
La verità è brutta
E se fosse vero
che Pulcinella
non uccise il Re?
Se fosse vero
che lo servì ridendo
e che tradì gli amici
per farsi bello? Continua a leggere

La verità è brutta
E se fosse vero
che Pulcinella
non uccise il Re?
Se fosse vero
che lo servì ridendo
e che tradì gli amici
per farsi bello? Continua a leggere
Sono foglie che ascoltano
battere e battere il pugno sul legno
di una grande porta: in frotta
si raccolgono ombre di voci,
voci di esilio e di famiglia,
di ospizio e di ufficio,
voci di battesimo
voci di matrimonio
voci di estrema unzione.
Sono foglie tra i capelli,
anelli di stelle
che le piante del giardino
hanno custodito per secoli.
*
Dammi tutto il tuo veleno
e sii puro
imparo a morire
nel dormire
partorito al freddo
da questo travaglio
il grande spiraglio
*
Rema e tace
il vogatore
sospinge il veloce
la potenza muta del sole
è la sua voce
*
Disperatamente
la profondità
dei monti nella notte
rose bianche
dalle lunghe spine
riempiono
l’aiuola del dormire
Sonno
cerco riposo
ma è Treno
(questo vivere)
*
Il momento più bello della giornata
Fresche sere d’estate.
Le finestre aperte.
Le luci accese.
La fruttiera colma.
E il tuo capo sulla mia spalla.
Questi sono i momenti più felici della giornata.
Insieme alle prime ore del mattino,
naturalmente. E quegli attimi
subito prima di pranzo.
E il pomeriggio
e le prime ore della sera.
Ma davvero adoro
queste serate estive.
Ancor più, mi sa,
di quegli altri momenti.
Il lavoro quotidiano finito.
E nessuno più che ci disturbi, adesso.
Né mai.
Nota di lettura di Franca Alaimo
Daniele Ricci, La macchina da cucire. Geologia del dolore, Pasturana, puntoacapo Editrice, 2025, nella collana “Intersezioni” a cura di Mauro Ferrari, Prefazione di Fabrizio Lombardo. In copertina Paolo Del Signore, racconto (2017).
Nella poesia di Daniele Ricci, l’io ed il noi si confondono nell’esperienza comune del dolore, appena consolato da qualche memoria infantile e da certe immagini di bellezza offerte dalla natura. I fatti raccontati, attinti dalla cronaca e dalla storia contemporanea, di solito non hanno una precisa collocazione spaziale e temporale. Il tempo, infatti, sembra assumere un ritmo ossessivo di ripetitività nell’uso assai frequente del modo verbale dell’infinito, in cui tutto finisce per ricominciare, secondo una concezione dell’eterno male, che trae ispirazione da grandi modelli della poesia ottocentesca e novecentesca, quali Leopardi e Montale.
Ma la contemporaneità della versificazione di Daniele Ricci è rintracciabile soprattutto nella struttura perlopiù frammentata dei testi e nell’urto tra i fatti narrati e il loro riverbero psicologico che immettono un certo disordine narrativo, come se la poesia si imponesse di registrare contemporaneamente più dimensioni e restituire l’ininterrotto spezzarsi di vite e del loro ricominciamento, come annunciano i cieli albali e i canti delle allodole. La sofferenza diventa in tal modo intrinseca al registro linguistico, che tende a riprodurre, con l’uso di un lessico greve e dolente, la postura mentale dell’autore di fronte ai casi del mondo.
E tuttavia non c’è in lui assuefazione alcuna al male, ché anzi una profonda pietas intride i versi, non disgiunta da una timida speranza, di cui si fanno metafore , tra l’altro, “un girasole”, “le foglie di pesco appena nate”, “le lucciole”, perché, nonostante tutto, resiste in Ricci la fede nella parola poetica che, come una sarta, con la sua “macchina da cucire” mette insieme le cose lacerate, componendole in un arazzo verbale: il lato rovescio è tutto un garbuglio di nodi, ma quello esposto offre un’ immagine che parla a chi, osservandola, sa leggerla.
*
Non senti quel verso
dell’ultimo fiato
la pioggia nella tua bocca
l’asola dove passa la nostra vita
lo spillo che traversa due stoffe
il filo del vento
sottratto ai pensieri
con la sola lotta
che simula l’amore.
Vorrei restare qui
a scrivere all’aperto,
qui tra gli alberi,
la prima parola
dopo la fine
6 gennaio 2023
Cercare il segno
Xu Bing Living Word
In quel tempo, Gesù disse ai farisei: «C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”. Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”. E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”». [Lc 16,19-31] Continua a leggere
Quasi sempre in Prima dell’estate e del tuono di Luca Pizzolitto (peQuod Editore) i versi germinano da un dettaglio della natura o da un paesaggio di quieta bellezza, lontano dalla vita di città (che fa rare apparizioni e perlopiù nelle ore notturne con le sue strade e i bus vuoti e l’abbandono delle creature al sonno) ma che, non appena evocati, perdono i loro contorni concreti per trascorrere nella dimensione simbolica in cui, annullata la singolarità e oltrepassato il limite terreno, si insedia il tempo delle idee, dei riti, della sacralità, e la rosa, giusto per fare un esempio, rimanda alla mistica cristiana e all’apice figurale del cammino dantesco verso il Paradiso. Continua a leggere
UNA DELEGAZIONE di “PRETI CONTRO IL GENOCIDIO” a ROMA
di Giselda Pontesilli
Ci sono stati a Roma, il 22 settembre 2025, cento sacerdoti del movimento “Preti contro il genocidio”, i preti e vescovi cioè (oltre 1600, di 5 continenti e 50 paesi) che, contro “il genocidio in atto a Gaza”, hanno sottoscritto gli scopi espressi nel documento fondativo pubblicato sul sito dei Saveriani.
Si sono incontrati all’obelisco del Quirinale, hanno pregato e cantato nella vicina Chiesa di Sant’Andrea, hanno poi camminato per le vie di Roma, e di nuovo cantato e pregato a Montecitorio, portando ciascuno con sé in processione il disegno dal titolo “Christ Died in Gaza” dell’artista Gianluca Costantini. Continua a leggere
Stazioni della Via Crucis
II
C’è in me un poeta che mi ha detto Iddio…
La primavera scorda nei burroni
le ghirlande che trasse dagli slanci
della sua gioia effimera e spettrale…
Su rugiada di prato fanciullezza
i suoi zoccoli batte allegramente…
Senza desii, su panche il tuo restar
mirando l’ora come chi sorrida…
Fiorir del giorno a pulvini di Luce…
Violini del silenzio inteneriti…
Tedio ove alletta il solo avere tedio…
L’anima bacia il quadro che ha dipinto…
Mi seggo accanto ai secoli perduti
e sogno il suo profilo, inerzia e volo…

