
La poesia di Gianni Marcantoni è un ragionamento, anzi un dialogo con la realtà. Il senso delle parole tende a prevalere sulla forma poetica. È la ricerca di un’umanità smarrita sotto le pietre dello smarrimento e dell’afasia.
(Pasquale Vitagliano)
ZONA REMOTA
Sotto quel che sei – e con te arrivando,
non troverai vie di fuga.
Sfoglia le mille voci che ti riguardano,
non resta che una struttura
epidermica ridotta a un pilastro:
lascialo più sbiadito: lascialo più acerbo:
lascialo più intatto: portalo ai suoi baluardi
inestricabili: ai suoi atterraggi:
fa’ che sia più sicuro e discostato:
noi ci alziamo all’oscuro del mattino
su scialuppe di salvataggio.
Ogni silenzio dialogherà con te soltanto
– con i patimenti di una vita
e sempre troverai
della polvere da rimuovere
nascosta dietro qualche angolo.
Ti sveglierai in una zona remota
e non avrai altre vie di fuga;
i sedili durante il giorno
sono sempre rimasti vuoti:
non sai mai cosa mi rende felice.
*
RESO
E viene il tempo di stilare il conto,
ma non su di me, che sul prato
mi appoggio ai verdi tronchi fioriti,
alti e tortuosi come astri
con un ramoscello fresco legato al collo
che mi fu offerto con molto dolore.
Giorno certo, che aspetti tutti intorno,
io sarò al centro
quando un Signore arriverà
a chiedere indietro lo spettante reso;
così mi avrà lasciato
senza più versi da spalare,
nel profondo sconquasso
delle tacite cime avvoltolate.
*
LA PAURA DELL’UOMO
E un fiume scava e passa
davanti alla nostra memoria
piena di significati,
piena di immagini che raffigurano
la paura dell’uomo
in un mondo da cui non si torna,
verso un mondo ignoto,
sconosciuto come il passato
assai lontano da noi.
E la caverna lunga e buia
ora è vuota, l’acqua cadendo dall’alto
è divenuta roccia;
non siamo noi quei resti,
quei resti non sono di nessuno.
*
ALLINEATI
C’era un odore terribile al risveglio.
La grande orsa dal cielo
aveva defecato tutta la notte
la sporcizia rilasciata dal genere umano
mentre gli uomini riposavano
e alitavano ogni calda sostanza
e la tenebra si addensava
ripetutamente nell’atmosfera.
Tutti lacrimavano per qualcosa
che avevano perduto,
tutti sembravano obnubilati, solitari,
legati fortemente alla loro fine,
allineati su di una continua decomposizione.
*
QUALCUNO È STATO FELICE
Qualcuno è stato felice
contro ogni minaccia vivente.
Per essere liberi
non sono servite promesse.
I tagli avevano raggiunto il costato,
sapevamo bene che un sole
troppo caldo
avrebbe rovinato tutto.
Senza dimenticare quel che è avvenuto,
senza il minimo affondo,
la terra dei corpi non è mai bastata a nessuno,
né ci è mai appartenuta troppo.
Ti volti intorno
e sai
da sotto ogni pietra
cosa aspettarsi.
*
QUEL CHE ESSI NON DICONO
Cerca meglio dove puoi trovare
quel che essi non dicono,
hanno mentito a te soltanto,
tutto il resto dell’immondezzaio sta rinverdendo.
Le altre confessioni tacciono,
esse dicono e ingannano
l’uomo intrappolato al proprio incaglio.
Ti hanno detto una sola verità
e non troverai nient’altro;
restano bucce d’arancia sul tavolo,
un bicchiere sporco di succo rancido.
Ma vedo aprirsi uno spiraglio:
tutto è un nome sparso,
punta-spacco che volta angolo.
Hanno sentito te soltanto
e accatastato un bulbo sull’altro,
ora vagano in piena – come gemme spannano.
*
PENSAVI FOSSE NIENTE
E pensavi fosse niente,
padre mai nato, anche una ventata
stacca un nome dalla tua prolungata
assenza mischiata a tutto.
Mi sono dimezzato per scendere
con un piede nell’acqua,
ma gelido non era abbastanza.
Che non vi sia oscurità fuori luogo
è cosa certa,
di quel che appari, potente saggiatore,
è cosa certa.
Pensavi ai vasti laghi
e agli anni
come a stormi
avvinti
che non più scorgevi
in piena fuga.
*
FITTA
Risiedi nella sera nella mia
notte, là fin dove accogli.
Lascia carpita questa riva
da cui siamo passati con cautela,
spinge in un’area affamata
l’orma squadrata della perfidia.
Puoi da sempre dirigerti più avanti
e tacere e fiatare:
ecco puoi riconoscerti,
andare a lungo
da sentire umido l’asciugato.
La fitta accanita dove gira
distante si trova,
congiunge le molteplici estremità,
aperta talmente in tutto e sola da irradiarsi.
*
DISATTENZIONE
Se tu sapessi da quale voce
lo specchio addensato è caduto a terra
e il timbro incerto ha tremato
talmente forte
che tu suonasti il passo.
Dalla terra: vapore, vapore, schiaffo soltanto!
La nostra misera aria, oppressa,
trovava rottura e secchezza.
Senza deformazione,
per un certo stato di disattenzione,
la scia favolosa che a tutti apparve
non fu più la nostra figura vivace.
Con un colpo avvitato ad un ciglio
spezzato di paura
la sera hai veduto inzupparsi
in una pezza di olio di pennuti
inchiodata a un traliccio.
*
ORA (di silenzio)
Io non attendo e non chiedo,
da tempo ormai non temo la percossa.
Tardivo è il ritorno,
tardo è qualcosa che non più riconosco.
Un raggio asprigno
ci ha estratti ancora vivi dal mezzogiorno,
forse prima che fosse tardi
esattamente come lo è ora,
nell’affacciarsi di una notte scomposta
che non più ci sente avvicinare,
né sbattere gli occhi.
Pacata è un’ora di silenzio
e altre in attesa incedono ancora;
io più niente avverto.
Corpi baciati dal vero,
voi crescete per diluviare.
Gianni Marcantoni (San Benedetto del Tronto, 1975) vive nelle Marche. Laureato in Giurisprudenza, ha iniziato fin da adolescente a comporre versi. Le sue opere poetiche: “Al tempo della poesia” (Aletti, 2011), “La parete viva” (Aletti, 2011), “In dirittura” (Vertigo, 2013), “Poesie di un giorno nullo” (Vertigo, 2015), “Orario di visita” (Schena, 2016), “Ammessi al paesaggio” (Calibano, 2019), “Complicazioni di altra natura” (Puntoacapo, 2020), “Panorama dei lumi” (plaquette, Puntoacapo, 2021), “Sedime” (Fara, 2024). Inserito nella Enciclopedia dei Poeti Italiani Contemporanei (Aletti, 2017) nonché su Italian Poetry, sito ufficiale dei poeti italiani dal Novecento in poi, diviene nel 2020 co-fondatore di Wikipoesia. Sue citazioni e liriche compaiono in diverse antologie AA.VV, cataloghi d’arte, siti poetici, blog letterari, periodici e riviste. Ospite in alcune rubriche letterarie e reading, ha ricevuto vari premi e riconoscimenti.
