Archivi tag: Franca Alaimo

Le micro-epifanie di Raffaela Fazio: Franca Alaimo legge “Chiuda gli occhi, Signor Schopenhauer” (Ladolfi, 2026)

di Franca Alaimo

Il filo conduttore della scrittura di Raffaela Fazio è l’assenso alla vita, pronunciato con una partecipazione vibrante dell’intelletto e dei sensi di fronte ai bagliori del bello e del bene, recepiti attraverso una profonda conoscenza filosofica e religiosa alla ricerca di quel mistero intravedibile nelle cose della quotidianità e nelle esperienze autobiografiche.

Il confronto con filosofi ed artisti, che da sempre indagano il testo infinito dell’essere in cerca di una risposta, sottolinea l’attitudine dell’intellettuale a scegliere quali compagni di viaggio conoscitivo i propri maestri. Continua a leggere

Daniele Ricci, La macchina da cucire. Geologia del dolore

Nota di lettura di Franca Alaimo

Daniele Ricci, La macchina da cucire. Geologia del dolore, Pasturana, puntoacapo Editrice, 2025, nella collana “Intersezioni” a cura di Mauro Ferrari, Prefazione di Fabrizio Lombardo. In copertina Paolo Del Signore, racconto (2017).

Nella poesia di Daniele Ricci, l’io ed il noi si confondono nell’esperienza comune del dolore, appena consolato da qualche memoria infantile e da certe immagini di bellezza offerte dalla natura. I fatti raccontati, attinti dalla cronaca e dalla storia contemporanea, di solito non hanno una precisa collocazione spaziale e temporale. Il tempo, infatti, sembra assumere un ritmo ossessivo di ripetitività nell’uso assai frequente del modo verbale dell’infinito, in cui tutto finisce per ricominciare, secondo una concezione dell’eterno male, che trae ispirazione da grandi modelli della poesia ottocentesca e novecentesca, quali Leopardi e Montale.
Ma la contemporaneità della versificazione di Daniele Ricci è rintracciabile soprattutto nella struttura perlopiù frammentata dei testi e nell’urto tra i fatti narrati e il loro riverbero psicologico che immettono un certo disordine narrativo, come se la poesia si imponesse di registrare contemporaneamente più dimensioni e restituire l’ininterrotto spezzarsi di vite e del loro ricominciamento, come annunciano i cieli albali e i canti delle allodole. La sofferenza diventa in tal modo intrinseca al registro linguistico, che tende a riprodurre, con l’uso di un lessico greve e dolente, la postura mentale dell’autore di fronte ai casi del mondo.
E tuttavia non c’è in lui assuefazione alcuna al male, ché anzi una profonda pietas intride i versi, non disgiunta da una timida speranza, di cui si fanno metafore , tra l’altro, “un girasole”, “le foglie di pesco appena nate”, “le lucciole”, perché, nonostante tutto, resiste in Ricci la fede nella parola poetica che, come una sarta, con la sua “macchina da cucire” mette insieme le cose lacerate, componendole in un arazzo verbale: il lato rovescio è tutto un garbuglio di nodi, ma quello esposto offre un’ immagine che parla a chi, osservandola, sa leggerla.

*

Non senti quel verso
dell’ultimo fiato
la pioggia nella tua bocca
l’asola dove passa la nostra vita
lo spillo che traversa due stoffe
il filo del vento
sottratto ai pensieri
con la sola lotta
che simula l’amore.

Vorrei restare qui
a scrivere all’aperto,
qui tra gli alberi,
la prima parola
dopo la fine

6 gennaio 2023

“Come riempire i vuoti con il canto”, Franca Alaimo legge l’ultima raccolta poetica di Luca Pizzolitto

Quasi sempre in Prima dell’estate e del tuono di Luca Pizzolitto (peQuod Editore) i versi germinano da un dettaglio della natura o da un paesaggio di quieta bellezza, lontano dalla vita di città (che fa rare apparizioni e perlopiù nelle ore notturne con le sue strade e i bus vuoti e l’abbandono delle creature al sonno) ma che, non appena evocati, perdono i loro contorni concreti per trascorrere nella dimensione simbolica in cui, annullata la singolarità e oltrepassato il limite terreno, si insedia il tempo delle idee, dei riti, della sacralità, e la rosa, giusto per fare un esempio, rimanda alla mistica cristiana e all’apice figurale del cammino dantesco verso il Paradiso.  Continua a leggere

