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di scriverne un resoconto ordinato per te, illustre Teòfilo, in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto.

In quel tempo, Gesù ritornò
in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode.

Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaìa; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto:
“Lo Spirito del Signore è sopra di me;
per questo mi ha consacrato con l’unzione
e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio,
a proclamare ai prigionieri la liberazione
e ai ciechi la vista;
a rimettere in libertà gli oppressi
e proclamare l’anno di grazia del Signore”.
Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”.» [Lc 1,1-4; 4,14-21]
Continua a leggere

11
0

Cesare Pavese, I mari del Sud

di Giorgio Stella

Camminiamo una sera sul fianco di un colle,
in silenzio. Nell’ombra del tardo crepuscolo
mio cugino è un gigante vestito di bianco,
che si muove pacato, abbronzato nel volto,
taciturno. Tacere è la nostra virtù.
Qualche nostro antenato dev’essere stato ben solo
– un grand’uomo tra idioti o un povero folle –
per insegnare ai suoi tanto silenzio. Continua a leggere

Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. Il Mistero. 5

Il Mistero 5.   Quella realtà seconda

 

   È vero: l’universo è un po’ strano. Perché negarlo? Una stranezza di cui facciamo parte, indubbiamente, a cui anzi contribuiamo in maniera determinante. Coi nostri gesti, coi nostri pensieri, con le nostre ipotesi. Che tentando di chiarire misteri all’apparenza insolubili suscitano nuovi interrogativi, propongono ulteriori articolate spiegazioni in merito a fenomeni la cui occulta dinamica sembra peraltro resistere ad ogni chiarimento. 

   Prendiamo l’enigma delle porte, sia quelle chiuse sia quelle aperte. “In ogni casa c’è una porta che non viene aperta quasi mai”, scrive Alessandro Trasciatti nel suo Prose per viaggiatori pendolari, “È quella per la camera degli ospiti di riguardo, aspettati invano da un anno all’altro. È quella del salotto buono, con i mobili coperti da lenzuola in attesa del pranzo di nozze del figlio quarantenne. È quella dove si conserva imbalsamato il caro estinto fino al giorno del Giudizio”. In questa casa solo il capofamiglia possiede la chiave della porta sempre chiusa, che è quella del bagno; gli altri componenti del nucleo devono utilizzare i servizi igienici dei vicini e “Naturalmente paghiamo loro il disturbo”. Situazione difficile anche per gli abitanti della casa con la porta sempre aperta perché impossibile da chiudere, malgrado ogni sforzo: “Così l’abitazione si riempie di vento e di pioggia, di mosche e di zanzare. Si fermano i passanti e le comitive di turisti, c’invadono le stanze e restano a cena. I ladri vanno e vengono e così la polizia. Ogni giorno nuovi arrivi, nuove scorrerie su per le scale e lungo i corridoi”. 

   Non si tratta di inconvenienti bizzarri, di misteri da poco. Anche solo rimanendo alle abitazioni, come regolarsi se “Al centro dell’universo Dio ha posto la Stanza dei Televisori”? Certo, si gode a pieno della stanza, gli occhi e i sensi possono riempirsi di tutte le trasmissioni, “Si può fare l’amore con noi stessi fino al completo appagamento”. E tuttavia, “Dio non ha installato alcun gabinetto nella Stanza dei Televisori. E a noi mortali non è dato sapere se si tratti di una dimenticanza o, peggio, di uno scherzo”. Chi non scherza, viceversa, è l’autore, è Trasciatti: che prende molto sul serio queste brevi prose, rifinite con eleganza, con un umorismo lieve capace di indagare senza trafiggere quell’universo sospeso che galleggia accanto al nostro, quella realtà seconda dove le cose accadono con studiata lentezza o con un’accelerazione imprevista. Vedi, nel primo caso, l’Ufficio delle Lettere Morte, luogo labirintico dove le missive non si decidono a partire, forse per un indirizzo sbagliato, forse perché intercettate dalla censura, forse perché risucchiate da un archivio onnivoro; vedi, nel secondo caso, la pianticella innocua posta nel salotto, un fico che improvvisamente prende a crescere di un centimetro all’ora, invadendo l’abitazione, ramificandosi nel pavimento, sfondando il soffitto, costringendo gli inquilini a fuggire: il tutto accade in sedici righe e nell’ultima l’autore si limita a riferire che “La magistratura di Pisa ha aperto un’inchiesta”. 

   Una realtà seconda, dunque, specchio distorto, della prima? Forse una realtà prima che scivola irresistibilmente nella seconda. Che scivola consenziente, con diversi gradi di oscillazione, di consapevolezza, di consenso. Che pende verso il Mistero accettando la stranezza, postulandola anzi quale elemento fondante. Come nel caso di Rigoli. Il paese, la cui ubicazione geografica appare indiscutibile, è lambito da una ferrovia che procede da Lucca a Pisa (e ritorno); dettaglio significativo: il paese gioca a nascondino con il treno. “Magari Rigoli sta acquattato dietro un cespuglio e fa passare il treno. Poi, sempre di nascosto, corre svelto per certe vie che sa solo lui, supera la locomotiva e gli si ferma davanti all’improvviso, cosicché il macchinista è costretto ad inchiodare i freni”. Perché il paese adotti questo comportamento, perché eluda puntualmente le legittime attese dei passeggeri e dei macchinisti, non è detto. L’autore, diligente cronista dell’assurdo, riporta solo la frase udita a mezza bocca da un ferroviere: “Anche stavolta c’ha fregato”. Ed annota: “Ed io penso che parlasse di Rigoli”. 

Alessandro Trasciatti, Prose per viaggiatori pendolari, MobyDick 2002

Da Gian Piero Stefanoni, La costanza del cielo (Il ramo e la foglia edizioni, 2024)

a cura di Luca Pizzolitto

Nessuna parola è neutra, e la parola poetica ce lo ricorda ogni giorno, traendo proprio da qui il suo germoglio principe. Lo sguardo nuovo che andiamo ad aprire, infatti, non deve incrinare la fede nel mondo ma rinsaldarla, farla tornare alla luce proprio dove manca: nella carità e nella prossimità, là dove davvero solo noi siamo. Fede nell’altro e nel mondo, la cui misura, nell’aderenza alle sofferenze del quotidiano, personalmente nasce, va alimentandosi e si interroga all’interno di una Parola più alta. In quella radice di sé che ha nella creaturalità il suo ricnoscimento, persona e parole allora sono figlie di una incarnazione che non cessa di interrogarci, di metterci in crisi nelle nostre risonanze di perdita. È proprio all’interno di questa crisi però, resto convinto, la possiblità più forte, per quanto di umano ci è dato, per una risposta sena infingimenti – senza vie di fuga-, per il racconto di un tempo che procede per cancellazioni e negazioni, quando non per conflitti.

(Da Dichiarazione di poetica, in apertura del libro) Continua a leggere