L’I.A. almeno ad una cosa mi è servita. Dopo anni di vane ricerche sono riuscito a individuare un film di cui conservavo una vaga memoria, per averlo visto da ragazzo in un ozioso pomeriggio estivo. Duke Anderson, interpretato da Sean Connery, mette su una banda per rapinare un intero edificio di lusso. Loro non lo sanno ma tutta l’operazione viene sorvegliata. Infatti, il colpo fallisce perché la polizia, nel frattempo, era già tutta schierata intorno all’edificio. Questo epilogo era l’unico particolare di cui mi ricordavo. Davvero per molto tempo ho consultato motori di ricerca, siti specializzati, come quelli che ti chiedono la trama e loro ti suggeriscono il titolo. Niente. Solo interrogando ChatGPT l’arcano è stato svelato. Il film era Rapina record a New York diretto da Sidney Lumet nel 1971. Il titolo originale è The Anderson Tapes, mal tradotto con la scelta della parola “record”, secondo me, con allusione, tra i suoi possibili significati, più a “registrare”, che a quello apparente di primato, visto che la rapina fallisce miseramente.

Da: TRENTENNIO (Einaudi 2010)
Per una ballata italiana
O questa mostra gente
che tutto sa di niente,
questa grandeur abbiente
abominevolmente… Continua a leggere

di Pasquale Vitagliano
E’ ancora possibile la poesia?, si chiedeva Eugenio Montale. Mi pare significativo che già nel 1975 poteva sembrare che si fosse raggiunto il punto zero del verso, il limite estremo di saturazione della scrittura poetica. Mi è capitata sotto gli occhi questa invenzione di Maria Benedetta Cerro, Corrispondenze. Proposte di interazione e scrittura poetica (Macabor, 2925), e mi sopravviene l’azzardo di capovolgere la prospettiva montaliana affermando, dopo la lettura di questo libro, che da quel limite ci siamo mossi. La poesia così è ancora possibile. Quest’opera della Cerro è un’invenzione perché azzarda (anche lei) una scrittura doppia, a “specchio” e in “dialogo”, con ventuno poeti e poete. Non è un’antologia pur essendo un libro plurale. Non è un libro a tema perché la coerenza è data dalla autenticità della voce poetica nel suo svolgimento.