Carlo Giacobbi, Erbe d’esilio

foto di Mona Eendra

a cura di Franca Alaimo

Una squisita architettura, intessuta di rimandi e simmetrie, caratterizza la composizione della silloge poetica Erbe d’esilio (peQuod, 2024, collana Portosepolto) di Carlo Giacobbi: le sezioni sono dodici, sebbene quella d’apertura venga indicata dallo stesso autore come tredicesima, in quanto, così puntualizza nella sua nota, essa «vuole porsi in ideale continuazione» con la precedente raccolta Abitare il transito (Arcipelago Itaca, 2019) che si chiude con la poesia-sezione n. XII.  Continua a leggere

Quando tutto era intero: le 100 poesie di Franca Alaimo

[immagine di Clara Beatriz]

a cura di Biagio Accardo

 C’è un tempo nel quale noi e il mondo siamo una sola cosa? C’è uno stadio della vita in cui il disegno dell’Essere e dell’esserci coincidono? Forse sì. La ricerca di questa immagine originaria 
( l’arché dei  presocratici, la meta luminosa e, nello stesso tempo, oscura, cui tendevano i grandi mistici, l’e-stasi di cui ebbe a parlare Plotino), ovvero la ricerca di questo intero, costituisce la materia soggiacente a tutte le 100 poesie di Franca Alaimo, nel libro edito di recente da peQuod, per la Collana Portosepolto. All’altezza ormai del suo vastissimo e profondo magistero poetico, l’autrice indaga l’inafferrabile natura del nostro esserci, quell’ “ininterrotta notizia che dal silenzio si forma”, (1) per dirla con Rilke; quello spirare di un dio di cui non riusciamo mai a figurarci il volto, mossa da un’unica e forse ultima ambizione, quella della totalità. Non è forse questa la vocazione che il grande poeta austriaco, Rilke, vero maestro della nostra autrice, affida al suo Orfeo, quando nel nono sonetto canta? : “ Solo colui che anche tra ombre/levò la lira,/può con cuore presago cantare/ la lode infinita… Solo nel duplice regno/le voci si fanno/ miti ed eterne”.
Poesia dunque come parola della totalità, parola che vuole ricomporre l’originaria ferita dell’ esserci, perché, per il solo fatto d’essere stati vissuti, e di viverli,  “ i dolori sono tali per darci infine più frutto” (2); poesia come  itinerario poetico di ricomposizione, come vedremo dopo, che si snoda attraverso una geografia spirituale nella quale trovano posto creature semplici e umili, colme di una bellezza indicibile; mediante un linguaggio meditativo, quasi sapienziale che, lontano da ogni impellenza del dire, ha acquisito una sua più rarefatta essenzialità che consente a chi legge di entrare subito in sintonia con l’anima della scrittrice. 
Si tratta di un viaggiare, poesia dopo poesia, per territori in cui non servono più indicazioni, si tratta di un andare per terre  che solo i poeti “sciocchi e beati” sanno percorrere. Chiaro è lo scopo: ricongiungersi con “quell’acqua di Sorgente” da cui tutto ha preso inizio.  Continua a leggere

Recensione de « La strada verso il canto » (RPlibri 2023) di Franca Alaimo

Il titolo “ La strada verso il canto ”  indica chiaramente come la rappresentazione del mondo si configuri per l’autrice Rossana Jemma  quale un cammino verso “quella cosa piumata” che è,  secondo una bellissima metafora della Dickinson, la Speranza che  “canta melodie senza parole/e non smette -mai-“
Il cammino è scandito dalle tre sezioni in cui si divide la silloge, definendo altrettante tappe: ‘Buio e aritmie’,  ‘Fantasmi e presenze’  e  ‘Canto e speranza’. Il filo conduttore della narrazione poetica va identificato in un profondo sentimento doloroso, declinato con tale assillo di immagini, e concrete e astratte, da dare compattezza all’intera trama compositiva. Nella prima sezione è il corpo ad urlare e di fronte all’esperienza di una malattia che ha condotto l’autrice sulla soglia della morte e di fronte all’aggressività subita da un uomo che alla farfalla ‘appena dischiusa / fremente’  ha spappolato le ali. Sarà la memoria a venire in soccorso alla poeta (‘Fantasmi e presenze’), sebbene il tempo non riesca sempre a illimpidire il male subito e gli angeli continuino a restare muti. Ma, se si fanno spazio presenze amate (la madre, un amore mai obliato, un cugino morto giovanissimo che ‘cade piano sul cuore/ si fa neve’, una cara amica), allora una dolce eco di risonanze interiori si diffonde tra i versi e le cadenze ritmiche restituiscono un distacco contemplativo e compassionevole, trasformando le immagini in epifanie.  Continua a leggere

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Intervista a Franca Alaimo

di Luca Pizzolitto

“100 poesie”, la tua raccolta poetica, di imminente pubblicazione, racchiude poesie intense nella loro brevità, a differenza della tua opera precedente, in cui ti sei confrontata, da un punto di vista formale, con il poemetto. Quale di queste due modalità di scrittura senti più affine?

I “Sette poemetti” (l’opera che precede “100 poesie”) non costituiscono un caso isolato all’interno della mia scrittura poetica. Mi sono cimentata altre due volte nella forma del poemetto (“Samâdhi”, Bastogi 2000; “Giorni d’Aprile”, Fondazione Thule, 2002) e molte altre raccolte, in quanto ruotanti su un solo tema, possono definirsi poematiche, anche se composte da un certo numero di testi più o meno lunghi.
In altre raccolte, invece, sperimento la quartina o la folgorante forma compositiva degli haiku e dei tanka.
Mi piace, insomma, fare esperienza della parola. Però, non saprei dire quale delle due modalità di scrittura mi sia più congeniale. A pensarci bene, direi che è il mio ritmo interiore a dettare, pressoché inconsapevolmente,  il respiro, sintetico o effuso, dei versi che scrivo. Continua a leggere

Emiliano Cribari: Cronache dalle rovine

di Franca Alaimo

Pregare senza altare

La montagna, il bosco: figure entrate da sempre nel territorio dei simboli e, dal Novecento, in quello psicoanalitico: luoghi del distacco dalla comunità umana, della prossimità, la prima, al divino; dell’immersione nella primitiva felicità e integrità della Natura, il secondo.

Ascesa ed esplorazione del proprio io.

Emiliano Cribari pratica entrambe percorrendo la catena degli Appennini, spina dorsale della penisola italiana, disegnando una mappa insieme storica, botanica, zoologica, catturando epifanie di luce, voli, ombre misteriose, panorami suggestivi, intridendosi di profumi, di colori, di gioie tattili. Continua a leggere

Annalisa Ciampalini, “Tutte le cose che chiudono gli occhi”.

di Franca Alaimo

Annalisa Ciampalini Tutte le cose che chiudono gli occhi, peQuod Edizioni, 2022

 

Annalisa Ciampalini ama la matematica e la poesia. Secondo un pregiudizio diffuso, due cose quasi inconciliabili, sebbene non manchino esempi nella storia della letteratura anche recente. Ricordo di avere letto tempo fa sul quotidiano “Il Corriere della sera” un articolo di Umberto Curi che prendendo le mosse dalla distinzione tra nous e metis  (le due forme d’intelligenza secondo il mondo greco antico, la prima contemplativa, la seconda attiva-creatrice) osserva che «ciò che nella nozione originaria di metis appare ancora implicito ed indistinto» esplode «nella cultura moderna e contemporanea talora in forma di contrapposizione insanabile», per poi subire un simmetrico rovesciamento dopo l’affermarsi della Gestaltpsychologie e del cognitivismo, secondo i quali «non l’arte, ma la scienza, non gli affetti, ma la razionalità, costituiscono il terreno di espressione della creatività».  Continua a leggere

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Il dramma dell’umana conoscenza in Luca Pizzolitto, di Franca Alaimo

La poesia di Luca Pizzolitto si innesta talentuosamente nella letteratura a tema religioso rielaborandone motivi e formule, ma certamente due sono i maestri convocati in un ideale e fitto dialogo d’anima.

Essi sono Qohèlet e Davide Maria Turoldo, che nomina il misterioso ebreo in uno dei testi di Nel segno del Tau. Del primo Guido Ceronetti ebbe a dire, sintetizzando il contraddittorio del suo pensiero nel termine “qoheleticità”, che comunque la sua costante «è l’impenetrabilità delle cose, che Dio non vuole siano trovate», perché la sua sola finalità è che l’uomo viva nella sua eterna ignoranza, in ogni grado del suo piacere e del suo dolore, di quel che Dio è e fa». Del secondo Luciano Erba scrive che «Nella lotta con l’angelo del Nulla, dalla prima all’ultima prova poetica, accade per altro che l’autore riesca, creda di riuscire a divincolarsi (…), a potere avere il sopravvento: “canta” allora, come dice lui (…), il Tutto, senza che questo Tutto presuma filosofiche o mistiche alternanze, pronte ad annullarlo». È il momento in cui la vita viene lodata in un impeto irrazionale di gioia.  Continua a leggere

ITALIA INSULARE, I POETI. Angelo Mundula e i luoghi dell’anima.

 

 

ITALIA INSULARE. I POETI. Volume secondo

Angelo Mundula e i luoghi dell’anima

A cura di Bonifacio Vincenzi

Macabor (2021)

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Pochi giorni fa ricorreva il sesto anniversario della morte del poeta Angelo Mundula, avvenuta il 28 luglio 2015 a Sassari, dove era nato e vissuto. Mi sono sempre sentito in debito verso di lui, pur senza avere mai avuto con lui alcun reale debito, ma solo una sincera stima e gratitudine per la sua straordinaria poesia, per il suo essere testimone e modello di un’idea di umanità e di letteratura rigorosa e coerente, e per la sua affettuosa amicizia.

Il mio primo incontro con lui è stato grazie all’amico scrittore Antonio Strinna, nei primi anni novanta; il secondo, intorno al 2000, grazie all’amico e poeta Antonio Fiori. Un legame e una fiducia che sono andate rafforzandosi nel tempo, e la sua dipartita, come avviene per le persone care, ha lasciato un vuoto e un silenzio solo in parte compensati dalle sue opere.

Così quando l’editore Bonifacio Vincenzi (Macabor) mi chiese di collaborare per dedicare una monografia ad Angelo Mundula non potevo che accettare di buon grado la sua proposta. Con Antonio Fiori cominciammo così a prendere contatto coi poeti e gli scrittori che potevano offrire su di lui una testimonianza umana e critica.  E le testimonianze sono arrivate, in breve tempo, da poeti, scrittori e critici sardi che lo hanno apprezzato negli anni; ma anche da parte di altrettanti scrittori della penisola ai quali l’editore aveva richiesto un loro intervento.

Così la monografia è uscita, qualche mese fa, all’interno dell’ambiziosa collana di Macabor, Volume secondo, dedicato ai poeti dell’Italia insulare, col titolo: Angelo Mundula e i luoghi dell’anima. Il volume contiene anche un’antologia che raccoglie poesie di autori scomparsi (Voci dal Silenzio) e di autori viventi (Antologia dei poeti delle isole).

Vi hanno collaborato Franca Alaimo, Sandro Angelucci, Efisio Cadoni, Tito Cauchi, Marta Celio, Maria Pina Ciancio, Pietro Civitareale, Mariapia L. Crisafulli, Antonio Fiori, Franco Fresi, Gianni Mazzei, Pasquale Montalto, Giovanni Nuscis, Plinio Perilli, Antonio Spagnuolo, Antonio Strinna, Silvano Trevisani.

La monografia contiene un’ampia bibliografia, compresa quella essenziale della critica, preziosa per conoscere e approfondire l’opera di Angelo Mundula.

Il volume contiene anche una ricca selezione delle sue poesie tratte dai libri pubblicati, e se ne consiglia pertanto la lettura a tutti i lettori di poesia, che resteranno conquistati da questo autore importante quanto, ancora, non sufficientemente conosciuto.

Giovanni Nuscis

“SPAZIOTEMPI MINORI”, DI MARIO LAGHI PASINI

Recensione di Franca Alaimo

Spaziotempi minori di Mario Laghi Pasini, Interlinea edizioni, 2016

laghi-pasini-spaziotempi-minori-180Dopo avere riflettuto a lungo sul significato di un titolo come Spaziotempi minori di Mario Laghi Pasini, ed esplorato tutta una serie di ipotesi che mi sembravano, però, sempre insoddisfacenti, ho preferito chiedere allo stesso autore il perché della scelta di un titolo alquanto enigmatico e perfino arrischiato per quanto riguarda la grafia di un termine composto come “spaziotempi”.

Nella e-mail di risposta, Mario Laghi Pasini  così scrive: “L’idea del titolo – scelto dopo la scrittura – mi venne rimuginando sul fatto che proponevo impronte di eventi anche lontani e dimenticati della vita che avevo imparato a costruire così, chissà come e perché. E che, solidificati in bollicine appena trattenute da fili sottili, costituivano come dei microcosmi sfuggiti allo spaziotempo reale, dove tutti viviamo, che corre via e ci travolge. Spaziotempi minori, quindi, che, forse, avrebbero potuto accordarsi e risuonare con quelli che ciascuno, magari inconsapevolmente, conserva dentro di sé, risvegliando adesione, emozione…insomma, ciò che cerca di fare la poesia”. Continua a leggere